giovedì 27 gennaio 2011

La linea d'ombra

Barbara Spinelli
Viviamo, da ormai quasi un ventennio, nella non-politica. Della politica abbiamo dimenticato la lingua, il prestigio, la vocazione. Dicono che a essa si sono sostituiti altri modi d´esercitare l´autorità: il carisma personale, i sondaggi, il kit di frasi e gesti usati in tv. Ma la spiegazione è insufficiente, perché tutti questi modi non producono autorità e ancor meno autorevolezza. Berlusconi ha potere, non autorevolezza. Non sono le piazze a affievolirla ma alcune istituzioni della Repubblica evidentemente non persuase dalle sue ingiunzioni. Le vedono come ingiunzioni non di un rappresentante dello Stato, ma di un boss terribilmente somigliante al dr Mabuse, che nel film di Fritz Lang crea un suo stato nello Stato. Alle varie istituzioni viene intimato di ubbidire tacendo, e già questo è oltraggio alla politica e alla Costituzione.
Specialmente sotto tiro è la magistratura, che incarna il diritto. Un gran numero di magistrati si trova alle prese con un leader-non leader, sospettato di crimini di cui la giustizia indipendente non può non occuparsi. Le sue peripezie sessuali lo hanno minato ulteriormente, essendo forse connesse a reati, e hanno accresciuto la sua inaffidabilità. Questo è il dilemma. Il carisma che ha avuto e ha presso gli elettori non ha prodotto che subalternità o resistenza. Il potere gli dà una parvenza di autorità, ma l´autorevolezza, che è altra cosa, gli manca. Non incarna la legge, il servizio su cui la politica si fonda, perché questi ingredienti non sono per lui primari.
L´autorevolezza del leader è riconosciuta non solo dall´elettore ma dai pari grado e dai poteri chiamati per legge a controbilanciare il suo. Il conflitto tra il Premier e la giustizia non avviene fra due poteri irrispettosi dei propri limiti, come ha detto lunedì il cardinale Bagnasco. Avviene perché il premier indagato non va in tribunale, non accetta l´obbligatorietà dell´azione penale costituzionalmente affidata ai pm (art. 112). I pari grado esigono da chi comanda capacità di comunicare senza di continuo mentire e smentirsi. Esigono un equilibrio psichico che non sfoci in aggressività, in punizioni a tal punto fuori legge che sempre occorre... scriverne di nuove.
A questo dovrebbe servire la politica non tirannica: a governare i conflitti nel loro sorgere, a non intimidire. Berlusconi disconosce tali virtù, per il semplice motivo che non sa - non vuol sapere - quel che significhino la politica e il comando. Non il merito e l´autonomia individuale sono stati da lui rafforzati, come tanti italiani s´attendevano, ma l´appartenenza ai giri di potere anti-Stato descritti da Gustavo Zagrebelsky (Repubblica 26-3-10). Non stupisce la contiguità fra i giri e le associazioni malavitose. Ambedue hanno potere di nuocere o favorire, non autorevolezza.
Anche il carisma non è politica alta. Il primo è personale e labile, la seconda essendo un impasto di regole s´innalza sopra il contingente, non si mimetizza nelle voglie della folla, guarda più lontano. La politica alta è distrutta quando i cittadini dimenticano che solo le istituzioni durano. Lo disse Jean Monnet dopo l´ultima guerra, vedendo i disastri commessi dagli Stati e progettando l´Europa sovranazionale: «Solo le istituzioni son capaci di divenire più sagge: esse accumulano l´esperienza collettiva, e da questa esperienza, da questa saggezza, gli uomini sottomessi alle stesse regole potranno vedere non già il cambiamento della propria natura, ma la graduale trasformazione del proprio comportamento». Solo l´istituzione ben guidata ha il carisma, il «dono» di operare per il bene comune indipendentemente da chi governa.
In Joseph Conrad, la scoperta delle capacità di comando è il momento in cui il capo della nave oltrepassa la linea d´ombra e apprende il compito come servizio (il compito di portare nave e passeggeri sani e salvi in porto). È scritto in Tifone: «Pareva si fossero spente tutte le luci nascoste del mondo. Jukes istintivamente si rallegrò di avere vicino il Capitano. Ne fu sollevato, come se quell´uomo, con la sola sua comparsa in coperta, si fosse preso sulle spalle il peso maggiore della tempesta. Tale è il prestigio, il privilegio e la gloria del comando. Ma da nessuno al mondo il capitano Mac Whirr avrebbe potuto attendere un simile sollievo. Tale è la solitudine del comando». Berlusconi è rimasto al di qua della linea d´ombra. La prova che dall´adolescenza ci immette nella maturità, non l´ha superata.
Ma il problema non è solo Berlusconi. Al di qua della linea d´ombra è restata l´idea stessa che in Italia ci si fa della politica. La politica non è associata a competenza e disinteresse personale, e chi non entra nelle beghe di quella che in realtà è non-politica, viene chiamato un tecnico o un ingenuo. Non è associata alla verità, ritenuta quasi un attributo pre-politico. È dominio fine a se stesso, e così degenera. Lo Stato funziona se gli ordini vengono eseguiti, ma a condizione che sia custodito il bene comune. Che il potere si nutra di legalità, oltre che della legittimità data dalle urne. Che il privato non prevalga sul pubblico.
La vera corruzione italiana comincia qui: nelle teste, prima che nei portafogli. Non che sia scomparso il politico vero, ma spesso di lui si dice: «È uno straniero in patria». Sono i falsi politici a considerarlo estraneo ai giri, alla loro «patria». L´Italia ha conosciuto la politica alta: quella della destra storica nata dal Risorgimento; quella dei costituenti di destra e sinistra; quella di Luigi Einaudi. In uno scritto del 1956, il secondo Presidente della Repubblica invitò gli italiani a non illudersi: «Nessuno Stato può esistere e durare se non sono saldi i pilastri fondamentali» che sono la difesa, la sicurezza, il diritto, l´ordine pubblico. Senza tali pilastri «gli Stati sono cose fragili, che un colpo di vento fa cadere e frantuma». Al capo politico spetta salvaguardarli, poiché spetterà a lui «dire la parola risolutiva, dare l´ordine necessario».
Difficile dire la parola risolutiva, quando tutto traballa. Quando la linea d´ombra non è riconosciuta e il capo vive o cade nella pre-adolescenza. Uno dei motivi per cui da anni ci arrovelliamo sul potere berlusconiano - è un Regime? un autoritarismo nuovo? - è questa sua incapacità di dire parole credibili. L´ubbidienza al politico, scrive ancora Einaudi, è possibile solo se «gli uomini a cui è affidata l´osservanza della legge non mettono se stessi al di sopra della legge». Se i capi civili «sapranno di essere confortati dal consenso di cittadini, convinti che nessuno Stato dura, che nessuna proprietà, nessuna sicurezza di lavoro, nessuna certezza di avvenire sono pensabili, se tutti non siano decisi ad osservare i principii vigenti del diritto e dell´ordine pubblico».
La sinistra ha scoperto tardi la forza delle istituzioni, dello Stato. Anch´essa ha spesso considerato il sapere tecnico, la legalità, il parlar-vero, come non-politica. Politica era conquista di posti, più che servizio. Non era apprendere la prudenza insegnata nel ‘600 da Baltasar Gracián: la prudenza di chi non si scorda che «c´è chi onora il posto che occupa, e chi invece ne è onorato». Per questo l´opposizione appare vuota, a volte perfino più incompetente di alcuni governanti, non meno indifferente ai meriti, non meno interessata a lottizzare poteri. Lo stesso Veltroni sfugge la politica quando invita a «viaggiare in mare aperto». C´è bisogno di porti, non fittizi. C´è bisogno di capire che non cresceremo più come prima. Che non è straniero in patria chi elogia l´invenzione delle tasse o del Welfare: questo strumento che crea comunità solidali strappandole alla legge del più forte.
È vero, l´Italia ha bisogno di una rivoluzione democratica. Dunque: di una rivalutazione della politica. È la politica che deve vagliare i dirigenti e impedire all´indegno di entrarvi, senz´aspettare la magistratura. Non è solo la sinistra a poter incarnare simile rivoluzione. Possono farla anche le destre, a lungo identificate con Berlusconi. Fini è il primo a riscoprire la politica, e anche la destra storica. C´è una tradizione riformatrice in quella destra, evocata su questo giornale da Eugenio Scalfari nell´88, nello stesso anno in cui denunciò l'ascesa del potere televisivo berlusconiano: la tradizione di Marco Minghetti, di Silvio Spaventa, che esalta la politica come servizio pubblico. Sinistra e destra debbono ritrovarla, come seppero fare dopo il ventennio fascista.
Fonte: Barbara Spinelli - Repubblica

Salotti buoni

Immaginate un dopocena a casa vostra in cui gli invitati si interrompono di continuo, un tizio vi mostra il dito medio mentre gli servite l’amaro, una signora se ne va rovesciando il caffè e a mezzanotte telefona uno, sempre il solito, che si annoia a stare da solo e vi urla che siete turpi, spregevoli e ripugnanti. È quanto accade ogni sera nei talk show multi-ospiti (e in quello di Lerner meno che altrove). La caciara è il tratto dominante di queste palestre dell’ego. Ma un tempo era caciara organizzata, secondo la celebre raccomandazione di Biscardi: «Non parlate più di due alla volta». Invece da quando è scoppiato il bunga bunga Biscardi sembra Cetto La Qualunque: un moderato.
L’ospite non va in tv per parlare e ascoltare. Ci va per impedire agli altri ospiti di oltrepassare soggetto, verbo e (nei casi fortunati) complemento oggetto, ripetendo ossessivamente una parola qualsiasi - «capra capra capra» «mavalà mavalà mavalà» - al fine di confondere il malcapitato e obbligare il regista a staccare sulla propria faccia. Conquistata l’inquadratura, farà una premessa, «Io non l’ho interrotta, lei non interrompa me» e poi comincerà a parlare: venendo immediatamente interrotto. Forse agli inizi il pubblico si divertiva. Ma adesso vorrebbe una storia, un pensiero, un discorso compiuto. Non la visione di uomini e donne stravolti dall’ansia di insultare il nemico o difendere il padrone. Modesta proposta ai conduttori: spegnete i microfoni di chi non ha la parola. I duellanti diverrebbero afoni. Oppure si prenderebbero a botte. In entrambi i casi, noi torneremmo a divertirci.
Fonter: Massimo Gramellini - La Stampa

LE DUE GRANDI IPOCRISIE DEL FEDERALISMO DI BOSSI

Secondo Umberto Bossi la settimana che si sta aprendo sarà quella decisiva per il varo del federalismo fiscale. Fosse vero! In realtà rischia solo di sancire il passaggio dal federalismo al contrario perseguito coerentemente in questa legislaturaa un federalismo ipocrita, che deresponsabilizza i politici locali, facendo pagare le imposte comunali proprio a chi non ha la possibilità di scegliere chi dovrà amministrare queste risorse. Da quando la Lega, il partito che da sempre ha fatto del federalismo fiscale la propria bandiera, è andata al governo, la quota di entrate correnti di Regioni, Province e Comuni costituita da imposte proprie si è progressivamente ridotta. Tra il 2008 e il 2009 per tutti questi livelli di governo la fonte principale di finanziamento è consistita nei trasferimenti dallo Stato. Come dire che le amministrazioni locali dipendono sempre di più da scelte operate al centro, dalle decisioni prese a (se non da) "Roma ladrona". Un paradosso. Cui adesso si cerca di porre rimedio con l' assegnazione solo formale ai Comuni di tributi propri. Il decreto che la Lega vorrebbe approvato entro la prossima settimana è un capolavoro di ipocrisia: si dice una cosa per fare esattamente il contrario. Si candida a detronizzare l'altra grande opera del ministro per la Semplificazione legislativa nella gara per conquistare l'attributo di porcellum. Il principio cardine del federalismo fiscale è quello di mettere i cittadini in condizione di valutare se le tasse da loro versate alle amministrazioni pubbliche sono utilizzate in modo efficiente per fornire i servizi pubblici da loro richiesti. Un Comune che gestisce male il proprio bilancio e che è perciò costretto ad alzare le tasse senza migliorare la qualità dei servizi offerti ai cittadini potrà essere punito dagli elettori. Al contrario, un Comune efficiente potrà far leva sulla sua capacità di ridurre le tasse a parità di servizi, quando si presterà al giudizio degli elettori. Ma questo controllo democratico richiede chei cittadini possano identificare il politico locale come il responsabile sia della qualità dei servizi offerti ai cittadini che dell' entità delle tasse che vengono pagate per finanziare questi servizi. E soprattutto richiede che chi paga le tasse possa scegliere, con il proprio voto, chi dovrà gestire queste risorse. Gli unici margini di autonomia impositiva concessi dal decreto ai Comuni con la bozza Calderoli riguardano tuttavia proprio la tassazione dei non residenti. Il nuovo tributo previsto dal decreto, la tassa di soggiorno, è per definizione a carico di chi non vive in quel Comune. Sarà dunque pagata proprio da chi non ha voce in capitolo nella scelta degli amministratori locali e, quindi, non ha alcuna ... possibilità di sanzionare il loro operato. L'Imposta Municipale sul possesso (l' imposta che sostituirà l'Ici) interverrà esclusivamente sulle seconde case, possedute in gran parte da non residenti, dunque tasserà anch'essa soprattutto chi non può scegliere i politici locali. Data la progressiva erosione della base imponibile (oltre all'esenzione totale delle prime case, verranno abolite diverse imposte erariali sugli immobili che valgono oggi fino a 3 miliardi di euro e verranno introdotte nuove detrazioni e non verranno tassate le attività commerciali operate dagli enti non commerciali) il grosso del prelievo graverà proprio su questi non residenti. Il decreto non offre numeri, ma nelle simulazioni si ragiona su di un raddoppio dell' aliquota dell' Ici sulle seconde case e gli uffici commerciali, che passerebbe dall' attuale 5-6 per mille fino al 12 per mille, più dell' 1%, un patrimonio. Per avere un' idea dell' entità del prelievo, pensiamo che il proprietario di una seconda casa del valore di 250.000 euro potrà versare fino a 3.000 euro all' anno a un politico locale che non può eleggere. Siamo al trionfo della taxation without representation. Ma c' è anche un'ipocrisia nell'ipocrisia. Riguarda la natura e l' entità delle agevolazioni fiscali concesse alla Chiesa. La Commissione Europea e la Corte di Giustizia ci chiedono di tassare allo stesso modo tutte le attività commerciali, perché il Trattato dell' Unione Europea vieta espressamente di avvantaggiare solo alcune delle imprese che operano sul mercato. Il decreto che la Lega vorrebbe approvato entro la prossima settimana prevede, invece, l' esenzione di tutte le attività compiute da enti non commerciali. La Chiesa gestisce cliniche private e alberghi, che si configurano come vere e proprie attività commerciali e che, dunque, andrebbero tassate come tutte le altre attività commerciali. Di quanto si tratta? Il presidente della commissione tecnica per l' attuazione del federalismo, Luca Antonini, minimizza. Secondo lui non sarebbero più di 70-80 milioni. Non ne siamo convinti. Primo perché Antonini ragiona con le aliquote attuali e non con quelle che vengono utilizzate nelle simulazioni che la commissione da lui presieduta sta svolgendo. Dato che si ragiona su aliquote doppie rispetto a quelle attuali, la cifra sottratta alle entrate comunali dovrebbe aggirarsi attorno ai 150 milioni, anche prendendo per buone le stime implicitamente fornite da Antonini sulla base imponibile sottratta all' imposizione. Ma anche queste stime ci sembrano poco plausibili. Si tratterebbe di circa 10 miliardi. Come dire che il valore catastale di tutti gli edifici adibiti ad attività commerciali dalla Chiesa e degli altri enti non commerciali in Italia non supererebbe i 10 miliardi. Oggi il valore complessivo di tutto il patrimonio immobiliare italiano al netto delle prime case si aggira attorno ai 1700 miliardi di euro. Possibile che tutti gli edifici religiosi e di altri enti non commerciali adibiti ad attività commerciali contino per solo lo 0,5% di questo patrimonio? -
Fonte: TITO BOERI - REPUBBLICA

E il Pdl nel "mille proroghe" fa spuntare un nuovo condono

Un emendamento nascosto nel decreto milleproroghe riapre di fatto il condono edilizio. Il testo, firmato da 17 senatori del centrodestra, dà la possibilità di presentare fino al 31 dicembre 2011 una domanda di sanatoria per gli abusi edilizi. Formalmente il provvedimento è limitato alle irregolarità commesse entro il 31 marzo 2003, l'anno dell'ultimo condono; ma non è difficile immaginare che ci sarà chi cercherà di presentare abusi recenti - o meglio ancora da realizzare nei prossimi mesi - come episodi precedenti al 2003.
"Un Pdl senza vergogna butta nel calderone del milleproroghe una norma indecente e irresponsabile: con poche righe si riaprono i termini dell'ultimo condono edilizio, dando il via al definitivo sacco del territorio italiano ed estendono la sanatoria ai beni ambientali e paesistici esclusi nel 2003", hanno commentato i senatori Pd Francesco Ferrante e Roberto Della Seta. "Evidentemente i senatori del PdL non vogliono che la parabola del berlusconismo si concluda senza aver fatto l'ennesimo regalo ai furbi e alla criminalità che, specie al meridione, ha fatto scempio del paesaggio e dell'urbanistica del nostro paese".
Per misurare l'effetto di una riapertura dei termini del condono basta pensare che la sanatoria del 2003 ha prodotto, secondo i dati forniti da Legambiente, 40 mila nuove case illegali. Stesso copione nel 1994, l'epoca del condono Berlusconi-Radice: furono realizzati 83 mila edifici fuorilegge (contro i 58 mila del 1993 e i 59 mila del 1995).
Anche la recente crisi non sembra compromettere le fortune dell'economia illegale. Secondo le stime Cresme Consulting, mentre il settore legale delle costruzioni ha vissuto un sostanzioso calo delle abitazioni ultimate (dalle 316 mila del 2008 alle 280 mila del 2009), la parte illegale ha visto una diminuzione di sole mille abitazioni, passando dalle 28 mila abitazioni abusive del 2008 alle 27mila del 2009.
Fonte: Repubblica.it

Ma in che Paese del cacchio ci tocca vivere

Adesso gli è venuto il ticchio di telefonare a tutte o quasi le trasmissioni tivù, gridando che lui qui e lui lì, che è una vergogna, che è ora di finirla. Non fosse il presidente del Consiglio, lo si liquiderebbe come un cafone seriale o come un maniaco grave. Ma essendo il presidente del Consiglio, ogni normale tentativo di diagnosi non basta a definire l´anormale contagio nel quale viviamo, sentendoci, di fatto, parte di quella malattia. Non siamo più - da tempo - dei sani che si occupano di un malato. Siamo parte di quella malattia, in quanto suoi elettori o in quanto suoi incapaci oppositori, in quanto conduttori televisivi e in quanto pubblico, in quanto sessanta milioni di italiani inchiodati allo spettacolo folle (sì: folle) di un singolo individuo che monopolizza i pensieri, i progetti, le angosce di un paese intero. E difatti, ossessionati da lui e ossessionati come lui, ripetiamo (come lui) le stesse frasi da vent´anni, "figurati se Obama o Sarkozy si permetterebbero mai di interrompere strillando un talk-show", "ma quando mai il capo di un governo democratico ha insultato i suoi giudici", "ma come è possibile che i dirigenti della Rai li nomini il proprietario di Mediaset", "ma in che Paese del cacchio ci tocca vivere" eccetera. Possiamo perdonargli tutto, non di averci fatti diventare così annoiati e così noiosi. Per il re dell´entertainment, è una prova di inettitudine senza pari.
Fonte: Michele Serra - Repubblica

Bonaccini: «Bologna dice al Pd: più uniti e basta parlar male»

Stefano Bonaccini
«Abbiamo vinto le primarie, ora ci sono le secondarie...». Stefano Bonaccini è il giovane segretario del Pd dell’Emilia Romagna e fatica a nascondere la soddisfazione per il risultato. Pensa che da Bologna parta un messaggio per il Pd: se si sta uniti e si lavora sodo nel territorio si superano tutte le difficoltà: «Basta parlare male di se stessi».
Allora, avete tirato un sospiro di sollievo: un bel risultato. Quindi, primarie avanti tutta?
Sì, c’è stata una splendida partecipazione che dimostra che quando dai fiducia ai cittadini questi la restituiscono. A Bologna c'è bisogno di buona politica e, dopo il commissariamento pure svolto al meglio dalla Cancellieri, di un governo democratico eletto. Però, come non ci siamo depressi dopo il caso Delbono, né abbiamo declinato dopo la malattia che ha colpito Cevenini, non ci dobbiamo esaltare oggi. Perché abbiamo vinto la prima partita ma ci sono le “secondarie” che sono decisive. Certo quel risultato così netto ci consente di preparare un programma e irrobustire la coalizione.
E le primarie? Dopo tutte quelle polemiche...
Guardi, fin dall’inizio io, Errani e il gruppo dirigente regionale, abbiamo condiviso la proposta di Donini che dovessero essere i bolognesi a scegliere il candidato. Penso però che le primarie non sono un fine, restano invece uno strumento che, se utilizzato al meglio, può essere un formidabile volano di partecipazione e di avvicinamento dei cittadini alla politica in un periodo di distacco preoccupante tra elettori e partiti. Comunque, noi facciamo scegliere i cittadini, non decidiamo nel chiuso delle stanze come farà il centrodestra dopo una telefonata da Roma.
Perché ha vinto Merola? Si sono mobilitati i militanti del Pd?
No, credo sia stato premiato non solo per essere il candidato “ufficiale” del Pd ma per avere una robusta esperienza amministrativa. Ora dopo questa larga investitura popolare Merola è più forte per diventare un ottimo sindaco. Voglio però ringraziare Amelia Frascaroli e Benedetto Zacchiroli perché hanno contribuito con idee e passione a rendere vere e contendibili le primarie e a portare ai seggi persone che altrimenti non sarebbero venute. Quello che ho molto apprezzato, e che fa la differenza, è che dopo il risultato, sia l’una che l’altro si sono stretti attorno a Merola per dargli quel sostegno indispensabile in questa corsa. Perché sia ... chiaro: l'avversario è il centrodestra.
Già si parla della squadra di Merola. Non c’è bisogno di un forte rinnovamento generazionale?
Intanto pensiamo a vincere. Come ha già detto Merola è prerogativa del sindaco definire la squadra. La cosa migliore comunque sarebbe scegliere persone che siano un mix di competenza e rinnovamento.
Quale messaggio arriva da Bologna al Pd nazionale? Merola ha detto a l’Unità: Bersani faccia come abbiamo fatto noi...
Se si sta uniti, se si lavora sodo nel territorio, se si parla meno di alleanze e più di idee, allora anche le difficoltà si superano. La nostra funzione è saper proporre una alternativa. Mi aspetto molto dall'assemblea nazionale di Napoli perché sono d’accordo con Bersani che c'è la necessità di indicare una idea al paese che abbia due capisaldi: una riforma democratica e una riforma economica e sociale. Più sarà chiara la proposta più sarà facile costruire un nuovo centrosinistra.
Ma nel Pd non serve anche aria nuova? Non bisognerebbe dare più spazio a quei giovani che sono in prima linea sul territorio?
Bersani ha detto chiaramente che nel futuro serve una generazione più giovane. È giusto e quella generazione va scelta tra chi sul territorio, nel partito, nella società e nelle amministrazioni ha dimostrato le proprie capacità. Però una nuova classe dirigente non può prendere la guida solo in nome della carta di identità, ma sulla base di proposte serie per il Paese. Sono convinto che in giro per l'Italia ci siano diverse persone all'altezza di questa sfida.
Bonaccini, Berlusconi è in gravi difficoltà travolto dal Ruby-gate eppure il Pd non ci guadagna. Che cosa manca?
Penso abbia idee e progetti, donne e uomini. Però si attarda a parlare male di se stesso e si perde in dispute tra gruppi dirigenti. Adesso però le condizioni del paese devono vederci uniti e capaci di indicare un progetto per l’Italia. In questi anni abbiamo parlato troppo di Berlusconi e poco del berlusconismo che ha cambiato il Paese. Però sento che nell’elettorato di destra c'è una parte che non crede più agli slogan. Hanno detto meno tasse e invece aumentano. Hanno detto più lavoro e invece ce n’è meno. Hanno parlato della scuola delle tre “i” e siamo l'unico paese che non investe nel sapere.
E però il Pd resta inchiodato al 25%...
Diciamo che le premesse per la svolta ci sarebbero tutte. È vero che in Europa i riformisti sono in difficoltà, eppure non va persa la fiducia. Gli aquiloni si alzano in volo con il vento contrario, noi dobbiamo fare la stessa cosa. Abbiamo già sprecato troppo tempo.
Fonte: Pietro Spataro - L'Unità

Meno iscritti e laureati, prof in fuga E dal governo più tagli all'università

La conferma arriva dal check-up annuale sullo stato di salute degli atenei italiani realizzato dal Cnvsu (Comitato Nazionale per la Valutazione del Sistema Universitario): l'università - soprattutto quella statale - sembra andare alla deriva e occorre un cambio di passo per poterne risollevare le sorti. I dati contenuti nell'Undicesimo Rapporto presentato oggi al Miur non lasciano adito a dubbi: nell'a. a. 2009/2010 si registra un calo degli immatricolati, una diminuzione degli iscritti e una riduzione dei laureati rispetto all'anno precedente. Un trend negativo, questo, che va a braccetto con il taglio degli interventi per il diritto allo studio: nel 2010 i fondi impiegati per l'erogazione delle borse di studio hanno subito una contrazione del 60% portando il fondo integrativo, di fatto, ai livelli di dieci anni fa.
Quale strategia? Il presidente del Cnvsu Luigi Biggeri, alla luce di queste cifre, sottolinea la necessità di operare una razionalizzazione del numero dei docenti e dei corsi di studio, di approntare una strategia condivisa e di ampio respiro: "L'Università ha operato sì una diminuzione dei corsi di studio e dei docenti negli ultimi anni, ma l'analisi d'insieme segnala che ciò è avvenuto in assenza di una reale e appropriata programmazione capace di tenere in considerazione il vero fabbisogno informativo e di ricerca". Programmare, dunque, per tempo accessi e concorsi per evitare vere e proprie "emorragie" di docenti. Un esempio concreto rende bene l'idea: entro il 2015, come si evince dal Rapporto, usciranno dall'Università - per raggiunti limiti d'età - circa il 32% dei professori ordinari delle aree di Scienze Fisiche, Ingegneria Civile e Architettura.
Dove vanno le matricole? I diplomati che decidono di proseguire gli studi sono in lieve calo: i dati provvisori del 2009/2010 parlano del 65,7% (-0,3% rispetto all'a. a precedente), cifra comunque lontanissima rispetto al 74,5% che si registrava nel 2002/2003. Ma ponendo l'attenzione su chi ha fatto un percorso di studi regolare, cioè i maturi diciannovenni, ci si accorge che l'università italiana li attrae sempre meno: negli anni 2003-2006 la cifra era attestata al 56%, nel 2007/2008 scendeva al 50,8% e nel 2009/2010 crolla sotto la "soglia psicologica" del 50% arrivando ad appena 47,7%. Negli ultimi otto anni le matricole sono calate ... drasticamente: da oltre 338mila nel 2003/2004 a 293.179 nel 2009/2010.
Im-mobilità internazionale. I programmi di scambio culturale attivati dagli atenei italiani, sia in ambito europeo che extra-europeo, registrano alcune note positive in un contesto, però, complessivamente piuttosto asfittico. Se è vero che nell'a. a. 2008/2009 sono aumentati i flussi "in" e "out" - vale a dire quelli relativi agli studenti stranieri che trascorrono un periodo di studio nel nostro paese e viceversa - bisogna evidenziare che soltanto 4 iscritti su 100 al biennio di laurea specialistica si recano all'estero, percentuale che crolla all'1% tra gli iscritti alla triennale.
C'è borsa e borsa. I fondi per le borse di studio sono diminuiti drasticamente (del 60% nel 2010 rispetto ai 246 milioni di euro nel 2009, ndr) e gli importi minimi delle borse di studio per l'a. a 2010/2011 sono stati pari a 4.701 euro per i fuorisede, 2.590 per i pendolari e 1.770 per gli studenti in sede. Non tutti gli idonei, però, ricevono il sussidio: la media nazionale è pari all'81,8%, con grandi differenze geografiche. In regioni del Centro-Nord come Veneto (88,4%) e Marche (88,5%) la quasi totalità degli aventi diritto ottiene la borsa. Nel Mezzogiorno, invece, i valori medi di copertura sono appena superiori al 60%: dal minimo del Molise (42,8%) al massimo della Sardegna (85,7%). Una spiegazione risiede nel fatto che proprio in queste regioni si concentra la maggior percentuale di idonei per reddito: ben il 44,5% del totale.
Alloggi col lanternino. Alla fine del 2009 i posti-alloggio messi a disposizione da parte degli Enti per il diritto allo studio sono quasi 38mila: un numero che è cresciuto negli ultimi anni, sicuramente anche per effetto del cofinanziamento ministeriale al 50% del costo delle nuove costruzioni. Tuttavia - come sottolinea il Cnvsu - rapportando gli alloggi disponibili al numero degli idonei alla borsa di studio, i dati evidenziano che in Italia appena il 22% degli aventi diritto ha ottenuto un posto-alloggio nell'a. a. 2008/2009. Una percentuale che scende drasticamente al 2,1% se si rapporta il numero dei posti disponibili al totale degli iscritti.
Fonte: MANUEL MASSIMO - REPUBBLICA

Perché il Lingotto mi ha convinto

Luigi Bobba
Non una corrente, ma un movimento. Non un recinto chiuso, ma un campo aperto. Non un richiamo identitario, ma una chiamata a prendere parte a una “rivoluzione democratica”. Questo il senso profondo del discorso di Walter Veltroni al Lingotto, nel quale mi ritrovo, sia perché capace di lanciare una nuova sfida a tutto il Pd, sia perché evoca una traiettoria per il paese. Un discorso in cui l’orizzonte non è la ridotta di un partito già di sinistra, ma l’ambizione di una forza – i Democratici – che vuole parlare a tutto il paese.
Chiara e convincente la direzione di marcia indicata: riduzione del debito pubblico a quota 80%, valorizzando il patrimonio pubblico e introducendo un prelievo straordinario sui grandi patrimoni; attrazione di nuovi investimenti (vedi Fiat), sperimentazione di nuove relazioni sindacali e introduzione di forme inedite di partecipazione dei lavoratori alla gestione delle aziende.
E ancora: promozione di una tutela legislativa e contrattuale universalistica per tutte le persone che lavorano, con una attenzione prioritaria al mondo del precariato; riforma del fisco in modo che sia più equo in particolare per i lavoratori a partita Iva, le donne che lavorano e le famiglie, assumendo la proposta del Forum denominata “Fattore Famiglia”; e ancora, un grande investimento sui beni culturali e per la Green Economy; infine, tornare ad essere comunità ricostruendo i legami sociali e valorizzando tutto ciò che crea appartenenza e coesione sociale.
Un programma semplice, comprensibile anche a quei tanti italiani che hanno inseguito il “sogno berlusconiano” e che ora si ritrovano un paese bloccato, deriso nella comunità internazionale e incapace di offrire una prospettiva di futuro ai propri giovani. C’era bisogno di questa scossa: salutare per ridare coraggio a coloro che continuano ad impegnarsi nel partito, ma percepibile anche dai tanti che avevano preso parte all’avventura dei democratici e che, strada facendo, si sono disamorati. Un segnale altresì per coloro che avevano guardato al ... progetto originale del Lingotto – tre anni fa – e che poi l’hanno visto annebbiarsi o perdersi per strada.
Se questa è l’ambizione, la condivido. Se l’intento non è quello di moltiplicare aree, correnti o componenti, allora c’è spazio per fare un tratto di strada insieme. Nella speranza di riuscire ad intercettare le risorse nascoste interne al Pd, ma soprattutto nel cercare di dissotterrare le molte energie esterne al partito, rimaste sopite o deluse in carenza di una meta e un percorso condivisi.
Questo “Lingotto 2” è un tentativo lucido, ma non rinviabile per parlare a quel 42% di elettori potenziali che finora si è tenuto ben lontano dal Pd. Forse è anche un modo di dire che «un altro Pd è possibile», consapevoli però che le scelte non sono più rinviabili. E la responsabilità è tutta nelle nostre mani.
Fonte: Luigi Bobba - Europa

C’è un altro federalismo

La questione del federalismo è divenuta quanto mai cruciale, sia per la tenuta della maggioranza di governo sia per la ridefinizione del patto sociale e di quello civile nel paese. È sconcertante pensare che una male assortita proposta di attuazione del federalismo fiscale, che coniuga più accentramento insieme a più trasferimenti dello stato e una diminuita autonomia impositiva, possa costituire la simbolica bandierina che copre le ambizioni secessioniste della Lega. Così, mentre celebriamo il 150° anniversario dell’unità i cittadini italiani sono spettatori sconcertati del reality di Arcore: si dividono in indifferenti e insofferenti, invidiosi e indignati, ma sono uniti in un crescente distacco dalla politica e dal governo della cosa pubblica. Anche nel caso del federalismo assistiamo ad un rovesciamento spregiudicato del significato delle parole.
Così il decreto attuativo del federalismo municipale, se non modificato, creerà un buco di 3-4 miliardi, altrimenti darà luogo ad un aumento delle tariffe municipali. La Lega affida alla sua approvazione la dimostrazione della propria efficacia politica e la sua utilità elettorale. Proprio l’articolo 1 della legge 42/2009 cui si riferiscono i decreti attuativi in discussione, riferendosi all’articolo 199 della Costituzione afferma che vanno assicurate «autonomia di entrata e di spesa di comuni, province, città metropolitane e regioni e garantendo i princìpi di solidarietà e di coesione sociale, in maniera da sostituire gradualmente, per tutti i livelli di governo, il criterio della spesa storica e da garantire la loro massima responsabilizzazione e l’effettività e la trasparenza del controllo democratico nei confronti degli eletti». Dove sono l’autonomia impositiva e la perequazione? Del resto lo smembramento di fatto del Parco dello Stelvio, recentemente approvato nel nome della Heimat sudtirolese e della Padania leghista, rimanda ad una contiguità balcanica piuttosto che ad un federalismo capace di unire i campanili italiani e quelli europei. La storia insegna, ricorda Luca Meldolesi: «Anche ... l’assetto federale dello stato può assumere carattere democratico, semi-democratico, autoritario; e persino tirannico».
Per questo sarebbe illusorio pensarci immuni da ogni dissoluzione civica, governata autocraticamente, laddove la riduzione da cittadini a telespettatori propone l’autoreferenzialità deresponsabilizzata come indipendenza. Mai come oggi abbiamo bisogno di un processo capace di coinvolgere le amministrazioni locali, e con esse i cittadini, nella effettiva responsabilizzazione verso la cosa pubblica, i suoi costi e la sua amministrazione. Per questo occorre sottrarre la questione del federalismo tanto dalle necessità simbolico/elettorali della Lega, quanto da ogni tatticismo anti-premier contingente. Anche dopo Berlusconi la riforma del Titolo V della Costituzione resterà comunque il passaggio necessario per un rinnovato patto di cittadinanza a garanzia delle libertà civili e politiche. Ci vogliono il tempo e la partecipazione necessari. Una occasione utile di confronto è quella proposta dal “Manifesto di ottobre”, presso la Fondazione Ambrosianeum di Milano, nella mattinata del 31 gennaio, Federalismo oltre le contraffazioni. Un dibattito a partire da due libri di Meldolesi, Federalismo democratico. Per un dialogo tra uguali e Milano-Napoli: prove di dialogo federalista, proprio le due realtà urbane che con maggiore evidenza necessitano di costituirsi come “Città metropolitane” dentro il contesto europeo.
L’anomia riguarda tanto il Nord quanto il Sud: se al sud è più evidente la collusione istituzionale, sociale e culturale con la malavita organizzata, al nord essa ha la discrezione dei flussi finanziari, delle operazioni fondiarie ed immobiliari che danno forma a quello che Piero Bassetti definisce «disordine insediativo, come pressione individualistica, come mobilitazione particolaristica degli interessi.
E sollecita comportamenti delle istituzioni: dei governi che moltiplicano le sanatorie e i condoni, dei comuni che concedono le autorizzazioni edilizie e che si oppongono ferocemente ai tentativi di riordino (quando ci sono) delle Regioni, definiti dirigisti e centralisti».
Constatazioni che richiedono modelli istituzionali a responsabilità condivisa, dove la realtà europea e mediterranea propone anche per le amministrazioni locali associazioni reticolari a geometria variabile, non la riproduzione in scala ridotta dei modelli statuali inadeguati per una glocal governance, più vicina al territorio e interna alle nuove relazioni dei mercati internazionali. Bassetti animerà il confronto insieme a Marco Vitale, Santo Versace, Maria Ida Germontani, Bruno Tabacci, Andrea Kerbaker, Gian Giacomo Schiavi e molti altri.
Diversamente da Germania, Spagna e Francia noi scontiamo dieci anni di immobilismo nell’attuazione del Titolo V riformato del 2001. Nel 2000, il grado di decentramento tributario era pari al 20,6%, ovvero solo lo 0,3% in meno rispetto al 2009: altro che avvicinare la cosa tassata alla cosa amministrata da parte dei federalisti padani da anni al governo locale e nazionale...
Fonte: Fiorello Cortiana - Europa

L´amaro ritorno sulla scena di un mito rimasto bambino

Sia opera di balordi disperati (ci sono diversi precedenti), sia di lugubri feticisti del successo, il rapimento della salma di Mike Bongiorno mette una speciale tristezza. Perché la profanazione della morte è sempre un atto vilissimo - un morto è più indifeso di un bambino - ma la qualità del morto, in questo caso, lo rende ancora più indifeso, e ancora più bambino. Specie nei suoi ultimi anni, Mike fu un italiano spiazzato dai tempi. Né la sua grande fortuna né la sua rimarchevole assenza di malizia poterono tutelarlo da una stupita amarezza nei confronti di "come andavano le cose". Pur vivendo nel mezzo di un mondo - la televisione - che sapeva assorbire e spesso promuovere qualunque manifestazione di cinismo, aveva mantenuto, della vita, un´idea basica e ingenua. Perfino il suo berlusconismo aveva una freschezza (e dunque, come poi si è visto, una vulnerabilità) impareggiabile: «Ma vi rendete conto quanti soldi mi ha fatto guadagnare quel signore?». E qualche anno dopo (sbalordito da un pensionamento che doveva parergli inconcepibile): «Ma vi rendete conto che quel signore non mi telefona più neanche a Natale?». E aveva le lacrime (vere) agli occhi.
Una vecchiaia vissuta con invidiabile inconsapevolezza, sicuro che l´eternità del successo e della vita fossero la stessa cosa, lo aveva consegnato a una morte fulminea, e indolore, convinto di essere ancora e per sempre lo stesso Mike Bongiorno di "Lascia o raddoppia?" e del "Rischiatutto", e per giunta nella stessa Italia. Perfino l´imbalsamatura da vivi - spesso mostrificante - cui la televisione costringe i suoi divi senescenti, addosso a lui pareva un lecito, onesto costume di scena: era tra i pochissimi che il pubblico poteva e voleva desiderare "sempre uguale" anche se non lo era, perché incarnava tutte le nostre illusioni di essere ancora lieti e fiduciosi come l´Italia che usciva dalla guerra, dalla paura e dalla miseria e voleva vivere, guadagnare, comperare la lavatrice e guardare la televisione.
Di questo uomo fortunato, semplice e allegro, che amava il denaro come i bambini amano i dolci, amico di quasi tutti per mancanza (meritata) di nemici, maggioritario per natura e non per malizia (così come lo era la Rai di una volta), oggi qualcuno ha in pugno le spoglie. Lui, per fortuna, non ha modo di valutare una delle tante stranezze e turpitudini umane che esulavano dal suo campo di comprensione (come l´odio politico, e il malanimo in genere). Ma i suoi familiari sono offesi e addolorati, e con loro quanto rimane di ingenuo, e dunque di ... vulnerabile, in ciascuno di noi. Non che trafugare la bara di un mascalzone, o di un fanatico, sia meno detestabile: i morti, almeno da morti, sono finalmente tutti uguali. Ma Mike, insomma, era vissuto, almeno lui, al riparo da queste tenebre dell´animo, scampato perfino all´occupazione tedesca, e al carcere, non come se avesse battuto il fascismo, ma come se avesse vinto un telequiz.
Nemmeno la surrealtà di una notizia che - riguardando Mike - riguarda anche la tragicomica con-fusione tra fiction e realtà, riesce a strapparci un sorriso, oggi. Lo riportino dov´era, o lo facciano ritrovare, soprattutto non lo disturbino, non gli dicano perché, non gli spieghino nulla. Non capirebbe, o meglio: non vorrebbe capire.
Fonte: Michele Serra - Repubblica

Gli adepti di Media-setta

La domanda è: come si può ancora credere (di credere) a Silvio Berlusconi? Alla legittimità dei suoi comportamenti, al fondamento meritocratico delle sue nomine, alla soglia minima di logica delle sue giustificazioni e perfino all´opportunità delle sue "cosiddette" espressioni verbali?
Si dirà: per tornaconto personale. I fedeli sono stati comprati, promossi, promessi e (loro sì) mantenuti. Può esser vero, ma non per tutti e non per tutto. È una spiegazione semplicistica. Ha il difetto di troppe argomentazioni anti-berlusconiane: non ragiona "a contrario", ma come lui. Non cerca un punto di vista laterale e nitido. Da cui capire se c´è una motivazione più profonda dietro il fatto che alcune signore si alzano a comando dalle sedie dei talk show e altre no, che alcuni corifei cantano ogni mattina e altri da qualche tempo tacciono. Che cosa induce i primi a restare sulla nave? La risposta, per molti di loro, ha a che fare con una condizione particolare nella quale si sono messi. Per comprenderla bisogna sfogliare l´album della memoria e rivedere almeno due fotografie illuminanti. Una fu scattata alle Bahamas: Silvio Berlusconi corre, seguito dai i suoi uomini più fidati. Tutti sono vestiti alla stessa maniera, rigorosamente di bianco. L´altra fu presa su uno yacht, ai tempi spensierati della signora Ariosto: lì Silvio Berlusconi è al centro e gli altri intorno. Di nuovo tutti hanno la stessa maglietta, in questo caso a righe. Sono due dei tanti indizi che portano a considerare il rapporto tra il premier e i suoi (non a caso ho già usato questa parola) fedeli, come quello che si crea all´interno di una setta. Lui è il guru, loro gli adepti.
Altri segnali? La pretesa di una dedizione assoluta e cieca: chi contrasta il guru viene prima accusato di eresia, poi allontanato, infine coperto di nefandezze. La ritualità degli incontri, la loro scansione cerimoniale, per quanto bislacca: lo stesso cibo, la stessa musica, lo stesso relax. Il volonteroso sacrificio delle vestali, in guerra tra loro per sedere sulle ginocchia del guru (il sommo Rael, per dire, aveva appeso alla parete la foto delle preferite, con tanto di stellette al merito). MediaSetta, ecco cosa. A cui votarsi, a maggior ragione se questo particolare guru, invece di prendere e basta, elargisce: non solo illusioni, stili di vita, risposte al vuoto, ma anche beni materiali, cariche, appalti. Con questo, davvero chi ne beneficia è convinto, al netto del tormentone sulla persecuzione giudiziaria, che il suo guru non abbia passato il segno, non stia dicendo cose prive di ogni fondamento, prima che politico o giuridico, logico?
Chi ha conosciuto personalmente alcuni dei suoi restanti scudieri è perplesso nell´apprendere che uomini di una trascorsa raffinatezza estetica hanno sceso gli scalini che portano a una qualsivoglia tavernetta, o nel seguire le peripezie retoriche di chi ha prestato il proprio intelletto a cause più degne. Ha comunque una certezza: questi, quando vanno a letto la sera, nel momento esatto in cui spengono la luce, sanno. Lo sanno: che il re è nudo, che il guru ha una tunica bianca sempre più trasparente e sotto, niente di niente.
E allora perché si svegliano, si alzano e recitano ancora la stessa improbabile preghiera? Molti anni fa incontrai un uomo, in Svizzera. Era un dentista. Soprattutto, era l´unico sopravvissuto ... al suicidio dei massa della Setta del Sole. Arrivato sul luogo dell´incontro con il vecchio guru ormai disperato e gli altri adepti (banchieri, musicisti, scrittori) aveva avuto una sensazione di disagio ed era tornato indietro, salvandosi dal rogo finale. Gli chiesi se non avesse mai avuto prima quella sensazione, se avesse sempre creduto ciecamente. Rispose che un anno prima, frugando nel magazzino della villa in cui il guru ospitava i seguaci, aveva trovato il proiettore con cui creava l´ologramma spacciato per soprannaturale apparizione e si era reso conto di tutto. Domandai allora perché, a quel punto, non avesse lasciato la setta. Rispose: ero andato troppo lontano, da tutti gli altri e soprattutto da me stesso; avevo rinnegato tutto quello in cui avevo creduto prima per un´immagine fasulla, ma non potevo tornare indietro, non avevo niente a cui tornare, il me stesso di prima non c´era più.
Ci sono molti personaggi pubblici nella condizione di quel dentista. Sono andati troppo lontano, soprattutto da se stessi. Liberisti che hanno giustificato il monopolio. Censori bigotti che hanno chiuso gli occhi davanti alla trave dopo aver gridato per la pagliuzza. Professionisti della stampa che ne han fatto coriandoli. Perfino gli avvocati, che per dovere provano a puntellare ogni possibile versione dei fatti, anche loro: come possono proporci un alibi per la notte del 32 gennaio?
L´incantesimo è passato, alcuni l´hanno affermato dopo 16 anni nella MediaSetta, ha dell´incredibile, ma pazienza, almeno son scappati, come il dentista prima del rogo. Questi che restano avendo visto non solo il proiettore nel magazzino, ma la diavolina accendifuoco in tutte le stanze, devono essere davvero convinti di non poter avere una vita migliore fuori da lì. Forse pensano di ricoprire alti incarichi senza altri meriti che la disponibilità. Forse credono (di credere) davvero nel raggio di luce che squarcerà il cielo, indicherà il guru, lo solleverà al colle e loro con lui. Poi spengono la luce e si danno la buonanotte da soli.
Fonte: Gabriele Romagnoli - Repubblica

Napoli, la tregua in mano ai garanti

Il caso Napoli potrebbe diventare il caso emblematico della necessità di modificare qualcosa nel meccanismo delle primarie, o, al contrario, di lasciarlo così com’è, ma nella consapevolezza e nell’accettazione dei rischi che attengono all’identità politica dei partecipanti. Perché delle due l’una: o si stila un albo degli elettori di centrosinistra e si impedisce di votare a chi non vi è iscritto – ma una misura del genere sarebbe in contrasto con il principio dell’inclusione e delle “primarie aperte” – oppure è difficilmente eliminabile la possibilità che un elettore di centrodestra (o eventuali truppe cammellate) si presentino ai seggi del Pd.
Certo, qualora si dimostri l’esistenza di un passaggio di denaro o di promesse di favori a fronte dell’esercizio del voto “suggerito”, il regolamento delle primarie contiene già le procedure per denunciare e ricorrere contro pratiche di questo genere. Resta comunque il fatto che l’onere della prova è di chi ricorre, a meno che non ci sia una flagranza del reato.
Quanto sta accadendo a Napoli in queste ore, dopo le partecipatissime primarie di domenica scorsa che hanno visto la vittoria di Andrea Cozzolino per 1.200 voti con un plebiscito a Secondigliano e Miano, rischia di terremotare il Pd campano e di determinare un clima non esattamente disteso in vista dell’appuntamento nazionale di venerdì e sabato prossimi.
«Ma l’assemblea non si occuperà di queste miserie napoletane...Non credo, comunque, che la questione potrà risolversi prima di venerdì» osserva con Europa Umberto Ranieri, che conferma di aver presentato il ricorso annunciato lunedì e firmato anche dall’altro candidato dem, Nicola Oddati, mentre Libero Mancuso ha depositato un ricorso autonomo.
Mentre scriviamo, a Napoli è in corso una riunione-fiume del collegio di garanzia presieduto da Raffaele Cananzi. Non ancora per decidere sui ricorsi, la cui efficacia parte dalle 48 ore successive alla proclamazione dei risultati, ma per rispondere alle osservazioni presentate dal comitato organizzatore. La proclamazione, infatti, prevista per le 10 di ieri, è stata rimandata all’emissione del parere che i garanti forniranno. Se alla fine Cananzi e i suoi scioglieranno i nodi sul tappeto e renderanno possibile la proclamazione, nuovi ricorsi potrebbero comunque essere presentati nelle 48 ore.
Fin qui il regolamento. Resta tutto il dato politico. Che rimanda a un Pd lacerato, come le durissime accuse piovute ieri su Cozzolino dal segretario provinciale Nicola Tremante stanno a dimostrare: esponenti con incarichi nel centrodestra sarebbero andati a votare, mentre colf extracomunitarie avrebbero ricevuto somme di denaro.
Anche Walter Veltroni l’altra sera a Otto e mezzo aveva chiesto chiarezza rilevando di aver visto «in tv file di cinesi che andavano a votare». Beninteso, i cinesi residenti ne hanno tutto il diritto: il regolamento prescrive infatti che gli extracomunitari con permesso di ... soggiorno possano votare nel seggio di residenza, tanto che manifesti con ideogrammi erano stati affissi anche da Oddati. Non è, invece, ovvio né lecito che la partecipazione sia “retribuita”. Ieri Cozzolino ha reagito definendo le accuse di Tremante «false e irresponsabili» e si è detto disponibile a dare il suo contributo alle verifiche del caso. A cercare di smorzare i toni sono intervenuti con un comunicato congiunto il responsabile enti locali del Pd, Davide Zoggia, e il segretario regionale Enzo Amendola, che hanno invitato a lasciar «lavorare con serenità gli organismi competenti».
La conclusione della vicenda potrebbe influire sulle alleanze per le elezioni di maggio: se, infatti, sull’ipotesi di un Ranieri vincitore sembravano avviati contatti positivi con Idv e Udc, contro Cozzolino candidato del centrosinistra potrebbe scendere in campo Luigi De Magistris.
Fonte: Mariantonietta Colimberti - Europa

mercoledì 26 gennaio 2011

Occupazione giovanile, piano del governo "Lavoro manuale, umiltà e contributi volontari"

I giovani rischiano di andare in pensione con un'indennità da fame? I genitori la smettano di regalare auto ai figli laureati, e ai neodottori offrano piuttosto il riscatto dei contributi relativi agli anni dell'università. Il corso di laurea intrapreso è sbagliato rispetto alle esigenze del mercato, il ragazzo non trova lavoro? Accetti un contratto d'apprendistato e impari un mestiere. Soprattutto, sia umile: i giovani italiani soffrono di "inattitudine all'umiltà", afferma il ministro della Gioventù Giorgia Meloni (che però generosamente precisa che non bisogna mai generalizzare). Sono alcuni degli elementi del "Piano di azione per l'occupabilità dei giovani" presentato a Palazzo Chigi dal ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali Maurizio Sacconi, dal ministro dell'Istruzione Maria Stella Gelmini e dal ministro Meloni.
Il piano, ha spiegato Sacconi, che conta su risorse per circa un miliardo, di cui circa un quarto a carico del Fondo Sociale Europeo, ruota intorno al superamento del disallineamento tra scuola e università e mondo del lavoro, alla valorizzazione del contratto di apprendistato come strumento privilegiato d'ingresso nel mondo del lavoro, e del lavoro manuale come sbocco possibile per tutti i giovani disoccupati, laureati compresi. "C'è un pezzo di Paese che quando parli di lavoro manuale non capisce - ha osservato il ministro- ma per fortuna capisce la società". A lungo termine l'obiettivo, ha aggiunto però il ministro Meloni, è molto più ambizioso: "Occorre scardinare il sistema Italia, fare una rivoluzione culturale che sia in grado di tirarci fuori dal '68, abbattere i privilegi acquisiti e adeguare la società al mercato del lavoro che cambia".
A proposito di adeguamenti, il ministro Sacconi ha confermato, rispondendo a una domanda a margine della conferenza stampa, che non vi sarà alcuna proroga a ... favore dei precari che avevano la possibilità di impugnare fino al 23 gennaio 1 il contratto di lavoro scaduto, contestando il licenziamento ingiusto o altre violazioni di legge. E ha confermato che andrà avanti con lo "Statuto dei lavori": "L'idea di un nuovo Statuto dei lavori è fare in modo che le parti possano adattare una parte delle norme dello Statuto dei lavoratori, quelle che non riguardano diritti universali e fondamentali, alle diverse condizioni di impresa di territorio o di settore".
Per favorire l'allineamento tra domanda e offerta di lavoro, il ministero del Welfare potenzierà il Sistema Informativo Excelsior, realizzato in collaborazione con Unioncamere, pubblicando non più ogni anno ma ogni tre mesi, e su base provinciale, "le principali tendenze delle professioni richieste dal mercato del lavoro". La diffusione di queste informazioni, ha ribadito il ministro Meloni, è quello di orientare al meglio il percorso di studi: "Se si dicesse a ogni studente che intende iscriversi a giurisprudenza che per gli avvocati il tasso di disoccupazione è al 30%, e chi lavora guadagna 900 euro al mese, mentre per gli infermieri il tasso di disoccupazione è zero, e lo stipendio di 1600 euro, probabilmente inciderebbe sulle scelte".
Ma ancora, secondo il governo, l'alto tasso di disoccupazione giovanile è dovuto soprattutto al fatto che nel mercato non si trovano le professionalità richieste dalle aziende, che sono eminentemente manuali, tecniche e di alta tecnologia. "C'è un atteggiamento talvolta passivo o distratto da parte delle nuove generazioni", scrive il ministro Meloni nella prefazione dell'opuscolo "Buon lavoro", distribuito dal ministero della Gioventù per far conoscere agli aspiranti lavoratori contratti e diritti. In questa direzione va pertanto, ha detto il ministro Gelmini, l'istituzione di 58 istituti tecnici superiori, che verranno denominati "Scuole speciali di tecnologia" e avranno il compito di formare super-tecnici nelle aree tecnologiche del piano di intervento Industria 2015: si tratta di un progetto al quale hanno aderito 16 Regioni.
Ancora, per favorire l'incontro tra domanda e offerta Meloni ha annunciato l'iniziativa "Campus Mentis", riservata ai 20.000 migliori laureati delle università pubbliche italiane, con l'obiettivo di metterli a contatto per una settimana con le aziende interessate ad assumere (la prima edizione dell'iniziativa, ancora sperimentale, riservata a 600 laureati, ha assicurato il ministro, ha permesso al 77% dei partecipanti di trovare lavoro entro un anno). Inoltre a tutte le università verrà chiesto di pubblicare sul loro sito i curricula dei neolaureti e di tenerli on line per almeno un anno.
Tra le iniziative ci sono anche la promozione degli stage, un bonus di 5000 euro per le aziende che assumano un giovane disoccupato con meno di 35 anni e figli a carico, la promozione d'iniziative a favore dell'"autoimprenditorialità". Si pensa poi di anticipare il tirocinio professionale agli ultimi anni di università. Annunciato inoltre "il potenziamento qualitativo delle ispezioni del lavoro anche nell'ottica del contrasto al sommerso giovanile", e azioni di "promozione della cultura della previdenza e della sicurezza sul lavoro nelle scuole". In particolare, viene istituito il primo appuntamento annuale "Un giorno per il futuro", che si realizzerà in tutte le scuole italiane il 20 maggio. Servirà, ha spiegato Sacconi, a sensibilizzare i giovani sul tema delle pensioni: l'Inps metterà a breve a disposizione una sorta di 'conto corrente' dei contributi, che anche i neolavoratori potranno consultare per capire a che punto è la loro situazione. Certo, non per sapere quale sarà l'ammontare della loro pensione perché, ha ammesso il ministro, ormai è impossibile vista l'evoluzione della normativa e del mercato.

Fonte: Rosaria Amato - Repubblica

Pronto, chi parla? Silvio Berlusconi

Ricordo come fosse ieri o forse oggi "Quelli della notte". "Notte", anche se, usando gli standard attuali della programmazione televisiva e biografica, si trattava solo di "seconda serata". Era la metà degli anni Ottanta. Nel circo mediatico allestito e diretto da Renzo Arbore, in mezzo a D'Agostino (Dagospia), Marenco, Frassica, Ferrini, Laurito, Luotto e tanti altri personaggi colorati, acuminati e stralunati, piombò Lui. Il Presidente partigiano. Sandro Pertini. Una telefonata austera. Tutti sull'attenti, ci mancherebbe, perché nessuno dubitò che si trattasse di uno scherzo.
Infatti: era Paolo Guzzanti. Allora giornalista di Repubblica. Ma non se ne accorse nessuno. Perché nessuno avrebbe immaginato che qualcuno potesse osare tanto. Imitare il Presidente. E nessuno poteva immaginare che qualcuno potesse "trascinare" il Presidente in mezzo a una trasmissione scanzonata e ironica fino alla goliardia. A quell'ora della notte. Ieri sera, mentre seguivo le ultime battute dell'Infedele 1 ed è stata annunciata una telefonata del Presidente - del Consiglio, non della Repubblica - ho pensato la stessa cosa: è sicuramente lui. E tutto il pubblico dell'Infedele ha pensato lo stesso. È certamente lui. Anche se per ragioni opposte: perché Berlusconi è, da tempo, una presenza fissa dei talk di approfondimento politico della RAI.
In particolare, di Ballarò, il programma di Floris, a cui è intervenuto in più occasioni, telefonicamente. (Anche se l'ultima volta Floris ha lasciato cadere 2... la sua telefonata.) In precedenza, nel 2007, telefonò anche a Santoro (il quale ai primi insulti chiuse il collegamento.) È divenuto un ospite telefonico, un opinionista dei talk politici, il Presidente (del Consiglio).
Interviene spesso, per manifestare, immancabilmente, il suo sdegno verso le falsità pronunciate in studio dai suoi "nemici". Come all'Infedele, definito da Berlusconi, "spettacolo disgustoso, con una conduzione spregevole, turpe e ripugnante". Ma forse interviene e irrompe in tivù anche per richiamare gli "amici" a un maggior senso di appartenenza, a una maggiore lealtà.
Invece di adeguarsi al clima di delegittimazione che sale intorno a lui. Perché ciò che lo irrita maggiormente è la sindrome dell'accerchiamento. Che lo fa sentire solo e isolato. Da tutti. Non solo i nemici "dichiarati", quelli che gli rivolgono "10 domande" - a cui si rifiuta puntualmente di rispondere; quelli che lo convocano nei tribunali di Milano per chiedergli conto della sua vita allegra e variopinta, con ragazze giovani e giovanissime; quelli che lo spiano, lo ascoltano, lo intercettano nella sua vita privata - come se potesse avere una vita privata un uomo pubblico che ha esibito in pubblico il suo privato fin da quando è "sceso in campo".
Quelli, in fondo, sono "schierati". In modo aperto. Non fingono, per opportunismo o per convenienza, di essere suoi amici. Come tanti - troppi - intorno a lui. Che aspettano il momento opportuno per tradirlo, abbandonarlo, andarsene altrove, con gli altri. Quelli che gli stanno accanto, giurano fedeltà eterna, ma in realtà vorrebbero sostituirlo, stare al posto suo, anche a costo di mettersi d'accordo con i suoi nemici. Quelli che hanno ricevuto da lui regali, privilegi, potere. E sarebbero ancora laggiù, isolati, ai margini della politica. Esclusi e irrilevanti.
Telefona, Silvio, per ri-chiamare gli amici che accettano di partecipare alle trasmissioni ostili, organizzate dai suoi nemici, affollate dai suoi nemici. Tanto più se, di fronte alle "tesi false e lontane dalla realtà" che lo riguardano, non se ne vanno. Ma, nonostante il suo invito, restano lì, limitandosi a qualche protesta, anche violenta, non importa. In fondo la rissa in tivù rende, fa ascolto. Quanto le storie pruriginose intorno a Berlusconi.
Allora, il Presidente del Consiglio, al colmo dell'ira, afferra il telefono e chiama. Ri-chiama. Insulta. Alza la voce. Come esige il clima mediatico del tempo - di cui egli è il grande imprenditore. Alza la voce, dà sulla voce, senza ascoltare gli altri. E prosegue, insiste, senza pause, la voce alterata. Una raffica di insulti contro quelli che lo hanno diffamato. Contro il conduttore spregevole che guida quel "postribolo mediatico ripugnante". In fondo, anche contro quelli che passano per suoi amici ma restano lì. E con la loro presenza, legittimano le infamie nei suoi riguardi.
Telefona, Berlusconi, per difendersi e per attaccare. In fondo, non si fida degli altri. Non si fida di nessuno. Solo di se stesso.
Lui, solo contro tutti.
Lui, semplicemente: solo.
Fonte: Ilvo Diamanti - Repubblica

Nell'inferno di Auschwitz c'è un bambino che disegna

Un tredicenne che si trova gettato nella bocca dell'inferno, solo e senza istruzioni. È un tema adatto a uno scrittore dell'orrore dalla fantasia perversa. Ma è esattamente la sorte toccata a Thomas Geve, un bambino ebreo di Stettino deportato ad Auschwitz nel 1943. Thomas era vissuto con la mamma e i nonni, esercitando gli unici mestieri possibili per un ebreo come lui, il giardiniere e il becchino. Il padre, espatriato a Londra, faceva vani tentativi per richiamare a sé i suoi cari. Ad Auschwitz, Thomas fu deportato con la madre, che resistette pochi mesi al lavoro forzato. In base alle norme vigenti nel Lager, tutti i bambini inferiori ai quattordici anni (e tutti i vecchi) venivano mandati direttamente alle camere a gas. Thomas, sottratto al forno crematorio perché giudicato robusto, costituì dunque un'eccezione. E a quest'eccezione allude il terribile titolo dell'opera di Thomas Geve (Qui non ci sono bambini. Un'infanzia ad Auschwitz, traduzione di Margherita Botto, Einaudi, pp. 186, 24).
Libro straordinario perché sulla sua esperienza di bambino c'informa, soprattutto, con i disegni.
Infatti, dopo la liberazione da parte degli alleati (Thomas era finito a Buchenwald, in seguito all'evacuazione di Auschwitz), nei quindici giorni di convalescenza Thomas si procurò carta, matite colorate e acquerelli, e gettò giù in fretta settantanove disegni, con spiegazioni in tedesco che documentano con esattezza architettura e organizzazione del Lager, ma anche il funzionamento interno, i tipi di lavoro, i regolamenti disciplinari, i problemi igienici, l'alimentazione. Tutto questo per comunicare al padre, poi finalmente raggiunto, come aveva passato i due anni di prigionia. I disegni di Thomas trovarono scarso interesse, e solo ... quarant'anni dopo, depositati allo Yad Vashem di Gerusalemme, città nella quale Thomas abita dal 1950, hanno cominciato a circolare con una mostra itinerante e poi in pubblicazioni parziali. Questa è la prima completa.
Sarebbe frivolo affrontare questi disegni come opere d'arte. Ben più importante notarvi i segni di una dura esperienza, l'attenzione alle misure, agli spazi, alle prospettive di un mondo artificiale e perverso che il ragazzo viene a conoscere e cerca di memorizzare. Le baracche realizzano e contengono i mezzi per una tortura implacabile; il filo spinato è reclusione e insieme assassinio; le fognature propongono sogni di evasione; gli orari sono un cilicio per il tempo, e le annotazioni non attenuano nulla: «Nel reparto di chirurgia i detenuti venivano semplicemente legati e poi operati senza anestesia. Da quel luogo uscivano grida barbare». C'è persino lo schema delle camere a gas.
Ma Thomas ha un orizzonte morale maturo: sente pietà per i deportati zingari, capisce la vergogna delle prostitute al servizio del comando militare, non certo dei detenuti, fa amicizia con qualche altro ragazzo, ma spesso li vede morire; le canzoni dei deportati lo commuovono sempre più intensamente. Date le misure ristrette delle illustrazioni, i personaggi di Thomas sono tutti omini, ma non sfuggono all'occhio attento né i lavori inutili, né la caccia ai pidocchi, né gli espedienti per trovare un tozzo di pane in più, né le bastonature o le impiccagioni. Sullo sfondo i canti dei deportati, e le marce militari degli aguzzini. Gli omini di Geve ricordano a volte, certo per caso, Klee. E alla fine le sorprendenti qualità artistiche di Thomas non possono più essere taciute. Se ossessionano le file di vagoni e di baracche che Thomas rappresenta, altre volte sintetizza in pochi riquadri minacciosi i temi di questa sopravvivenza disperata, oppure costruisce figure a schema circolare che rispecchiano la coerenza criminale del disegno realizzato con il Lager. Memoria e giudizio vengono a coincidere.
Fonte: Cesare Segre - Corriere della Sera

Il Lingotto rimescola

L’incontro del Lingotto 2 ha avuto l’importante funzione politica di tornare ad accelerare un processo rimasto fermo e in bilico. Il suo interesse perciò non sta soltanto nella sostanziale unità del Pd che ha dimostrato. Sta soprattutto nella strategia e nella tattica politica che sulla base di due analisi comuni Veltroni e Bersani hanno concordemente delineato.
La piattaforma che esce dal Lingotto- Due – anche per il contributo di altri importanti interventi, come quelli di Chiamparino, Gentiloni, Fioroni – si rivolge indirettamente alla Lega e a una parte non indifferente del Partito della Libertà. È una piattaforma molto semplice ma niente affatto semplicistica: i governi Berlusconi possono esser nati con un’ambizione o con un’altra ma di fatto hanno condotto l’Italia ad uno stadio di disfacimento tanto morale quanto economico: e qualsiasi soluzione di governo è comunque migliore della continuazione del governo attuale. È su questo punto che la parte pensante della maggioranza deve continuare a riflettere: sapendo che oggi l’opposizione è in grado finalmente di essere unita e di presentarsi non con un antiberlusconismo poco convincente ma con una proposta ampia e credibile, uscita ben delineata dall’incontro di Torino.
La maggiore forza di opposizione dice alla maggioranza, così, che non vi è nessuna possibilità di accordi, o di compromessi, o di intenti comuni, con il governo presieduto da una persona ormai condannata dall’intero mondo internazionale.
Dice alla maggioranza che se non si risolve questo punto non vi saranno intese possibili; che non vi sarà tregua né in parlamento né in paese; che il governo ... uscirà sconfitto innumerevoli volte nei voti del parlamento, a cominciare dai progetti troppo abborracciati sul federalismo; e che al termine di tale tragitto, fra 3-4 mesi, vi sarebbero esattamente, in una condizione italiana peggiorata, gli stessi problemi di oggi: o un nuovo governo o le elezioni.
Poichè la posta in gioco non è, appunto, una persona ormai abbattutasi da sola, ma il riscatto dell’Italia, la ripresa dalla condizione disastrata in cui si trova e in cui non ha più prospettive vitali.
Non sorprende allora l’appello di Maroni a «definire rapidamente, di comune accordo, un piano straordinario di misure economiche e finanziarie per favorire la crescita». Si tratta certo di questo ma forse non solo di questo. Si tratta anche di rifondare costituzionalmente uno stato non centralista e non regionalista, adatto a rispondere con le sue istituzioni ai problemi dello sviluppo nella condizione globale contemporanea.
E si tratta di ridare agli italiani un sogno privo di squallori ed egoismi, rimettendo il paese in contatto con la grande onda rinnovatrice che si muove nel mondo. O nuove elezioni, o 2-3 anni di un governo di responsabilità nazionale unito su grandi progetti, superando ogni polemica su un’era finita e un Berlusconi superato (al quale possiamo anzi fare i migliori auguri, come più avanti diciamo).
O nuove elezioni, con un progetto vincente della opposizione, o subito un governo che sia in grado di rimettere in piedi il paese su basi comuni e riavviare una normale dialettica politica. Che nelle società avanzate dell’Occidente esigerà il bipolarismo politico, con il sistema istituzionale funzionante che ad esso può corrispondere, e che difficilmente potrebbe corrispondere ad altro impianto politico.
È su ciò, se proprio non erriamo, che nelle prossime settimane si svolgerà il confronto. Certo occorrerebbe che, al di là delle tattiche inevitabili, tutti guardassero alle due questioni centrali tra le quali occorre fare la scelta. D’altra parte, l’antiberlusconismo era il risvolto inevitabile di una fase che deve considerarsi terminata. Non facciamocene più uno schermo né per attaccare né per difendere, poiché il problema – l’ha confermato ieri la esponente più rappresentativa del mondo delle imprese – è quello della modifica della continuazione precaria di una fase distruttiva.
È in questo senso che si possono anche fare all’onorevole Berlusconi auguri cordiali: che si riposi, secondo l’invito fattogli da Bossi. E veda se è possibile invitare in futuro qualcuno in più e qualcuno in meno a qualche sua “normalissima cena”, che per esser tale non dovrebbe appunto prevedere l’invito a nessuna escort.
Fonte: Adolfo Battaglia - Europa

Un altro Pd è possibile

Paolo Gentiloni
Voglio innanzitutto ringraziare Pierluigi Bersani. La sua presenza al Lingotto non è stata una visita di cortesia. Al contrario. È stata la più autorevole smentita alle voci che appena una settimana fa nel Pd avevano descritto noi di Modem come quattro gatti privi di linea politica, invitandoci addirittura a stare alla larga da responsabilità di partito. L’assemblea del Lingotto è un bel regalo a tutto il Pd perché qui sta prendendo forma un “manifesto” per l’Italia dopo Berlusconi.
È ormai infatti evidente che nessun rilancio, nessuna riforma, nessuna fuoriuscita dalla crisi, nessuna riscossa morale sarà possibile senza lo shock positivo rappresentato dalla chiusura del ventennio berlusconiano. Voltare pagina, uscire dal berlusconismo: a questo obiettivo vanno finalizzate le nostre scelte tattiche, con flessibilità. E con un partito unito nella battaglia. Sapendo che l’Italia non può andare al voto a cuor leggero; ma che ancora meno può rassegnarsi alla leadership di Berlusconi. Senza voltare pagina anche le nostre parole diventano inservibili.
Come si fa a parlare di giovani e di merito con la guida del paese alle prese col bunga-bunga? Con che coraggio la classe politica può chiedere sacrifici? E come parlare di valori, di decoro, di famiglia? E che dire di sentimenti come il pudore e la vergogna? Abbiamo perfino rischiato di giocarci la possibilità di pronunciare liberamente la parola Italia. Visto che proprio di quel nome voleva appropriarsi Berlusconi con la sua ultima trovata pubblicitaria.
Sono passati oltre tre anni dal primo Lingotto, vero e proprio atto di nascita del Pd sul piano dell’identità politica. E in questo tempo molte cose sono cambiate. Ma non è cambiata la nostra ispirazione di fondo, racchiusa in quello slogan che ci sovrasta: «Fuori dal Novecento». Non si tratta di uno slogan fuori stagione, come qualcuno ha pensato, anche nel Pd, di fronte alla crisi più grave dell’era della globalizzazione esplosa nel 2008. Quella terribile crisi finanziaria e i diversi effetti perversi della globalizzazione non giustificano affatto l’abbandono di quel riformismo liberale che è stato l’anima e il linguaggio comune del Pd battezzato qui ... nel 2007. Anzi, lo rendono più urgente. Per questo non mi convince la deriva anti moderna di Bossi e Tremonti in versione no global.
E nemmeno mi convince l’idea, diffusa nel Pd, che la gravità della crisi rilanci l’attualità delle scelte fondamentali della socialdemocrazia del secolo scorso archiviando il riformismo liberale, in primis quello di Blair, quasi fosse un lusso buono per la belle époque degli anni Novanta.
Chi di fronte alla crisi invoca più intervento statale e più spesa pubblica, chi si affida al mero rilancio dei tradizionali meccanismi redistributivi non fa i conti con la realtà. Dimentica, per fare un solo esempio, che nell’Italia di oggi le maggiori difficoltà economiche spesso coincidono con la maggiore presenza dell’intervento pubblico. Guardate alla Calabria, forse la nostra regione con maggiori difficoltà, dove la spesa pubblica rappresenta l’80% del Pil.
L’approccio liberaldemocratico, liberal direbbe il senatore Hart, resta più che mai il fondamento di una visione che fa i conti con la realtà globale e il suo futuro. Dovremo convivere con una crescita lenta. Troppo lenta, ovviamente, nell’Italia quasi ferma e insostenibile di Berlusconi. Ma comunque in tutta Europa la crescita sarà più lenta che nel secolo scorso e più lenta rispetto ad altre aree del mondo. Questa crescita rallentata non significa di per sé declino. A una condizione, cambiare la situazione in profondità.
Nel mondo nuovo il Pd si è trovato troppo spesso dalla parte sbagliata. Ora deve cambiare campo di gioco. Deve abbandonare il campo della difesa dell’esistente che ci ha portato quasi sempre sulla difensiva, talvolta con qualche ragione – penso all’Università – e spesso a torto come nel caso della Fiat dove non abbiamo avuto il coraggio di difendere l’accordo siglato per Mirafiori. Un campo della conservazione che talvolta sembra perfino nutrire nel Pd una certa nostalgia per il sistema politico della Prima repubblica.
È il campo del cambiamento quello in cui oggi si svolge la vera partita per ridurre le differenze sociali e rendere possibile uno sviluppo nuovo e sostenibile. Cambiare campo: solo così possiamo rispondere alla più grave delle nostre mancanze, la credibilità di un’alternativa di governo. Cambiare campo con alcune scelte chiare.
In cima alle nostre priorità dobbiamo mettere green economy e digitale. Capisco che questo governo “televisivo” guardi con diffidenza al web e abbia più dimestichezza con Drive in che con Google. Il che fa dell’Italia l’unico grande paese privo di un’agenda digitale. Noi dobbiamo sapere che il digitale non è uno dei settori, ma una chiave dello sviluppo possibile. Come nel secolo scorso l’elettricità, cambia l’economia e la vita di tutti. E purtroppo l’Italia, ottava economia industriale è la ventesima economia digitale nel mondo: ecco un serio rischio di declino. Il digitale non è solo volano per l’economia, cambia l’informazione, la partecipazione politica. È motore di libertà. Per noi del Pd è una sfida cruciale, e non limitata alle infrastrutture.
Pensate alle migliaia di giovani della Rivoluzione dei gelsomini in Tunisia: certo non manifestavano per la banda larga; usavano la banda larga per chiedere libertà. Green economy e digitale non sono bandiere di lobby nuoviste e un po’ marginali. Sono le priorità dei paesi più avanzati. Sono la chiave di successo delle nuove forze progressiste europee. Sono larga parte della risposta a come sia possibile un nuovo sviluppo in condizioni di crescita quantitativa frenata. C’è bisogno infine di un cambio di campo anche sul tema dell’etica pubblica. Dove non sempre il Pd è riuscito a dare l’esempio. Se proprio si vuole usare la parola rottamazione, propongo di cominciare di qui, dal ricambio di quei nostri dirigenti e amministratori che si sottraggono al dovere di dare il buon esempio. Ma etica pubblica non è solo rifiuto della corruzione e rispetto del decoro dovuto alle istituzioni.
È anche lotta ai conflitti di interesse che caratterizzano la rinnovata ingerenza del potere politico e pubblico in economia. Sulla scia del conflitto di interessi televisivo, ormai degenerato nell’epoca di Minzolini e Signorini, si fa strada una nuova commistione tra potere e economia, penso alla proprietà dei giornali o alle banche a partire dal caso Unicredit. Di nuovo la bussola del riformismo liberale deve guidarci contro questo putinismo strisciante che, sulla scia dell’esempio berlusconiano, dilaga e minaccia il buon funzionamento della nostra democrazia. Certo, il manifesto dell’Italia dopo Berlusconi che lanciamo oggi avrebbe bisogno di qualcosa in più. Avrebbe bisogno di un grande Partito democratico. Non di un partito che cerca rifugio in presunte certezze del secolo scorso. Non di un Pd che ha paura delle primarie, quasi fossero un marchingegno organizzativo e non la nostra risposta, la risposta democratica e non populista, alla crisi dei partiti del secolo scorso.
Noi oggi, da questo luogo carico di simboli per la breve vita del nostro partito, rinnoviamo la scommessa sul Pd. Ma non c’è molto tempo. E non so se avremo molte altre occasioni. So che un altro Pd è possibile. E che proprio ora che si apre la sfida del dopo Berlusconi è doveroso rilanciare il grande sogno dei democratici italiani.
Fonte: Paolo Gentiloni - Europa

Guerre dimenticate? Arriva l'Atlante per gli "smemorati"

Mera casualità o scelta meditata , coincidenza vuole che proprio nel giorno in cui si vota alla Camera il rifinanziamento della missione italiana in Afghanistan, questa mattina, presso la sala stampa della FNSI, si sia invece parlato di guerre, e soprattutto di quelle dimenticate. Occasione? La presentazione del secondo volume dell’Atlante delle guerre, opera collettiva ideata e realizzata dall’associazione 46° parallelo, edita da Terra Nuova Edizioni. Opera corposa, non tanto nella pesantezza ( fisica) del testo corredato da immagini a colori e mappe dettagliate delle zone dei conflitti, quanto piuttosto nei contenuti, per lo più ignoti alla maggior parte del pubblico di lettori di giornali e, soprattutto, spettatori televisivi. E si, perché parlare di guerra continua ad essere una sorta di tabù per l’informazione italiana, non tanto una forma di censura, quanto piuttosto una mancanza reale di cultura, sottolinea Raffaele Crocco, direttore del volume e fra gli ideatori dello stesso. La mancanza di attenzione da parte dell’informazione italiana verso gli esteri è una patologia ormai conclamata, ancora più vera quando poi si tratta di raccontare di zone di guerra e di conflitti.
Parlare di guerra, e farlo in un certo modo, viene bollato come semplice pacifismo e comunque sempre come argomento di sinistra, mentre si tratta di attenersi a un sano principio di realismo politico…” Afferma Flavio Lotti, coordinatore della Tavola della pace, tra i promotori dell’Atlante.
Stando al lavoro condotto dagli autori dell’Atlante in questione, nel mondo sono in corso circa 35 conflitti,la maggior parte dei quali concentrati nel sud del pianeta, in zone dove abbonda la povertà, ma molte volte anche le materie prime, utili al mondo occidentale, oppure la cui posizione geografica risulta strategicamente ... interessante…
Raccontare di quei conflitti, dei soggetti coinvolti, delle zone interessate e delle loro caratteristiche significa tornare a fare informazione, sottolinea ancora Crocco. Gli autori delle schede relative ai diversi conflitti sono infatti tutti giornalisti, impegnati o presenti nelle diverse zone di guerra, profondi conoscitori dei singoli contesti. Un contributo di conoscenza e di divulgazione fatto in termini volontaristici, spiega ancora Crocco, mirato a far si che certi argomenti tornino ad essere parte di una riflessione comune e, perché no… arrivino anche all’interno delle scuole.
Argomenti che forse, sottolinea Giuseppe Giulietti, portavoce di Articolo21, meriterebbero maggiore spazio, per la serietà e l’importanza che rivestono, anche all’interno di rubriche di approfondimento nel servizio pubblico. “ Non si può più accettare per esempio che il dibattito sulla guerra sia stato annientato anche in Parlamento, dove ormai il voto per il rifinanziamento della missione in Afghanistan viene fatto con il pilota automatico…” per questo, annuncia Giulietti “ oggi voterò contro”.
Ma non è solo la guerra ad essere stata derubricata. L’Italia, sottolineano i relatori, è un grande esportatore di armi collocandosi solo lo scorso anno al quinto posto nella classifica mondiale, eppure neanche questo sembra interessare minimante il dibattito pubblico. Molte, troppe volte la responsabilità grava sui media e sull’uso distorto delle parole. A questo fa riferimento l’intervento del presidente della FNSI Roberto Natale e del giornalista di Famiglia cristiana, Luciano Scalettari, tra gli ideatori del volume, che a sua volta insiste su un altro tema, oltremodo attuale: la presenza di immigrati provenienti anche da queste zone di guerra e di conflitto. Conoscere la realtà da cui provengono, sostiene Scalettari, contribuirebbe anche a ridimensionare la visione che l’opinione pubblica ha di queste persone e, soprattutto restituirebbe loro la dignità che meritano in quanto “persone” contribuendo a lasciar fuori termini come: clandestino, immigrato, rifugiato, profugo.. .
Ma l’Atlante delle guerre diventa anche l’occasione per promuovere le iniziative promosse dalla Tavola della Pace e ControllArmi in occasione del 150° anniversario dell’Unità d’Italia e del 50° anniversario della marcia della pace, lanciata per la prima volta da Aldo Capitini il 24 settembre del 1961. Dal sito www.perlapace.it è partito infatti l’appello a firmare una “dichiarazione di pace” corredato dall’invito ad appendere nuovamente a finestre e balconi l’ormai nota bandiera colorata, un appello che il portavoce di Articolo21 ha voluto rivolgere anche a tutti gli spazi virtuali del web ( siti, blog…) Solo una prima tappa, appunta in preparazione alla 19esima edizione della marcia Perugia Assisi, il 25 settembre di quest’anno.
Fonte: Bruna Iacopino - Articolo 21

L'Aquila, il governo tradisce anche gli studenti: tagli all'ateneo

Delle tante promesse fatte all’Aquila dal governo Berlusconi all’indomani del sisma del 6 aprile del 2009, una riguarda il cuore pulsante dell’economia cittadina e della vita del centro abruzzese: l’università. Mentre il centro storico muore e la ricostruzione tarda ad arrivare, si taglia silenziosamente all’ateneo aquilano. E dire che il Ministero dell’Università e l’Università dell’Aquila avevano firmato un accordo di programma a maggio 2009 volto a garantire supporto all’ateneo per fronteggiare la situazione post-sisma.
In particolare l’accordo di programma prevedeva che all’università dell’Aquila sarebbero stati assegnati per il triennio 2008-2011 stanziamenti pari all’FFO (Fondo di finanziamento ordinario) del 2008, ovvero 68,5 milioni di euro. A ridosso di Natale, però, la sorpresa del Ministro Gelmini che firma il decreto di riparto del FFO prevedendo un taglio del 3.72% per l’ateneo abruzzese, ovvero 2 milioni e 500 mila euro in meno. L’Unione degli Universitari (Udu) dell’Aquila denuncia la situazione e interpella la Gelmini «che fa rispondere al suo Direttore generale che non c’è stato nessun taglio perché la cifra si sarebbe raggiunta con i soldi degli scatti stipendiali, soldi che sarebbero comunque spettati all’Università dell’Aquila accordo di programma prevedeva dunque un mimino garantito di fondi, ma non si trattava di un tetto massimo e dunque l’ateneo può ricevere ulteriori risorse derivate da ulteriori fondi», spiega Tino Colacillo, membro dell’esecutivo nazionale dell’Udu.
«Il taglio c’è stato ma il ministro nega invece di darci spiegazioni – denuncia Chiara, 24 anni, studentessa di Psicologia e coordinatrice dell’Udu dell’Aquila – siamo una città dove è fondamentale che ci siano stanziamenti per ... l’ateneo perché L’Aquila era e deve rimanere una città universitaria. Già facciamo fatica a riprenderci, le borse di studio e le mese sono molto penalizzate, questo taglio ci mette ancora di più in difficoltà perché come al solito ricadrà sui servizi agli studenti». Gli studenti chiedono dunque che il Ministro Gelmini elimini il taglio e che anche l’Università aquilana si esprima ufficialmente sulla questione. «Il contesto è già drammatico di suo - insiste Colacillo - perché per gli universitari non hanno qui nessuna forma di sostegno, questo taglio è un invito a non iscriversi e ad andarsene dall’Aquila mentre l’università è l’unica chance che ha la città per riprendersi, gli studenti erano il motore economico della città».
Fonte: Luciana Cimino - L'Unità

Walter ha parlato, tocca a Bersani

Il Partito democratico è tornato protagonista nelle pagine politiche di giornali e tg: è l’effetto più immediato della kermesse di MoDem di sabato scorso e delle primarie di Bologna e Napoli. Poco importa se quella del Lingotto era una manifestazione organizzata dalla minoranza e se nel capoluogo campano le cose non sono andate proprio lisce come l’olio: se il Pd si ripresenta agli italiani con un messaggio chiaro e positivo, e non legato ai soliti dissidi interni, la cosa non può che soddisfare tutti i suoi rappresentanti. E se l’attenzione in questi giorni si è concentrata più su Veltroni, Bersani avrà tutto il tempo per riconquistare la scena: già venerdì e sabato l’assemblea nazionale di Napoli gliene darà l’occasione.
Certo, l’editoriale di Scalfari su Repubblica di domenica scorsa ha creato qualche malumore al Nazareno. Rosy Bindi ci tiene a precisare che il Pd «più che mai adesso ha un segretario solo». Ma, per il resto, nessuno addebita gli articoli di stampa a Veltroni o ai suoi. I quali, d’altra parte, sottolineano con Paolo Gentiloni la «riuscita» dell’evento, grazie al quale «il Pd si rivolge finalmente al paese con un programma di alternativa credibile per il dopo Berlusconi».
Se Bersani dal canto suo ha problemi di comunicazione – è il senso dei discorsi che vengono dal MoDem – non si può certo far ricadere la colpa su Veltroni. Anzi, proprio in vista dell’assemblea nazionale, è questa la richiesta che la minoranza avanza al segretario: «Presenti cinque proposte fortemente innovative e chiare, che parlino all’Italia».
L’appuntamento di Napoli si configura cosi come una sorta di “Lingotto di Bersani”. I temi in agenda, sui quali i relativi forum stanno concludendo il ... rispettivo lavoro, sono pubblica amministrazione, Sud, sicurezza, welfare e cultura. Ma quello di venerdì e sabato è l’ultimo dei tre appuntamenti programmatici del Pd (dopo Roma, a maggio, e Varese, a ottobre) e per questo ci si aspetta dal segretario una sorta di sintesi da proporre al paese. «Adesso abbiamo un programma definito, almeno nei suoi punti chiave – spiegano al Nazareno – siamo pronti ad affrontare qualsiasi eventualità ». Che si tratti del voto o di un governo di emergenza per superare il berlusconismo.
Proprio su questo aspetto, il Lingotto ha segnato la massima convergenza di tutto il partito. Un risultato importante per Bersani, visto che precedentemente Veltroni era stato critico con l’ipotesi di un’ampia convergenza (da Fini a Vendola) sia per un esecutivo di transizione, sia per eventuali elezioni anticipate. E Stefano Fassina, braccio destro del segretario sui temi economici, nota positivamente anche la convergenza della minoranza sulle proposte già emerse nel partito in materia di “diritto unico” del lavoro. A questi passi avanti del MoDem fa da contraltare il riconoscimento esplicito, con la sua presenza a Torino, del ruolo della minoranza (e di Veltroni personalmente) da parte del segretario.
«I tempi del “contiamoci”, che risalgono a dieci giorni fa – fanno notare nel MoDem – sembrano ormai molto lontani. È venuto il tempo del “lavoriamo inseme”».
Infine, le primarie. Veltroni aveva volutamente tenuto fuori questo tema dalla sua relazione di sabato. «Voglio evitare di tornare sulle cose che ci dividono», aveva spiegato ai suoi. Ma i risultati, soprattutto in termini di partecipazione, di Napoli e Bologna sembrano dare ragione a chi, come lui, ha sempre sottolineato l’importanza di questo strumento. Parlare di riforma delle primarie in senso restrittivo, oggi, appare più complicato.
Fonte: Rudy Francesco Calvo - Europa

Monito dell'Fmi: «Risanare i conti» Stop alla ripresa in Gran Bretagna

NEW YORK - Il Pil italiano crescerà nel 2011 dell'1% e nel 2012 dell'1,3%. È la stima del Fondo Monetario Internazionale (Fmi), che lascia invariata rispetto a ottobre 2010 la previsione per il Pil italiano di quest'anno, ma lima al ribasso (-0,1%) quella del prossimo anno.
ZONA EURO - Le nuove stime dell'istituzione di Washington, rese note a Johannesburg in Sud Africa, vedono una crescita della zona euro confermata all'1,5% per quest'anno e tagliata anch'essa di un decimo di punto all'1,7% il prossimo anno con l'unico miglioramento stimato (+2 decimi di punto) per la Germania, che nel 2011 crescerà del 2,2% mentre per il 2012 vede confermato il precedente 2%. L'economia globale, secondo le previsioni dell'istituzione di Washington, crescerà del 4,4% (+0,2) con un +4,5% invariato nel 2012.
NAPOLITANO «FORZARE LA CRESCITA» - Le previsioni di crescita per la nostra economia sono giudicate «troppo inferiori alle nostre ambizioni» da parte del Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, intervenuto nel corso della cerimonia dei premi Leonardo. «Tra tante difficoltà e tensioni è essenziale che ciascun soggetto istituzionale, economico e sociale faccia più che mai la sua parte», ha detto il presidente della Repubblica. Ecco perché, ha sottolineato, «è imperativo per l'Italia andare al di là di questi limiti e forzare le previsioni della crescita che sono troppo al di sotto delle nostre esigenze».
GRAN BRETAGNA - Intanto si registra un colpo d'arresto per la ripresa in Gran Bretagna. Secondo la stima preliminare dell'Ufficio nazionale di statistica il Pil, nel quarto trimestre del 2010, ha segnato un -0,5% rispetto al trimestre precedente ... e un +1,7% rispetto allo stesso periodo del 2009 (le attese erano, rispettivamente, per un +0,5% e un +2,6%).
FONDO SALVA STATI UE - Tornando all'Fmi, «la dimensione dell'European Financial Stability Facility va aumentata e il suo mandato dovrebbe essere più flessibile», afferma la nota, sottolineando che «per i paesi dove il sistema bancario rappresenta una grande fetta dell'economia, è ora più che mai essenziale assicurare l'accesso a fondi sufficienti». Secondo il Fondo, «il meccanismo di risoluzione deve essere rafforzato se necessario».
RISANARE CONTI - I paesi con elevati livelli di debito, dentro e fuori l'area euro, devono compiere progressi con piani di risanamento dei conti di medio termine ambiziosi e credibili. L'Fmi sottolinea come i rischi sul debito sovrano nell'area euro si sono ampliati ad altri paesi. «Gli spread dei titoli di stato in alcuni casi hanno raggiunto massimi decisamente al di sopra dei livelli visti durante la crisi dello scorso maggio. Le pressioni sull'Irlanda sono risultate particolarmente severe, e hanno portato al piano Ue-Bce-Fmi. I legami fra i rendimenti medi dei titoli di Grecia e Irlanda con quelli del Portogallo restano elevati, ma le correlazioni sono aumentate fortemente negli ultimi mesi con i rendimenti spagnoli e, in misura minore, con quelli dell'Italia, con l'intensificarsi delle pressioni sugli spread.
Fonte: Corriere.it