mercoledì 26 ottobre 2011

Pd, com’è lontana la primavera di Milano - Luciano Fasano su Europa

A soli cinque mesi dalla vittoria alle comunali, c’è grande confusione sotto il cielo del Pd milanese. Il segretario provinciale, Roberto Cornelli, è dalla scorsa estate impegnato in un confronto-scontro con l’assessore alla cultura e capo delegazione in giunta, Stefano Boeri.
I circoli, abbandonati a se stessi, lamentano un partito distante dalla società. La nuova segreteria provinciale, votata dalla direzione soltanto una settimana fa, è accusata di essere promanazione delle solite nomenclature di partito e poiché verrà riunita solo venerdì prossimo, undici giorni dopo il suo insediamento (sic!), rischia di arrivare all’appuntamento in ritardo e già in parte delegittimata.
Il dibattito, chiaramente appesantito anche da prese di posizioni strumentali e personalismi, racchiude però in sé tutti gli ingredienti della difficile situazione che sta attraversando il Pd nazionale. Un partito privo di una chiara identità politica, che pur aspirando a tornare al governo del paese, è frammentato in diversi orientamenti e posizioni politiche che, invece di arricchirlo, tendono a paralizzarlo.
La denuncia di Boeri, lungi dall’essere di per sé risolutiva, mette chiaramente in luce i due problemi fondamentali di cui soffre oggi il Partito democratico, a Milano come a livello nazionale. Il primo problema riguarda la funzione del partito e la sua forma organizzativa: un partito chiuso in se stesso, incapace di intrecciare la società civile, esotericamente raccolto intorno al “cerchio magico” dei suoi maggiorenti, che dopo diciotto mesi di discussione sul partito solido sembra lontano anni luce da quello che alle elezioni comunali dello scorso maggio aveva raccolto oltre 170 mila preferenze.
Il secondo problema concerne la linea politica di quel partito, considerato che a Milano – cuore del sistema paese – il Pd si gioca gran parte della sua reputazione come credibile forza di governo: e qui non basta dire che c’è il programma del sindaco Pisapia perché, come ha giustamente osservato lo stesso Boeri, la proposta di governo per Milano è già stata superata dalla crisi, dato che mancano le risorse per
realizzarla.
Se questi sono i due veri problemi che il Pd si trova a fronteggiare, le risposte vanno ricercate in una discussione capace di guardare alla crisi che attraversa i partiti e la loro funzione in una società complessa, superando anche la litania dei richiami al rinnovamento, al ricambio generazionale e alla critica delle nomenclature, che da soli non bastano a restituire al Pd, che oggi presenta tutti i sintomi di quella crisi, la funzione che si ritiene esso debba svolgere. Diciamolo chiaramente: il Pd come partito aperto, a Milano come altrove, non si è mai davvero consolidato. E ciò risulta non tanto dal calo degli iscritti, quanto dall’incapacità di determinare un rapporto equilibrato fra questi ultimi e gli elettori, cosa che ancora oggi rappresenta la scommessa mancata di questo partito.
L’introduzione del meccanismo delle primarie per la selezione delle candidature alle cariche monocratiche istituzionali, oltre che per la scelta delle leadership e dei gruppi dirigenti di partito, avrebbe dovuto favorire la costruzione di un partito diverso, con gli elettori – prima ancora che gli iscritti – a farla da protagonisti. Ridisegnare i confini del partito, fra elettori e iscritti, aprendolo di più alla società civile e riconoscendo uno spazio di confronto permanente con chi lo ha votato, è quindi il presupposto di qualsiasi ulteriore iniziativa finalizzata a restituire linfa vitale ad un soggetto politico che, pur essendo al governo della città, si trova oggi in uno stato sostanzialmente abulico.
Ma per superare questa abulia occorre anche affrontare alcuni nodi politico-programmatici, oggi particolarmente urgenti in ragione delle scarse risorse a disposizione per il governo di Milano, che impongono a giunta e maggioranza l’individuazione di priorità stringenti.
Senza avvertire che oggi il governo di Milano, cuore del sistema economico e finanziario del paese, deve rappresentare una best practice su come governare la crisi, l’invocazione di un grande appuntamento pubblico sulle sfide della città, così come l’indistinta confluenza nel popolo arancione, rischiano di essere delle inutili panacee. Il Pd deve contribuire alla ricerca di soluzioni chiare e realizzabili su alcuni temi strategici, quali Arexpo, città metropolitana, aziende di pubblica utilità, e lo deve fare riconcettualizzando il rapporto pubblico-privato in una nuova chiave di sostenibilità. Il tempo del consenso puro e semplice è finito.
Milano richiede risposte efficaci ed urgenti. O il Pd milanese saprà esercitare una funzione di governo della città in un rapporto nuovo fra forze politiche e società civile, oppure la vittoria di Pisapia resterà nella memoria solamente come un’immagine di un popolo festante di bandiere e sciarpe arancioni.

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