lunedì 14 novembre 2011

Fate saltare il blocco mentale - Stefano Menichini su Europa

Siamo ancora molto legati alla stagione politica che si sta rapidamente chiudendo. Non pensavamo che sarebbe successo veramente e non siamo pronti, neanche quelli che ci lavoravano, neanche quelli che ci speravano. Oggi Berlusconi lascia, si dimette. Per tanti, noi per primi, sarà un giorno di grande festa. Una festa però di quelle che lasciano frastornati, incerti su come ci si risveglierà l’indomani. Ci saranno molte difficoltà politiche da gestire dalla settimana prossima e per i mesi – prevedibilmente non così pochi – lungo i quali si dipanerà l’azione del governo Monti.
Ma soprattutto ci sono blocchi psicologici da superare, gomitoli di diffidenza e sfiducia che si sono aggrovigliati negli anni del bipolarismo avvelenato. Capita così che ogni possibile pessimismo avvolga l’attesa per la lista dei ministri di Monti. I giornali fanno il proprio dovere, confezionano totonomine in quantità industriale: inevitabilmente però lo fanno attingendo ai serbatoi conosciuti della politica o al massimo del parastato, usando fonti che sono tutte dentro ai partiti. Ed ecco un fiorire di ex ministri di Berlusconi o di Prodi, di funzionari politicamente targati, di personalità in ascesa o in attesa nei rispettivi partiti.
Una volta di più, come negli ultimi mesi, si sottovaluta Giorgio Napolitano. E ora si sottovaluta anche Mario Monti. Non ci si rassegna ad accettare la circostanza – non solo positiva, ma tant’è – dell’enorme potere contrattuale del quale i due anziani leader dispongono. Quasi l’85 per cento di italiani favorevoli al governo dell’ex rettore della Bocconi, oltre il 90 di consenso e fiducia verso il capo dello stato. Sono numeri da paura, mentre i partiti giacciono invariabilmente, nel loro complesso, in fondo alla classifica di credibilità.
Non è bello, anche noi vorremmo una politica autonoma e forte. Ma è così. Del resto Napolitano, e adesso anche Monti, sono politica. La parte più apprezzata, in questo momento. Si rassegnino le verginelle foglianti che oggi piangeranno a Milano: se volevano tutelare il primato della politica dovevano combatterne lo
sputtanamento che ne ha fatto il loro capoazienda per diciassette anni, invece di riderci su come se fosse il liberatorio atto situazionista contro una società di parrucconi.
Il peso del consenso presidenziale verrà gettato sul piatto della composizione del governo, come ha già fatto Napolitano nella gestione della fase più rischiosa della crisi. Avremo delle sorprese, davvero non sappiamo quali ma le avremo. Il capo dello stato conosce gli italiani, sa come la pensano e sa che Monti, per il lavoro duro che lo aspetta, dovrà continuare a essere circondato da un clima positivo nel paese prima ancora che nel parlamento. Che le cose stiano così l’hanno capito anche i partiti, sia quelli che si oppongono che quelli aderiscono al tentativo.
Quando ci si dice disponibili ad appoggiare un governo senza big della politica lo si fa per calcolo (perché farsi coinvolgere in un esecutivo da austerità?) ma anche per anticipare e coprire una scelta che sarà obbligata. E che non riguarderà solo i nomi dei ministri: il programma del futuro governo sarà poco trattabile, sembrano un po’ patetici quelli che oggi da una parte e dall’altra alzano il dito. Patrimoniale sì o no, pensioni sì o no... sbaglierò ma l’unica materia sulla quale davvero i partiti avranno margini di manovra sarà la nuova legge elettorale. Chiaro che la finestra favorevole non rimarrà aperta a lungo, per Monti. Per questo il grosso del lavoro verrà svolto già nei primi mesi.
Il sistema dei partiti non può che uscire terremotato da questo passaggio.
Le convulsioni alle quali assistiamo nel Pdl, al di là degli improbabili tentativi in corso di evitare in extremis le forche caudine del governo Monti, sono tipiche di uno sfaldamento profondo. L’uscita di Berlusconi dalla scena politica è il vero tema nella testa di tutti. Alcuni fra loro possono gestire il trauma (magari lo auspicavano) e altri no. Nell’immediato l’urgenza è non lasciar andare via la Lega, pronta a cavalcare nelle praterie incustodite dell’elettorato ex berlusconiano. Ma la faglia sarà più larga, e i mesi del governo Monti saranno proprio quelli della ristrutturazione radicale del centrodestra, alla quale chiaramente Casini si candida da protagonista sapendo che Silvio Berlusconi sarà un macigno difficile da rimuovere.
Nel Pd vediamo uno strano atteggiamento, come se questo passaggio (addirittura, la fine del Cavaliere in politica!) vada ridimensionato nella sua portata strategica, poco più che una parentesi neanche tanto piacevole lungo un percorso che si pensava diverso. Sì, capiamo le ragioni di questo atteggiamento. Un esito come l’attuale non faceva parte dell’orizzonte strategico del Pd. Anche prima di Bersani, sia Franceschini che Veltroni mettevano nel conto una lunga marcia nel berlusconismo, fino al 2013. Così ora, più che la voglia di fare e di partecipare sembra prevalere la preoccupazione per il prezzo da pagare a sinistra per eventuali politiche di risanamento impopolari. Ci si tiene alla larga. Fino al punto di presentarsi negli insidiosi talk-show serali (vero covo della nuova opposizione) con il volto dello scetticismo, quasi della sopportazione.
È un atteggiamento da rovesciare all’opposto. Gli italiani – anche quelli di sinistra, anzi soprattutto quelli di sinistra – sapranno riconoscere e premieranno i partiti che da questo bagno d’umiltà sapranno farsi attraversare, cambiare, dimostrando di saper sostenere e non sopportare le misure necessarie alla salvezza del paese. Dunque la scelta di appoggiare il governo Monti dovrebbe oggi essere rivendicata, esaltata perfino con un filo di orgoglio patriottico. Occorrerà poi mettersi in sintonia politica e programmatica con essa, facendo tesoro dell’esperienza di queste ore quanto all’affidabilità degli alleati (avete visto quanto rapidamente Di Pietro è rientrato in partita? Ci si può fidare? Avete notato quanto sia rimasto prudente e defilato Nichi Vendola?) e quanto al baricentro di proposte per la famosa ricostruzione.
Conosciamo questo partito, sappiamo che il tempo che nel centrodestra verrà speso per ristrutturarsi sul modello del Ppe potrebbe essere impiegato nel centrosinistra in una titanica lotta per cambiare il segretario del Pd o il candidato premier. Meglio non nascondersi certe realtà. Del resto Bersani, per usare una sua frase tipica, non le ha sempre fatte giuste e almeno tre scelte importanti recenti le ha più subìte che guidate (referendum elettorale, adesione all’agenda europea, rinuncia alle elezioni anticipate). Possiamo dirlo noi, perché con lealtà (che il segretario ha riconosciuto) queste obiezioni le abbiamo mosse in tempo reale. Ma se nel Pd c’è un problema, Bersani ne è solo la punta esposta per il fatto di essere il segretario. Il deficit di rinnovamento è generale. La subalternità alle mosse di avversari e alleati, e alle critiche dei media, è male diffuso. La scarsa fiducia in se stessi, poi, è addirittura epidemica. Il Pd rimane il partito di un grande popolo di militanti, con una testa troppo piccola quanto a potere di leadership. E parliamo di gruppo dirigente, ripeto, non certo del solo segretario.
Quanto alla linea politica ed economica, certo toccherà battersi per portare nell’attività di governo le grandi ragioni dell’equità e della giustizia sociale (che noi sappiamo però essere stella polare anche dell’ex uomo di Goldman Sachs, sissignori), ma non si potrà mai più arretrare dalla cultura del mercato aperto che sarà il marchio di garanzia di Mario Monti. Già il Pd pecca di tendenza al conservatorismo adesso, che ha dovuto confrontarsi solo con il liberismo a chiacchiere di Berlusconi: sarebbe un delitto ripresentarsi con le stesse stimmate all’indomani di un’eventuale buona prova – così tutti ce l’aspettiamo, con la doverosa prudenza – di un governo che abbia davvero cominciato a intaccare protezionismi, corporativismi, assistenzialismi.
Insomma, c’è un sacco di lavoro da fare, una marea di insidie. Può anche andare malissimo, le condizioni del paese del resto non autorizzano ottimismi. Ma vivaddio lo sblocco del sistema era atteso come un momento di liberazione, e allora sarà il caso di liberarsi davvero. Dai blocchi politici, e soprattutto dai blocchi psicologici.

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