giovedì 2 giugno 2011

L’idea di paese che vogliamo - di Federico Orlando su Europa

Ieri i giornali erano pieni di interviste a uomini di cultura, non più “intellettuali organici” ma liberi costruttori e interpreti di fenomeni che prima o dopo diventano nuovo “clima d’opinione”, come Ilvo Diamanti li definiva lunedì mattina. Abbiamo visto Umberto Veronesi felice di poter salutare la sua Milano “capitale etica” del paese, con la scelta di libertà, tolleranza e solidarietà per tutti. Abbiamo sentito Franco Cassano, sociologo della conoscenza, sottolineare che «i cittadini sono tornati a votare perché si sono sentiti partecipi di un progetto», e che la sfida per il centrosinistra è capire che «la politica è un circuito pubblico in cooperazione coi partiti», non più unici soggetti della politica. Abbiamo applaudito al Pantheon il professor Prodi partecipare agli ardori del popolo arancione, il colore della liberazione dell’Est dalle autocrazie postcomuniste, e al tempo stesso richiamarci alla necessità di definire qualcosa di più del programma: l’“Idea di paese”, il paese che vogliamo. Da quell’idea nel 1996 era nato l’Ulivo, che i partiti coalizzati non ebbero allora la maturità di realizzare fino in fondo, legati ai lacci e lacciuoli delle ideologie. Abbiamo colto nella vittoria “bulgara” di de Magistris la perla del riferimento al rettore di Salerno, Pasquino, che il nuovo sindaco auspica presidente del consiglio comunale, garante con la cultura del gioco delle parti.
Una cultura che a Napoli traduca la prodiana “idea del paese” in una nuova e diversa unità nazionale, contro quella che Aldo Cazzullo, fresco di successi editoriali per i 150 anni dell’Italia, vede come «rinfocolato movimento identitario del Sud, che sarebbe riduttivo definire neoborbonico ». Si tratta di tradurre in politica la santa alleanza, non dei partiti, come si pensa nelle segreterie e nelle fondazioni, ma tra borghesia e popolo, realizzatasi al nord, al centro e al sud, e che è la vera ragione delle cifre di Milano (55,10), di Napoli (65,37), di Cagliari (59,42), di Trieste (57,51), di Pordenone (59,64), di Crotone (59,41), di Grosseto (57,27), di Rimini (53,46), di Mantova (57,27) di Macerata (54,55), di Pavia (51,20). Ogni città ha interpellato il suo genius loci e tutti hanno indicato una ragione dell’alternativa all’Era belusconiana. A Milano, che vuol tornare guida attiva del paese, si realizza «la svolta laburista delle partite Iva», come la definisce Dario Di Vico, che si riaggancia al secolo di tradizione socialriformista di Milano e dei suoi sindaci, ricordati da Europa prima del voto. A Napoli “tutti pazzi per l’ex magistrato”, perché la borghesia del Vomero e dell’Arenella come il popolo dei Quartieri e delle periferie hanno capito di potersi liberare in una sola volta ...
dall’accidia, dalla camorra e dal degrado.
È una rivoluzione nazionale, molto più di un nuovo melting pot italiano, dopo quelli dei modelli comuni acquisiti col miracolo economico e quelli dell’evasione viziosa del berlusconismo.
Perciò ci avevano sorpreso e francamente indignato i giudizi di sufficienza o totalmente negativi sugli imminenti risultati, espressi lunedì mattina da Massimo Cacciari e Biagio De Giovanni, in due interviste a la Repubblica e al Messaggero.
Per il filosofo veneziano, «la sinistra vincerà ma il pericolo è illudersi di avere in tasca le politiche». E così, prima ancora che si compisse l’evento del giorno, le amministrative, quasi a svalutarne il significato gli si scaricava addosso l’evento futuro, le politiche, magari sottintendendo per esse un risultato opposto. Neanche un pensiero al voto di due settimane prima a Torino, Bologna, Salerno. Per il filosofo napoletano, da anni in lamentazione continua coi suoi ex compagni marxisti, che civicamente aveva disdegnato di votare al primo turno, era stato «doloroso» che Napoli offrisse due candidature «di bassissimo profilo»; e soprattutto che «un fior di riformista come Umberto Ranieri tirasse la volata nel ballottaggio a de Magistris». Tutte prove, a sentir lui, che «la borghesia fa le città, ma a Napoli ormai non esiste più».
Quando si dice i cattivi maestri dagli occhi bendati, anche se cattivi per eccesso di preoccupazione.
Molto meno spiacevole la scarsa partecipazione di Michele Salvati, che alle primarie aveva votato non Pisapia ma il candidato del Pd Boeri, l’urbanista che sarà perno della giunta Pisapia: ieri ha lamentato al Riformista di non poter intuire le scelte future dei vincitori, perché eterogenei nella loro vastità, e che lo stesso Pd non possa considerare quella delle amministrative «una vittoria del suo disegno politico, di cui non vedo ancora una grande chiarezza».
Può ben essere, perché, come spiega lo stesso giornale, vince il “cantiere” voluto da Bersani. E nei cantieri il progetto può avere aggiustamenti e ritocchi in corso d’opera. C’è da augurarsi che non siano ritocchi troppo vendoliani, perché le esagerazioni come quelle di piazza del Duomo sono sempre sgradevoli, non solo quando vengono da Berlusconi.
Gli intellettuali diano perciò il loro contributo ad arricchire e definire l’“idea di paese”. «L’Italia che vogliamo », come si diceva nel 1996, avviata dal governo Prodi-Ciampi-Napolitano con l’euro e col risanamento, e fermata da chi amava le esagerazioni.

Nessun commento: