giovedì 29 dicembre 2011

Perché l'Italia va fuori gara - Nicola Persico su LaVoce.info


Circa dieci anni, quando insegnavo economia alla University of Pennsylvania, ricevo dal consolato italiano un invito a un incontro tra l’ambasciatore d’Italia a Washington -anzi, Sua Eccellenza l’Ambasciatore- e la comunità dei ricercatori Italiani nell’area di Filadelfia. Argomento del meeting non specificato. Decido di partecipare. Sono circondato da una quarantina di persone, la maggior parte esimi scenziati nel campo medico, un mio collega economista. Immagino quindi che l’argomento del dibattito sarà chiedere a tutti questi scienziati di successo come fare a replicare in Italia le condizioni virtuose che li hanno attratti negli Stati Uniti. Entra Sua Eccellenza e, dopo alcuni salamelecchi del console, inizia a parlare. Un discorso così confuso che gli invitati si guardano sempre più incerti. Le domande fioccano ma non si riesce a fare breccia nella confusione. Dopo una mezz’ora di nebbia verbale, sotto l'incalzare delle domande sempre della platea, Sua Eccellenza sembra indicare che l’obiettivo del meeting è invitare quegli scienziati che detengono brevetti negli Usa (di nuovi farmaci, per esempio) a tornare a lavorare nell’università Italiana. Il che implica, soprattutto, donare i brevetti (e le annesse royalty) allo Stato Italiano.
UNA PLATEA SBALORDITA
Seguono di raffiche di commenti non del tutto gentili. La ribellione è brevemente interrotta da un tale in platea che, dichiarandosi ricercatore in un ottimo ospedale locale, prende le difese di Sua Eccellenza. Questo disorienta momentaneamente il gruppo di medici, alcuni dei quali lavorano in quello stesso ospedale, che non conoscono il tale e lo interrogano. Approfittando del momento di tregua, il console prende Sua Eccellenza sotto braccio e si allontana velocemente. Venne poi fuori che il sedicente ricercatore era il marito di un’impiegata del consolato che in Italia faceva il rappresentante di medicinali. Questo aneddoto serve a riflettere sulla capacità del “sistema Italia” di produrre innovazione e, quindi, crescita economica. Intendo
come “sistema Italia” la rete di relazioni produttive e l’infrastruttura (legale e fisica), che generano innovazione.
COME FUNZIONA l’INNOVAZIONE
Semplificando all’osso, la produzione di una innovazione (in campo medico, per esempio) richiede il mettere assieme gli input di due o più persone. Per esempio, Adalberto ha dei soldi ma non ha idee, mentre Bernardo ha un’idea innovativa ma non ha soldi. Mettendoli assieme sono una coppia vincente, ma separatamente non possono produrre nulla. L’esempio vuole illustrare due principi importanti. Il primo è che i nostri due eroi devono poter contribuire con input eccellenti: Adalberto deve avere tanti soldi, e Bernardo un’ottima idea. Il secondo principio: in un certo senso, ancora più importante della qualità degli input è la sicurezza del rapporto contrattuale. Se Adalberto non può scrivere un contratto che gli garantisca di ottenere I soldi indietro (almeno in caso di successo della partnership), allora non si fiderà di prestare i soldi a Bernardo.
TRE MODELLI DI SUCCESSO
Cosa ha a che vedere tutto questo con la produttività di un paese come l’Italia? Per capirlo, guardiamo a tre modelli differenti di successo: gli Stati Uniti, il Giappone, e la Germania. Gli Stati Uniti sono un paese dove la certezza dei contratti è alta. Questa certezza deriva, in gran parte, da un sistema giudiziario rapido ed efficiente. Mr. Adalbert può, se vuole, facilmente recuperare il suo capitale di investimento. Di converso, ottenere credito per Mr. Bernard è facile. Queste cose ce le dice il rapporto “Doing Business” della World bank, che classifica gli Stati Uniti al quarto posto al mondo per facilità di ottenere credito, e al quinto posto nella protezione degli investimenti.
Una conseguenza virtuosa del modello Usa è che i fattori produttivi anche esteri (inclusi i Bernardi portatori di idee innovative) sono attratti irresistibilmente dall’abbondanza di fattori produttivi complementari (i capitali degli Adalberti) e da un sistema legale che consente la felice unione dei due. Date queste condizioni, la qualità degli input “indigeni” è relativamente meno importante: se gli americani sono scarsamente scolarizzati (i quindicenni statunitensi sono solo al ventiquattresimo posto al mondo nella classifica di conoscenza della matematica) poco importa. Ci sono tanti “geni” indiani e cinesi ben contenti di andare a innovare negli Usa ed essere finanziati lì.
Il modello del Giappone è completamente diverso. Lì le controversie non si risolvono per vie legali, ma vengono composte privatamente. In Giappone è l’interazione ripetuta, il controllo sociale, la pressione verso il consenso che dissuadono Bernardo-san dal fuggire con il denaro di Adalberto-san. La rete di conoscenze è essenziale per fare business in Giappone. In questo sistema chi viene da fuori è sfavorito, chi è dentro il sistema prospera.Infatti le società estere hanno grandi difficoltà a fare breccia nel mercato giapponese. In questo sistema, la qualità degli input locali, specialmente le idee innovative, diventa essenziale. Fortunatamente, il sistema educativo è di alto livello: il Giappone è quarto nella classifica Pisa. E quindi, nonostante il Giappone sia mediocre nella protezione dei creditori e nella facilità di ottenere finanziamenti (diciassettesimo e ventiquattresimo nella classifica “Doing business” 2012), il sistema rimane relativamente produttivo (disoccupazione attualmente al 4 per cento) e molto innovativo.
Più vicino a casa nostra, la Germania è un sistema che fa benino dal punto di vista Pisa (decima in matematica) e merita un voto di “appena sufficiente” dal punto di vista di protezione degli investimenti. Ai tedeschi questo basta per andare avanti bene e, con l’aiuto dell’export, essere la locomotiva d’Europa.
CREARE NUOVE IMPRESE
Ora, si capisce che questa mia storiella è semplicistica: sono molte le determinanti della capacità produttiva di un paese, e non voglio dire che le due misure che ho individuato siano le uniche a contare. La stabilità macroeconomica conta, per esempio, così come altri fattori. Tuttavia, se vogliamo creare nuove imprese, è chiaro che la qualità degli input (specialmente il capitale umano) e la protezione degli investimenti sono due fattori fondamentali. Non a caso, se guardiamo alla recente inchiesta Ge global innovation barometer 2011, i mille dirigenti d’impresa intervistati indicano Usa, Germania, e Giappone come i tre paesi leader nel campo dell’innovazione.
MA L’ITALIA RIMANE INDIETRO
E in Italia, come siamo messi? Purtroppo, male sotto ogni aspetto.Dal punto di vista di “doing business” l’Italia è novantottesima e sessantacinquesima, rispettivamente, nella facilità di raccogliere capitale e nella protezione dei creditori. Quindi, se Bernardo, volendo, può fuggire tranquillamente con i soldi di Adalberto, di converso Adalberto i soldi non li presta. “Accà nisciuno è fesso”, anzi... Va bene, si dirà, magari ce la caviamo con la strategia giapponese. E qui siamo più forti di sicuro, giacché un sistema “inciuciato” come quello Italiano i giapponesi ce lo invidiano. Il problema però è la qualità degli input. La classifica Pisa ci piazza al ventottesimo posto per capacità matematica dei nostri quindicenni. Che già è insufficiente, e di molto. Ma le cose sono ancora peggio se consideriamo la “fuga dei cervelli” che ci toglie anche quei pochi “geni” che produciamo.
E di conseguenza abbiamo una disoccupazione all’8 per cento, una disoccupazione giovanile del 30, e le cose peggioreranno presto perché lo Stato non rimpiazzerà i dipendenti pubblici andati in pensione. Risultato: soltanto il 2 per cento dei dirigenti intervistati per il Global innovation barometer indica l’Italia come un paese leader nell’innovazione.

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