lunedì 7 novembre 2011

Flexicurity non all’italiana - Tiziano Treu su Europa


La crisi ha esposto le imprese di tutta Europa a rischi crescenti; alla necessità di ristrutturarsi e anche di ridurre il personale. La normativa europea prevede per queste ipotesi una serie di misure a tutela dei lavoratori. Le misure sono ispirate ai principi di una vera flexicurity, che è parte importante del modello sociale europeo, come ricorda l’articolo di Stefano Fassina ed Emilio Gabaglio pubblicato su Europa lo scorso mercoledì.
Esse prevedono non solo procedure di informazione e coinvolgimento dei lavoratori interessati, per evitare o ridurre i licenziamenti, ma anche sostegni al reddito nel caso di sospensione o cessazione di attività, e inoltre servizi diretti a favorire la riqualificazione e il reimpiego dei dipendenti.
A queste indicazioni europee dovrebbe ispirarsi il nostro legislatore per far fronte alle difficoltà in cui si trovano migliaia di lavoratori, invece che riaprire il tema controverso dei licenziamenti. Da tempo il Pd ha avanzato proposte in tale direzione, cui si riferiscono Fassina e Gabaglio.
La misura più urgente è di prevedere (finalmente) una rete di sicurezza per tutti i lavoratori, cioè quel sistema universale di ammortizzatori sociali esistente negli altri paesi europei. Mentre da noi ne sono esclusi proprio i lavoratori precari, che sono privi di tutele perché non hanno una storia contributiva sufficiente (sono oltre 1,5 milioni secondo le stime di Bankitalia).
Garantire questa rete di sicurezza sdrammatizzerebbe anche la questione dei licenziamenti e dell’articolo 18, come avviene negli altri paesi. Così potremmo essere europei in tutto, nella flessibilità ma anche nella sicurezza. Le casse integrazioni in deroga di cui si vanta il governo, sono un rimedio costoso,
parziale e spesso discriminatorio, perché ancora una volta non tutelano chi ne ha più bisogno. I maggiori paesi europei hanno un altro strumento, oltre gli ammortizzatori, per sostenere i lavoratori e le imprese in crisi: cioè l’offerta di misure di accompagnamento e servizi per il reimpiego per i lavoratori licenziati (cosiddetto outplacement). Anche in questa materia la nostra legislazione è finora carente: esistono solo alcune misure regionali.
Per rimediare a tale carenza è stato predisposto un disegno di legge per iniziativa dei senatori Pd, ma con l’accordo di colleghi della maggioranza, che si ispira alle migliori pratiche europee. Secondo tale proposta le aziende che si predispongono a licenziare per motivi economici, sono tenute a prevedere, a favore di tutti i lavoratori interessati, un piano sociale consistente in servizi di outplacement come previsti negli altri paesi: sostegni al recupero e all’aggiornamento formativo, consulenza per l’orientamento e per la ricerca di impieghi alternativi, dipendenti ma anche autonomi, aiuti alla mobilità professionale e geografica.
L’attuazione del piano di ricollocazione è affidata a soggetti pubblici e privati specializzati e accreditati a tal fine, con il coinvolgimento delle parti interessate, lavoratori, sindacati, imprese. Tali piani sono attivati dalle imprese, e possono ricevere finanziamenti dalle regioni e dagli enti bilaterali, che sono tenuti a destinare a tal fine una quota parte delle loro risorse.
C’è da augurarsi che il consenso bipartisan espresso sul ddl ne favorisca l’approvazione pur nelle gravi condizioni politiche attuali. Tale intervento, come si è detto, deve essere integrato da altre e più ampie misure, a cominciare dagli ammortizzatori sociali. Ma sarebbe un segno concreto, anche se parziale, di attenzione per tante situazioni di difficoltà dei lavoratori e delle aziende.

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