venerdì 11 novembre 2011

Se l'opzione generazionale non arriva mai - Irene Tinagli su La Stampa

Se pensiamo alla velocità con cui il mondo sta cambiando e la confrontiamo con la lentezza con cui pensano e agiscono i nostri politici, ci accorgiamo che qualcosa non torna. E' stridente il contrasto tra il mondo reale, fatto di fenomeni nuovi che ci colgono alla sprovvista, di Paesi emergenti che esplodono strappandoci quote di mercato, e il mondo della nostra politica, fatta di signori attempati che periodicamente si siedono attorno a un tavolo, scambiandosi scartoffie in attesa del prossimo meeting.
Cosi come colpisce il contrasto tra l'immagine di giovani manager, analisti e imprenditori che fanno e disfanno le sorti dei mercati internazionali, e le immagini dei nostri politici vecchi e stanchi che non sanno più capire ciò che gli passa sopra la testa né dare risposte a nulla. Politici appesantiti non solo da acciacchi e ceroni, ma ancora più da decenni di compromessi, irrigiditi dal cinismo più che dall'artrosi. Sono i politici navigati, scaltri, che cercano di minimizzare energie e sforzi per arrivare al prossimo piccolo traguardo.
E così vanno avanti a forza di rinvii, palleggiandosi lettere d'intenti, lanciando proclami che tengano impegnata l'opinione pubblica per tre o quattro giorni, seguiti da smentite che ne occupano altri tre. Così un'altra settimana è andata in chiacchiere. Con sollievo di tutti gli schieramenti politici. Perché tutti ormai hanno alle spalle decenni di onorata carriera da cui hanno imparato che la politica conviene (a loro) farla così. Di fronte a questo avvilente scenario viene da chiedersi se tutto questo sia davvero inevitabile.
Possibile che non esista una chance di ricambio, un’«opzione generazionale» in grado di farci riprendere il passo col mondo? Fino ad oggi l'Italia non sembra aver maturato gli strumenti per una tale opzione. I pochi giovani che riescono a farsi spazio tra i vari Berlusconi, Bersani, Bossi o D'Alema sono stati accuratamente selezionati in modo da neutralizzare ogni possibile cambio sostanziale. E quando capita qualche eccezione, come il caso di Matteo Renzi che ha sfidato i «dinosauri» del Pd, viene isolata e ignorata come una cellula
impazzita, un cancro da estirpare. Perché, chiaramente, è troppo giovane (!), deve imparare a «non scalciare», e, soprattutto, deve dimostrare ciò che vale.
E' vero: le persone devono dimostrare sul campo quello che valgono. Ma questo vale per i giovani come per i vecchi. E non è chiaro come mai quelli che sono sulla stessa poltrona da venti o trent’anni, senza essere riusciti a cambiare quasi niente, non possano, per la stessa teoria, farsi da parte. Così come non è chiaro come mai un quarantenne o un trentenne che sia più fresco di studi, che abbia vissuto in prima persona cosa significhi studiare o cercare lavoro nel mondo di oggi, debba essere più inadeguato di un politico che, nella migliore delle ipotesi, ha preso una laurea agli inizi degli anni Settanta, non ha mai dovuto neanche scrivere o inviare un curriculum nella sua vita, e biascica tre parole d’inglese.
Perché quindi abbiamo tanta paura a dare un'opportunità a qualche volto nuovo? Questa diffidenza verso i giovani e il cambiamento è un atteggiamento tipico italiano, e forse delle culture più tradizionali come quelle mediterranee. In Spagna, per esempio, dopo l'esperimento Zapatero si è registrata una nuova chiusura. Carme Chacón, la trentanovenne ministra della Difesa che avrebbe voluto essere il candidato socialista alle prossime elezioni, è stata subito fatta fuori dai baroni di partito, che hanno ripiegato su Rubalcaba, uomo di più consolidata tradizione partitica. I Paesi del Nord Europa, invece, sono più abituati a cambi anche radicali, a dare fiducia a volti e generazioni nuove. E proprio il loro esempio potrebbe farci capire che cambi generazionali anche radicali possono essere un'opportunità e non devono far paura.
E il riferimento non è solo all'Inghilterra che ha eletto il quarantacinquenne David Cameron o che, a suo tempo, elesse il quarantaquattrenne Tony Blair. Anche i Paesi scandinavi offrono ottimi spunti. Jens Stoltenberg, attuale primo ministro norvegese, fu eletto quando aveva 41 anni, dopo essere stato, all'età di 36 anni, ministro dell'Economia e delle Finanze. Il nuovo primo ministro danese, Helle Thorning-Schmidt, ha 44 anni, ed è tra le più anziane della sua squadra di governo. La Thorning-Schmidt, infatti, non ha avuto paure o esitazioni ad affidare il ministero delle Finanze al trentottenne Bjarne Corydon o il ministero degli Interni alla ventottenne Astrid Krag Kristensen. Per dare un'idea di ciò che questo possa significare in termini di cambiamento culturale, basta pensare che quando Susanna Camusso è diventata dirigente della Fiom milanese, la trentaquattrenne ministro del Lavoro danese, Mette Frederiksen, non era ancora nata.
E quando il nostro ministro Sacconi veniva eletto per la prima volta in Parlamento, Mette non andava neppure all'asilo. Certo, non è detto che tutti questi giovani ministri e primi ministri facciano un buon lavoro. E finché non avranno completato il loro mandato non sapremo con certezza dove avranno condotto i loro Paesi. Ma sappiamo con certezza dove i nostri grandi politici tanto esperti e navigati hanno portato il nostro.

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