venerdì 11 novembre 2011

Pd, non è il momento delle beghe - Giorgio Merlo su Europa

Lo diciamo da tempo. L’inevitabile implosione del Pdl – al di là degli auspici o dei desideri – rischia di riscrivere l’intero sistema politico italiano. Senza essere sospettati di politologia, è evidente che quando un pilastro dello scricchiolante sistema bipolare entra in permanente fibrillazione ne risente inesorabilmente anche l’antagonista principale.
Il tutto in un contesto dove non mancano le forze che puntano deliberatamente a far saltare proprio quel bipolarismo che ritengono, a torto o a ragione, la causa originaria della crisi della politica italiana. Certo, non tutto è speculare e non tutto avviene per decreto. Ma è ovvio che la crisi strutturale del partito del berlusconismo può aprire scenari imprevedibili e non affatto ipotizzabili.
La riflessione, quindi, investe innanzitutto il Pd come partito cardine dell’alternativa al centrodestra e, soprattutto, come motore di un nuovo progetto riformista per il nostro paese. Ma è proprio in questa fase che è richiesto al Pd un di più di unità e un supplemento di chiarezza sul profilo e programmatico del partito. Elementi, questi, strettamente intrecciati tra di loro e che saranno determinanti nel mantenimento dell’orizzonte bipolare e nella costruzione di un progetto riformista che non può subire derive massimaliste o larvatamente giustizialiste. Insomma, adesso più di prima è necessario avere un Pd forte, unito e chiaro sulla prospettiva che persegue. Innanzitutto l’unità interna. Tutto può capitare ma un partito non regge, o non è credibile, se deve convivere con una litigiosità permanente su chi è più nuovo dell’altro, su chi è più fresco dell’altro e su chi è più carrierista dell’altro. Senza ridimensionare le ormai innumerevoli correnti generazionali, è persino ovvio ricordare che se viene minata l’unità interna per obiettivi di solo potere – come tutti hanno capito, del resto – si corre il serio rischio di alimentare quelle voci che vogliono riscrivere la politica italiana dopo il lento ma inesorabile tramonto del berlusconismo.
No, questo è anche il momento della responsabilità. E non saranno certo le primarie e la loro organizzazione a mettere in discussione la bontà e l’efficacia di un progetto politico. Nè le singole, anche se
legittime, ambizioni di potere potranno scalfire il decollo di un partito che non ha l’obiettivo di durare per una stagione ma che punta, semmai, a condizionare – e se possibile guidare – la politica italiana dei prossimi anni. Ma questo si può ottenere solo se l’unità politica – convinta, ovviamente, e non solo burocratica – ha il sopravvento rispetto alla frammentazione e alla divisione per età, per bande o per gruppi di potere.
Ma, accanto all’unità interna, è indispensabile, se non decisivo, la chiarezza sul progetto politico del partito, e quindi della conseguente coalizione. È inutile aggirare il problema. Tutti ricordiamo l’infausta stagione dell’Unione di Prodi. È questo il modello a cui pensiamo di ispirarci? Credo di no. Come credo che la futura coalizione di centrosinistra debba esprimere sino in fondo una autentica e credibile cultura di governo. Solo così sarà possibile confermare la bontà del bipolarismo, l’efficacia politica di un partito “plurale” e la credibilità di un’alleanza di centrosinistra che può anche fare a meno di contemplare al suo interno sia la maggioranza che l’opposizione.
E questa sarà la prova del nove. Perché sin quando – e a volte in modo persino caricaturale – si combatteva contro il “male assoluto” poteva anche avere un senso, anche se residuale, un’alleanza elettorale vasta ed eterogenea. Ma quando questa condizione viene meno allora è indispensabile declinare un progetto di governo che non può essere confuso in nessun modo con un cartello elettorale riveduto e corretto o, peggio ancora, con una alleanza indistinta e disomogenea. Certo, la condizione italiana è del tutto anomala e non si può escludere, come dice spesso Franceschini, l’opportunità di dar vita in questo frangente ad una coalizione “costituente” che faccia ripartire il paese dopo una lunga stagione di paralisi e di sola contrapposizione ideologica.
Una fase, però, transitoria che poi sfocerà in una fisiologica democrazia dell’alternanza e dove sarà richiesto al Pd un profilo chiaro e senza equivoci. Due elementi, questi, che adesso aspettano proprio dal Pd una risposta chiara e convincente.
Il tempo delle contrapposizioni personali, delle beghe interne di corrente e di potere devono lasciare il passo ad una nuova stagione costituente. Non solo per il bene e il futuro del nostro paese dopo le macerie che si erediteranno dal berlusconismo, ma anche per non disperdere un patrimonio di idee e di risorse umane che sono culminate quattro anni fa nel progetto del Partito democratico.

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