venerdì 3 giugno 2011

La più finale delle considerazioni - di Tito Boeri su Lavoce.info

Ognuna delle sei Considerazioni finali del Governatore Mario Draghi contiene un forte richiamo alla politica.
I SEI MONITI DI DRAGHI
Nel 2006, prendendo in mano un’istituzione in grave crisi di identità dopo il regno interminabile di Antonio Fazio, non esitava ad attaccare chi cercava facili capri espiatori nel tasso di cambio e nella Cina, per giustificare la deludente performance economica del nostro paese.
Nel 2007 se la prendeva con le “commistioni tra politica e banche”, che non possono essere tollerate in “un sistema finanziario moderno”.
Nel 2008 la sua critica era indirizzata contro l’incapacità dei governi di riformare e tenere sotto controllo una spesa corrente che spesso “premia l’inefficienza”.
Nel 2009, nel pieno della recessione, richiamava l’esecutivo a non abbandonare l’agenda delle liberalizzazioni, sottolineando come potevano generare un dividendo in termini di crescita senza gravare sui conti pubblici.
Nel 2010 puntava il dito sulla questione generazionale, sui “giovani: le vere vittime di questa crisi” chiedendo con forza di “riformare il mercato del lavoro”.
Ieri, nella più finale delle sue Considerazioni, se l’è presa con i tagli uniformi alla spesa pubblica, che possono ulteriormente indebolire la crescita. Ha sottolineato come il declino economico è presente sia al Nord che al Sud del paese smontando un argomento, la palla al piede meridionale, con cui Giulio Tremonti ha cercato di giustificare lo zero assoluto registrato negli ultimi dodici anni nel tasso di crescita dell’economia italiana. E parlando come presidente in pectore della Bce ha sottolineato come l’istituzione che presto verrà chiamato a gestire non dovrà mai abbassare la guardia nel tenere bassa l’inflazione, non cedendo alle pressioni di governi e banchieri.
Seppur molte di queste raccomandazioni non siano state ascoltate, come riconosciuto dallo stesso Draghi, non sono mai state prediche inutili. Hanno dato voce a istanze trascurate dal dibattito pubblico, allungandone gli orizzonti, hanno tolto copertura a posizioni di difesa dello status quo, facendo sì che il declino economico del nostro paese non venisse del tutto ignorato. Non è poco perché un paese entra davvero in una fase di declino inarrestabile quando vi scivola dentro senza neanche accorgersene. E in assenza della sponda ...
offerta da Banca d’Italia a chi in tutti questi anni denunciava i problemi strutturali del paese, non ci sarebbero stati freni alle miopie della classe politica che in Italia ha una bassissima cultura economica e mostra continuamente di ignorare o, peggio, svilire le statistiche.
LE SFIDE ALLA BCE
Mario Draghi dovrà ora mostrare la stessa mancanza di accondiscendenza nei confronti del potere politico alla guida della Bce. Avrà più poteri, ma anche sfide molto, molto più impegnative di quelle da lui affrontate sin qui. La Banca centrale europea ha dovuto farsi carico delle indecisioni della politica, imbottendosi di titoli di Stato di paesi periferici di fronte alla crisi del debito pubblico, in attesa di interventi coordinati dei governi a livello europeo. La Bce ha fornito liquidità al sistema finanziario europeo impedendone il collasso, ma non ha gli strumenti per gestire la probabile crisi di insolvenza di quelle banche che oggi sono maggiormente esposte nei titoli di stato dei paesi periferici e che subirebbero i contraccolpi di una ristrutturazione del debito sovrano. Per questo Draghi dovrà sin da subito richiamare chi ha in mano le leve della politica fiscale ad agire, evitando di continuare a procrastinare scelte ineludibili che divengono col tempo sempre più onerose. L’aver guidato per anni il Financial Stability Board lo rende la persona giusta al posto giusto. Gli permetterà di essere ascoltato non solo presso il club ristretto dei banchieri centrali, del Fondo monetario internazionale e delle altre organizzazioni internazionali, ma anche tra i politici di paesi che hanno margini più ampi per azionare la leva fiscale, per finanziare e rendere operativi strumenti come il meccanismo europeo di stabilità. E a questi politici potrà parlare senza timidezza alcuna.
LE QUALITÀ DEL SUCCESSORE
L’investitura di Draghi a presidente in pectore della Bce è stata una buona notizia per l’Europa, prima ancora che per l’Italia. Da noi, in realtà, lascerà un vuoto non facilmente colmabile. La crisi in corso impone che il nuovo governatore venga nominato in tempi brevi. Ci sono validi candidati e già molti hanno sottolineato quale debba essere il profilo di competenze del nuovo governatore. Vorrei solo aggiungere un requisito che ritengo di gran lunga il più importante: il nuovo governatore non può venire direttamente dalle fila dell’esecutivo. Abbiamo già un presidente della Consob, nominato mentre era sottosegretario, che ci ha dimostrato fin dai suoi primi atti come scelte di questo tipo non garantiscano l'indipendenza degli organismi che sono chiamati a gestire. Il Tesoro è attivo nel settore del credito con Poste Italiane, la Cassa Depositi e Prestiti, la Banca del Sud e la supervisione delle fondazioni bancarie, dunque è in parte sotto la vigilanza della Banca d’Italia. Inoltre, chi lavora per l'esecutivo in qualche modo finisce per essere accondiscendente verso le sue scelte, qualche volta dimenticando i dettami della sua disciplina, talvolta andando contro il buon senso. Proprio per questo i tecnici del Tesoro non dovrebbero neanche avere l’ambizione di sedere a un posto da cui bisogna indicare la strada da percorrere, Non sarebbero certo in condizione di fare “prediche inutili” alla classe politica, dopo il silenzio utilissimo a chi aveva in mano le leve della politica economica su misure come la Robin tax o l’invio dei prefetti nelle banche. Bene che questi tecnici, prima di ambire a sedere al posto di Mario Draghi, si facciano almeno un turno in panchina.
PS. In un editoriale del 2 giugno Eugenio Scalfari, contribuendo al dibattito sulle caratteristiche di indipendenza del futuro Governatore della Banca d’Italia, ha anch’egli sottolineato l’importanza che la persona che ricoprirà quel ruolo non abbia legami diretti con la politica e con il Tesoro in particolare. Egli è stato anche più chiaro, chiedendo che per queste ragioni venga esplicitamente escluso dal novero dei candidati il direttore generale del Tesoro. Niente da obiettare. Ma propone come possibile candidato -da includere accanto al corrente direttore generale della Banca d’Italia, al suo vice e a Lorenzo Bini Smaghi- anche il nome di Pierluigi Ciocca, già vice direttore della Banca d’Italia nel direttorio di Antonio Fazio. Sebbene non si abbia niente da ridire sulle capacità intellettuali e professionali di Ciocca, esiste un problema di opportunità: Ciocca è in parte corresponsabile della gestione Fazio della Banca d’Italia non foss’altro che per aver taciuto sulla politica dell’allora Governatore. Quell’epoca è desiderabile chiuderla definitivamente.

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