giovedì 2 giugno 2011

Chi frena il Paese - di Concita De Gregorio su L'Unità

Non ci può essere crescita senza legalità, ha detto Mario Draghi. Mai parole furono più chiare, più appropriate e pertinenti, più dure verso chi ha governato - non governato, mal governato - l’Italia in questi anni. Più semplici, persino: chiunque, anche senza essere un accademico, può capire perfettamente di cosa stiamo parlando.
Quel che frena l’economia, nel nostro Paese, è la corruzione. L’intreccio fra politica e affari, le cricche degli appalti e dei privilegi, l’assenza di regole e di controlli. La lieta assenza di regole, esibita come un vanto e un esempio. Non c’è chi trovi interesse da investire in un Paese dove la regola è la tangente, il taglieggiamento, il "do ut des", dove lievitano i costi e i tempi delle opere pubbliche da realizzare ad esclusivo beneficio di chi lucra sui ritardi. E dove non c’è rischio d’impresa non c’è libertà d’impresa, dove non c’è libertà d’impresa non c’è reale concorrenza, dove non c’è concorrenza non servono i talenti e le qualità delle persone: serve il servilismo, il nepotismo, la corruttibilità.
Dunque non c’è speranza per chi è giovane e sa fare le cose, non c’è futuro, non c’è crescita. In tutti i sensi: crescita economica, morale, culturale, non c’è progresso. Chi rimetterà in moto il sistema delle regole e delle responsabilità individuali e collettive rimetterà in moto il Paese. Non è un’equazione economica, un sofisticato calcolo da analisti il segreto che serve e risollevare l’Italia: è l’onestà e la competenza dei "civil servant", delle donne e degli uomini capaci di subordinare l’interesse personale a quello di tutti.
Mai foto in negativo del berlusconismo fu più impietosa di questa, mai condanna più sintetica e definitiva. “Regole” e “responsabilità” sono le parole che il governatore della Banca d’Italia ha pronunciato più spesso: dieci, dodici volte. Il "leit motiv" di queste considerazioni finali che concludono il suo ciclo in Bankitalia e ne aprono, probabilmente, uno assai prestigioso in europa e nel mondo.
Fin dal principio, dal primo paragrafo: merito e indipendenza sono le condizioni della credibilità. Vale per Bankitalia, vale per tutti. Quel che farà funzionare il sistema bancario sarà la vigilanza: il rispetto delle ...
regole. Se la sorveglianza sul patto di stabilità fosse stata effettiva non avremmo Grecia, Irlanda e Portogallo: «Non esistono scorciatoie. La risposta alla crisi del debito… sta nel senso di responsabilità e nel rispetto delle regole». A Carlo Azeglio Ciampi, seduto in prima fila, l’omaggio e il riconoscimento di aver fatto esattamente questo, nel corso della gravissima crisi degli anni Novanta. Su Lisbona, parlando a braccio: «Buone intenzioni, ma senza disciplina non si fanno progressi». Disciplina. Sul federalismo fiscale: «Può aiutare, a condizione che si preveda un serrato controllo di legalità sugli enti a cui il decentramento affida ampie responsabilità di spesa». Legalità, controllo. Di passaggio una stoccata diretta a Tremonti - per ridurre la spesa non è «consigliabile né credibile» procedere a tagli uniformi, bloccano la ripresa, bisogna fare come fece Padoa Schioppa, un esame approfondito, voce per voce, su efficienza e necessità - perché se la crescita e la produttività ristagnano ne risentono i lavoratori, i loro redditi, ed il Paese intero. Primo punto per rimettere in moto l’economia: l’efficienza della giustizia civile. «L’incertezza del funzionamento del processo è un fattore potente di attrito nel funzionamento dell’economia, oltre che di ingiustizia».
Più avanti, un’analisi impietosa del malfunzionamento del sistema degli appalti per opere pubbliche, con dati comparati con l’Europa davvero deprimenti. Ancora, e per concludere. «La crescita dell’economia non scaturisce solo da fattori economici. Dipende dalle istituzioni e dalla fiducia dei cittadini verso di esse, dalla condivisione di valori e speranze. Occorre sconfiggere gli intrecci di interessi corporativi che in più modi opprimono il Paese. È questa una condizione essenziale per unire solidarietà e merito, equità e concorrenza. Per assicurare una prospettiva di crescita al Paese».
Sconfiggere le cricche per far ripartire l’economia. Assicurare regole e controlli. Affidarsi alla preparazione e alla rettitudine degli uomini dotati di spirito di servizio. E alle donne, che - dice Draghi - sono oggi il 60 per cento dei laureati. Eppure l’occupazione femminile in Italia è ferma soprattutto nelle posizioni più elevate e tra le donne con figli. Non c’è il 60 per cento di donne nella platea che lo ascolta, nella sala nobile del Palazzo. Non ce ne sono neppure 6 su cento. Il congedo richiama Einaudi, l’inutilità delle prediche. «Le riforme compiute a tempo rafforzano l’autorità, non la indeboliscono», diceva Cavour. Di riforme non si vede l’ombra. «Sono arrivato cinque anni fa proponendo soluzioni per “tornare alla crescita”. Con queste stesse parole vi lascio». E si congeda.

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