mercoledì 9 novembre 2011

L'inchiesta: ecco che cosa fa sentire insicuri gli italiani - Carlo Buttaroni su L'Unità

Le case, sempre più, assomigliano a fortezze, con grate, porte blindate, videocitofoni, antifurto. Si fa attenzione ai luoghi che si frequentano, a dove si parcheggia; si privilegiano le aree illuminate e le strade affollate, nel tentativo di incrociare sguardi che rivelino solidarietà o almeno non tradiscano indifferenza. Questa è l’altra faccia dell’insicurezza e della paura, fatta di sensazioni, ombre, sospetti; di reati che non sempre sono tali, come le lampadine dei lampioni rotte o l’indifferenza. Fatti che incidono ugualmente nella percezione di non essere al sicuro perché hanno una dimensione che insiste sul quotidiano, che viola la sfera privata fatta anche di luoghi e simboli. Situazioni e sensazioni che rappresentano unelemento di rottura, una perturbazione improvvisa e imprevista che mette a repentaglio la qualità della vita e l’abitudine a stare al riparo dai pericoli.
Dall’indagine di Tecné emerge un quadro in cui l’insicurezza è ricondotta principalmente al non sentirsi al sicuro in casa propria,maan- che al degrado e all’inciviltà, insieme all’ansia di vivereuna realtà spo- gliata di ogni forma di solidarietà. Sono i centri urbani medi e grandi a soffrire maggiormente la sensazione di essere immersi in un’atmosfe- ra dove predomina l’indifferenza, mentre chi vive nei piccoli comuni sembra ancora sentirsi relativamente al sicuro nella vita di tutti i giorni.
Nelle città con più di 250 mila abitanti il 43% degli intervistati ha dichiarato che nel quartiere dove risiede avvengono frequentemente atti di vandalismo; il 65% ha detto di aver paura a camminare di sera in strade buie e solitarie; il 62% vive l’ansia di imbattersi in liti o atti violenti, senza che qualcuno intervenga a difesa dell’altro; il 59% teme di perdersi in strade di periferia che non conosce. Nei centri minori queste paure sono meno presenti: gli atti vandalici scendono al 25%, l’indifferenza al 47%, la paura di camminare in strade buie al 48%. La differenza tra grandi e piccoli centri rispetto alle paure quotidiane si riduce, tuttavia, quando si va a vedere come l’ansia ha modificato le abitudini. Sia se abitino in una grande città che in un piccolo comune,
due intervistati su tre dichiarano di chiudere sempre la porta a chiave quando rientrano a casa o di cercare parcheggio in un’area ben illuminata.
Un cambio di stili di vita che riguarda, quindi, una grande maggioranza di italiani, nonostante l’incidenza effettiva dei reati descriva una realtà molto diversa: il 6% degli intervistati ha dichiarato di essere effettivamente rimasto vittima di un reato negli ultimi 12 mesi e la percentuale sale al 9% nelle grandi città e si dimezza nei piccoli comuni. Si direbbe che il clima di allarme pesi più del reale peggioramento dei livelli di sicurezza e che la percezione incida più del rischio reale, come se il livello d’incertezza avvertito fosse il riflesso di qualcosa che avviene altrove, di fatti conosciuti tramite i media e ai quali si teme di non saper far fronte. Cresce quasi un senso di preparazione all’evento criminale, una dimensione che anticipa ciò di cui si ha paura, quasi una profezia che si auto-avvera.
Una paura alimentata da chi, in questi anni, ha fatto crescere uno stato di ostilità e timore verso gli altri e ha dipinto un mondo che si apre in un pericolo, piuttosto che in un’opportunità, facendo dell’isolamento, del barricarsi e del respingere un comportamento giusto, a prescindere dal pericolo effettivo.
Una cultura della diffidenza verso l’altro che, alla fine, si è nutrita di se stessa perché la mancanza di solidarietà si è trasformata presto in solitudine, in paura, in sospetto e poi in un rifiuto cieco che ha fatto vivere il presente e immaginare il futuro avvolti nel buio e nell’incertezza. L’indagine evidenzia, come già molte ricerche hanno fatto, che le risposte non possono limitarsi alla repressione ma devono puntare alla riqualificazione del tessuto urbano, alla rivitalizzazione degli spazi pubblici nei centri e nelle periferie, alla riduzione delle forme di disagio ed emarginazione, alla promozione di forme di solidarietà nuove, perché la rete sociale protegge meglio di qualsiasi inferriata o sistema di allarme.
L’antidoto alla paura va, quindi, nella direzione opposta a quella indicata, in questi anni, anche da una parte politica, recuperando quella solidarietà intelligente che fa parte della nostra natura di animali sociali e raccogliendo tutte le grandi energie che questo Paese ha e sa produrre, per tornare a vederci chiaro, senza timori e senza divisioni.

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