sabato 28 maggio 2011

Bipolarismo o rendite di posizione? - di Stefano Ceccanti

Stefano Ceccanti
Il testo di Giuseppe Gargani, Fine della politica. Rinascita della politica (Koiné, Roma, 2011) si basa su una forte contraddizione interna, quando l’autore sostiene che l’attuale Terzo polo, a cui aderisce, ha in realtà l’ambizione di essere il primo. Se questo è il disegno, del tutto legittimo e per certi versi anche auspicabile nell’interesse della democrazia italiana, non si capisce allora la polemica contro sistemi elettorali e istituzionali che incentivano il bipolarismo, giacché esso nuoce solo a forze che hanno costitutivamente dimensioni minoritarie, ma non impedisce affatto che nuovi poli possano subentrare ai precedenti.
Pochi giorni fa il partito canadese dei nuovi democratici è diventato il Secondo polo, che potrà alternarsi ai conservatori, subentrando ai liberali e tale mutamento di status è stato favorito dal maggioritario. Delle due l’una: o si hanno alte ambizioni e allora non si può avere paura di un sistema che le incentiva oppure esse in realtà mascherano giochi più modesti, che mirano ad avere un potere sproporzionato rispetto ai consensi, che mirano a colpire il potere di scelta degli elettori centrali per favorire rendite di posizione di politici centristi.
A questa osservazione ne aggiungo una seconda, sempre di ordine politico. Il volume tende a proiettare su tale polo l’eredità dell’unità politica dei cattolici, ma essa non può essere costitutivamente spostata in un sistema politico diverso perché essa poteva esistere anche come scelta pastorale della Chiesa solo perché vi era di fronte una sinistra a dominante comunista, ovvero una religione secolare.
Ciò imponeva in Italia una sostanziale convergenza di tutti i cattolici con ancoraggio ecclesiale e cultura di governo nella Dc, ma non è in alcun modo riproducibile dopo il 1989. Solo una tendenza particolarmente autolesionista del Pd, che lo inchiodasse al passato della sola componente quantitativamente più grande della sinistra italiana, potrebbe favorire un tale scenario.
Infine segnalo che non esiste alcuna domanda diffusa nell’opinione pubblica ecclesiale, tesa alla nostalgia del binomio proporzionale- unità politica. Su questo l’itinerario molecolare che ha portato alla recente settimana ...
sociale di Reggio Calabria dell’ottobre 2010 è stato più che chiaro. Il documento conclusivo, che riassume fedelmente il dibattito intervenuto, recita: «Le questioni cruciali riguardano le forme da dare al processo di rafforzamento dell’esecutivo – anche come condizione di più efficaci politiche di solidarietà – e, allo stesso tempo, dell’equilibrio tra i poteri; allo sviluppo di un autentico federalismo unitario, responsabile e solidale; al perfezionamento di un sistema elettorale di tipo maggioritario; alla stabilizzazione dell’assetto bipolare del sistema politico».
Mi sembra poi importante svolgere invece due considerazioni diverse, di carattere costituzionalistico. Gargani descrive la svolta dei sistemi elettorali di inizio anni ’90 come alcuni tradizionalisti cattolici descrivevano i cambiamenti della liturgia dopo il Concilio Vaticano II. È evidente che alcune scelte di architettura costituzionale erano connesse a quel tipo di proporzionalismo, ma come gli altari nel passato più lontano erano già stati rivolti ai fedeli, così la Costituzione può contenere molto di più di ciò su cui Gargani la vorrebbe appiattire.
La Costituente decise scientemente di non costituzionalizzare la proporzionale, tant’è che quando si trovò di fronte a fratture altrettanto profonde ma di natura permanente, come quelle di etnicolinguistiche, prese la decisione opposta. Ne diede testimonianza De Gasperi, intervenendo il 29 gennaio 1948 in assemblea sull’approvazione con legge costituzionale dello Statuto della sua Regione.
Tant’è che molto presto, di fronte alla ripresa della destra, si cominciò a discutere di diverse leggi elettorali. Il carteggio tra Sturzo e De Gasperi pubblicato a cura di Malgeri rivela sin dal maggio 1952 una concordia di principio sul collegio uninominale maggioritario a doppio turno, senza che mai sia evocato un problema di compatibilità costituzionale.
Infine la questione del mandato sostanzialmente diretto ai governi attraverso il voto degli elettori. Le forme parlamentari sono strutturate giuridicamente intorno al rapporto di fiducia tra maggioranza parlamentare e governo, ma niente impedisce che, anche attraverso forti incentivi dati dal sistema elettorale, a tale rapporto giuridico formale non se ne debba aggiungere anche un altro di radice politica che parta dagli elettori. Questo pone problemi nuovi che richiedono nuove forme di equilibrio, ma dentro tale evoluzione, non contro.
Del resto, come tenere oggi insieme un paese in cui si eleggono direttamente sindaci, presidenti di provincia e di Regione, senza mantenere al centro anche una legittimazione diretta dei governi?

Nessun commento: