venerdì 16 dicembre 2011

Fare come quelli del ’52 - Mario Adinolfi su Europa

Dovremmo fare come quelli della classe ’52. O come i tassisti. O come i presidenti di provincia. O come i pensionati fino a 1405 euro al mese. Insomma, dovremmo fare come quelli. Come tutti quelli che hanno ottenuto con il piagnisteo e qualche mezza minaccia, le modifiche alla manovra lacrime e sangue. Dovremmo chi? Ma noi. Noi nati dopo il 1970, che ci siamo tenuti tutto insieme lo scalonissimo che ci manderà in pensione a settant’anni o giù di lì, con almeno quarantacinque anni di contributi e in cambio manco uno straccio di riformetta liberalizzatrice delle professioni, manco un piccolo intervento sulle politiche salariali (quelle che non negano il futuro della pensione, negano il presente di uno stipendio appena decente), manco un aiutino per emanciparsi dall’abitazione dei genitori. 
Abbiamo ottenuto scalonissimo e aggravio dei contributi sulle nostre partite Iva, quei contributi che non serviranno a nulla se non ad avere una pensioncina da settantenni che non varrà la minima sociale. Colpa di Mario Monti? No, non è colpa di un presidente del consiglio che ha fatto quel che poteva e forse quel che doveva. No, è colpa nostra. Quelli del ’52, i tassisti, i presidenti di provincia, i pensionati e tutti i beneficiati dalle correzioni alla manovra hanno tutti organizzazioni di rappresentanza a supporto, organi di stampa con coetanei nei posti di comando, sistemi politici- partitici in qualche modo a disposizione. In un paese che, ci informa l’Istat, ha un quinto della popolazione over 65, quel 20 per cento si organizza e conta: vanno tutti a votare, sono tutti iscritti ai sindacati, hanno competenza in termini di battaglia politica combattuta a colpi di rivendicazioni. Noi nati dopo il 1970 siamo tanti, è vero: ventinove milioni secondo l’Istat, praticamente la metà del paese. Ma una buona parte non vota, per mancato raggiungimento del limite minimo d’età. Un’altra buona parte non va a votare per scelta (stupida). 
Pochi hanno coscienza politica, pochissimi hanno ruolo politico. Nei giornali, poi, non ne parliamo. Martedì in tv ad Agorà mi sono ritrovato come un cretino a rivolgere un appello in diretta al vicedirettore del Corriere della Sera, Dario Di Vico, affinché il suo giornale non si occupasse più solo del piagnisteo della
classe ’52, a cui viene consentito dalla modifica della manovra di andare in pensione nel 2012 con 35 anni di contributi mentre la stessa manovra “equa” costringerà me ad averne almeno 45. Dopo la diretta televisiva sono andato su Wikipedia, come quando ti si accende una lampadina: di che classe è il bravo Di Vico? Avete indovinato: del 1952. Simpaticamente durante la trasmissione Di Vico mi ha assicurato che avrebbe interessato del mio appello il direttore Ferruccio De Bortoli, che ho scoperto essere nato nel 1953 e dunque un giovanissimo.
Bando alle ciance: finché non avremo rappresentanza politica, sociale, mediatica la nostra condizione sarà sempre la stessa. La mezza Italia nata dopo il 1970 pagherà le decisioni che l’Italia dei sessanta-settantenni al comando prenderà, senza avere mezza possibilità di mettere bocca. Anzi, sorbendosi i piagnistei di tutti quelli che poi otterranno di veder mitigato il versamento delle proprie lacrime e del proprio sangue. Noi, li verseremo tutti interi. Rendersi conto di questa nostra irrilevanza e avviare una battaglia, sì, un conflitto generazionale per l’avvicendamento naturale nella stanza dei bottoni, sta per diventare un’esigenza vitale. Farlo ora forse per alcuni di noi è essere già fuori tempo massimo. Ma non farlo esporrà il paese e tutti noi ad un rischio altissimo.

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