giovedì 10 marzo 2011

Stati generali per raddrizzare questo federalismo malato - di Oriano Giovanelli su Europa

È un momento cruciale per il dibattito e soprattutto per le scelte relative alla attuazione dell’art.119 della Costituzione, ovvero della legge delega 42 del 2009 sul federalismo fiscale. Come ha detto giustamente il segretario del Pd Bersani il progetto del federalismo decisivo per il cambiamento del paese, sta deragliando.
Pesa sul lavoro da svolgere il pesante ritardo nella emanazione dei decreti legislativi e della loro approvazione da parte della Bicamerale presieduta dall’on. La Loggia e specularmente pesa la modalità con la quale si sta procedendo violando palesemente i contenuti della legge 42/90. Lo si è visto emblematicamente con il decreto relativo al cosiddetto federalismo municipale giunto alla approvazione addirittura con un voto di fiducia e rischiamo di avere il bis con quello sulla fiscalità delle regioni e delle province. Quello che sta diventando minaccioso per le sorti di tutto il processo è il clima politico complessivo, l’incertezza sulla durata della XVI legislatura, il patto scellerato per l’immunità di Berlusconi a fronte di un federalismo purchessia da offrire a Bossi, gli accordi fatti con tutti per non avere intralci a fronte di una assoluta irrilevanza riformatrice di ciò che si va ad approvare prescindendo dal merito e da un confronto vero che il merito di scelte tanto rilevanti e attese per il futuro del paese richiederebbero.
Si sta evidenziando in questo clima di tensione il carattere tutto ideologico delle scelte sul federalismo a traino leghista. Il merito effettivamente autonomista delle proposte sfuma, aspetti decisivi come la definizione dei livelli essenziali delle prestazioni, dei costi standard, dei fondi perequativi, vengono sistematicamente accantonati per l’ansia di arrivare a sventolare qualche bandierina. E così rischiamo che si arrivi a dire, per puri fini elettorali, che si è fatta una riforma storica quando invece non si è prodotto nulla di davvero
innovativo e virtuoso ed anzi si sono fatti fare dei passi indietro al sistema delle autonomie e delle regioni il quale intanto paga e fa pagare i pesanti tagli subiti con le ultime manovre finanziarie. Il federalismo è una delle ultime carte che questo paese ha a disposizione per provare ad essere davvero unito. Bisogna fare qualcosa per raddrizzare “l’albero storto di questo federalismo”.
Il sistema delle autonomie locali e delle regioni deve riappropriarsi di una visione coerente e d’insieme della battaglia politica che comporta fare il federalismo e non acconciarsi a soluzioni pasticciate che potrebbero bastare appena per chiudere i bilanci del 2011 ma compromettere un disegno di futuro. Ciò che bisogna sempre avere a mente è che un federalismo malato scaricherà su regioni e autonomie i suoi effetti negativi nel medio periodo a prescindere dal colore politico delle amministrazioni che lo gestiranno. È a partire da questa consapevolezza che Anci, Upi, regioni, Legautonomie debbono con urgenza fare tutto ciò che è nelle loro possibilità per raddrizzare la barca per riportarla alla qualità del confronto che ci fu per l’approvazione della legge delega 42/09 che è una buona legge e che oggi viene ampiamente disattesa.
Per questo io credo che comuni, province e regioni non debbano giocare di rimessa andando a trattare le virgole con il ministro Calderoli in modo separato e confuso. Debbono per la responsabilità che hanno alzare la voce assieme e dire: fermiamoci un attimo, facciamo il tagliando alla situazione, verifichiamo con rigore ciò che va bene e ciò che non va bene, e ripartiamo con i tempi e i modi degni di una grande riforma per il futuro dell’Italia. E nello stesso tempo chiedere a tutte le forze politiche che non confondano il merito di queste scelte vitali con la battaglia tattica legata alle sorti del governo e della legislatura. Ciò che di buono è stato fatto va messo in sicurezza, ciò che di buono va fatto, anche in termini di correzione delle scelte prodotte deve essere un dovere di tutti garantirlo.
Ci sono condizioni minime inderogabili da soddisfare per andare avanti: 1) il federalismo o è ordinamentale o non è. In altre parole o è l’occasione per smontare e rimontare, risparmiando in modo considerevole, il sistema amministrativo del paese o non serve a niente. 2) il federalismo fiscale può venire solo dopo che abbiamo chiare le funzioni fondamentali e i livelli essenziali delle prestazioni e di assistenza da finanziare su tutto il territorio nazionale. 3) i fondi perequativi sono l’anima del federalismo disegnato nel titolo V della Costituzione e non si possono rinviare sine die.
Il rischio nel continuare a procedere come si è fatto finora è che il tutto si risolva in una grande operazione gattopardesca dove a guadagnarci saranno i poteri ineffabilmente immobili dello stato centrale e i governi locali che si reggono sulla demagogia o sull’assistenzialismo e ad essere penalizzati saranno i fautori di un vero cambiamento storico: tenere unito questo paese facendo i conti con la inderogabile necessità di riorganizzarlo radicalmente e di perequare non solo risorse ma anche diritti e opportunità in cambio di rigore, rigore, rigore.
Regioni, comuni e province escano da un avvilente rapporto separato con il governo, convochino gli Stati generali delle autonomie locali sull’attuazione del federalismo e costringano governo e forze politiche a confrontarsi nel merito, fuori da logiche di corto respiro, con uno spirito davvero di responsabilità nazionale, faranno un grande servizio all’Italia in occasione del suo 150esimo compleanno.

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