mercoledì 16 novembre 2011

L'evasione si batte con l'informazione - Alessandro Santoro su LaVoce.info

Il prossimo varo del governo riporterà presumibilmente in auge la questione della lotta all’evasione, degli strumenti adottabili e dei possibili benefici in termini di gettito. È utile innanzitutto riepilogare alcuni dati di fatto, che, per quanto noti in letteratura, sono spesso misconosciuti nel dibattito pubblico.
UN PROBLEMA COMPLESSO E ANTICO
L’evasione è un fenomeno complesso, che dipende anche dalla convenienza e rischiosità (aliquote, controlli e sanzioni) nonché da variabili morali e sociali (la tax morale, il livello di complessità del sistema fiscale, l’efficienza e l’equità della spesa pubblica). Tuttavia, la letteratura economica più recente dà particolare rilevanza al contesto informativo. Ad esempio, l’evasione fiscale in Danimarca è più bassa di quella italiana non tanto perché la tax morale sia più elevata (la propensione all’evasione dei lavoratori autonomi danesi è stimata pari al 37%) ma piuttosto perché per la maggior parte dei redditi conseguiti esiste un sostituto d’imposta o comunque una fonte di informazione affidabile.
In Italia il problema è antico ma non immutabile: secondo le stime dell’Agenzia delle Entrate, recepite dalla Corte dei Conti e rese note nel recente Rapporto Giovannini, l’evasione dell’Iva nel 2007 è diminuita di 3 punti di Pil e nel 2009 si è ridotta di 0,8 punti di Pil, dopo un lieve aumento nel 2008. Più in generale, l’evasione dell’Iva sembra mostrare una tendenza alla diminuzione, come del resto accade per il sommerso economico stimato dall’Istat, a partire dall’inizio del secolo. Tuttavia, questa tendenza non è né lineare né acquisita.
Sulla base di queste premesse è conseguente affermare, innanzitutto, che non esistono soluzioni miracolistiche del problema e, in secondo luogo, che è saggio cercare di capire cosa potrebbe funzionare
partendo dall’esperienza fatta in questi ultimi 15 anni.
PIÙ VINCOLI E PIÙ DATI
In concreto, si potrebbe cominciare con l’aumentare i vincoli alla compensazione dei crediti Iva, la cui esperibilità, fino a poco tempo fa, senza alcun filtro amministrativo efficace, ha fatto parlare di un vero e proprio bancomat dell’evasione. Poiché il credito Iva dovrebbe sorgere solo in alcune situazioni particolari, la dinamica osservata a partire dal 1998 è particolarmente sospetta in quanto una situazione di credito può derivare dall’omessa fatturazione o dal coinvolgimento in frodi carosello. L’articolo 10 del decreto legge 78/2009 ha disposto l’obbligo di presentazione della dichiarazione per l’utilizzo dei crediti di importo superiore a 10mila euro e la necessità del visto di conformità da parte del professionista per l’utilizzo di quelli di importo superiore a 15mila. Questa norma ha prodotto una riduzione di compensazioni di circa 6 miliardi nel 2009, su un totale di circa 27 miliardi (ovviamente, non tutte false). È auspicabile l’abbassamento del limite dei 15mila euro, eventualmente attuato in precedenza per le compensazioni esterne (cioè con debiti d’imposta non Iva), e, più in generale, il miglioramento dell’azione di amministrazione e gestione della posizione del contribuente in credito Iva.
In secondo luogo, vanno applicate o estese le misure che in questi anni hanno dimostrato di essere efficaci, e ne vanno introdotte altre, per aumentare il costo dell’evasione sia per incrementare la quantità e la qualità delle informazioni disponibili all’amministrazione fiscale.
In queste direzioni, sarebbero auspicabili ulteriori limiti ai pagamenti in contante -anche se la proposta di tassare l’utilizzo del contante non è praticabile in un’economia pulviscolare come quella italiana- e misure di facilitazione della tracciabilità dei compensi, dei consumi e dei patrimoni. Su quest’ultimo aspetto, tuttavia, le proposte di inserimento in dichiarazione dei dati del patrimonio finanziario sono state recentemente superate dalla possibilità per l’Amministrazione fiscale di selezionare dall’anagrafe dei conti correnti, un database certamente più affidabile rispetto alle informazioni autodichiarate dai contribuenti, liste di soggetti da sottoporre a controlli anche al di fuori di procedure di accertamento.
Nel medio periodo, il tema della qualità e dell’utilizzo delle informazioni è quello cruciale. Oggi, in teoria l’Amministrazione fiscale ha accesso a un numero molto rilevante di database, ma la disponibilità effettiva e la qualità dei dati sono probabilmente inferiori ai livelli potenziali. In un contesto come quello italiano, caratterizzato da una pletora di attività economiche che dell’impresa hanno solo la forma giuridica e non la struttura aziendale, va valorizzato il flusso informativo spontaneamente proveniente dalle imprese strutturate che, per propria rigidità organizzativa, hanno la necessità di tenere una contabilità affidabile dei rapporti con fornitori degli input (lavoratori, consulenti, fornitori) (3). Queste imprese organizzate potrebbero essere utilizzate per una mappatura di tutti i loro fornitori “autonomi”, indipendentemente dalla categoria fiscale di appartenenza, professioni o imprese. Questa informazione va arricchita con quella fornita da tutte le altre banche dati e utilizzata dall’amministrazione possibilmente in modo preventivo e non solo repressivo. Si tratta, in altri termini, di far sapere al contribuente prima della dichiarazione che l’amministrazione c’è e che l’amministrazione conosce, o quantomeno non è completamente al buio sul suo guadagno plausibile in un determinato periodo d’imposta.
Ciò consentirebbe, da un lato, di concentrare l’azione repressiva su un numero inferiore di soggetti e, dall’altro lato, costringerebbe l’amministrazione stessa a razionalizzare le sue richieste di informazioni ai contribuenti, troppo spesso ripetute.

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