giovedì 20 ottobre 2011

D’Alema, l’eterno ritorno - Antonio Funiciello su Europa

Sono 35 anni, dalla metà degli anni ’70, che Massimo D’Alema e la generazione di cui è principe, e che esprime ancora oggi la leadership (vedi Bersani-Vendola) della sinistra italiana, dice sempre la stessa cosa. La lunga intervista al Corriere della Sera di domenica, cambiato quello che c’è da cambiare, potrebbe essere ritrovata pari pari sui giornali di fine anni ’70 o dei tre decenni successivi. Per D’Alema non è cambiato nulla: la ricetta è sempre quella di realizzare un «compromesso dei moderati con la sinistra». Che poi oggi una roba del genere occorra per fare «le riforme liberali», è solo una nota di umorismo che rende più gradevole la lettura dell’intervista. Ma siamo sempre lì: al compromesso storico. Questa generazione politica non riesce a pensare ad altro. «Ci vuole un’alleanza politica, sociale e culturale che aggreghi almeno il 60%», dice D’Alema. Cattiva aritmetica. In qualsiasi paese civile del mondo, se qualcuno vince le elezioni col 60% («almeno»!?), l’Onu manda immediatamente i suoi osservatori a capire cosa è successo. È una quota, quella aspirata di almeno il 60% dei voti, considerata a rischio eversione, se applicata a una grande nazione come l’Italia.
Lo era anche quel 70% che negli anni ’70 sommavano Dc e Pci, ma per lo meno allora il Pci non pretendeva di essere un partito classicamente democratico. Era un partito rivoluzionario – all’italiana, ma rivoluzionario – e quindi si dotava di una strategia politica mirante a una quota di consenso di tipo rivoluzionario. Era legittimo, per quanto fuori dal mondo occidentale, in cui pure l’Italia, grazie al cielo, si trovava. Il 60% di D’Alema non ha neppure questa giustificazione, almeno a voler considerare l’Italia un «paese normale», secondo la più fortunata delle locuzioni dalemiane. Quando Clinton sbaragliò Bob Dole e
conquistò a occhi chiusi il suo secondo mandato, lo staccò di “soli” 9 punti (49,2% a 40,7%). Quando Blair stravinse la sua prima elezione con Major, la distanza era di 13 punti (43,2 a 30,7%, coi liberali al 16,8% – quindi Blair era nettamente minoranza numerica nel paese).
Quando Schröder sconfisse clamorosamente Kohl, i punti tra le due coalizioni erano solo 6 (47,6% contro 41,4%). D’Alema, che si crede più bravo (o non ha ancora capito come funziona una moderna democrazia dell’alternanza), vuole 20 punti di differenza alle prossime politiche! Questa «alleanza tra progressisti e moderati», richiesta dal presidente del Copasir per salvare l’Italia, è l’ennesima riedizione del compromesso storico tra comunisti e cattolici. È il paradigma fondamentale di un’intera generazione politica: poco importa che oggi (nell’ottobre del 2011) la differenziazione tra progressisti e moderati sia una scialba categoria politicistica, inapplicabile al popolo italiano. Le etichette di “progressista” e di “moderato” tagliano ormai trasversalmente i convincimenti dell’elettore medio, si mescolano in un ibrido inedito tra chi vota da pochi anni e stancano ormai anche il cittadino più anziano, che non ne può più di un personale politico sempre uguale a se stesso. Il cittadino utente di servizi e consumatore di beni non è né moderato, né progressista. È qualcosa di più complicato che le vecchie, logore categorie del post comunismo italiano non sanno conoscere, per interpretarne bisogni e aspirazioni.
È questo lo spazio d’iniziativa di una nuova generazione di dirigenti politici di centrosinistra: l’archiviazione di quel paradigma emergenzialista. Il compromesso storico, ammesso che fosse un’idea di qualche fondatezza quando la propugnava Berlinguer e la ideava Togliatti già negli anni ’50, oggi è una blanda formuletta della vecchia politica. Chi volesse tentare di sostituire l’attuale vertice del Pd, chi volesse provare a uccidere il padre, dovrebbe cominciare a uccidere le sue idee, le sue categorie interpretative. L’approccio dell’incontro aquilano dei giovani quadri del Pd – sostituire Bersani & C. per fare le stesse cose (gli stessi “compromessi”) che fanno loro – è la negazione del desiderio genuino di una nuova generazione che voglia affermare il proprio vissuto storico. Si tratta di svolgere uno sforzo serio di costruzione intellettuale per elaborare un’offerta politica che parli agli italiani – giovani, adulti, anziani – del presente. Chi saprà farlo prima, a destra o a sinistra, potrà intestarsi la guida del futuro.

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