mercoledì 28 dicembre 2011

No, il Pd non è Monti - Franco Monaco su Europa

Provo a mettere le cose in ordine. Per me stesso, intendiamoci, senza la presunzione di farlo per altri. Ci siamo affannati a spiegare che il governo Monti risponde a tutti i crismi della legittimità costituzionale. Che esso ha seguito le regole e le procedure della nostra democrazia parlamentare, a cominciare dalla fiducia delle camere. Che perciò non ha alcun fondamento la tesi della sospensione della democrazia. Così pure abbiamo confutato il refrain della sospensione della politica. Partiti e gruppi hanno liberamente scelto di sostenere o di avversare il nuovo governo, il quale, a sua volta, ancorchè composto in prevalenza da tecnici non ascrivibili agli attuali schieramenti, fanno politica, cioè operano scelte, prendono decisioni tutt’altro che indifferenti a un sistema di valori e di interessi. Monti li ha condensati nella triade rigoreequità- crescita, che pure possono essere diversamente interpretati e modulati. 
Nel caso del Pd, senza iattanza, ma in punto di verità, la decisione politica di sostenere il nuovo governo ha rappresentato un atto di responsabilità e persino di generosità. E, in ogni caso, come si è visto nell’esame e nella correzione della manovra nel senso di un di più di equità, il Pd ci ha messo del suo, non ha affatto rinunciato alla sua iniziativa politica. Dunque, sospesa non è la democrazia, sospesa non è la politica – chiamata a dare alta prova di sé –, semmai sospesa è la ordinaria competizione tra parti politiche naturalmente avverse. Non a caso si è parlato di governo di tregua, di transizione, di decantazione, del presidente. Di questa sua peculiarità-eccezionalità non va smarrita la consapevolezza. Sia per una ragione di principio, direi di modello e di sistema: tutte le democrazie sane si imperniano su una sana, trasparente competizione-confronto tra parti politiche alternative. Sia per non schiacciare le visioni, di cui si deve nutrire la buona politica, sulla logica per definizione altra di chi deve fronteggiare l’emergenza. Ogni forza politica, nel nostro caso il Pd, dispone appunto di una sua visione, di un suo programma, di suoi uomini e donne che, di necessità, per evidenti ragioni, non possono dispiegarsi a pieno dentro i vincoli temporali e politici di un
governo che si regge su un dichiarato compromesso. Ecco perché, a mio avviso, abbiamo il dovere di smarcarci rispetto alla tesi di Casini, il quale prefigura il “partito di Monti”, inscrivendolo dentro la sua strategia, intestandoselo politicamente.
Un “partito” dichiaratamente (da Casini) destinato a spaccare verticalmente Pd e Pdl e a restaurare una democrazia consociativa imperniata su un grande centro. Una strategia diversa e, per certi versi, alternativa alla nostra, ispirata a un bipolarismo nel quale il Pd rappresenti il “major party” di un centrosinistra con vocazione e cultura di governo. È insidiosa anche la teoria, adombrata da dirigenti del Pd, secondo la quale il Pd nascerebbe ora, attraverso e grazie al suo sostegno al governo Monti, sostegno che si vorrebbe organico e ancor più politicamente impegnativo. Senza distinguo oggi e magari domani. Teoria mortificante, a ben riflettere. Come se il Pd avesse alle spalle quattro anni di ricreazione e potesse essere se stesso, inverare il proprio progetto grazie ad altri (Monti e i suoi tecnici) e dentro l’emergenza. Quanti nel Pd, da destra o da sinistra, non tematizzano tale stato di eccezione e invece teorizzano (o si comportano come se) il Pd giocasse tutta intera oggi la partita della sua ragione sociale, sono indotti a esasperare le differenze interne, a mettere bandierine. Non sorprende che il tema del mercato del lavoro – cruciale per lo statuto ideale del Pd – assurga a campo di battaglia di chi pratica quello sport. Sarebbe tuttavia auspicabile che si sospendesse, tra noi, non la politica, ma un certo pierinismo, la ricerca di distinzioni, di protagonismo, di visibilità. 
Non solo e non tanto perché ci si fa del male, né perché non si può rilasciare al solo Bersani il compito di fare sintesi tra opinioni di cui si esaspera l’unilateralità. Ma appunto per ragioni concettuali: non è l’emergenza il contesto propizio al naturale dipanarsi delle legittime e persino feconde differenze di sensibilità e di cultura interne al Pd. Parlo per me: la sensibilità sociale inscritta nella mia formazione culturale mi instilla diffidenza verso una certa subalternità al dogma liberista che pure ha fatto breccia anche a sinistra. E tuttavia, a fronte dello stato di eccezione, convengo sull’esigenza di misure inevitabili e dolorose. Ma trovo giusto che il mio partito ne senta anche emotivamente il peso, che le inscriva dentro una prospettiva di lunga lena la cui bussola sia la giustizia e la lotta alle disuguaglianze. Comprese quelle tra le generazioni, sia chiaro. Mi farebbe invece problema un Pd che definisse se stesso e la propria identità nella gestione dell’emergenza. Non abbiamo fondato un partito per ridurci a pretoriani di un governo di tecnici, ma per cambiare l’Italia nella direzione di un di più di giustizia. Questa è l’accezione di riformismo – parola abusata – che mi convince.

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