giovedì 10 novembre 2011

Sulle orme di Atene - Massimo Giannini su Repubblica

Mentre a Roma si chiacchiera, l'Europa celebra la fine dell'Italia con un funerale di "rito greco". Tito Livio è abusato, ma rende plasticamente l'idea del disastro in pieno corso. Il corto circuito tra l'accidiosa trattativa di Palazzo intorno al maxi-emendamento alla legge di stabilità e la vorticosa deriva dei mercati intorno alla "carta italiana" dà la misura della nostra provinciale inadeguatezza. Prima di tutto a comprendere i fenomeni. E poi a prevenirli, a guidarli, a gestirli. Berlusconi consuma le sue ultime ore con la logica nota del "muoia Sansone". Le opposizioni chiedono un'accelerazione. Il Quirinale sonda, sollecita, media. Ma intanto la comunità finanziaria non aspetta. Lo spread tra i nostri titoli di Stato e quelli tedeschi brucia tutte le soglie, aritmetiche e psicologiche.
A quota 600 punti, siamo già abbondantemente in zona Grecia, Irlanda e Portogallo. Gli esecrati speculatori (così continua a chiamarli la Casta, presa dalla sindrome mussoliniana del planetario "complotto giudo-pluto-massonico") hanno emesso la loro sentenza, senza aspettare l'esito delle febbrili trattative capitoline. L'Italia non ce la fa, il vecchio governo fatica a morire, quello nuovo è difficile che nasca.
Ce n'è abbastanza per fuggire da tutto quello che, sulla piazza finanziaria, ricorda il tricolore. Titoli a lunga scadenza, ma adesso anche a breve. Non solo Btp a 5 e 10 anni, ma anche Bot trimestrali, semestrali, annuali. Le banche internazionali (dalla Rbs alla Ubs) dimezzano il loro portafoglio di titoli italiani. Le grandi banche d'affari (da Goldman Sachs a Jp Morgan) vendono o non ricomprano i titoli del Belpaese. Sul mercato, da giorni, è attiva solo la Bce, che fa quel che può per evitare il collasso definitivo del Sistema. Ma ormai non basta più. Sulla "carta italiana" domanda e offerta non si incontrano praticamente più. Per questo, dopo il frenetico raid cominciato questa mattina, l'impennata dei differenziali (e dei relativi premi di rischio) si
è fermata a metà giornata. Chi prova a vendere non trova compratori.
È il segno che siamo vicini al punto di non ritorno. Tra gli operatori (da Barclays a Witan Investment Trust) si moltiplicano quelli che considerano addirittura inutile, a questo punto, il ricorso alle fatidiche "misure d'urgenza" invocate da mesi dalla Ue, dall'Fmi, dalla Bce. Ormai non serve più né un maxi-emendamento né un decreto legge. La crisi è già troppo avanti. Una crisi di liquidità, che sta per diventare una crisi di solvibilità. Ed è troppo tardi per rimettere il dentifricio nel tubetto.
Naturalmente speriamo che non sia vero. E che il cinico fatalismo del mercato lasci ancora qualche margine a un residuo ottimismo della politica. Ma la precondizione è che chi deve decidere capisca, una volta per tutte, che stiamo correndo un rischio mortale. Ripetere "non siamo come la Grecia" è un penoso esorcismo: serve a mettere l'anima in pace a qualche parvenu, incosciente e incompetente. Ma sta condannando Roma a seguire il destino di Atene.

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