venerdì 16 dicembre 2011

Tutti a Firenze senza vendette - Aly Baba Faye su Europa

Il terribile agguato razzista a Firenze che ha portato alla morte di due immigrati senegalesi, Mor Diop e Modou Samb, ha suscitato dolore e sdegno non solo tra i senegalesi, ma anche tra le persone che hanno a cuore i valori del rispetto e della dignità umana. La rabbia di fronte a un gesto così violento è comprensibile, ma non si deve cedere al risentimento e alla voglia di vendetta. Spesso, in questi giorni, mi capita di ripetere che se il razzismo è violenza, l’antirazzismo, allora, non può che essere non-violenza. Non nel senso di ignorare la violenza e di accettarla passivamente: la non-violenza non è segno di debolezza, ma è una forza di resistenza attiva. Oserei dire un’arma morale contro la violenza. Questo è quel che ci hanno insegnato grandi militanti della dignità umana come Ghandi, Martin Luther King, Nelson Mandela. Rammento a me stesso che in Senegal la celebrazione del lutto è un momento per onorare la memoria di un defunto, ma è anche l’occasione per i vivi di fare un’introspezione per riflettere sul valore della vita e sulla dignità della persona umana. Dunque servirà mitezza alla manifestazione di domani a Firenze per onorare la memoria dei fratelli morti e per dire no all’odio e al razzismo. Ed è per questo che lancio un appello a tutti affinché la rabbia e il dolore non siano tramutati in voglia di vendetta o in reazioni scomposte. Chiedo altresì a tutti gli amici, italiani e non, di partecipare in massa, ma con lo stesso spirito: non portando altro che se stessi. Non abbiamo bisogno di striscioni né di bandiere, abbiamo bisogno solo di una testimonianza umana. In questo momento di dolore, servono sobrietà e rigore etico per ricucire lo strappo tra comunità chiamate a vivere assieme. Ormai l’Italia è una società multietnica e siamo costretti ad una convivenza tra diversi. E questo dato del pluralismo culturale o meglio della cosmopolitizzazione della società deve essere assunto con intelligenza e con un’etica della responsabilità. Siamo tutti sulla stessa barca e dobbiamo remare nella stessa direzione per un futuro di speranza. Dobbiamo impegnarci tutti e ognuno per la parte che gli
compete per costruire le condizioni atte a creare una società armoniosa.
Non dobbiamo sottovalutare questi fatti drammatici. Negli ultimi anni, purtroppo, è prevalsa una certa incuria della società dell’immigrazione qual è diventata l’Italia. Troppo spesso il dibattito pubblico attorno all’immigrazione si è svolto all’insegna di passioni scomposte, risentimenti e ritorsione identitaria, smarrendo l’esigenza primaria di creare una comunità coesa e solidale. L’indifferenza e la cultura dell’odio hanno trovato terreno fertile in un dibattito pubblico viziato dal cinismo politico e dalla superficialità mediatica, che hanno contribuito a criminalizzare gli immigrati. Facendo ciò si è lavorato contro l’Italia e il suo futuro. 
Non mi si dica che quel che è successo è il gesto di uno squilibrato o che sia un fatto isolato. Spiace dirlo, ma la verità è che il razzismo ha messo radici profonde nella società italiana. E non è solo responsabilità di Casa Pound o dei luogotenenti del razzismo violento. C’è oggi un razzismo diffuso e quasi popolare che è stato legittimato dalle scelte politiche e dalla narrazione negativa dell’immigrazione da parte dei media.
I casi della sedicenne di Torino che ha accusato i rom di averla violentata o quello dei ragazzi di Rosarno che si divertivano a sparare ai neri fino a costringere le autorità alla deportazione di questi ultimi sono il frutto di un clima sociale inquinato dalla cultura dell’odio e della criminalizzazione. Mi si consenta di dire che, in fondo, la ragazza di Torino, e anche Erika e Omar a loro tempo, sapevano di poter accusare chi era già condannato dalla società. Tutto ciò dimostra come in Italia il razzismo e la xenofobia siano stati sdoganati da coloro che hanno alimentato il clima di guerra contro i nuovi barbari.
Dunque, è ora di fermarci e di riflettere. È urgente lavorare per bonificare la nostra società. Servono verità e sincerità, servono intelligenza e generosità per noi stessi, i nostri figli e le generazioni future. Non è questione di scelta dirimente tra buonismo e cattivismo, ma una cura per costruire una comunità coesa e solidale nel rispetto dei diritti e dei doveri per una convivenza pacifica. Serve più coraggio nella ricerca della verità e dell’interesse generale. Quindi che i politici facciano più riferimento alla loro coscienza anziché al consenso facile.
Quando si è chiamati a guidare un paese, l’etica della responsabilità impone che si anteponga l’interesse generale a quello di parte. La ricerca del potere per il potere non è la finalità della politica. Siamo ancora in tempo per raddrizzare la barra, ma è urgente agire in fretta per evitare che la nave affondi. Dunque: sobrietà e mitezza per un futuro di speranza.

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