venerdì 30 dicembre 2011

La Parola Sviluppo - Carlo Galli su Repubblica

Sviluppo (da ex, nel senso di 'separazione' e 'viluppo', groviglio). Il processo di crescita graduale che si libera da impacci, e produce una condizione più ricca, elevata, perfezionata.
L'immagine sottesa è di tipo organico, e ha a che fare con l'evoluzione di un organismo (vegetale o animale) che raggiunge la propria maturità; ma in via metaforica si intende con 'sviluppo' l'incremento di un'attività, la realizzazione pratica di un progetto, l'approfondimento o l'estensione di un'idea. Soprattutto, 'sviluppo' è la crescita costante delle principali grandezze economiche (Pil, occupazione, interscambi commerciali) di un determinato Paese o area.
Allo sviluppo economico in Occidente sono stati associati l'incremento demografico (causato dal miglioramento delle condizioni igienico-sanitarie), l'aumento del tasso di scolarizzazione, l'avanzamento delle scienze e delle tecniche, la mobilità territoriale e sociale (urbanesimo e formazioni di vaste classi medie), l'interna differenziazione e la sempre più complessa articolazione politica della società. Insomma, per molto tempo lo sviluppo economico è stato considerato - sia dal mondo borghese sia dal mondo socialista - il presupposto indispensabile del progresso civile, e, al limite, della democrazia nella sua forma moderna.
Molte critiche sono state avanzate contro l'identificazione di sviluppo e progresso, soprattutto dopo il Sessantotto - in Italia, ad esempio, Pasolini ha deprecato l'evoluzione solo quantitativa e consumistica dello sviluppo, e i suoi effetti regressivi, sostenendo che la crescita economica non è necessariamente anche
crescita umana. A livello di politica internazionale si è insistito sul fatto che lo sviluppo dei Paesi meno evoluti è sì indispensabile, ma implica anche la loro dipendenza - di tipo neo-coloniale - dai Paesi sviluppati. Il pensiero ecologico ha poi sensibilizzato l'opinione pubblica sui danni all'ambiente che lo sviluppo comporta (inquinamento, deforestazione, distruzione di ecosistemi, riscaldamento globale), e sui limiti intrinseci di un atteggiamento fortemente aggressivo verso la natura e fondato sul consumo d'energie non rinnovabili.
Pur con la consapevolezza delle sue interne contraddizioni, lo sviluppo resta la condizione essenziale per la vitalità di una società: le recenti ideologie della 'decrescita' implicherebbero, per realizzarsi, una rivoluzione globale della mentalità e delle forme produttive. Nell'attuale modello di civiltà, l'assenza di sviluppo è recessione, e questa implica decadenza, rischi per la coesione sociale e anche per la democrazia. Quindi, lo sviluppo è una sorta di imperativo economico-politico a cui non ci si può sottrarre, benché si possa certo progettare una crescita equa, sostenibile e orientata a obiettivi non solo quantitativi, come ad esempio la qualità della vita.
In realtà, lo sviluppo - o crescita, come lo si definisce nel linguaggio giornalistico - non è facile da innescare e da conservare; in una società già modernizzata implica l'attenzione alla ricerca scientifica, la disponibilità di credito alle imprese, l'esistenza di manodopera qualificata e in generale un orizzonte sociale di sicurezza e di stabilità, sia per le imprese, sia per lo Stato - che deve avere conti pubblici sotto controllo, e capacità di progettare una politica economica espansiva - sia per i lavoratori. I quali sapranno di vivere in una civiltà sviluppata quando vedranno crescere non solo il fatturato delle imprese ma anche la loro dignità e i loro diritti; e quando potranno guardare al futuro - che è la dimensione in cui si coniuga lo sviluppo - con fondato ottimismo.

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