lunedì 7 novembre 2011

«L'Italia società senza Stato»? Ecco gli otto punti deboli - su L'unita.it

Sabino Cassese
L'Italia sarebbe più forte se avesse avuto, fin dal principio, «una Costituzione 'efficiente', esecutivi duraturi, un severo minimo di governo, leggi che dettano regole e non deroghe, vertici amministrativi scelti in base al merito e autenticamente imparziali, istituzioni capaci di creare fiducia nello Stato come agente della collettività e di costituire il capitale sociale assente». Insomma, sarebbe stata più forte «avesse avuto non meno, ma più Stato». È uno dei passaggi di «L'Italia: una società senza Stato?», l'annuale lettura del Mulino tenuta stamane a Bologna da Sabino Cassese, giurista e giudice della Corte Costituzionale che ha tracciato un'analisi del Paese dall'Unità a oggi.
La 27^ lettura del Mulino ha riempito la platea dell'Aula magna Santa Lucia dell'Ateneo. Nelle prime file, stamane, c'erano il neo governatore della Banca d'Italia Ignazio Visco, il direttore generale di Bankitalia Fabrizio Saccomanni, Romano e Vittorio Prodi, Flavia Franzoni, il parlamentare Pd Arturo Parisi, il prefetto Angelo Tranfaglia, la presidente della Provincia Beatrice Draghetti, la vicesindaco Silvia Giannini, il parlamentare Pdl Giancarlo Mazzuca,il rettore dell'Università Ivano Dionigi, uno dei suoi predecessori e attuale presidente della Fondazione Carisbo Fabio Roversi Monaco, il presidente Unipol Pieluigi Stefanini.
L'Italia, ha detto Cassese, ha una storia di successi. Ma questi si devono «in misura molto limitata allo Stato italiano, che ha rivelato, in questo secolo e mezzo, tutta la sua debolezza, nonostante il ruolo centrale avuto come agente storico di quel lento processo di unificazione che iniziò nel 1861 e che continua tuttora».
Otto i punti deboli elencati da Cassese
Tra questi, ad esempio, «una costituzionalizzazione debole», il «distacco tra società e Stato, Paese reale e Paese legale, cittadini e autorità», con la maggioranza del Paese estranea allo Stato e con il problema di doversi trasferire, prima all'estero, poi al Nord. Ancora oggi, peraltro, nel Sud, rispetto al Nord, «sono
inferiori prodotto pro-capite, produttività del lavoro, tasso di occupazione, dotazioni infrastrutturali, qualità dei servizi pubblici», mentre «sono maggiori le attività irregolari, l'illegalità, l'incidenza del pubblico impiego sull'occupazione complessiva». E mentre il saldo dei flussi migratori pure oggi vede il Sud perdere ogni anno 60.000 persone ed è frequente il ricorso di cittadini residenti nel Mezzogiorno a servizi pubblici prodotti nel Centro-Nord, la malavita si è fatta spazio come «agenzia di protezione».
Cassese tocca poi un altro problema tutto italiano: «L'endemica situazione di sfiducia in un'amministrazione inetta e in una giustizia arbitraria», che ha portato a una «legislazione derogatoria», con troppe leggi, norme speciali, straordinarie, eccezionali, derogatorie, «che rappresentano altrettante evasioni ed erosioni del diritto codificato, suggerendo sempre nuovi adattamenti a casi specifici». Senza contare l'instabilità degli esecutivi, la natura corporativa dello Stato la «sua incapacità di rendersi autonomo rispetto agli interessi costituiti, quelli economici e quelli elettorali».
Altra questione è l'alto numero degli addetti alla politica, stimato in 1,3 milioni «con alti costi e frequenti casi di corruzione Tutti questi problemi della macchina pubblica, nel corso della storia dello Stato unitario, sono stati affrontato facendo ricorso «a rimedi esterni, che, però, in qualche caso hanno ulteriormente indebolito la costruzione statale». Alla fine, conclude Cassese, nel corso della storia italiana si è spesso lamentato che vi fosse troppo Stato, un centro invadente, uniformità di regole. «Non dovrebbe, invece, dirsi che abbiamo avuto troppo poco Stato, con una costituzione debole, troppo a lungo separato dai suoi cittadini, diviso in due, con un centro precario, senza un proprio corpo, capace di emanciparsi dagli interessi particolari?».

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