venerdì 11 novembre 2011

La svolta del Quirinale - Massimo Giannini su Repubblica

In piena bancarotta politica, e a un passo dalla bancarotta finanziaria, l'Italia trova finalmente una via d'uscita. Non solo dal suo mercoledì nero, ma soprattutto dal suo Ventennio berlusconiano. Grazie all'accelerazione impressa alla crisi dal presidente della Repubblica, il Paese evita quella che stava ormai diventando una suicida "via patriottica al default". Il Cavaliere impegnato a pasticciare sul maxi-emendamento e sulla sua "lettera d'intenti" alla Ue, con l'idea malcelata di trasformarla nel rivoluzionario "manifesto liberale" sul quale giocarsi la campagna elettorale, e di brandirla come una clava contro la solita sinistra "nemica" delle riforme volute dall'Europa. La cerchia ristretta dei suoi "lieutenant", chiusi nel bunker a imprecare contro il "direttorio franco-tedesco" come un tempo si malediva la "perfida Albione".
I suoi corifei asserragliati in tv e nei giornali di famiglia, intenti a inveire contro gli "speculatori" come un tempo si vaneggiava della "congiura giudo-pluto-massonica". E nel frattempo i mercati all'opera, per celebrare il fallimento dell'Italia con un funerale di "rito greco". Fuga di massa da Bot e Btp, spread e premio di rischio alle stelle, insolvenza del debito sovrano. Roma come Atene, appunto. E Berlusconi come Nerone: insieme a me, bruci la città. Al termine di una giornata drammatica per i nostri titoli di Stato e la nostra Borsa, Giorgio Napolitano è forse riuscito a scongiurare il pericolo. Con due mosse perfette, per metodo e per merito.
La prima mossa, di fronte all'onda sempre più alta della tempesta finanziaria, è stata quella di sgombrare il campo politico dalle trappole e dalle furbizie con le quali il presidente del Consiglio lo stava "inquinando". Il comunicato con il quale il Quirinale ribadisce che "non esiste alcuna incertezza" sulla scelta del premier di "rassegnare le dimissioni" dopo l'approvazione della legge di stabilità sembra solo una ripetizione del testo diffuso il giorno prima, subito dopo il faccia a faccia con il Cavaliere sul Colle. In realtà questa sottolineatura serve da un lato a inchiodare Berlusconi a un impegno solenne assunto di fronte al Capo dello Stato e alla nazione, sottraendogli ogni margine per tattiche dilatorie, manovre di palazzo o
compravendite di parlamentari. Dall'altro lato serve a rassicurare i mercati, attoniti di fronte ai riti esoterici e ai bizantinismi del teatrino italiano, sul fatto che il ciclo politico del Cavaliere si è realmente concluso e che il suo governo, ormai del tutto privo di credibilità interna e internazionale, è davvero al capolinea.
La seconda mossa, di fronte all'offensiva della destra sulle elezioni anticipate, è stata quella di nominare senatore a vita Mario Monti. Cioè proprio il candidato del quale si parla da giorni, come possibile premier di un governo tecnico, di emergenza nazionale, di salute pubblica o di larghe intese secondo le diverse formule possibili. Una scelta di alta classe politica. Sorprendente nella sostanza, ineccepibile nella forma. È certo che Napolitano aveva in animo da tempo di "promuovere" a Palazzo Madama uno degli italiani più stimati nel mondo e più celebrati in Europa. Ma non può sfuggire a nessuno il significato, non solo simbolico, di questa decisione, presa proprio in questo momento. Il presidente eleva un grand commis al rango di grande saggio della Patria. Trasferisce un autorevole ex commissario europeo nella prestigiosa "riserva della Repubblica" della Camera Alta. In questo modo, crea le condizioni per la sua trasformazione: Monti non ha più solo un ruolo professorale, ma acquisisce una funzione istituzionale. Insomma, non è più solo un "tecnico", ma ora è a tutti gli effetti un politico.
La portata di questa "metamorfosi" è evidente. Se Monti riceverà l'incarico di formare un nuovo governo già domenica prossima (come sembra probabile e auspicabile), la sua investitura avrà una forza completamente diversa. Dal punto di vista politico, Napolitano disarma preventivamente Berlusconi e Bossi, che vedono come il fumo negli occhi un governo "tecnico": se nascerà (e noi speriamo che nasca) quello di Monti sarà un governo politico. Non è un caso che tra molti esponenti del Pdl, anche a causa del laticlavio senatoriale, la pregiudiziale contro l'ex rettore della Bocconi comincia a cadere. Dal punto di vista finanziario, Napolitano avverte implicitamente i trader e gli investitori, che da questa mattina potrebbero disfarsi ancora di Bot e Btp su tutti i mercati: smettete di vendere, perché l'Italia ha già un nuovo premier in pectore, ed è la personalità più apprezzata dalla "business community".
Non è detto che questo basti, a placare la "fame" degli speculatori. Ma è una condizione necessaria, anche se non ancora sufficiente, a ridare speranza e credibilità al Paese. Perché l'operazione riesca, il nuovo governo dovrà avere una base parlamentare ampia. Non può essere la riedizione, uguale e contraria, della ridotta forzaleghista che ha sgovernato l'Italia in questo ultimo anno, con una maggioranza politica inesistente e una maggioranza aritmetica inconsistente. Servono grandi riforme, e grandi riforme esigono grandi numeri. Nel centrosinistra (a parte Di Pietro, pronto a portare non si sa dove il suo populismo autoreferenziale) l'asse Pd-Terzo Polo ha condotto al meglio le ultime battaglie, dentro e fuori dal Parlamento, e ora sembra pronto a fare la sua parte. Nel centrodestra (a parte la Lega, pronta a tornare allo stato brado, magico e pre-politico della Padania Libera) il Pdl rischia l'annientamento, orfano com'è del suo padre-padrone. Sarebbe auspicabile che fosse a sua volta pronta a fare la sua parte almeno quella nutrita schiera di parlamentari che non vogliono "morire berlusconiani".
Continuare a vellicare l'idea delle elezioni anticipate, e ad evocare l'immagine a effetto del "voto sotto la neve", è una boutade situazionista buona per il solito salto nello staraciano "cerchio di fuoco". Ma è una pura follia per chiunque abbia conservato un po' di buon senso e di consapevolezza di quanto sta accadendo e può ancora accadere in Eurolandia e sui mercati finanziari. È ora che Berlusconi e i figuranti provinciali e autarchici della sua ex maggioranza riconoscano di fronte al Paese a quali pericoli lo hanno esposto. Il default, nonostante i fondamentali dell'economia non lo giustifichino, è purtroppo una prospettiva più realistica di quanto si immagini. Sui mercati c'è la convinzione diffusa che l'Italia non ce la faccia. Le grandi banche commerciali (dalla Rbs alla Ubs) dimezzano il loro portafoglio di titoli italiani. Le grandi banche d'affari (da Goldman Sachs a Jp Morgan) smobilitano le posizioni in Bot e Btp. Sul mercato, da giorni, è attiva solo la Bce. Ma ormai non basta. Sulla "carta italiana" domanda e offerta non si incontrano più. Chi prova a vendere non trova compratori.
È il segno che siamo vicini al punto di non ritorno. Tra gli operatori (da Barclays a Witan Investment Trust) si moltiplicano quelli che considerano addirittura inutile, a questo punto, il ricorso alle fatidiche "misure d'urgenza" invocate da mesi dalla Ue, dall'Fmi, dalla Bce. Ormai potrebbe non servire più né un maxi-emendamento né un decreto legge. E potrebbe non farcela nemmeno un premier del calibro di Monti. Se la crisi di liquidità diventa crisi di solvibilità, tutto diventa inutile. Per questo, di qui al cruciale weekend che si avvicina, l'Italia non può e non deve sbagliare un solo passo, di quelli che dovrà compiere per uscire dal vicolo cieco nel quale Berlusconi l'ha cacciata in questi tre anni e mezzo. Ci aspetta una lunga traversata nel deserto, fatta di sacrifici, di sudore e di sangue. Ma ora che la svolta è vicina, dobbiamo sapere due cose. La prima: nonostante tutto, l'Italia è un grande Paese che ha in sé le energie e le risorse per rialzarsi. La seconda: la responsabilità più grande, del declino italiano di questi anni, pesa sulle spalle del Cavaliere. Dobbiamo ricordarcelo, mentre ci accingiamo a consegnarlo, finalmente, alla notte della Repubblica.

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