mercoledì 1 giugno 2011

Laboratorio Pd-Terzo polo - di Rudy Francesco Calvo su Europa

«La strada maestra è quella del voto, ma...». Nessuno nei partiti di opposizione mette in dubbio il fatto che le elezioni amministrative abbiano dato un segnale politico anche al governo nazionale. La richiesta di dimissioni rivolta a Berlusconi è praticamente unanime, da Vendola a Fini passando per Bersani, ma sul dopo c’è ancora molto da ragionare. E qui le voci, già subito dopo la chiusura delle urne, sono molto diverse. Le differenze riguardano le prospettive a media scadenza (con quali equilibri presentarsi al voto? cosa fa il Terzo polo?), ma anche e soprattutto quelle a breve e brevissimo termine.
È ovvio che il calendario della (eventuale) crisi è esclusivamente in mano al centrodestra.
Le opposizioni, da questo punto di vista, non possono fare altro che riprendere la “guerriglia” parlamentare, che già nei scorsi mesi ha fatto segnare diversi punti a sfavore di una maggioranza che stenta a rafforzarsi (la quota di 330 deputati sognata da Berlusconi rimane lontanissima) e si dimostra anzi sempre più sfilacciata.
La prima occasione di un certo rilievo politico verrà già con il dibattito chiesto dal capo dello stato sui nuovi equilibri parlamentari successivi al voto di fiducia del 14 dicembre (con la nascita del gruppo dei Responsabili): la conferenza dei capigruppo della camera si riunisce oggi (e Fini ha intenzione di porre questo come uno dei primi punti da affrontare, non solo per rispetto nei confronti del ruolo di Napolitano) e quella del senato domani per calendarizzare i temi da affrontare tra questa e la prossima settimana.
Ma è soprattutto su un altro campo che si può giocare la partita politica del dopo-Berlusconi, quello della riforma elettorale.
La Lega aveva riproposto il tema già a ridosso del voto, in contatti informali con le opposizioni.
Oggi è invece proprio il Pd a rimettere sul tavolo la necessità di superare il porcellum: «Chiediamo le dimissioni del governo. Poi per noi la strada maestra restano le elezioni – ha detto “a caldo” Pier Luigi Bersani – ma siamo pronti anche a una soluzione diversa, ...
che ci consenta di cambiare la legge elettorale».
Parole che fanno il paio con quelle pronunciate da Massimo D’Alema. E di un passaggio intermedio prima di andare al voto, finalizzato proprio a eliminare il porcellum, aveva parlato già da tempo anche Walter Veltroni, che ieri, commentando su Facebook l’esito dei ballottaggi, ha chiesto «una fase nuova per il paese», aggiungendo: «E grande sarà il ruolo del Pd».
Ma cosa ne pensano gli altri? La Lega sembra fare marcia indietro: lo stesso Roberto Calderoli, che aveva rilanciato il tema della riforma elettorale, la omette dall’elenco delle priorità del governo. Nel Pdl ormai è caos totale. E questo rende incerto anche il Terzo polo che, non intravedendo ancora quale potrebbe essere la via d’uscita dal berlusconismo (da destra o da sinistra?), continua a dare un colpo al cerchio e uno alla botte.
Da una parte, c’è la corsa a “mettere il cappello” sulla vittoria dei candidati del centrosinistra, rivendicando il peso dei propri voti (nonostante le indicazioni ufficiali di non scelta), dall’altra abbondano i messaggi rivolti a destra. «Se Berlusconi fa un passo indietro – dice subito il segretario dell’Udc, Lorenzo Cesa – noi siamo disponibili al dialogo». Ovviamente, però, è soprattutto Gianfranco Fini a guardare in direzione opposta rispetto al Pd. Per il presidente della camera «non è assolutamente certa la caduta del governo Berlusconi e il ritorno alle urne», in ogni caso delinea con precisione il compito di Fli: «Cercheremo di rendere sempre più visibile un’idea alternativa di centrodestra».
Messa così, i “laboratori” vincenti di Macerata, Chioggia, Arcore, Pinerolo, Chivasso e Mentana (per citarne alcuni), dove il centrosinistra e l’Udc governeranno insieme, sembrano più che altro degli esperimenti destinati a sopravvivere solo a livello locale. Mentre sempre più ombre circondano la sopravvivenza dell’altro megalaboratorio tra Pd e Terzo polo, quello siciliano guidato da Raffaele Lombardo. Ma il “passista” Bersani non si lascia certo influenzare dalle dichiarazioni di giornata. La linea del Pd resta chiara: partire dal centrosinistra per rivolgersi a tutti coloro i quali guardano al dopo-Berlusconi.
«Questo a volte si traduce in rapporti politici e amministrativi – spiega – altre volte aiuta gli elettori di centro a capire dove sta l’estremismo in questo paese (il riferimento è a Milano e Napoli, ndr). È un messaggio che riguarda l’Italia, non l’Udc».

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