mercoledì 19 ottobre 2011

I quarantenni bersaniani un po’ indignati rottamano il «neoliberismo» - David Allegranti su Europa

Dopo essersi diviso sullo scatto fotografico di Vasto, sulla presidenza dell’Anci, sul voto subito o preceduto da governi istituzionali, di emergenza o decantazione, il Pd scopre di avere una doppia anima anche sulla politica economica, che peraltro era già stata evidenziata dalla discussione sulla lettera della Bce. I quarantenni bersaniani nel fine settimana si sono ritrovati a L’Aquila e hanno aggiunto al tema generazionale anche quello del lavoro e del modello di sviluppo. Ne chiedono uno che non sia più basato sul neoliberismo, si scagliano contro «il mostro della finanziarizzazione senza regole», come ha detto Andrea Orlando aprendo l’assemblea. «La nostra generazione non ha mai progettato alternative di sistema, non ha mai pensato di prescindere dal mercato», spiega il responsabile giustizia del Pd. «Di fronte a un capitalismo finanziario che sussume il lavoro, la stessa impresa e le possibilità creative delle persone, il mondo ha capito che occorre dare una risposta politica», aggiunge il presidente della Regione Toscana Enrico Rossi, che se la prende anche con la classe dirigente del centro sinistra, «che è stata attraversata da elementi culturali di subordinazione all’ideologia liberista, che noi dobbiamo rovesciare». Sembrano indignados in salsa dem, ma sono in realtà dirigenti di partito, con ruoli di peso nella segreteria nazionale. Uno di questi è Stefano Fassina, responsabile economia, che da settimane picchia duro sulla lettera Draghi-Trichet indicandola non come la cura ma come la malattia. Fassina guarda con molto sospetto un altro concorrente sul tema del rinnovamento generazionale e politico-culturale, Matteo Renzi, che all’assemblea de L’Aquila era uno dei convitati di pietra. L’altro era Veltroni; entrambi evocati senza mai essere citati direttamente. Già sull’Unità di domenica scorsa Fassina aveva spiegato la differenza che c’è fra lui e il sindaco di Firenze: «Renzi, nonostante il
tentativo di packaging diverso, ripropone l’impianto culturale che ha contagiato, a partire dalla meta degli anni ‘90 fino all’ultimo incontro dei Modem, quelli che lui vuole rottamare. Noi dobbiamo rottamare il paradigma neoliberista. Altrimenti, il giovanilismo è gattopardismo». Tutti concetti ripetuti e sviscerati domenica. I quarantenni bersaniani guardano con interesse alle istanze degli indignados, che sabato sono scesi in piazza anche se, certo, lo ripetono in continuazione, purché il movimento sia depurato dalla violenza: «Un ragazzo che a un metro di distanza lancia un estintore contro un carabiniere è come un fascista», dice Emanuele Fiano. Tuttavia, secondo Orfini e gli altri, i temi del movimento possono essere parte dell’agenda politica del Pd: «Noi siamo pronti a indignarci un giorno sì e l’altro pure se chiudono il programma della Dandini, mentre non riteniamo di fare lo stesso se muoiono quattro donne che lavorano in nero a quattro euro. Dobbiamo ricostruire una gerarchia delle nostre priorità, capire che la nostra identità è la lotta alle diseguaglianze. La gente non deve pensare che siamo solo il partito che monta i gazebo per fare le primarie». Insomma, fra i quarantenni bersaniani soffia forte il vento dell’anticapitalismo. Usano un linguaggio che sembra preso in prestito ad altre epoche. Sarà mica nostalgia? «Non siamo nostalgici – assicura Orfini – buona parte di noi non può essere nostalgica di qualcosa che non ha vissuto, e non siamo nemmeno dei tardo-operaisti. E non facciamo neanche dei giochetti, come dice Rosy Bindi. Noi casomai vogliamo scardinare quel non dichiarato patto di sindacato che ancora oggi governa il Pd». Ma che lo dica un membro della segreteria suona come un cortocircuito politico.

Nessun commento: