giovedì 20 ottobre 2011

Cattolici, il Pd ci sta - Sergio D'Antoni su Europa

Chiudere definitivamente la sciagurata esperienza del governo Berlusconi. Aprire una nuova stagione di ricostruzione nazionale. Una stagione basata sulla coesione e sulla cooperazione responsabile tra istituzioni e corpo sociale. Recuperare, nella nuova fase di dialogo, quel patrimonio di valori e di idealità che deve essere alla base di un nuovo modello di sviluppo solidale, personalistico e partecipativo. L’associazionismo cattolico ha lanciato da Todi un formidabile messaggio a tutto il mondo della politica. Una sfida che il Partito democratico raccoglie in pieno, declinando questi principi in precise proposte di riforma economiche e sociali. La riflessione del mondo cattolico parte da un dato di fatto incontrovertibile. Il paese perde coesione. I divari economici e territoriali aumentano. Si assiste ad una perdita di consistenza dei legami e delle relazioni sociali a tutti i livelli e ad un pericoloso allontanamento degli italiani dai sistemi di rappresentanza democratica.
Il combinato disposto della più grave crisi economica e finanziaria dal dopoguerra e di dieci anni di politiche disgreganti perpetrate dalla destra ha prodotto tanti e tali danni da indebolire gli stessi cardini dell’unità nazionale. Per invertire il corso di questa deriva servono riforme condivise in grado di rendere più equo e responsabile il nostro sistema di welfare, il nostro modello di crescita, il nostro capitalismo. Ci vogliono nuove regole che mettano al centro la persona e la rendano protagonista dell’azione pubblica. Occorre sostituire il paradigma del conflitto con quello della partecipazione, secondo cui tutti i membri di una comunità sono impegnati a collaborare per il bene comune assumendosi una parte delle responsabilità nel processo di cambiamento. Principio che, elevato a metodo di governo, diventa concertazione. L’obiettivo è alto e coinvolge tutti. Bisogna lavorare lungo la strada della mediazione e della piena condivisione delle responsabilità su obiettivi strategici comuni. Il faro della partecipazione e dell’inclusione sociale deve
orientare riforme durature in grado di dare risposte ai due massimi problemi nazionali: la disoccupazione e la cattiva distribuzione delle risorse. Il paese ha bisogno di pervenire a un grande accordo sociale che lo ponga fuori dalla logica del conflitto per farlo entrare in una stagione di responsabile cooperazione tra imprese e mondo del lavoro.
Va sostenuto con ogni mezzo l’importante cammino comune intrapreso da imprese e sindacati il 28 giugno. Ma per completare questo cammino e aprire un capitolo realmente concertativo serve un governo che sappia interloquire con il fronte unitario, che ne rispetti pienamente l’autonomia e che concentri gli sforzi dell’azione pubblica sulle politiche redistributive necessarie al traguardo della crescita economica. Perché una strategia per la crescita degna di questo nome non può che partire da una più equa redistribuzione delle risorse. Abbiamo bisogno di una politica di sviluppo che riconosca nel riscatto dei ceti e delle zone deboli il più importante obiettivo strategico nazionale. Il principio della partecipazione si deve manifestare a questo livello come reazione forte e solidale di tutto il sistema-Italia contro le sperequazioni che oggi sono alla base del disagio sociale diffuso. Affinché questo possa verificarsi, è necessario che le forze politiche e sociali tornino a cooperare per una più salda riaffermazione del patto di solidarietà nazionale.
In questa prospettiva il riscatto del Mezzogiorno – area in cui si concentra gran parte della sofferenza sociale in Italia – deve essere considerato la più grande opportunità di rilancio economico e morale del paese. E la più grande occasione data alla politica di riscattare la propria missione al servizio del bene comune.

Nessun commento: