giovedì 20 ottobre 2011

Marcegaglia: noi abbiamo innovato È il momento di risposte concrete - Emma Marcegaglia su Corriere della Sera

Caro direttore, abbiamo appreso ieri dal «Corriere della Sera» che a impedire le riforme più che mai necessarie nel nostro Paese è Confindustria. La tesi illustrata nell'editoriale di Francesco Giavazzi è che Confindustria rappresenta infatti interessi corporativi, che frenano le riforme perché interessati a difendere la codecisione con il governo improntata al do ut des . La seconda tesi è che in questo fronte corporativo «comandino» le imprese pubbliche. Il terzo argomento, a conferma, è che sull'articolo 8 della manovra estiva Confindustria avrebbe aggirato e limitato la norma governativa, colludendo con i sindacati perché corporazione difende corporazione, ed entrambe hanno a cuore se stesse e non l'Italia. Fosse vero, sciogliamo Confindustria e l'Italia procederà a vele spiegate. Ma non è vero affatto. Non è vero per niente.
Vengo subito al nocciolo del problema. Tanto poco Confindustria persegue il modello della «concertazione», che in questi ultimi tre anni ha operato strappi sia con una parte del sindacato, sia con governo e politica. Per anni, in passato, era prevalsa l'idea che senza consenso di tutti i sindacati non fosse possibile mutare in profondità gli assetti contrattuali. Al contrario, a inizio 2009, Confindustria ha deciso di cambiare marcia. Occorreva più produttività in cambio di più salario, in un Paese a crescita piatta da oltre un decennio. Una parte del sindacato è stata d'accordo con noi, un'altra no. Ci siamo esposti a due anni di polemiche violentissime con Cgil e Fiom, ma nel conflitto abbiamo delineato nuove regole per contratti nazionali derogabili prima, e per intese aziendali poi. Per effetto di questo strappo, ogni impresa italiana è oggi libera di scegliere a seconda delle proprie esigenze, settore e dimensioni, tra tre strade diverse: contratto nazionale, modifiche contrattate all'intesa nazionale, e intese aziendali. Dopo due anni e mezzo, la Cgil ha firmato con noi a fine giugno le nuove regole per le intese aziendali. Senza il nostro strappo, neanche
la Fiat avrebbe mai potuto aprirsi la strada per le intese di stabilimento a Pomigliano, Mirafiori e Grugliasco.
Il governo è venuto dopo, con l'articolo 8 della manovra approvata a metà agosto 2011. Il riferimento ai sindacati nazionali, che non piace a Giavazzi, è stata una richiesta dei sindacati e non certo nostra. Veniamo al secondo punto. I gruppi pubblici in Confindustria pesano per il 5% del totale dei contributi associativi. Mentre l'85% viene dalla piccola impresa. In tutti questi anni in ogni documento, presa di posizione e intervista resa da esponenti di Confindustria, le liberalizzazioni e privatizzazioni sono state al primo posto delle richieste. Quanto al peso degli interessi della piccola impresa, dal fondo di garanzia bancario ai confidi, dalla moratoria bancaria per le aziende al fondo investimenti Italia, sono state tutte misure anticrisi richieste e congegnate a sostegno dei piccoli, non certo dei grandi gruppi. E tanto meno dei gruppi pubblici.
Giavazzi afferma che il do ut des sia il nostro principio ispiratore. Non lo credo affatto. È così poco vero, che un mese fa Confindustria ha unito tutte le maggiori associazioni d'impresa italiana in un comune manifesto, senza precedenti nella storia italiana. Una richiesta comune articolata in cinque chiari punti, per cambiare marcia subito alla bassa crescita italiana. Non chiedendo sostegno a noi e al sindacato, ma proponendo nell'interesse dell'Italia e della tenuta dell'euro una decisa riforma fiscale per meno cuneo fiscale, cessioni di patrimonio pubblico, liberalizzazioni estese sulle quali il governo ha fatto sempre marcia indietro. Una richiesta che non è piaciuta al governo e a chi lo sostiene, e che ci è valsa altre dure polemiche. Improntate questa volta all'accusa di esser così poco amici del governo, da volerci sostituire a esso. L'esatto opposto, insomma, della propensione vischiosa e opaca al mutuo sostegno in cambio di reciproche concessioni, della quale Giavazzi invece ci accusa.
Sin qui, ciò a cui sono tenuta in nome della verità, perché rappresento Confindustria. Ma voglio aggiungere una mia personale opinione. Ritengo che nella gran confusione dell'Italia odierna per ognuno di noi sia aperto un bivio. Quando dico ciascuno di noi penso alle responsabilità distinte che esercitiamo come imprenditori e politici, sindacalisti e banchieri, accademici e rappresentanti a ogni titolo della società civile in tutte le sue articolazioni. Il bivio è tra risposte concrete e polemiche inutili. Tra la consapevolezza di ciò che fa crescere altre nazioni di più e meglio di noi, e di ciò che invece rende l'Italia più arretrata e meno giusta coi suoi figli. Ed è ciò che abbiamo concretamente fatto in questi anni, a smentire chi pensa che 150 mila imprese italiane identifichino la propria missione e la propria libera volontà di stare insieme nel frenare l'Italia, invece che creare occupazione e benessere e nel renderla migliore nell'interesse di tutti.

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