venerdì 16 dicembre 2011

La trincea corporativa - Alberto Bisin su Repubblica

Proprio non ci siamo. La manovra economica del governo guidato da Mario Monti rischia di essere stravolta. Ancora una volta le lobby più potenti hanno la meglio sulla razionalità economica. I farmacisti e i tassisti naturalmente; i parlamentari e il sottobosco della politica locale e nazionale; ma anche le banche, che evitano le misure a favore della concorrenza sui mutui.
Ma in un certo senso la situazione è molto peggiore di quanto i singoli capitoli della manovra insabbiati, ritardati, o eliminati non possano suggerire. L´immagine da assalto alla carovana e successivo mercato delle vacche che il Paese sta dando di se stesso è ancora più dannosa. Guardare l´Italia dall´esterno è desolante. È comprensibile che le lobby facciano gli interessi dei propri membri. Nulla di strano. Ma è desolante che i potentati economici in Italia siano ancora così forti e organizzati da risultare inattaccabili, anche da un governo tecnico (e quindi meno dipendente dalla spicciola strategia elettorale).
È desolante soprattutto che essi non abbiano compreso che questa non è una manovra risolutiva, una manovra da combattere con tutte le forze. È la lotta all´ultimo sangue di queste ore che dà l´immagine di un Paese che non sa in che situazione si trova. Il Paese ha bisogno di riforme strutturali fondamentali, incisive, ed anche dolorose. Questo è il problema da tempo, indipendentemente da cosa sia successo in questi mesi in Europa. L´Italia è passata, nella considerazione degli investitori internazionali, dalla lista dei Paesi sotto controllo a quella dei Paesi problematici non per il capriccio di investitori, speculatori, o agenzie di rating. L´Italia è diventata a rischio default questa estate, quando il governo Berlusconi ha proposto una manovra finanziaria che posticipava ogni intervento fiscale ad un lontano futuro. È stato allora che è diventato chiaro a tutti che il governo non aveva un piano di rientro dal debito. Alcuni hanno voluto credere che il problema fossero Berlusconi e il suo governo inetto ed incompetente, non il Paese in sé. Ma la pressione
corporativa che oggi si abbatte sulla manovra rischia di dimostrare che il problema non era solo Berlusconi.
In realtà, per quanto corporativa sia l´economia italiana, quando un Paese non comprende è spesso perché la comunicazione da parte del suo governo non è sufficientemente chiara e diretta. Ora, chiamare il decreto "Salva Italia" non è sufficiente a rendere evidente la gravità della situazione, soprattutto se poi il presidente del Consiglio, parla alla nazione attraverso un giornalista televisivo noto per la sua tendenza alle domande compiacenti. Il fatto è che, nonostante il suo nome, il decreto non salva proprio nulla. L´esecutivo non ha trasmesso l´idea che la manovra di questi giorni è una operazione di breve, brevissimo periodo. Se l´avesse fatto forse avrebbe potuto argomentare che una battaglia corporativa su di essa è abbastanza irrilevante, a questo punto: ben altri sacrifici il Paese dovrà essere chiamato a sopportare.
Il governo avrebbe dovuto essere chiaro sulla direzione che il Paese dovrà prendere. Molti hanno sottolineato che la manovra è composta essenzialmente di sole tasse. Una possibile interpretazione di quello che sta succedendo è che questa sia la naturale ribellione di un paese che paga più del 45% del proprio Pil al fisco. Ma io credo che anche i necessari seri ed incisivi tagli di spesa pubblica non passerebbero senza proteste. Il governo avrebbe dovuto delineare un piano d´azione da cui apparisse chiaro che le tasse nella manovra servono solo per comprarsi un tavolo in Europa in modo che decisioni fondamentali per il futuro dell´Unione non siano prese senza di noi; e che senza le riforme strutturali, al più presto, semplicemente non c´è futuro nell´Unione per noi, manovra o non manovra.
Il professor Monti è probabilmente la persona giusta per spiegare questo argomento in modo chiaro, razionale, e coerente al Paese. Ma per ora, proprio non ci siamo.

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