mercoledì 23 novembre 2011

Come uscire dal ventennio - Rocco D'Ambrosio su Europa

Sono molte le sfide, le aspettative e i desideri che accompagnano il nuovo momento politico. Certo il ventennio politico passato non è facile da definire.
Ma qualsiasi cosa esso sia stato – agli storici la valutazione più globale – si tratta ora di ripensare, riprogettare, ricostruire. Opera quasi immane, ma necessaria. E la riflessione, unita all’impegno può aiutare la ricostruzione. Due riflessioni allora mi sembrano di cogente attualità: l’impegno culturale e il primato dell’etica. 
1. L’impegno culturale. Il periodo che ieri si è chiuso, con storie e percorsi diversi, ha prodotto una crisi che facilmente si può definire – per dirla sinteticamente – malpolitica, ossia una politica malata, degenerata, corrotta e pervasiva di diversi contesti. Infatti la crisi attuale, oltre ad essere politica, è anche sociale, culturale, religiosa, economica. O, per dirla con un’espressione di Calvino, è la trama di uno sfacelo senza fine né forma, una corruzione troppo incancrenita.
E quando, in una situazione del genere, s’inizia ad assuefarsi alle piaghe, siamo oltre la normale crisi di una democrazia occidentale. In questo tipo di situazione l’impegno di riforma culturale, a livello personale come di agenzie educative e istituzioni tutte, è il primo in assoluto da compiere. Scriveva Sturzo nel 1936: «È il lavoro in profondità che occorre: l’organizzazione della gioventù e delle masse; le opere sociali di credito e di previdenza; i sindacati operai e le leghe professionali, la cultura religiosa e civile; la formazione del carattere e la lealtà del tratto con tutti, amici e avversari; lo sviluppo della stampa e delle biblioteche popolari; la preparazione civile di buoni amministratori, consiglieri e deputati».
Si tratta di recuperare la sensibilità educativa e culturale dei Murri, Sturzo, La Pira, Moro. Non a caso Benedetto XVI ha ben evidenziato nella sua ultima enciclica come nei settori economico, finanziario e politico, necessitiamo di una classe dirigente retta, che viva fortemente nella coscienza l’appello del bene
comune. Condizione che non è possibile realizzare senza la preparazione professionale e la coerenza morale (CV, 71).
2. Il primato dell’etica. Parlare di impegno culturale ed educativo vuol dire anche, contestualmente fare riferimento al fatto che l’attuale crisi vada risolta a partire obbligatoriamente da una ripresa di tensione etica. Scriveva Sturzo nel 1946: «Disgraziatamente le passioni politico sociali sono oggi talmente accecanti che persino un buon numero di cristiani fedeli non vede l’abisso in cui è caduta la società. Essi invocano in suo soccorso l’autorità: un’autorità forte e assoluta e non si rendono conto che il potere di cui è investita l’autorità dello stato è illimitato, senza fini, libero da ogni responsabilità e da qualsiasi preoccupazione etica».
Etica, allora, vuol dire non ridurre mai la vita politica a gestione tecnica del potere; bandire tutte le logiche machiavelliche, che, di fatto, contribuiscono alla degenerazione della vita politica, sia dal punto di vista teorico, che del sentire comune.
Etica vuol dire anche rispondere alle esigenze umane fondamentali, di ieri come d’oggi. Secondo la formulazione della filosofia classica esse sono: l’agire bene e il vivere bene. E la politica è buona quando risponde adeguatamente a queste due priorità, cioè nella misura in cui progetta, realizza e tutela il bene dei singoli e dei gruppi sociali: unica e vera finalità di ogni prassi politica e di potere. Forse ci attendono tempi davvero difficili e dovremmo riprendere la lezione dei padri costituenti che resistettero al fascismo con un costante esercizio di ragione, diritto e moralità (Ritter). Credo che li accompagnasse certamente la convinzione che, come scrive Calvino, «la città infelice contiene una città felice che nemmeno sa d’esistere» (Calvino 1972).

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