martedì 8 novembre 2011

La fabbrica velenosa che uccide come una bomba a orologeria - Lorenzo Bordoni su Espresso

L'azienda si chiamava Fibronit, sorge a pochi passi dal centro di Broni e ha cambiato insegna vent'anni fa. Ma continua a fare strage: prima degli operai che si riempivano i polmoni di polvere d'amianto, poi delle loro mogli che lavavano i panni da lavoro, oggi dei loro figli. Quaranta morti all'anno, perché in quello stabilimento ci sono ancora trecentomila metri quadrati di materiale da bonificareAll'apparenza, una fabbrica dismessa come tante altre. Ampi capannoni grigi, un'imponente facciata di mattoni, nel piazzale sul retro cataste di condotte, lastre e materiale in cemento. Siamo a pochi passi dal centro città, una come tante all'estremo nord della pianura Padana. L'insegna è cambiata da oltre venti anni ma qui nessuno dimentica: questo edificio ormai deserto ha un nome e una storia indelebili. Questa è la Fibronit, nei suoi capannoni si è lavorato l'amianto per oltre mezzo secolo e dal piazzale antistante partivano carichi di condotte, tubature e pannelli in eternit diretti in tutto il Paese. Benvenuti a Broni, dove la strage dei mesoteliomi conta un triste record: questa è l'area in Italia con il più alto numero di decessi rispetto al numero di abitanti. Oltre quaranta lo scorso anno. Diverse centinaia, forse più di mille, da quando si è cominciato a monitorare il "male delle cementifere" trent'anni fa. Il conteggio esatto è praticamente impossibile ma una cosa è certa: la tendenza è in drammatica accelerazione.
"Era un uomo grande e forte, mio padre. Quando tornava a casa dopo il turno in fabbrica si passava sempre un batuffolo di cotone imbevuto nell'alcool sulla pelle e sui capelli per togliersi tutta quella polvere che gli riempiva la tuta e il viso. Chissà cosa pensava di fare con quel gesto? Forse disinfettarsi da quel materiale che gli ha riempito i polmoni...". La rabbia è il sentimento più forte che trapela dalle parole di Mariarosa, figlia di Romano Milanesi, per trent'anni anni operaio alla Fibronit. Accadde tutto in fretta: "Me lo ricordo
ancora come fosse ieri quel giorno di gennaio in cui il medico mi comunicò la diagnosi: mesotelioma da amianto e cemento infiltrante. A mio padre - racconta con la voce rotta dall'emozione - spiegai che era solo una brutta polmonite, ma quando pochi mesi dopo arrivò a casa il tesserino per l'invalidità sul lavoro capì tutto. Mi guardò negli occhi e mi disse solo due parole: sono morto. A luglio, purtroppo, la sua previsione si avverò".
Come lui tanti altri hanno perso la vita, anche senza lavorare in fabbrica. "Molti malati che si incontrano nella zona sono di origine ambientale - dichiara il professore Gino Volpato, chirurgo e professore associato all'università di Pavia -. Sono persone che non sono venute a contatto diretto con l'amianto, spesso sono le mogli degli operai che lavavano le tute da lavoro dei mariti o, ancora peggio, i bambini di allora che oggi hanno 30-40 anni". Negli ultimi tempi la situazione si è aggravata: "Da due anni stiamo assistendo a un drammatico aumento del numero dei malati, anche in giovane età - aggiunge il professor Volpato, che sta effettuando degli studi sul territorio bronese per monitorare e mappare la proliferazione dei mesoteliomi -. Addirittura nelle ultime settimane in studio sono arrivate persone di 35 e 37 anni".
Le morti per l'amianto non sono una prerogativa della sola zona di Broni. Tra le altre, Taranto, Bari, Monfalcone e, soprattutto, Casale Monferrato, in Piemonte, si scontrano da tempo con lo stesso male. "A Casale, dove c'è la situazione più grave in Italia, si trovano a convivere con una media di 50 morti l'anno mentre noi siamo a circa 40 decessi - racconta Silvio Mingrino, presidente dell'associazione Avani -. Se pensiamo però che nella città piemontese vivono quattro volte i nostri abitanti si capisce che quello di Broni è un triste record in negativo". Un record di cui i cittadini farebbero volentieri a meno, chiedendo di arginare la principale causa dei malati nella zona. 
"L'unico modo per eliminare i rischi è bonificare l'ex stabilimento Fibronit, in cui si trovano ancora trecentomila metri quadrati di amianto", aggiunge Mingrino. Per ora si sta provvedendo a mettere in sicurezza l'area, sigillando finestre e proteggendo con vernice speciale le coperture, ma questo non basta: "Per evitare la dispersione dell'eternit è necessaria una bonifica che vada a togliere tutto il materiale ancora presente: per farla servono 27 milioni di euro. Abbiamo più volte sensibilizzato Regione e Governo, finora non è successo niente".
Togliere il materiale, ma per metterlo dove? Oltre a quello economico, questo è uno degli interrogativi più complicati dell'intera vicenda. In Italia, infatti, è difficile trovare dei siti idonei ancora aperti dove depositare l'amianto. "Oltre il 95per cento delle discariche del Paese non hanno più spazio per stoccare altro eternit - racconta Claudio Pedroni, chimico specializzato nella bonifica dell'amianto -. Questo accade soprattutto a causa di una legislazione particolarmente farraginosa che permette agli enti locali di porre veti alla costruzione delle discariche per rifiuti pericolosi sul proprio territorio". Nessuno le vuole e nessuno le fa. "Il risultato è che i rifiuti sono costretti a migrare all'estero: prima venivano portati in Austria, poi in Francia, paesi che ora non li vogliono più. Adesso viaggiano verso il nord della Germania, ovviamente con maggiori difficoltà logistiche e un sensibile incremento dei costi". Per l'amianto di Broni si è parlato più volte di depositare il materiale in una delle due nuove discariche di rifiuti pericolosi in cantiere in Lombardia. Discariche ancora da costruire e, soprattutto, da localizzare. La scelta definitiva dei siti non c'è, il timore, nemmeno troppo velato, dichiara Mingrino, "è che alla fine la si voglia fare proprio vicino alla nostra città, pur sapendo che dal punto di vista ambientale non ne avrebbe assolutamente i requisiti. Senza contare quello che già abbiamo passato per colpa dell'eternit".
Quello dello smaltimento della Fibronit di Broni è purtroppo solo un piccolo risvolto del problema. "Nella Penisola ci sono circa 400 milioni di metri quadri di coperture in amianto, 80 milioni solo nella nostra regione", spiega Damiano Di Simine, presidente di Legambiente Lombardia. Per fare un semplice esercizio statistico, è come se ogni abitante avesse una dote di otto metri cubi di eternit. "E questo è solo il materiale che si può vedere, quello delle coperture degli edifici - aggiunge -, poi c'è quello usato per costruire i serbatoi, i vagoni dei treni, gli acquedotti...". Un vero e proprio mostro con cui convivere, che porta ogni anno il suo dazio di morte nel Belpaese "pari a circa due-quattromila persone per le diverse patologie correlate. Quasi quanto per gli incidenti stradali".

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