giovedì 2 giugno 2011

Ritorno al Pd - di Paolo Gentiloni su Europa

Milioni di elettori ci hanno regalato una squillante vittoria. Ora dobbiamo meritarcela.
Innanzitutto, dobbiamo darci una spiegazione. Perché la verità è che ancora un mese fa nessuno di noi si aspettava un’ondata del genere. E non se l’aspettavano nemmeno i giornalisti, in ricorrente attesa del colpo d’ala del leader, e molti sondaggisti influenzati dalla rimonta del 2006. La sorpresa non è arrivata solo da fattori locali, come le caratteristiche dei candidati, o dal contesto di crisi economica che certo non avvantaggia il governo. Oltre e più di questo ha pesato un vero e proprio tracollo di Silvio Berlusconi. Lo scorso autunno la crisi personale si confondeva con quella di un progetto politico, il Pdl, e dell’alleanza con Fini. Oggi siamo di fronte al definitivo venir meno della credibilità di un leader. Il declino personale iniziato al compleanno di Noemi, pochi giorni dopo il trionfo del 25 aprile 2009 a Onna, si è via via aggravato producendo prima una paralisi del governo e poi una disastrosa campagna elettorale conclusa con le patetiche molestie a Barack Obama. Motus in fine velocior. Berlusconi ha riproposto l’ennesimo referendum su di sé e l’ha perso.
Anche una parte del suo elettorato storico è stata coinvolta da una sorta di riscatto civile.
Il tracollo della leadership di Berlusconi è ora una straordinaria opportunità per il paese. Diciamo la verità: da anni ragioniamo sulla necessità di una “scossa” per rimettere in moto crescita e innovazione, oggi la scossa che appare a portata di mano è proprio l’uscita dal berlusconismo.
Che non risolverebbe ogni problema ma certo libererebbe grandi energie positive, come avvenne, con le ovvie differenze del caso, nella Spagna del dopo Franco.
Cogliere questa opportunità dipende in primo luogo da noi. I risultati del Terzo polo non ne cancellano infatti la presenza, ma smentiscono ogni ipotesi di fine del bipolarismo. Lo schema sarà bipolare e la competitività del centrosinistra è nelle mani del Pd. Può darsi che Berlusconi faccia tutto da solo e trascini a fondo la sua nave regalandoci la vittoria. Ma questo non ci consente di stare fermi ad aspettare il lieto evento, perché ...
nessuno può escludere un centrodestra ristrutturato e più competitivo e perché, comunque, oltre che liberato il paese andrà governato con successo.
Si tratta di evitare che si diffonda un nuovo abbaglio: l’idea che una coalizione rappresentata come sinistra più sinistra radicale e giustizialismo sia sufficiente a vincere le elezioni e a governare. Dalla padella dell’Unione alla brace della gioiosa macchina da guerra. Un abbaglio che potrebbe nutrirsi anche di un certo taglio di analisi sul contesto globale. In soldoni: siamo nel mezzo di una crisi storica del capitalismo di fronte alla quale le ricette del riformismo liberale devono lasciare il posto a quelle più tradizionalmente di sinistra.
Oggi al Pd tocca di fare esattamente il contrario. Ma non in un gioco contrapposto di alleanze, «con il centro piuttosto che con la sinistra»: anche questa discussione è invecchiata dopo il voto. L’antidoto alla sconfitta dei Progressisti del ’94 dovrebbe consistere innanzitutto nella differenza tra il Pds e il Pd. È direttamente il Pd, con le sue idee e le sue proposte, che deve essere competitivo nell’area centrale dell’elettorato e tra i delusi da Berlusconi: non saranno altri a portarli nella nostra alleanza, ma senza intercettarne almeno una parte non si torna a vincere. Tre anni fa parlammo di vocazione maggioritaria. Oggi diamogli il nome che vogliamo. Ma la missione deve essere chiara: costruire un grande consenso di centrosinistra al Pd, capace di affermarsi come primo partito italiano e di portare alla vittoria una coalizione con un chiaro indirizzo di governo.
Conteranno i contenuti, la credibilità delle nostre proposte riformiste. E conterà molto anche la voglia del Pd di capire e interpretare il vento nuovo che ha investito le forme politiche nella sfida per le città. Primarie, rapporto diretto tra leader e cittadini, importanza di internet, rigore sulle regole dell’etica pubblica, sobrietà dei politici. Un vento simile a quello che fu all’origine del Pd.

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