sabato 10 dicembre 2011

Vendola: «È sbagliato dividere il centrosinistra» - Andrea Carugati su L'Unità

Nichi Vendola non cede alle sirene che arrivano dalla sua sinistra, e anche dall’Idv. Non strappa col Pd, nonostante un giudizio fortemente critico sulla manovra del governo dei professori, definita «iniqua e per questo anche inefficace». «I nostri maestri di politica ci hanno insegnato che in strettoie drammatiche come queste servono “calma e gesso”. Non si può pensare di dividere la sinistra. Ho un giudizio più critico del Pd rispetto alle scelte di Monti, credo che Bersani dovrebbe avere toni meno ultimativi verso l’Idv, ma a Di Pietro dico: non è giusto accusare il Pd di tradimento o di inciucio. Abbiamo tutti il dovere comune di non uccidere l’orizzonte di una alternativa, perché sarà il centrosinistra a dover completare la de-berlusconizzazione dell’Italia».
Non sembra un compito facile tenere unita la coalizione...
«Eppure tutti insieme abbiamo il compito di piegare l’agenda politica e di governo nel segno della giustizia sociale. Tra noi forze del centrosinistra vedo una convergenza nell’idea che non si possa affrontare la crisi devastando il welfare e impoverendo il ceto medio. Dobbiamo fare tutti insieme una grande battaglia per la patrimoniale. A salvi invariati, bisogna battersi per spostare i pesi dai pensionati e dal ceto medio verso i forzieri della ricchezza. E trovo stucchevoli le parole del ministro Giarda, che ha detto di non poter fare quelle intese con la Svizzera sulla tassazione delle ricchezze che pure hanno fatto Germania e Gran Bretagna. Non è una questione tecnica, ma di volontà politica».
La Commissione Ue esprime perplessità su quelle intese con la Svizzera...
«Se la Commissione pensa a una procedura di infrazione, allora bisogna alzare la voce contro il cinismo di questa Europa. Vorrei che quelle procedura si aprissero quando la disoccupazione supera certe soglie. E invece sembra che si possano toccare tutti i diritti tranne le ricchezze».
Se fosse in Parlamento voterebbe no alla manovra?
«Il problema non sono io. Di fronte a critiche così larghe e fondate, dalla Chiesa ai sindacati, il Parlamento non può restare indifferente. E man mano che i cittadini si renderanno conto del danno subito crescerà il
disagio sociale, la protesta».
Lei è stato critico sulla nascita del governo tecnico. Dopo le prime mosse è cambiato il suo giudizio?
«Il congedo dal circo mediatico della politica ridotta ad avanspettacolo ha prodotto una discontinuità che consente di riabilitare l’immagine del Paese. E tuttavia si tratta di un’operazione tecnocratica costruita con spirito giacobino, senza un elemento strutturale di consenso con i grandi attori della società, e per questo ad alto rischio. C’è un’impostazione ideologica che acceca, impedisce di vedere le alternative, spinge l’Europa in un angolo buio dove rischia di squagliarsi. E per fortuna che c’è Prodi che ci aiuta a decifrare le miserie di questa Europa franco-tedesca».
La sua è una bocciatura totale?
«Le cose sono ancora peggiori di come appaiono. C’è qualcosa di feroce nel mutamento della qualità della vita che colpirà milioni di persone che già arrancavano. La manovra avrà anche effetti collaterali finora non considerati, come la fuga verso la pensione negli ospedali. Rischiamo di perdere centinaia di medici senza neppure poterli sostituire per il blocco del turn over».
Eppure lei non strappa col Pd...
«Nel passato in fasi come queste di crisi e recessione è dilagato il populismo reazionario, e la sinistra si è divisa, con i risultati tragici che tutti ricordiamo. Per questo, e per il ruolo di lampara che il popolo ha affidato al Quirinale, mi sono sentito in dovere di non rompere un patto di coalizione, di non sconnettermi da un sentimento popolare così diffuso».
Ferrero e Di Pietro la incalzano...
«Deve prevalere uno sforzo comune di pressione per guadagnare cambiamenti, discutere della patrimoniale, dell’asta delle frequenze tv, delle spese militari. Se i tre principali sindacati scioperano insieme, i “migliori” al governo non sono esentati dal dovere della condivisione. Altrimenti, se un governo presentabile fa le stesse cose di quello impresentabile, nasce una domanda. Ma la nostra critica al berlusconismo era solo estetica? Io non voglio fare giochi tattici per guadagnare qualcosa sulla pelle del Pd, che ha fatto una scelta difficile. E tuttavia, se tra i democratici non ci fossero così tante voci più realiste del re nei confronti del governo, avremmo più forza per pretendere maggiore equità».
Eppure i sondaggi sembrano premiare questo Pd “governista”...
«Ai miei compagni di partito ho detto di non leggere i sondaggi per i prossimi 3-4 mesi. Gli effetti, e vale per tutti, li vedremo dopo che si saranno dispiegati gli effetti della manovra. Nel momento in cui si conclude il carnevale berlusconiano e si dice al Paese che erano a rischio gli stipendi, è chiaro che il governo Monti, e con esso anche il Pd, vengono percepiti come un’alternativa al baratro. Il problema è che la violenza della crisi produrrà populismo e noi dovremo fronteggiarlo, per evitare che la salvezza venga individuata fuori dalla politica».
Lei coltiva ancora la prospettiva del voto nel 2012?
«Oggi la priorità è salvare il Paese, cambiare la manovra, e far pesare di più nei vertici internazionali un vero progetto europeista. Monti ha le carte in regola, ma deve avere più coraggio nel sostenere gli Stati Uniti d’Europa. Servono un fisco e un welfare comune, e soprattutto una legittimazione democratica reale di chi prende le decisioni».

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