mercoledì 26 ottobre 2011

Scoppola ci direbbe - Pierluigi Castagnetti su Europa

Quanto manca al sistema politico italiano e in particolare al Partito democratico Pietro Scoppola? Moltissimo. Manca la sua straordinaria capacità di lettura in chiave storiografica dei processi politici, manca la sua autorevolezza morale che gli consentiva di giudicare con rispetto e con spirito di verità avvenimenti e persone, manca la passione con cui partecipava alla costruzione dei disegni che aveva contributo a delineare, manca la sua fede di “cristiano a modo suo” con cui sapeva penetrare le vicende della politica e quelle della chiesa.
È morto quattro anni fa nello stesso giorno in cui è nato il Partito democratico. Straordinaria coincidenza. Il Partito democratico era stato infatti l’ultima esperienza politica a cui aveva offerto un contributo di pensiero assolutamente decisivo, ma è stato anche – tra le cose della politica – ragione di una delle sue ultime amarezze. Fu uno dei tre saggi cui venne affidato il compito di stendere il documento di base, documento peraltro ampiamente disatteso da altri che seguirono.
Ma anche quel documento non lo vide soddisfatto sino in fondo, nel senso che lo trovava carente della apertura necessaria al contributo che la fede e la stessa chiesa possono recare alla politica. Per cogliere il senso di quell’amarezza, occorre ricordare il legame particolare che Scoppola avvertiva con la tradizione del cattolicesimo democratico e, in particolare, con l’esperienza degasperiana. Non era mai stato iscritto alla Democrazia cristiana né al Partito popolare italiano, quantunque fosse stato eletto senatore come indipendente nelle liste della Dc dal 1983 al 1987, ma ne ha sempre rivendicato il valore storico nella costruzione della democrazia italiana. In una conferenza che fece a Modena il 12 novembre 1976 per
parlare del convegno Cei “Evangelizzazione e promozione umana” concluso solo otto giorni prima, si chiese: «È lecito leggere le conclusioni del convegno nel senso di una sconfessione della Democrazia cristiana? Debbo dire che questa lettura non è lecita.
È certamente vero che finisce una posizione privilegiata di un partito che si fa forte di un riferimento confessionale e di un sostanziale appoggio della gerarchia, ma questo non mette in discussione la legittimità di un partito di cattolici che, aperto ad altri contributi, si muova con una sua proposta politica, con un suo patrimonio, con una sua tradizione. Se devo esprimere una mia istanza e una valutazione, direi che nella situazione italiana questa possibilità ha ancora una sua consistenza e un suo valore».
Da allora molta strada è stata fatta dai cattolici italiani e Scoppola ne è stato spesso lucido ispiratore sino, appunto, alla nascita del Partito democratico. Condivideva Scoppola la necessità per il cattolicesimo democratico, esaurita con il crollo del muro di Berlino e l’esplosione della questione morale all’inizio degli anni novanta la ragione di un partito unitario dei cattolici, di pensare nuove forme di presenza e nuove modalità di azione politica. Ma è sempre stato preoccupato di non dissipare il valore dell’originalità di un pensiero e di una testimonianza e, insieme, il valore di un raccordo che una presenza politica dei cattolici doveva conservare con la più ampia comunità dei credenti per aiutarla a non smarrire il senso dell’incarnazione della fede, cioè, per richiamare il discorso del cardinal Bagnasco a Todi, del rapporto fra Eucarestia e storia.
Colpisce nel suo ultimo testamento politico, suddiviso tra l’intervista a Giuseppe Tognon (La democrazia dei cristiani, ed. Laterza, 2005) e il lascito morale uscito postumo (Un cattolico a modo suo, ed. Morcelliana, 2008), il riferimento all’ineludibile sbocco in un nuovo soggetto politico del centrosinistra da lui immaginato come “federato”: «Certo, per i cattolici l’adesione ad un nuovo soggetto di tipo federativo non può essere concepita come un punto di arrivo definitivo (ma anche per la sinistra penso sia così); ma questo non significa che la costruzione di un soggetto federativo ampio non sia oggi un punto di passaggio obbligato di grande importanza se non si vuole che le frange cattoliche presenti nel centro sinistra siano risucchiate dai democratici di sinistra o viceversa da un qualche tentativo di dare vita a una falsa Dc che occupi un falso centro del sistema politico.
Nel nuovo sistema la centralità che aveva la Dc non ha più spazio e non vi sono successori possibili. Così come non vi sono successori possibili al modo di essere opposizione che fu del Pci. È un’illusione quella di credere che il sacrificio della Dc abbia semplicemente aperto la strada a coloro che l’avevano combattuta e che erano stati a lungo sconfitti. Il centro rimane come sostanza di una politica con cui si governa una società complessa; rimane come lo spazio di quella proposta che la sinistra e la destra presentano agli elettori per convincerne ed attirarne la maggioranza che consente di governare.
Soprattutto il centro rimane come auspicabile qualità di una politica intessuta di razionalità e di pazienza, ma il centro si conquista come la vetta del sistema, schierandosi necessariamente come parte nel confronto elettorale, scegliendo il percorso più opportuno, attrezzandosi di uomini e di mezzi, lottando per non perdere il passo, aiutandosi a vicenda». E ancora: «Senza l’apporto dell’elettorato cattolico la sinistra non avrebbe vinto, da sola, le elezioni nel ‘96 e non potrebbe sperare di vincerle nel 2006. E quando la sinistra ha preteso di considerare i cattolici semplicemente come una delle tante famiglie politiche in declino con cui allearsi da posizioni di forza, ha perso ed ha consegnato il paese alla destra».
L’attualità di queste considerazioni è fin troppo evidente, impegnativa e imbarazzante per le nostre responsabilità e i nostri insuccessi. Siamo non a caso partiti dalla domanda di quanto ci manca oggi Scoppola. Ribadisco che ne avremmo bisogno tutti per fare un bilancio rigoroso della oggettiva regressione che è andato subendo l’originario progetto del Partito democratico e le conseguenze con cui ora dobbiamo misurarci. Non dobbiamo né vogliamo aggiungerci alla compagnia degli eterni insoddisfatti e degli interessati denigratori del lavoro svolto, né dare spazio a quanti ritengono ridotta all’invisibilità la presenza dei cattolici democratici nel Pd, ma certo non possiamo sottrarci alla responsabilità di un bilancio seppure con la prudenza e l’intelligenza che la gravità della situazione del paese e del collasso del berlusconismo ci impongono.
Un bilancio che inevitabilmente interpella tutti i cattolici che sono presenti oggi nel Pd a vario titolo e con diverse provenienze. Ho accennato al dovere della prudenza, perché penso che la prossimità delle elezioni non autorizzi alcuno di noi ad aprire un dibattito interno che potrebbe avere anche toni spiacevoli, ma non di meno al dovere della responsabilità di prestare la necessaria attenzione a quanto si sta mettendo in moto nell’area del pre-politico che pure ci riguarda.
In questo senso la lucidità, il rigore, il senso della storia, la passione del futuro di Pietro Scoppola possono esserci di grande aiuto. Questo articolo fa parte di uno speciale del sito Nuovi Italiani dedicato all’anniversario della morte di Pietro Scoppola.

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