sabato 28 maggio 2011

Cagliari prepara la svolta del «ragazzino» - di Giovanni Maria Bellu su L'Unità

Massimo Zedda
Che il vento a Cagliari stia cambiando te lo dicono tanti piccoli refoli inaspettati: la foto di Massimo Zedda sul bancone del Flora, uno dei ristoranti prediletti dalla borghesia cittadina; la facilità con cui incontri per le strade del centro ragazzi che sventolano volantini con su scritto «ora tocca a noi», la sorprendente scelta dello staff di Massimo Fantola, il candidato del centrodestra, il quale, nei nuovi manifesti stampati per il ballottaggio, ha un’espressione quasi corrucciata.
Te lo dicono anche certe affannose decisioni spudoratamente pre-elettorali come lo stanziamento da parte della giunta regionale, a tre giorni dal voto, di trenta milioni di euro per il risanamento del quartiere popolare di Sant’Elia, autentico laboratorio dell'acquisto del consenso. E poi te lo dice l’aria che si respira nello staff di Zedda, come di un ottimismo frenato dalla scaramanzia.
Incontriamo il candidato del centrosinistra durante una pausa del suo quotidiano tour cittadino, all'Antico caffè, sotto il bastione di San Remy, che è come dire piazza del Duomo a Milano o piazza di Spagna a Roma. Il cuore di una città che per ritrovare un sindaco di centrosinistra deve tornare indietro di vent'anni. Poi una serie ininterrotta di sconfitte molto simili tra loro: candidati della società civile, delle professioni, regolarmente travolti dal centrodestra benché scelti con l'idea di aprire dei varchi nell’elettorato moderato. Per questa ragione pochi attribuivano a Zedda qualche chanche.
Se la chiave della conquista di Cagliari è lo sfondamento al centro, come poteva farcela un candidato-ragazzino che andava alle primarie sotto le insegne di Sinistra e libertà? Ce l’ha fatta. Prima la vittoria alle primarie sul candidato del Pd Antonello Cabras, politico di lunghissimo corso. Quindi quella (45,15 con- tro 44,71) su Massimo Fantola. Considerando la più probabile destinazione dei voti dei candidati sconfitti, l'aritmetica dice che sì, Massimo Zedda davvero ce la può fare. La possibilità del miracolo galvanizza i so- stenitori. L’aria è molto “milanese” in questi giorni a Cagliari. Quando gli domandi se al momento di candidarsi alle primarie immaginava di arrivare dov'è oggi, Massimo Zedda ti risponde semplicemente «sì». Se ...
l'aspettava. E per spiegarlo sciorina una serie di cifre.
Le preferenze ottenute in città alle elezioni regionali, circa 800, e quelle che gli sono state attribuite in modo errato: il suo nome accanto al simbolo del Partito democratico anziché quello di Sinistra e libertà (circa 450). Poi un dato ambientale: «Ho avuto almeno una preferenza in tutti i seggi: l’attività svolta negli anni mi aveva fatto conoscere un po’ ovunque». Altro che candidato-ragazzino: Zedda, figlio di un dirigente del Pci, è cresciuto nella politica. In quella buona, fatta di metodo, pacatezza, ragionamento, costanza nell'impegno («Da quando avevo 17 anni non sono mancato nemmeno a una delle manifestazioni della Cgil»). E ha vissuto sempre a Cagliari dove nell’ambiente giovanile lo conoscono tutti. Anche perché, sottolinea, ha fatto il ginnasio al Dettori e il liceo al Siotto, cioè ha «attraversato» i due licei classici della città incontrando, in cinque anni di studi, praticamente tutta la giovane borghesia cittadina. Questa popolarità «prepolitica» si è amalgamata con quella politica consentendogli di compiere quello sfondamento al centro che tutti gli altri suoi predecessori hanno fallito: «Penso che abbiano avuto un ruolo importante i miei amici, cioè i figli: hanno saputo spiegare ai padri e alle madri che sono una persona seria. Le buche nelle strade, come è noto, non sono né di destra né di sinistra».
«È una fortuna che Zedda abbia vinto le primarie – ha detto ieri in una intervista a La Nuova Sardegna Pietro Soddu, sette volte presidente della Regione, storico esponente della sinistra democristiana, oggi una delle coscienze critiche del centrosinistra sardo - con lui abbiamo potuto intercettare meglio questo clima nuovo». Ma attenzione: questo “clima nuovo” non parla tanto all'anagrafe quanto ai programmi. Cagliari è una città prostrata da un ceto politico che si perpetua per via familiare e che è riuscito a devastare il Poetto, una delle spiagge urbane più belle d'Europa, con una dissennata operazione di “ripascimento” che ha ingrigito l'arenile bianchissimo, quasi africano, dell'infanzia di Giaime Pintor.
Una città dove il potere si concentra nella sanità privata e nel cemento che ha perso troppi dei suoi giovani migliori, fuggiti «in Continente» perché «puoi essere il più bravo, ma qui senza un “accozzo” (una raccomandazione) non vai da nessuna parte». Il paradosso di questi ultimi giorni di campagna elettorale è che allo sforzo di Massimo Fantola, 63 anni, di fare il «giovane» si contrappone l'ostinata insistenza del giovane Massimo Zedda a parlare di programmi, di «cose». Ed ecco Fantola che promette una giunta piena di «giovani» e Zedda che ne promette un'altra fondata sul criterio della competenza.
Il programma dei primi cento giorni? «Fare le cose in modo serio. Dal principio: quindi attrezzare la macchina amministrativa e procedere in modo trasparente. È stata la richiesta di tutte le migliaia di persone che ho incontrato: non scomparire dopo aver ottenuto il voto». Siamo all'ultimo giorno e il vento pare ancora alzarsi. L’altra sera piazza del Carmine – che è considerata una sorta di termometro architettonico del consenso - era piena di gente per il comizio di Nichi Vendola, giunto a Cagliari per sostenere Zedda. Ieri è toccato a Enrico Letta. Prima del ballottaggio erano venuti Bersani, D'Alema, Rosy Bindi, Di Pietro. Il fronte del centrodestra, pur senza raggiungere i livelli di scorrettezza “milanesi”, ha provato a inquinare il dibattito diffondendo, subito dopo la vittoria di Zedda, la «bufala dell’anatra zoppa» secondo la quale il candidato del centrosinistra anche se fosse eletto non avrebbe la maggioranza in Consiglio. La balla è rientrata, anche perché lo stesso Massimo Fantola, evidentemente imbarazzato, ha invitato i suoi a non insistere. Ma c'è la tradizione, nelle borghesia cagliaritana, di litigare ferocemente per poi ritrovare la pace un at- timo prima di sedersi a tavola. Può succedere ancora? «Non credo – è la risposta – siamo ormai giunti al fondo del pozzo. Anche il ceto medio avverte la crisi e comincia a capire che bisogna cominciare a risalire. Tutti assieme».

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