venerdì 11 novembre 2011

Comunicare vuol dire agire - Mario Rodriguez su Europa

«Pensiamo che la comunicazione sta alla politica come la finanza sta all’economia: utili entrambe, buone, indispensabili, ma non possono prendere il comando, non possono dettare il compito!».
Nei giorni della crisi di Berlusconi soffermarsi su queste poche parole di Bersani, una rapida allusione in un contesto molto più ampio e sostanzioso, può sembrare accademia.
Ma la frase nasconde un nodo di problemi più importanti.
Si può fare politica senza fare comunicazione? Si può fare economia senza fare finanza? Certo, possiamo distinguere finanza, banche e impresa manifatturiera o di servizio. E, certo, non è proprio il caso che le regole del sistema permettano alla finanza di condizionare negativamente l’economia nel suo complesso. Ma la similitudine non funziona né per la finanza né per comunicazione e politica.
Da questa frase però emerge che la comunicazione viene considerata come una serie di strumenti e abilità tecniche, oppure il settore industriale della produzione di notizie e intrattenimento, cioè l’industria dei media.
Ma c’è un altro modo di considerare la comunicazione che si va sempre più affermando negli ultimi decenni. Cioè, un fenomeno culturale, un processo di costruzione e rigenerazione di significati non solo trasmissione di messaggi e informazioni. Un gioco senza fine che mette in campo risorse cognitive ed emotive. Comunicare è agire. È un comportamento, conscio o inconscio, volontario o involontario. Non si può non comunicare.
Considerare la comunicazione come uno strumento di trasmissione non porta da nessuna parte, né a una maggiore capacità di interagire con il nostro tempo né ad una migliore capacità di interagire con la logica dei media che, volenti o nolenti, sta dettando i tempi della nostra vita sociale. Quello che passa invece, al di là dell’orgoglio vintage, è uno strano messaggio dissonante: si organizza un evento rituale e simbolico fortemente spettacolarizzato come una “grande” manifestazione, si fanno campagne pubblicitarie, si cerca di
imporsi all’attenzione dei media, si va in tv da Fazio o dalla Annunziata, ma si dice che si è contro la politica ridotta a comunicazione.
Ora, nel nostro tempo, cosa significa fare politica se non interagire con il settore dei media (informazione), direttamente o indirettamente, parlando e coinvolgendo le persone con azioni capaci di fare notizia (comunicazione)? Ogni decisione politica, ogni decisione di governo o amministrativa, va pensata e messa in atto considerandone la sua intrinseca dimensione comunicativa, e vanno considerate, anticipatamente, le conseguenze comunicative della decisione assunta. È la politica bellezza, forse lo è sempre stata, il fatto è che oggi con la tv e, soprattutto il web, il comportamento politico (e non solo quello dei politici) è inserito in una sorta di liquido amniotico dove tutto comunica con tutto. Non può che essere così. Chi agisce politicamente (e quindi agisce comunicativamente) dovrebbe saperlo, prevederlo, governarlo.
Infine, e forse questo è il punto principale, dietro questa impostazione c’è l’idea che la forza di Berlusconi sia più ancora del suo capitale economico, la sua capacità di comunicare, la sua capacità di convincere o meglio manipolare attraverso le tv. Proprio nel momento di una crisi che è anche crisi di capacità di comunicazione e relazione, interpretare la forza di Berlusconi attraverso questa chiave può distogliere dalle cause vere e creare anche un alibi all’incapacità di farsene una ragione, di definire il fenomeno e poterne individuare le cause e quindi proporre le terapie.
Definire in modo adeguato il ruolo della comunicazione significa definire in modo adeguato anche il cosiddetto berlusconismo e quindi riuscire a individuare una strategia vincente per sconfiggerlo. Andando oltre la retorica dell’antiretorica.

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