venerdì 21 ottobre 2011

Bersani “chiama” gli eurosocialisti - Rudy Francesco Calvo su Europa

Pier Luigi Bersani prova a far capire ai colleghi europei che Silvio Berlusconi non è solo un’anomalia italiana. Ma avverte anche i possibili alleati in patria sulla necessità di «stringere un patto prima delle primarie», che comunque «faremo». Un patto che garantisca «un vincolo di governabilità», ma anche una linea comune sui punti programmatici essenziali, dalla politica estera a quella economica e del lavoro. L’incubo che aleggia al Nazareno è quello dell’Unione del biennio 2006-2008. Non a caso, pare che Bersani ripeta spesso ai suoi: «Non farò la fine di Prodi». Impegnato a Madrid nella Global Progress Conference, il segretario del Pd invita i leader progressisti di tutto il continente a mettere in campo una «piattaforma comune» per uscire dalla crisi, in grado di rispondere a una destra che «ha interpretato con la paura e il ripiegamento lo sbandamento che c’è stato dopo la globalizzazione». Un fenomeno, quindi, comune ai conservatori di tutta Europa, di fronte al quale Bersani invoca un «collettivo », perché «il salvatore della patria non esiste, i cittadini si salvano assieme». A Madrid è iniziato un percorso che accomuna soprattutto Italia, Francia e Germania, chiamate nei prossimi anni a invertire la rotta, riportando i progressisti ai vertici dei tre principali paesi dell’Europa continentale. «Facciamo vedere che siamo una squadra – è l’appello del leader dem – la gente lo capirà e se ci riusciremo potremo invertire il ciclo».
Una squadra che scenderà in campo, anzi in piazza, il 5 novembre a Roma, quando sul palco della manifestazione del Pd, insieme a Bersani, saranno presenti anche il candidato del Ps alle presidenziali francesi François Hollande e il leader della Spd, Sigmar Gabriel. Un modo per marcare ulteriormente la differenza tra i dem e Berlusconi: «Io porterò i leader progressisti in Italia – afferma caustico Bersani – provi lui se è capace a portare un leader della destra europea a farsi fotografare con lui. Faccio questa scommessa e lo sfido». Nel suo intervento alla Conference di Madrid, il segretario del Pd delinea anche i tratti essenziali
della piattaforma programmatica che dovrebbe caratterizzare i progressisti europei: «Rinunciamo a un pezzo della sovranità nazionale e la devolviamo a un’Europa più democratica», per «lavorare assieme sulla politica economica e del welfare » a partire dalle cause di questa crisi, dovuta allo «squilibrio creato da una cattiva politica economica e da una cattiva distribuzione del reddito».
Per questo, Bersani invoca «una politica di austerità intelligente», che affronti il debito «favorendo allo stesso tempo la crescita». Hollande entra maggiormente nel dettaglio, parlando della necessità di «imporre regole soprattutto alle banche» e di «una riforma fiscale per dimostrare ai cittadini che le misure difficili da adottare partono comunque dal criterio di equità e di redistribuzione delle ricchezze», senza trascurare l’istruzione e la formazione. I discorsi sull’allargamento del campo socialista sembrano dimenticati, almeno per il momento. Queste sono comunque le ricette del centrosinistra, in Italia come in Europa. «Il nostro modo di collaborare è avere in mente il paese e avanzare le nostre proposte – spiega Bersani – ma diciamo una cosa chiara: senza una novità politica le risposte sono impossibili». È la risposta che il segretario del Pd riserva al capo dello stato, che nella mattinata di ieri aveva rinnovato il suo appello alla coesione in favore delle riforme necessarie.
«Noi vogliamo dare al paese riforme nel sistema fiscale, nel mercato del lavoro, nel welfare e sui temi dello sviluppo – aggiunge Enrico Letta – crediamo che un governo di responsabilità nazionale potrebbe oggi raggiungere questi obiettivi e confermiamo la nostra disponibilità e il nostro impegno in quella direzione».

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