mercoledì 16 novembre 2011

I tecnici contro la paralisi - Stefano Lepri su La Stampa

Quando si forma un governo di tecnici si può coltivare l’illusione che finalmente siano i «migliori» a guidarci, o al contrario deprecare l’arrivo al potere di «non eletti». Meglio, in questi casi, diffidare delle retoriche.
Meglio considerare che ai governi tecnici si arriva quando la politica non è riuscita a prendere decisioni efficaci; ricordando poi che sarà sempre un Parlamento eletto ad approvare le leggi. Per capire che cosa ci si può aspettare, occorre capire in dettaglio perché siamo arrivati alla paralisi.
Si possono forse classificare in quattro tipi le decisioni finora non prese: 
1) misure che hanno il consenso degli elettori ma la classe politica non riesce a deliberare perché contrarie al proprio interesse interno; 2) misure che avrebbero un appoggio di massa ma vengono bloccate da gruppi di interesse potenti; 3) misure che dividono l’elettorato, con una parte consistente che si oppone; 4) misure del tutto impopolari nell’immediato che saranno benefiche nel medio periodo.
Sul primo punto, c’è poco da chiarire. E’ arduo far votare ai deputati la diminuzione del loro numero, delle loro indennità. Per motivi simili le province sono difficili da abolire. Una decisione politica di procedere su questo terreno potrebbe maturare solo di fronte alla minaccia che si affermino nel voto nuovi partiti, diversi dagli attuali e dunque non interessati allo status quo. I tecnici sanno invece che possono solo guadagnarne popolarità.
Sul secondo punto, il caso esemplare è quello delle liberalizzazioni. Favorire la concorrenza, o aprire alla libera iniziativa settori protetti, può ridurre prezzi e costi. I sondaggi indicano il consenso di una maggioranza di cittadini. Però di solito i gruppi di interesse ristretti, attivandosi, esercitano sulla politica una pressione efficace. Chi perde privilegi minaccia di votare altri partiti o scende in piazza; mentre i vantaggi per la generalità dei cittadini non sono di portata tale da indurli a mobilitarsi a favore delle innovazioni. I tecnici,
non dovendo essere rieletti, possono resistere alle pressioni lobbistiche; non necessariamente però ad agitazioni dirompenti.
Quanto al terzo punto, investe questioni come l’evasione fiscale. In una economia dove circa un quarto degli occupati sono autonomi, una fetta importante dell’elettorato non vede con favore una stretta (basti pensare alle proteste contro Equitalia). La disgregazione della Democrazia cristiana nel 1993-1994 non fu conseguenza soltanto degli scandali; ebbero un peso anche le misure anti-evasione dei governi Amato 1 e Ciampi, che costarono la fuga di gruppi di interesse un tempo «collaterali». Un governo di tecnici incontrerà ostacoli non indifferenti. Sarà d’aiuto una maggioranza parlamentare ampia, capace di resistere a defezioni. La tentazione di dissociarsi in massa potrebbe tuttavia essere molto forte. Qualora rispondesse una mobilitazione delle forze favorevoli, il governo tecnico sarebbe accusato di essere diventato politico.
Compiere scelte incisive su materie del quarto tipo sarà difficile per motivi diversi. Se i vantaggi futuri fossero certi, i politici sarebbero lietissimi di lasciare a un governo tecnico la responsabilità di prescrivere medicine parecchio amare o con effetti collaterali pesanti, per poi tornare al potere a guarigione avvenuta. Occorrerebbe tuttavia, su quali siano le medicine migliori, un consenso compatto che talvolta manca perfino tra gli esperti, figuriamoci tra i partiti. Gioverà qui la pressione delle autorità europee e dei mercati; con un inconveniente. Che la crisi fosse europea e mondiale ha aiutato l’Italia a imboccare la strada giusta, rende aleatorio in quanto tempo, e come, si arriverà alla meta.

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