sabato 12 novembre 2011

La verginità della Lega - Gad Lerner su Repubblica

Se l´astuto Di Pietro cerca spazio mascherandosi da improbabile succedaneo dell´anticapitalismo indignado, mentre il trio Ferrara-Feltri-Sallusti strattona il suo Oligarca di riferimento affinché guidi un´improbabile rivolta contro la tecnocrazia europea, tocca invece alla Lega vivere il risveglio più amaro. Contro il governo Monti «ci rifacciamo la verginità», è scappato detto a Umberto Bossi. Una metafora che si presta a fin troppo facili controdeduzioni. Perché quella metafora riconosce la perdita dell´innocenza; e il rimpianto in politica è sinonimo d´impotenza. Non è un caso se la forza più accreditata a guidare l´opposizione sociale contro le ricette amare del risanamento, cioè la sinistra critica di Vendola, fornisce una prudente apertura di credito a Monti e preserva l´alleanza col Pd: la sfida globale al monetarismo e alla grande finanza nulla hanno a che spartire con la goffa convergenza populista Di Pietro-Bossi-Ferrara, destinata al flop.
Benché ostenti sollievo, l´uscita dal governo nazionale rappresenta per la Lega una grave sconfitta; difficilmente rimediabile asserragliandosi nelle tre grandi regioni del Nord. Rifarsi una verginità non è dato in natura. E neanche in politica. Per quanto l´Italia rifugga il puritanesimo de La lettera scarlatta di Nathaniel Hawthorne, il popolo ti chiederà sempre perché, e con chi, hai sacrificato l´illibatezza di cui menavi gran vanto. Questo è il punto: gli elettori vanno e vengono, ma la Lega ha perduto il popolo mitico, trasfigurato, della sua fondazione. Nel governo di Roma e degli enti locali ha consolidato un ceto politico desideroso di perpetuarsi, ma l´età dell´oro, la Lega delle origini, esiste solo nel passato remoto di quelle biografie.
Un dramma simile si era consumato allorquando i post-comunisti si distaccarono non solo dall´ideologia, ma anche dall´universo proletario che li aveva generati. Mai più l´ha ritrovato. Magari bastasse il revival, la scimmiottatura dei linguaggi, perfino un´improbabile rottura dell´alleanza col Pdl senza cui peraltro decadrebbero le amministrazioni leghiste. Il ceto politico del Carroccio ha rivelato notevoli capacità manovriere di allargamento delle sue quote di potere, ma intanto la storia correva: nessuna delle
opzioni politiche leghiste – il federalismo, la xenofobia, la rivolta fiscale, il paganesimo, il cattolicesimo reazionario – è stata in grado di preservare nei tempi nuovi la sintonia con quel popolo. Nel mondo in subbuglio, da una parte l´imprescindibile Unione europea e dall´altra l´imprevisto delle rivoluzioni mediterranee svelavano la fragilità delle soluzioni localiste. Semmai restavano da giustificare i troppi compromessi imbarazzanti con la malapolitica, l´ultimo dei quali – sostituire Berlusconi con Alfano – è apparso solo un espediente maldestro.
Il progetto di travasare nella Lega l´elettorato berlusconiano deluso al Nord ha subito una battuta d´arresto alle amministrative di primavera, non solo a Milano. Mirava a completare con la conquista della regione Lombardia una supremazia padana che, giunti a questo punto, si rivela problematica. Il ceto politico leghista non si può permettere di andare da solo a elezioni nazionali col premio di maggioranza, né può separarsi dal Pdl in Piemonte, Veneto e Lombardia. Il bluff di Bossi – la parola al popolo, subito al voto – ormai è scoperto. La carta Tremonti è divenuta inservibile. Il banchiere Ponzellini? Meglio far finta di non conoscerlo.
La Lega che nel 2008 raddoppiò i suoi voti presentandosi come interprete di un territorio, tre anni dopo si mette in cerca della verginità perduta in un passato irripetibile perché non ha saputo corrispondere alle incognite dei tempi nuovi. Serpeggiano ancora per il "suo" territorio le inquietudini da cui fu generata, ma un ceto dirigente compromesso col peggior potere italiano non ha più nemmeno le credenziali per incarnare l´antipolitica. È probabile che debba presto fronteggiare nuovi competitori a destra, sul suo stesso terreno.
Se anche l´operato di un eventuale governo Monti susciterà reazioni anti-élitarie, non tutte fondate su istanze di giustizia sociale, ma invece esasperate nel solco della protesta localista, pare improbabile che si affidino ai vecchi "leghisti romani". Reduci da una stagione indecorosa di cui sono stati fra i peggiori protagonisti. Comprendo la sofferenza di Bossi, un uomo che non si è arricchito con la politica, anche se si è macchiato del peggiore clientelismo familista. Ma nessun popolo potrà riconoscergli l´innocenza, la verginità perduta.

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