mercoledì 23 novembre 2011

Articolo 18 e Pd, mediazione possibile? - Mariantonietta Colimberti su Europa

Non drammatizzare. E tentare una mediazione preventiva perché al momento giusto il Pd non si ritrovi a pezzi. Sperando, forse sapendo, di poter contare sulla prudenza di Mario Monti e di Elsa Fornero, il nuovo ministro del welfare, lontana anni luce dalle provocazioni deliberate di Maurizio Sacconi. È stato probabilmente anche con questo intento che Pier Luigi Bersani è intervenuto ieri nella trasmissione radiofonica Baobab, mettendo alcuni puntini sulle “i” a tutto campo, questioni spinose comprese: una su tutte, il mercato del lavoro. Un tema, come si sa, centrale per il Pd, sul quale sono stati prodotti documenti, presentati disegni di legge, organizzati appuntamenti ad hoc, come la Conferenza nazionale di Genova dello scorso giugno, in cui fu votato all’unanimità il documento del responsabile economico Stefano Fassina. Pietro Ichino, autore di un progetto di riforma del mercato del lavoro esplicitamente adottato da Walter Veltroni al “Lingotto 1”, in quell’occasione lesse un testo che non fu messo ai voti.
L’esistenza di due linee economiche all’interno del partito si ripropone puntualmente ad ogni occasione importante o foriera di novità. Ovvio, quasi scontato, che accadesse in presenza del nuovo governo. Così le frasi di Monti circa la necessità di riformare il mercato del lavoro, «per allontanarci da un mercato duale», ma soprattutto quelle relative al «nuovo ordinamento» che sarà applicato «ai nuovi rapporti di lavoro», mentre «non verranno modificati i rapporti di lavoro regolari e stabili in essere» hanno immediatamente provocato la solita divaricazione.
Da una parte chi, come Cesare Damiano, afferma che «giovani e meno giovani debbono avere le stesse tutele, compreso l’articolo 18», dall’altra chi, come Veltroni, è pronto ad «affidare a Monti la ricerca di un punto di equilibrio». «Non drammatizziano il tema dell’articolo 18, perché il 95 per cento delle imprese italiane non è sottoposto all’articolo 18» ha detto ieri Bersani.
Un’apertura a discutere del tabù? Non proprio, spiegano nell’entourage del segretario dem, piuttosto la
sottolineatura che bisognerà attendere il pacchetto complessivo, sapendo che il cuore del ragionamento deve essere che «un’ora di lavoro stabile costi meno e un’ora di lavoro precario costi di più». «Il tema dell’articolo 18 – dice ad Europa l’ex ministro Tiziano Treu – non può essere il primo del quale discutere. Semmai l’ultimo. Prima ci sono gli ammortizzatori sociali, il sostegno ai giovani e tutto il resto. Vediamo se il governo fa la security e poi discuteremo della flex».
Il senatore dem ricorda un «interessante distinguo» avanzato da Franco Marini nell’ultima assemblea del gruppo parlamentare di palazzo Madama: quello fra il licenziamento disciplinare al singolo, sempre inaccettabile; e quello derivante da una crisi economica dell’azienda. Nel secondo caso, è il ragionamento condiviso da Treu, esisterebbero procedure, accompagnamenti e gradualità da concordare con i sindacati, che potrebbero rendere l’esito meno drammatico. L’impressione, insomma, è che nel Pd si voglia discutere nel concreto, deideologizzando la questione. Ironia della sorte, ieri il più ideologico dei ministri di Berlusconi (Sacconi) ha detto al Corriere della sera: «Sulla riforma del lavoro sto con Monti al 100 per cento». Ma davvero?

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