lunedì 5 dicembre 2011

Come evitare la catastrofe - Mario Pirani su Repubblica

Mi torna alla mente una scritta che qualche tempo fa vidi su un muro di Trastevere a Roma: "Contro la crisi annamo a rubbà!". Lì per lì mi sembrò una spiritosa provocazione ma, con quel che sta avvenendo, mi viene il dubbio che ormai possa esser letta come una risposta scientificamente valida, almeno sotto il profilo di un sondaggio popolare basato sui grandi numeri. L'incertezza sul futuro incombe. Tutti si chiedono e ti chiedono: "Come andrà a finire ?". Ma non c'è risposta.
Anche se una specie di reazione scaramantica suggerisce di sfuggire alle previsioni più realistiche ma ad un tempo più catastrofiche. Forse più che leggere le odierne cronache economiche bisognerebbe sfogliare un celebre romanzo degli anni Trenta, Furore di John Steinbeck, l'odissea realistica di migliaia e migliaia di disoccupati che la Grande Depressione aveva sradicato dalla loro terra e che attraversavano l'America dall'Est all'Ovest alla ricerca vana di un qualsiasi lavoro per sopravvivere. Ma se questo racconto si presta angosciosamente a delinearci il possibile - anche se speranzosamente improbabile - profilo di un futuro prossimo venturo, l'esperienza vissuta, l'intelligenza storica e politica accumulate, lo spirito di sopravvivenza, e, infine, la perizia tecnica, potrebbero ancora sventare il peggio. A condizione di prendere davvero atto del pericolo e agire di conseguenza.
Il che per ora non è, né sul piano europeo, né su quello italiano. Non saranno, infatti, le formule incomprensibili ai più su nuovi patti di stabilità, l'emissione o meno di eurobond meno ostici oltre Reno, i ventilati accordi intergovernativi imperniati sul club delle triple A, ancora superstiti, a ridare fiato e speranza all'economia dell'Ue. Fiato e speranza di nuovo evocabili e non spenti sul nascere, solo se un gruppo di governanti, disposti a giocarsi il tutto per tutto sul piano politico, prima ancora che economico, si mostreranno capaci di rimettere in agenda il compimento di quel cantiere lasciato a metà per edificare una
Europa unita; solo se questo pugno di uomini di Stato sapessero ricordare a se stessi e alle opinioni pubbliche che l'opera venne intrapresa per fugare l'incubo secolare delle ricorrenti guerre intra-europee, per aprire la libera circolazione fra le nazioni, prima ai lavoratori poi alle merci, oltre ogni dazio e frontiera; per garantire in Occidente uno spazio democratico fondamentalmente concorde, capace di attrarre, come è avvenuto, gli Stati dell'Est ancora sotto il peso della dittatura; per prevenire nuove crisi economiche e garantirci il buon funzionamento di una economia sociale di mercato.
Naturalmente oggi la valorizzazione dei punti di partenza andrebbe accompagnata dalla riedizione di un piano Delors, che non era un sogno ma un progetto fattibile di un'Europa capace di affrontare la globalizzazione, di ridare un futuro alle sue giovani generazioni, di recuperare disciplina, solidità e solidarietà. E, soprattutto consapevolezza. Quella che non avemmo quando, una volta creato l'euro, dimenticammo che una moneta unica non poteva alla lunga reggere se i bilanci pubblici degli Stati membri non erano ispirati da grandezze compatibili, criteri unificanti, regole solidali e rispettate, contabilità affidabili. E, infine, dalla facoltà di agire come tutte le banche centrali, quale sportello di ultima istanza, in grado di stampare moneta per strozzare la speculazione e rilanciare la congiuntura economica. Aver gettato non il cuore ma la testa al di là dell'ostacolo, aver varato l'euro ma non le sue indispensabili fondamenta, averne allargato con imprudenza le frontiere iniziali a Stati sempre più impreparati, minaccia ora di travolgere non solo la moneta unica ma l'intera costruzione europea. Se si ripetessero non sarebbero scene da fantascienza ma cronache di vita vissuta quelle attraversate dalla Germania degli anni Venti o dall'Argentina verso la fine del secolo scorso: gli sportelli bancari chiusi, sospeso il pagamento dei salari pubblici e delle pensioni, mancanza di denaro circolante, disperazione e disordini. Si ripresenterebbero, come allora, risposte politiche di destra estrema. Una economia autoritaria di Stato potrebbe trovare consensi oggi impensabili.
Un panorama così catastrofico non è - come abbiamo detto - ormai ineluttabile. Sempre che se ne renda avvertita l'incombente minaccia e l'obbligo per tutti di comportarsi con consapevole fermezza, con spirito patriottico, non solo nazionale ma di necessità europeo, con l'urgenza della sopravvivenza. Un discorso che vale per tutti i Paesi, per le cicale del Mediterraneo e per le formiche del Nord. Ognuno porta la sua parte di responsabilità. Non si può incolpare il cittadino tedesco se si mostra riluttante ad accollarsi il peso delle imposte evase da milioni di italiani o se i suoi sindacati, a differenza dei nostri, si fanno carico della produttività del sistema, ma quel che la signora Merkel dovrebbe rammentare ai suoi concittadini è che, ad avvantaggiarsi delle potenzialità esportative dell'euro, i primi di gran lunga nei mercati sicuri di Eurolandia, sono stati proprio i detentori del marchio made in Germany e che lo scambio globale tra il dare e l'avere è di molte lunghezze a loro vantaggio. Per cui o ci salveremo assieme (e loro sono i soli ad avere i mezzi per farlo) o crolleremo assieme.
Quanto all'Italia, malgrado la salutare svolta all'imbocco dell'ultimo miglio, con le dimissioni di Berlusconi e l'avvento di Monti, non si può non notare che nei comportamenti della classe politica verso il governo tecnico sono tornati ad emergere alcuni dei vizi nazionali che speravamo fossero stati riposti, almeno per lo spazio di questo drammatico frangente. Anzitutto i furbeschi ricatti il cui smontaggio implica dannosi ritardi e defatiganti compromessi; la tendenza ad anteporre miserevoli vantaggi di parte alla preminenza dell'interesse nazionale, l'uso volgare di un fraseggio improprio e quant'altro si presti a mantener virulento il degrado della vita pubblica. Inutile, comunque, proseguire nell'elenco dei permanenti pubblici vizi. Sol che deve esser chiaro che un governo tecnico ha un senso e una sua necessità allorquando i partiti hanno disastrosamente dimostrato l'incapacità di condurre a salvamento il bene pubblico. Verificata l'impossibilità della maggioranza di ieri di attuare questo compito, come anche la non percorribilità di un qualsiasi accordo, sia pur provvisorio, dei partiti dell'una e dell'altra sponda, è infine emersa, per iniziativa del presidente della Repubblica, l'opzione neutra del governo tecnico.
Ma il suo compito risulterebbe inutile se ad ogni passo dovesse soggiacere non alla razionalità di scelte, appunto, tecniche, ma al placet della destra o della sinistra, libere di seguitare a comportarsi come se, finalmente sciolte da ogni diretta e pubblica responsabilità, potessero muoversi sulla scacchiera come meglio aggrada secondo i loro interessi politici, corporativi o elettorali a futura memoria. Silurerebbero l'ultimo vascello rimasto per salvare l'Italia e non è una consolazione immaginare che precipiterebbero loro stessi nella rovina.

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