mercoledì 28 dicembre 2011

Fornero fa rimpiangere Donat-Cattin - Giorgio Merlo su Europa

Due ministri del lavoro. Due torinesi. Due modi diversi, però, di concepire la tutela e la garanzia dei diritti dei lavoratori. Ne abbiamo avuto prova proprio in questi giorni. Da un lato ricordiamo il ministro dei lavoratori – come venne giustamente definito il cavallo di razza della Dc Carlo Donat-Cattin alla fine degli anni ’60 – e dall’altro il tecnocrate Elsa Fornero, accademico di fama e portatrice di una visione élitaria ed efficientistica nella giungla del mercato del lavoro.
Due approcci diversi, al di là dei diversissimi contesti politici, storici e culturali dei due protagonisti. E due sistemi valoriali quasi alternativi. Certo, è scontato ricordare che il contesto attuale è profondamente diverso da quello in cui fu varato lo Statuto dei lavoratori. Il dramma della precarietà del lavoro giovanile da un lato e la pluralità delle forme contrattuali dall’altro sono elementi che hanno rivoluzionato il panorama sociale e produttivo del nostro paese. E la flessibilità esige risposte nuove e profondamente innovative. Ora, per restare all’oggi, non è affatto in discussione l’appoggio leale e convinto – almeno da parte mia – al governo Monti e a ciò che rappresenta in questa difficile fase della vita politica italiana.
Ma è indubbio che, proprio intorno all’articolo 18, alla tutela dei lavoratori e alla difesa dei loro diritti, emergono culture quasi antitetiche. E questo non inficia e non condiziona la risposta che il governo deve dare alle nuove sfide che arrivano dal mondo del lavoro. Ma la rimozione dell’articolo 18, come ha giustamente sottolineato Franco Marini, non è affatto la priorità da affrontare. Anzi, con il tempo è diventato sempre più una bandiera ideologica da sventolare che non contribuisce a risolvere i problemi che sono sul tappeto. Semmai, si tratta di affrontare definitivamente, e con realismo, il nodo della crescita, della ripresa della produttività e del rilancio del nostro modello produttivo.
Ma, per restare all’oggi, ricordo questi particolari perché, al di là delle fasi storiche e dei contesti profondamente diversi dei due personaggi, attorno alle regole del mercato del lavoro, alla difesa dei diritti dei
lavoratori e alla democrazia sindacale non ci sono evoluzioni che tengono. I diritti della persona, e quindi dei lavoratori, restano diritti sempre, come la garanzia delle condizioni di lavoro. E questo tema interpella direttamente il centrosinistra, la sinistra e tutto lo schieramento riformista.
E tutti coloro che si sentono, con modestia ed umiltà, i prosecutori di quella grande esperienza politica e culturale che è stato il patrimonio della sinistra democristiana e di molti settori dell’area cattolica italiana, non possono restare indifferenti o estranei di fronte alle problematiche che sono sul tappeto proprio in queste settimane. E, checché ne dica la tecnocrate ed accademica Fornero, i lavoratori, i ceti popolari e larga parte del mondo sindacale continuano a riconoscersi nel magistero politico, culturale e sociale del ministro dei lavoratori. Un elemento, questo, su cui dobbiamo riflettere tutti. E non per un omaggio formale al padre dello Statuto dei lavoratori Carlo Donat-Cattin, ma per non dimenticare un tassello fondamentale della cultura politica del riformismo italiano.
Il ministro Fornero dovrebbe recuperare una disponibilità al dialogo e al confronto con le parti sociali senza confondere il ruolo e lo stile accademico con la indispensabile e necessaria mediazione politica e la ricerca del consenso sulle proposte che vengono avanzate di volta in volta.
Del resto, il ministro del lavoro non è un giustiziere né un mero esperto accademico che deve perseguire un disegno ragionieristico e burocratico. Su questo, e solo su questo, sarà giudicato un ministro della repubblica e non sulle battute estemporanee di un accademico super partes in materia previdenziale e lavorativa.

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