martedì 8 novembre 2011

Le riserve del dinosauro - Federico Orlando su Europa

Alla Leopolda, più stati d’animo che programmi. Così hanno scritto. Il motivo, per me, è questo: Renzi ha sostituito il blocco sociale col blocco d’opinione. Il blocco sociale storico si può scomporre o ricomporre, la forza del Pd sta nella sua maggiore o minore capacità di riferirsi ad esso e di sollecitarne l’ampliamento a realtà emergenti.
Il blocco d’opinione invece è volatile, decreta alla contestazione il trionfo di consensi immediati, ma non la vittoria, se chi contesta non ha con sé almeno un pezzo della società organizzata, che legittimi la sua alterità rispetto al partito di cui vuol essere leader.
Si spiega così l’incertezza di non pochi dei contenuti del programma renziano, incerti essendo i riferimenti sociali: a cominciare dall’immenso mondo dei sindacati e dei pensionati. In aggiunta ai silenzi sul Mezzogiorno e sui monopoli dell’informazione, metterei l’omissis sulla callida operazione Berlusconi-Sacconi: l’uno che trova in Ichino il padre dei suoi licenziamenti facili, l’altro che addossa a chi osa parlare di quei licenziamenti il rischio terrorismo.
Se questo ci fosse, a chi attribuirne la rinascita, alla destra incosciente o alla sinistra pensante? Non dubitiamo della risposta di Renzi, il problema è che lui non l’ha resa esplicita. 
E il Big Bang scoppia, in politica, solo quando la nuova energia diventa programma chiaro e di granitici convincimenti.
Io il Big Bang politico l’ho conosciuto, con la faccia di De Gasperi quando realizzò il New Deal italiano. Proiettò nella notte della disfatta la trasfigurazione della patria- nazione in Europa (Einaudi, Sforza, Saragat) e nella sua unità con l’Occidente. Fece l’intervento straordinario per il Sud, il rovesciamento del protezionismo in liberalizzazione degli scambi (La Malfa), case popolari (Fanfani) e case in cooperativa (Tupini), terra ai contadini (Segni), denuncia dei redditi per tutti (Vanoni), unificazione autostradale della penisola dopo la vecchia “cura del ferro” di Cavour, scuole contro l’analfabetismo e traduzione in italiano del primo welfare di Beveridge, centri traumatologici ortopedici (Cto) per operai e contadini infortunati, rete telefonica automatizzata, industrializzazione della residua agricoltura, autonomia energetica (Mattei), adesione alla Comunità europea del carbone e dell’acciaio, schema decennale di sviluppo.
Non ho ritrovato tracce di vero Big Bang nei 100 punti della Leopolda, dove, assieme a cose antiche (contro il valore legale dei titoli di studio Einaudi tuonava un secolo fa), ce ne sono altre da avanspettacolo (i deputati sono come lo yogurt, scadono) e molte altre, le più, condivisibili: ma quasi sempre presentate non con spirito di collaborazione al partito, ma di contrapposizione.
Perciò ci si chiede come potrebbe un partito tollerare non il dissenso ma l’alterità. Specie se quell’alterità ha il consenso di un blocco d’opinione ma non ancora, a quel che si vede, di un blocco sociale di uomini e donne uniti da speranze e da problemi aperti.
Può un partito di centrosinistra fare politica senza un rapporto di buon vicinato con la Cgil e con gli altri sindacati? Può promettere lacrime e sangue a chi deve contribuire al risanamento, mentre si condiziona la patrimoniale al taglio della spesa pubblica? Non dovrebbe essere condizionata all’etica, alla ragione morale della coesistenza? Si può garantire a un cinquantenne che perde il lavoro tre anni di aiuti sociali, e dopo che fa?
Saggiamente Morando precisa che il piano Ichino sulla flessibilità del lavoro presuppone e prevede una generale riforma del welfare, in modo da dare a tutti le garanzie che Germania, Danimarca e Svezia danno a chi lavora: esse superano l’articolo 18 e danno a tutti eguale modello contrattuale e garanzie per tutta la vita.
Le nostre riserve da dinosauri sulla Leopolda stanno nel fatto che al di là dei messaggi, che comunque Renzi si è impegnato a ridefinire, ci sono parole suadenti ma non il programma, cioè il complesso di progetti organici l’uno all’altro per cambiare il paese. L’età dei politici non c’entra, Churchill e Roosevelt erano vecchi, Mussolini e Hitler erano giovani, entrambi arrivati quarantenni alla guida dei loro paesi. La chiave del successo o del disastro sta nella cultura generale e politica del leader, nel suo temperamento, nel suo senso della stato, delle istituzioni, della libertà, del realismo, nella sua mancanza di fideismi in se stessi o in icone.
A me liberale (come si qualifica Renzi) spiace non tanto che alla Leopolda si sia scoperto in Marchionne, che alimentò l’equivoco, «un grande rivoluzionario»; quanto che sia stata indicata come icona della gioventù la buonanima di Steve Jobs: il cui contributo al genio delle scoperte è stato pari al contributo di quelle scoperte alla colonizzazione di generazioni, diventate protesi di scatolette.
Con le quali hanno sostituito libri, cultura, dialogo vero e vera informazione. Ci sarà almeno un esame di maturità, quello degli elettori, prima di consegnare a quelle generazioni, indistintamente indicate, il testimone della politica? 

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