venerdì 30 dicembre 2011

I riformisti ascoltino Napolitano - Debora Serracchiani su Europa

«Il problema che in primo luogo va risolto, e fallendo il quale qualsiasi altro progresso non è che apparenza, è la definitiva abolizione della divisione dell’Europa in stati nazionali sovrani». Non dubito che parecchi avranno riconosciuto la famosa frase spinelliana del manifesto di Ventotene, il pamphlet più antesignano dell’idea d’Europa che oggi, a leggere le cronache, sembra debba traslocare sullo scaffale della fantapolitica.
Eppure il nodo è e resta tutto lì, e più si prova a rinviarne la soluzione o ad arrangiare pecette per tenere assieme i pezzi del puzzle continentale, più si avvicina la resa finale dei conti; con l’Europa degli stati che riprende definitivamente il sopravvento, si candida all’irrilevanza politicoeconomica, e si condanna ad essere un territorio in decadenza nella sfida globale. Dovrebbe dirci qualcosa la notizia che il Brasile ha superato la Gran Bretagna nella graduatoria mondiale del Pil piazzandosi al sesto posto tra le grandi economie. E un’altra spia dovrebbe accendersi quando veniamo a sapere che gli scambi fra la Cina e il Giappone avverranno in yuan e yen, senza far ricorso al dollaro, né tantomeno all’euro. Auspicabile una reazione più articolata di quella del ministro delle finanze tedesco, che ha detto di essere stato “sorpreso” dall’accordo.
Negli ultimi mesi, in Italia, il leit-motiv più accreditato attribuisce proprio alla Germania e alle rigidità della cancelliera Merkel le maggiori responsabilità per una conduzione della crisi che sembra non solo lontana dal raggiungere l’obiettivo di traguardare l’uscita dal tunnel, ma che addirittura potrebbe alimentare i rischi recessivi per la zona euro. C’è probabilmente parecchio di vero, quando si dice che l’imposizione del
modello tedesco di stabilità non fa bene all’Europa.
Ma questo ragionamento, per quanto condivisibile, non dovrebbe essere tirato fino al punto da sradicare dall’Italia la responsabilità di mettere in atto tutte le misure che finora abbiamo creduto di poter rinviare ai posteri. Perché i posteri della spesa pubblica siamo noi. Più chiaramente: allo stato delle cose, il futuro dell’Italia si decide in primo luogo a Roma, e solo poi a Bruxelles.
Ancora a metà novembre ho avuto occasione di dire che il governo Monti sarebbe stato pienamente politico. Sono sempre più convinta che questa non è un’opzione trattabile, ma che l’agibilità politica del governo Monti sia il prerequisito per la riuscita del risanamento. Siamo infatti di fronte a una grande e decisiva sfida per il paese, e l’unica alternativa è vincerla. Le ricette le conosciamo da sempre, ora si tratta di applicarle: riforma delle pensioni, del welfare e del mercato del lavoro, sburocratizzazione, liberalizzazioni… insomma si tratta di far diventare l’Italia un paese moderno, che non stia più in fondo alle classifiche di tutto tranne che della corruzione, del sommerso e dell’evasione fiscale.
E si può anche provare a esorcizzare l’odiosa lista di Olli Rehn ma la realtà non cambia. C’è da sperare che i riformisti italiani vogliano trarre ispirazione dalla lettera di Giorgio Napolitano, anche nei punti più ruvidi, in cui ricorda come il grande esiliato della politica italiana, il pensiero liberale abbia “incontrato sordità e suscitato contrapposizioni nell’area del riformismo e, più concretamente, nella sinistra legata al mondo del lavoro”.
È una riflessione che ha le sue conseguenze politiche, sul piano dell’idea di partito che si propone di essere il Pd, e sul piano dell’immediata azione nei confronti del governo. L’immagine del presidente del consiglio Monti stretto fra l’incudine dei compiti a casa dell’Europa e il martello dei partiti di maggioranza che scalpitano per tirare dal proprio lato una già corta coperta non può essere auspicata dal Pd, che di questo governo ha creato le condizioni parlamentari. Non possiamo volerlo nemmeno se crediamo che Monti sia, adesso, l’unica faccia italiana spendibile in Europa quando bisognerà discutere le modifiche ai trattati.
Perché è all’Europa che bisogna guardare, se intendiamo recuperare la responsabilità storica di chi costruisce e non assumerci quella di chi assiste al crollo. L’Italia non è una variabile indipendente dell’architettura europea e della sua speranza di futuro, è un cardine, e ciò che decidiamo per i nostri destini nazionali ha conseguenze a breve e a lungo termine sull’Unione. Ricordiamocene quando prendiamo di mira la Merkel.

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