venerdì 21 ottobre 2011

Cattolici in politica: il modello resta l’Ulivo - Franco Monaco su Europa

Questa stagione politica è contrassegnata da tre elementi: un desolante degrado morale e civile ai vertici delle istituzioni; la chiusura di un ciclo politico dominato dalla ingombrante figura di Silvio Berlusconi; la frattura, mai così profonda, tra cittadini e politica. In un tempo così, è benedetto il contributo di tutte le energie morali e sociali che si dichiarino disponibili a un impegno teso a rigenerare la vita pubblica e politica. E’ il caso dell’iniziativa assunta a Todi da un vasto cartello di sigle cattoliche.
Il sincero, cordiale apprezzamento per tale disponibilità fa premio su tutto. Anche su taluni limiti: una certa contraddizione tra l’appello a un protagonismo politico del laicato cattolico e una malcelata regia ecclesiastica, una qualche indeterminatezza della prospettiva politica (quale la natura del soggetto che si staglia all’orizzonte?), una reticenza nel giudizio sul presente e sul passato recente e sulle responsabilità attive ed omissive della stessa comunità cattolica, dei suoi vertici, delle sue rappresentanze intellettuali e associative, della sua stessa base. Se la condizione del paese si è spinta al limite che oggi scontiamo vi sono responsabilità collettive che vanno evidenziate. E non responsabilità generiche e indifferenziate. Vi è chi quella deriva l’ha contrastata, chi l’ha assecondata e chi vi ha assistito con ignavia. Penso sia difficile immaginare un contributo alla rinascita italiana omettendo un onesto, spassionato bilancio e un’accurata, precisa disanima della malattia. Della sua natura, delle sue cause profonde, dei suoi artefici. Un tema tutto da svolgere, ma che rinviamo ad altra occasione.
Al momento, basti fissare qualche avvertenza. Avvertenze che un tempo sembravano pacificamente acquisite e che ora non lo sono più. Primo. La distinzione (teologica) tra Chiesa e politica e la presa d’atto (pratica) del pluralismo politico in Italia rappresentano un punto fermo. Sono un guadagno per la Chiesa, per la libertà e l’universalità della sua missione, e un guadagno per la democrazia italiana quale democrazia competitiva
dell’alternanza, per la sua fisiologica articolazione intorno a distinzioni politico-programmatiche, l’opposto di una innaturale contrapposizione di natura politico-ideologica tra cattolici e non cattolici.
Secondo. La distinzione (teologica e pratica) tra responsabilità in capo ai pastori e responsabilità in capo ai laici cristiani, cui per vocazione compete l’animazione delle realtà temporali, l’edificazione della città dell’uomo in cordiale cooperazione con gli uomini di buona volontà. Una distinzione che non mortifica ma, all’opposto, esalta una più fondamentale unità della comunità cristiana su ciò che è costitutivo di essa, lo scambio fraterno e il discernimento comunitario, l’ascolto di chi, dentro la Chiesa e sul terreno suo proprio del dogma e della morale, esercita il magistero.
Terzo. La distinzione maritainiana tra le attività che i fedeli compiono da cristiani “in quanto cristiani” e quelle che essi compiono pur sempre da cristiani (cioè in coerenza con la propria ispirazione cristiana) ma “in quanto cittadini” dentro la città di tutti. Distinzione pregna di implicazioni: la cura per l’autonomia delle regole proprie della politica, il dovere di guadagnarsi il consenso e l’apprezzamento non perché cristiani ma per la qualità buona e convincente della propria offerta in senso proprio politica, il rigoroso rispetto della laicità dello Stato e delle istituzioni intese come la casa di tutti. Quarto. Se ne ricava che non bastano le buone volontà e l’ambizione di sostituirsi ad altri (tantomeno la presunzione di essere più bravi), si richiede l’elaborazione di un pensiero e di una proposta politica per il paese, che è cosa affatto diversa dalla mera recitazione della dottrina sociale della Chiesa. Sotto questo profilo, meriterebbe che le nuove energie che positivamente si propongano si interrogassero sugli esperimenti in atto di cattolici impegnati su diversi e opposti fronti politici.
Devo essere sincero: ho l’impressione che taluni esperimenti – penso all’Ulivo di Prodi, nel quale fu decisivo il protagonismo di cattolici attivatisi in autonomia, senza imbeccate dall’alto – fossero decisamente più avanzati di talune generiche velleità coltivate oggi. Che quel progetto fattosi governo avesse cioè la visione e la concretezza che sono la sostanza stessa della buona politica.
Sia lecito notare, da uomo di parte (ma come non esserlo in politica? Fu Sturzo a spiegare che la religione è il regno dell’universalità, la politica il regno della parzialità), che l’Ulivo disponeva di visione, programma e leader-premier cattolico e che esso fu dimissionato anche grazie al decisivo contributo di quei vertici ecclesiastici che oggi denunciano la marginalità politica dei cattolici e il “disastro antropologico” cui non è estraneo il berlusconismo. Quinto. Meriterebbe anche mettere in discussione l’assunto secondo il quale il cattolicesimo italiano sarebbe vivacissimo sul piano culturale e civile e marginale sul piano politico. Mi chiedo se non si possa sostenere l’esatto contrario. Mi spiego: valori e comportamenti praticati nella società si discostano da un ethos cristiano più di quanto vi si discostino le forze politiche e la legislazione.
Di sicuro si può dire che gli schieramenti politici – tutti e tre – non sono contrassegnati da un profilo di laicismo militante. Il che, a ben riflettere, è persino sorprendente se si considera l’esposizione politica delle gerarchie romane e la loro palese non equidistanza negli ultimi vent’anni.
Uno sbilanciamento politico che avrebbe potuto produrre l’insorgere di un fronte marcatamente anticlericale. In sintesi, bene la messa in circolo di energie nuove. Il loro apporto sarà tanto più fecondo quanto più saprà svilupparsi nel solco delle acquisizioni teologiche del Concilio e della più genuina tradizione del cattolicesimo democratico e sociale, facendo umilmente ammenda di errori e omissioni del recente passato.

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