lunedì 21 novembre 2011

L'Impegno nazionale a liberare la RAI - Giovanni Valentini su Repubblica

Con l'insediamento del governo istituzionale di Mario Monti s'è aperta provvidenzialmente una fase di tregua. Una tregua che, oltrea favorire il risanamento della finanza pubblica per fronteggiare la crisi economica più grave dal dopoguerra, dovrebbe consentire alla politica di ricostruire le basi della convivenza civile: dalla legge elettorale alla riforma della televisione di Stato.E invertendo l'ordine dei fattori nella scala delle priorità, sarebbe quantomai utile che questo secondo obiettivo precedesse magari il primo perché la liberazione della Rai dalla morsa della partitocrazia può contribuire a ripristinare le regole fondamentali del confronto e della competizione democratica.
Si tratta, come su questo giornale sosteniamo da sempre, di modificare la governance dell'azienda e le sue fonti di finanziamento, per affrancarla dall'asservimento al potere e dalla sudditanza all'audience. Ma, al di là degli aspetti e degli strumenti tecnici, il nodo è essenzialmente politico: tanto più al termine di un regime televisivo, marchiato dal più macroscopico conflitto d'interessi al mondo, con un leader di partito - e per di più capo di governo - che ha concentrato nelle sue mani il controllo diretto o indiretto della tv pubblica e privata.
Sotto l'egida della famigerata legge Gasparri, imposta dalla "dittatura della maggioranza" contro il pluralismo dell'informazione e la libera concorrenza, abbiamo dovuto assistere in questi anni a un'occupazione manu militari della Rai, con il presidente del Consiglio suo principale competitor, rivale e padrone, dominus assoluto di un'azienda mortificata e ridotta in condizioni di cattività.
Dall'investitura di un consiglio di amministrazione cristallizzato dalla logica dell'appartenenza e della fedeltà politica alla nomina di un direttore generale, anzi due, uno più supino e servile dell'altro; dalla proclamazione di un "direttorissimo" che ha distrutto il Tg 1 sul piano degli ascolti e soprattutto della credibilità, fino all'espulsione in massa di dirigenti, giornalisti, conduttori e conduttrici di successo, con un oggettivo
depauperamento del patrimonio umano e professionale che può corrispondere anche a una grave perdita di bilancio o addirittura a un danno erariale.
E pensare che, secondo la farsa della legge vigente, i compiti e gli obblighi della Rai sono regolati da un fantomatico "Contratto di servizio" con lo Stato, unico titolare delle frequenze televisive e quindi delle relative concessioni, di cui la partitocrazia fa strame abitualmente attraverso la lottizzazione e la spartizione del bottino o delle spoglie. Al vertice di questa "macchina da guerra", finanziata dai cittadini con il canone d'abbonamento, siede un sinedrio composto da nove consiglieri di amministrazione che - in forza della stessa legge - dovrebbero avere (testualmente) "i requisiti per la nomina a giudice costituzionale". O comunque, tra virgolette, essere "persone di riconosciuto prestigio e competenza professionale e di notoria indipendenza di comportamenti": laddove questa presunta indipendenza, a parte la figura del presidente di garanzia, è spesso contraddetta e smentita ab origine dalle rispettive storie, funzioni e caratteristiche individuali, sia a destra sia a sinistra.
A suo tempo, fu proprio la "Rai dei Professori" - insediata dagli allora presidenti di Camera e Senato, Giorgio Napolitano e Giovanni Spadolini - a rompere per la prima volta l'antica e indecente tradizione di un servizio pubblico subalterno al potere politico. Oggi il problema si ripropone in termini ancor più evidenti e aggravati dall'occupazione militare del berlusconismo. C'è da auspicare perciò che sia adesso il "governo dei Professori" a rimuoverne gli ultimi epigoni e a sgomberare il terreno della tv di Stato dalle macerie della tv di regime.
In questo caso, non è soltanto una questione di spoil system; di normale avvicendamento o rotazione dei dirigenti, in coincidenza con il ricambio a palazzo Chigi. La tregua istituzionale aperta e garantita dal governo Monti, sotto l'alto patronato del presidente della Repubblica, consente e impone un armistizio anche nel campo minato della televisione, un disarmo delle forze politiche sul fronte di viale Mazzini. Anche qui, del resto: se non ora, quando? Dalla Rai dei partiti, il "governo di impegno nazionale" può traghettarci finalmente alla Rai dei cittadini.

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