mercoledì 9 novembre 2011

"Il modello è Papandreou non Zapatero niente voto e governo di transizione" - Goffredo De Marchis su Repubblica

Un modello per il dopo Berlusconi? Il socialista Papandreou, ancor più che Zapatero. «Il premier greco ha dimostrato cosa significa essere un uomo di Stato. Pur avendo la maggioranza, ha operato per un governo di unità nazionale facendosi da parte». Il parallelo con la Grecia fa capire quanto Walter Veltroni veda nerissimo il futuro di un´Italia con Berlusconi in sella anche solo per qualche giorno. «Sta trascinando il Paese verso un esito che può diventare davvero difficile e persino drammatico», scolpisce l´ex segretario del Pd.
Siamo lontanissimi dai numeri devastanti della crisi ellenica, non crede?
«Certo. Ma il pericolo per l´Italia non sono le sue potenzialità, i suoi fondamentali. È piuttosto un presidente del Consiglio che si ostina a non volere riconoscere la realtà. In questo momento è solo contro tutti: contro i mercati, contro le cancellerie europee, contro i giornali italiani e internazionali, contro parte consistente della sua stessa maggioranza. Berlusconi invece oscilla tra l´asilo infantile con dichiarazioni del tipo «voglio vedere in faccia chi tradisce» e l´idea di trascinare l´Italia a elezioni in un clima che rischia di assomigliare al finale de Il Caimano. I parlamentari del centrodestra devono sapere che l´obiettivo del premier è la corsa alle urne non certo la conclusione della legislatura né la trasformazione in atti parlamentari della lettera alla Ue».
C´è lo spazio per un governo di transizione?
«Io lo sostengo da tempo, l´ho scritto in un appello firmato con Beppe Pisanu molti mesi fa. Vedo che questa mia convinzione è oggi un dato oggettivo. Si può andare a votare con la verifica trimestrale del Fondo monetario, con i mercati che possono attivare meccanismi di esposizione debitoria del Paese tali da non essere sopportabili? No. L´Europa si attende da noi riforme strutturali, misure serie, un clima all´altezza della
situazione».
Perché il voto anticipato non garantisce una fase nuova, come avviene in Spagna?
«Perché in Italia c´è una legge elettorale che fa nominare i parlamentari. E rende ancora più indigeribile per i cittadini la politica e la sua macchina organizzativa. Perché contro quella legge sono state raccolte un milione e 200 mila firme referendarie. Perché quella norma non dà alcuna garanzia su un sicuro vincitore in tutti e due i rami del Parlamento. Per tutti questi motivi un governo di transizione è chiamato anche al cambiamento della legge elettorale».
Condivide la scelta di Bersani di dire no sia un governo Letta sia a un governo Schifani?
«Sì. Occorre un segno di discontinuità profonda e al tempo stesso nulla che appaia un ribaltone, cioè una soluzione ostile al centrodestra. Quello che mi sta a cuore è il profilo della personalità che verrà indicata per guidare l´esecutivo. Più è lontana dagli schieramenti, più ha autorevolezza in Europa, più si è tenuta fuori dal conflitto politico degli ultimi anni, meglio è».
È il profilo di Monti. Pdl e Lega possono accettarlo?
«Premessa: sarà il capo dello Stato a valutare la via d´uscita. Per fortuna è persona nella quale si riconoscono tutti gli italiani, un presidio importante delle istituzioni. Monti è una personalità che non può essere considerata ostile dal centrodestra visto che fu nominato commissario europeo proprio da Berlusconi. E il centrosinistra non potrebbe non considerarlo positivamente. Ma come il suo ci sono altri nomi».
È normale che i partiti deleghino a figure super partes il destino dell´Italia?
«Ci sono momenti nella storia di un Paese in cui le forze politiche devono dimostrare di avere una sintonia con lo stato d´animo dell´opinione pubblica. Fu così dopo la Resistenza, è stato così durante gli anni del terrorismo quando non era certo facile far convivere il partito di Berlinguer e il partito di Andreotti e ora siamo costretti a farlo per un breve periodo perché si affaccia la più pericolosa delle minacce per una comunità che viva in democrazia: la recessione».
Non la spaventa un governo che nasce sotto la regia di personaggi come Pomicino e con le fughe di ultrà berlusconiani come Stracquadanio e Carlucci?
«Proprio per questo dico che il nuovo governo non deve essere frutto di operazioni simili a quelle che fa Berlusconi. Anche se i parlamentari che lasciano il Pdl lo fanno, mi sembra, mossi da un autentico disagio e soprattutto consapevoli di non avere altri strumenti, dentro il partito, per esprimerlo».
Il Pd si rifugia di nuovo dietro un esecutivo tecnico?
«Ora la responsabilità di una grande forza riformista consiste nell´evitare il tracollo. Il resto viene dopo. Ma sono convinto sia proprio questo il momento del Pd. Io ho cominciato il mio lavoro di segretario dopo la sfortunata stagione dell´Unione quando Berlusconi aveva il pieno del consenso. Adesso invece il Pd ha di fronte a sé un immenso spazio. Ed è giusto ascoltare la preoccupazione di Prodi sulla difficoltà a raccogliere fino in fondo il consenso. Il Pd dovrebbe far vivere quella che chiamai la sua vocazione maggioritaria e lanciare sui contenuti la sfida riformista. Un partito unito ed aperto. Da questo punto di vista, né certe forzature di Matteo Renzi usate nel passato né, tantomeno, atteggiamenti di chiusura e reazioni di stampo antico del tipo «fai il gioco di Berlusconi» corrispondono all´idea in cui io e altri abbiamo creduto anche quando altri non ci credevano. L´idea di una grande forza riformista, nuova, di cui al Lingotto definimmo contenuti e lineamenti».
Se nasce un governo Monti, poi lo candiderete alle prossime elezioni?
«Non consumiamo altri nomi, altre persone, come abbiamo fatto con una bulimia folle in questi anni. Ripeto: ora una forza riformista cerca di evitare il tracollo del paese e i prezzi sociali. Il resto viene dopo. Sapendo che la vera sfida non è solo quella del rigore ma è quella dell´innovazione, della crescita, dell´equità e soprattutto del cambiamento, anche morale, più coraggioso e radicale. Ciò di cui ha bisogno l´Italia, ciò per cui è nato il Pd».

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