Scopri quale tra le seguenti dichiarazioni è inventata:
«Ho avuto modo di incontrare più volte il leader Gheddafi e di legarmi a lui da una vera e profonda e profonda amicizia. Al leader riconosco una grande saggezza e riconosco che tutto ciò che lui è venuto dicendomi nelle crisi internazionali che si sono verificate in questi ultimi quindici anni sono sempre state delle posizioni che fotografavano esattamente la realtà e che prevedevano con altrettanta esattezza lo sviluppo che poi si sarebbe determinato» (Berlusconi, 11 giugno 2009). «Gheddafi è una persona intelligentissima, altrimenti non sarebbe al potere da 40 anni» (Berlusconi, 12 giugno 2009). «Chi critica Gheddafi è prigioniero del passato. Noi guardiamo al futuro» (Berlusconi, 30 agosto 2010). «Dobbiamo ancora terminare la cena, stiamo ancora qui insieme a festeggiare questa bella festa dell'amicizia, se fate i bravi vi canto anche una canzone» (Berlusconi, 31 agosto 2011, durante la cena offerta al Colonnello). «Quella sera Berlusconi mi raccontò che il bunga bunga consisteva in un harem che aveva copiato dal suo amico Gheddafi nel quale le ragazze si spogliano e devono fargli provare piaceri corporei» (Ruby, 3 agosto 2010). «Non ho sentito Gheddafi. La situazione è in evoluzione e quindi non mi permetto di disturbare nessuno». (19 febbraio 2011). «Gheddafi ha realizzato una riforma che chiama dei Congressi provinciali del popolo: si riuniscono assemblee di tribù e potentati locali, discutono e avanzano richieste al governo e al leader. Ogni settimana Gheddafi va lì e ascolta. Per me sono segnali positivi» (Franco Frattini, 17 gennaio 2010). «Non dobbiamo dare l'impressione sbagliata di volere interferire, non sarebbe rispettoso della sovranità e dell'indipendenza dei popoli». (Frattini, 21 febbraio 2011). «Piantatela di chiedermi di prendere posizione, che c’entro io con tutta questa storia, non sono mica il ministro degli esteri della Libia» (Franco Frattini, domani).
venerdì 25 febbraio 2011
Welfare, l' inganno della carità - di Tio Boeri su Repubblica
L' ITALIA è il paese dell' Unione europea che spende meno per politiche di contrasto alla povertà: lo 0,1% del reddito nazionale contro circa 13 volte tanto negli altri paesi, compresi i nuovi entrati dell' Est europeo. Non certo perché in Italia ci sono pochi poveri. Erano nel 2007 più di 3 milioni le persone che vivevano in condizioni di povertà assoluta, non potendosi permettere con il proprio reddito un livello di vita "minimamente accettabile". Vale a dire livelli nutrizionali adeguati, un' abitazione con un minimo di acqua calda e riscaldamento e abiti decenti. Un terzo di queste persone, si tratta soprattutto di chi ha perso il lavoro e non ha accesso a cassa integrazione, indennità di mobilità e agli altri ammortizzatori groviera, ha redditi medi inferiori ai 4.000 euro all' anno. La situazione non può che essere peggiorata durante la crisi, dato che il reddito medio pro capite degli italiani è calato del 5 per centoe più famiglie sono presumibilmente scese sotto la soglia di povertà. Se decidessimo di aiutare queste persone, portando il loro reddito al di sopra della soglia di privazione, raggiungeremmo la quota di spesa per assistenza degli altri paesi dell' Unione europea che hanno da tempo introdotto programmi in grado di assicurare un reddito minimo a tutti i cittadini. Ma continuiamo a non volerlo fare. I governi si succedono e, in genere, fanno finta di nulla. Qualche volta, per salvare le apparenze, scrivono "libri bianchi" che annunciano immancabilmente "un programma straordinario contro la povertà". Quando proprio non possono farne a meno, introducono delle misure "sperimentali", circoscritte ad una fascia limitata di popolazione, e transitorie. Durante la Grande Recessione del 2008-9 non si poteva far finta di niente. È stata così introdotta una carta acquisti che escludeva a priori persone senza dimora, indigenti con figli più di 3 anni o con meno di 65 anni e destinata ai soli cittadini italiani. Il risultato è che si è speso ancora meno di quanto previsto, raggiungendo una platea di beneficiari inferiorea un terzo di quanto inizialmente preventivato. Sarebbe bastato abolire i criteri anagrafici permettendo anche a chi ha meno di 65 anni ed è povero di fruire della carta per allargare la platea di beneficiari, rendendo questa misura di un qualche significato nel contribuirea ridurre, pur marginalmente, la povertà. Invece, il governo ha
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La patacca beduina - di Francesco Merlo su Repubblica
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Quando finirà la notte - di Barbara Spinelli su Repubblica
C'È QUALCOSA, nel successo strappato a Sanremo dalla canzone di Vecchioni, che intrecciandosi con altri episodi recenti ci consente di vedere con una certa chiarezza lo stato d'animo di tanti italiani: qualcosa che rivela una stanchezza diffusa nei confronti del regime che Berlusconi ha instaurato 17 anni fa, quando pretese di rappresentare la parte ottimista, fiduciosa del Paese.
Una stanchezza che somiglia a un disgusto, una saturazione. Se immaginiamo i documentari futuri che riprodurranno l'oggi che viviamo, vedremo tutti questi episodi come inanellati in una collana: le manifestazioni che hanno difeso la dignità delle donne; la potenza che emana dalle recite di Benigni; il televoto che s'è riversato su una canzone non anodina, come non anodine erano le canzoni di Biermann nella Germania Est o di Lounes Matoub ucciso nel '98 in Algeria. Può darsi che nei Palazzi politici tutto sia fermo, che il tema dell'etica pubblica non smuova né loro né la Chiesa. Ma fra i cittadini lo scuotimento sfocia in quest'ansia, esasperata, di mutamento.
A quest'Italia piace Benigni quando narra Fratelli d'Italia. Piace Vecchioni quando canta la "memoria gettata al vento da questi signori del dolore", e "tutti i ragazzi e le ragazze che difendono un libro, un libro vero, così belli a gridare nelle piazze perché stanno uccidendo il pensiero". Quando conclude: "Questa
maledetta notte dovrà pur finire". Poiché si estende, il senso di abitare una notte: d'inganni, cattiveria,
sfruttamento sessuale di minorenni. C'è voglia che inizi un risveglio. Che la politica e anche la Chiesa, cruciale nella nostra storia, vedano la realtà dei fatti dietro quella pubblicitaria.
Massimo Bucchi aveva anticipato, in una vignetta del 19 gennaio 2010, questa rivolta contro il falso futuro promesso dai signori del dolore: "Ha da passà 'o futuro!". Erano i giorni in cui il governo non s'occupava che di legittimo impedimento, di lodo Alfano costituzionale, di processo breve. Immobile, il tempo ci restituisce senza fine l'identico. Quel 19 gennaio, il Senato si riunì per commemorare Craxi. Colpito poco
Una stanchezza che somiglia a un disgusto, una saturazione. Se immaginiamo i documentari futuri che riprodurranno l'oggi che viviamo, vedremo tutti questi episodi come inanellati in una collana: le manifestazioni che hanno difeso la dignità delle donne; la potenza che emana dalle recite di Benigni; il televoto che s'è riversato su una canzone non anodina, come non anodine erano le canzoni di Biermann nella Germania Est o di Lounes Matoub ucciso nel '98 in Algeria. Può darsi che nei Palazzi politici tutto sia fermo, che il tema dell'etica pubblica non smuova né loro né la Chiesa. Ma fra i cittadini lo scuotimento sfocia in quest'ansia, esasperata, di mutamento.
A quest'Italia piace Benigni quando narra Fratelli d'Italia. Piace Vecchioni quando canta la "memoria gettata al vento da questi signori del dolore", e "tutti i ragazzi e le ragazze che difendono un libro, un libro vero, così belli a gridare nelle piazze perché stanno uccidendo il pensiero". Quando conclude: "Questa
maledetta notte dovrà pur finire". Poiché si estende, il senso di abitare una notte: d'inganni, cattiveria,
sfruttamento sessuale di minorenni. C'è voglia che inizi un risveglio. Che la politica e anche la Chiesa, cruciale nella nostra storia, vedano la realtà dei fatti dietro quella pubblicitaria.
Massimo Bucchi aveva anticipato, in una vignetta del 19 gennaio 2010, questa rivolta contro il falso futuro promesso dai signori del dolore: "Ha da passà 'o futuro!". Erano i giorni in cui il governo non s'occupava che di legittimo impedimento, di lodo Alfano costituzionale, di processo breve. Immobile, il tempo ci restituisce senza fine l'identico. Quel 19 gennaio, il Senato si riunì per commemorare Craxi. Colpito poco
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la parabola catastrofica del colonnello Gheddafi - di Michele Serra su Repubblica
Si farebbe a meno degli umori leggeri, di fronte a tragedie come quella libica. Ma inevitabilmente,e non certo per colpa nostra, la parabola catastrofica del colonnello Gheddafi scatena, nei peggiori bar delle nostre città, fantasie mezzo satiriche mezzo politico-diplomatiche sul suo destino, se ad Arcore (dividendo la cameretta con l'amico Putin) o ad Antigua, se da solo sul Mig o con un cargo di amazzoni al seguito.E quale uniforme, in caso di fuga, sceglierà nel suo guardaroba, quella ieratica (la sola elegante) da capo beduino o quella da generale pazzo mutuata dalle peggiori tradizioni dell'occidente colonizzatore? O tutte e due, per segnalare il disastro bicefalo prodotto dal colonialismo militare e dall'arcaismo tribale? E soprattutto: che cosa staranno pensando, in queste ore, le miss reclutate a mazzi per ascoltare le lezioni coraniche di un tizio che fa bombardare il suo popolo? Avranno colto la differenza tra una convention di elettrodomestici e lo strano stage di indottrinamento nato sull'asse di ferro Roma-Tripoli, oppure penseranno solo di essersi prestate a un pomeriggio appena più pittoresco del normale? E se hanno conservato il velo in omaggio, sapranno rivolgere un pensiero alle donne libiche che quel velo, adesso, lo usano per asciugare il sangue?
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Maroni “spinge” Bossi e così la Lega si slega - di Francesco Lo Sardo su Eruopa
«Vediamo...», aveva detto di buon mattino Roberto Maroni ad Angelino Alfano e in quell’asciutto «vediamo » c’era più che in mille parole quel che pensa la Lega e un’idea di come si sta muovendo e come si muoverà nelle prossime settimane il partito – o una sua robusta parte – da cui dipende l’esistenza del governo Berlusconi. Tanto robusta da aver spinto in serata Bossi (che ha anche definito «pessima» l’uscita di Berlusconi su Gheddafi da «non disturbare ») a scaricare un tonante no alle velleità del Cavaliere di ripristinare l’immunità. Ieri s’è materializzato l’incubo che da mesi turba Berlusconi: una Lega determinatissima a procedere alla rapida approvazione entro fine marzo del federalismo, ma fredda rispetto a un’agenda governativa che il Cavaliere intenderebbe farcire di qui al 2013 con le sue ossessive pulsioni alla manomissione del sistema giudiziario: dal processo ai poteri dei pm, a strumenti investigativi come le intercettazioni. È stato questo il vero senso della prima riunione del “comitato di ministri ed esperti” che Berlusconi aveva preannunciato come anticamera di un fantomatico consiglio dei ministri per varare una vasta operazione di normalizzazione delle magistrature.
Ieri al cospetto di Alfano e Gianni Letta, coordinatori del comitato, s’è presentato un pattuglione di leghisti (senza Bossi): il ministro dell’interno Maroni – marcato stretto da Calderoli – il piemontese Cota (avvocato), l’ex guardasigilli Castelli, la capogruppo in commissione giustizia della camera, l’avvocatessa Lussana.
La frenata leghista è stata poderosa. Sull’immunità il no è secco. Sulle intercettazioni niete forzature rispetto al testo di questa estate, sul processo breve avanti ma «valutando con attenzione l’impatto di nuove norme sui processi in corso». Più richieste fumose come l’elezione popolare dei giudici. Una Caporetto per Berlusconi
Ieri al cospetto di Alfano e Gianni Letta, coordinatori del comitato, s’è presentato un pattuglione di leghisti (senza Bossi): il ministro dell’interno Maroni – marcato stretto da Calderoli – il piemontese Cota (avvocato), l’ex guardasigilli Castelli, la capogruppo in commissione giustizia della camera, l’avvocatessa Lussana.
La frenata leghista è stata poderosa. Sull’immunità il no è secco. Sulle intercettazioni niete forzature rispetto al testo di questa estate, sul processo breve avanti ma «valutando con attenzione l’impatto di nuove norme sui processi in corso». Più richieste fumose come l’elezione popolare dei giudici. Una Caporetto per Berlusconi
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Il Pd che insegue senza raggiungere - di Antonio Funiciello su Europa
L’inseguimento è una specialità del ciclismo su pista.
Roba da amatori: 4 chilometri, al massimo della velocità, per due ciclisti che si sfidano a raggiungersi, partendo dagli opposti lati della pista. Coppi, tanto per dire, è stato due volte campione mondiale. Il Pd lo ha aggiunto giustamente al suo pantheon, anche se l’inseguimento in cui da qualche tempo si esercita è un variazione della specialità ciclistica. Nel senso che è soltanto il Pd a inseguire qualcuno e a tentare di raggiungerlo, mentre l’inseguito, anche quando ne è informato, si limita a non lasciarsi raggiungere, ignorandolo o illudendolo di potersi fare raggiungere. I democratici hanno cominciato a impegnarsi nell’inseguimento su pista, subito dopo le dimissioni di Veltroni. Soggetto del desiderio agonistico: Casini e la sua Udc. Gran teorico dell’inseguimento a Casini è da sempre D’Alema, convinto in passato finanche dell’opportunità di intestargli la leadership di un nuovo centrosinistra modello Unione. Fu proprio in ragione di ciò, che alle ultime regionali, D’Alema cercò a tutti i costi di far saltare la candidatura Vendola alle regionali pugliesi, per sperimentare su un velodromo più piccolo – quello della Puglia – gli effetti di un riuscito inseguimento di Casini. Il tentativo, si sa, andò a vuoto: Vendola, mezzo morto per gli scandali che avevano travolto la sua giunta e per la sconfitta e la scissione di Rifondazione, resuscitò a nuova vita e riprese a tenere i suoi racconti dell’ovvio. Ma tanto non bastò a dissuadere D’Alema ed altri che proprio in quel tipo di inseguimento il Pd dovesse continuare ad esercitarsi.
Più ardimentoso ancora dell’esercizio dalemiano, è stato da subito il nuovo inseguimento che, dalla scorsa estate, Franceschini, Bindi e altri hanno agognato per il Pd: quello a Gianfranco Fini, volto costruire un nuovo
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Gita vietata a studente down ma i compagni si ribellano - su Repubblica.it
Uno studente di scuola media affetto dalla sindrome di Down, una gita scolastica, e una dirigente dell'istituto che nega al ragazzo l'autorizzazione a partecipare ad una gita. Tre elementi che sommati danno un risultato: la classe non ci sta, protesta e non va in gita.
E' Ida Mendicino, responsabile del coordinamento regionale per l'integrazione, a raccontare la vicenda: "In un primo momento la dirigente della scuola si era rifiutata di far partecipare lo studente alla gita". I genitori hanno interessato del fatto la Polizia, perchè c'è una norma che riconosce le gite scolastiche come "un'opportunità fondamentale per la promozione dello sviluppo relazionale e formativo di ciascun alunno". E anche per "l'attuazione del processo di integrazione scolastica dello studente diversamente abile, nel pieno esercizio del diritto allo studio".
Ma nonostante la normativa, la dirigente continua ad opporsi. Prosegue Mendicino: "La dirigente ha espresso ai docenti l'intenzione di non autorizzare in futuro alcuna uscita dello studente affetto da sindrome di Down. Ha anche chiesto ai compagni di classe di non portare a conoscenza del ragazzo le date delle gite in programmazione". Con quale motivazione? La "Scarsa capacità dello stesso ad apprendere a causa della sua infermità genetica". L'invito è stato immediatamente declinato dai compagni, ragazzi di terza media, i quali hanno dichiarato che avrebbero preferito rinunciare "tutti alle gite, pur di non veder discriminato il loro compagno".
Mendicino dice di raccontare volentieri l'episodio occorso in quanto "Segnale importante di cambiamento in una generazione spesso tacciata di eccesso di individualismo e di scarso senso di solidarietà. Un plauso ai ragazzi dell'Istituto Comprensivo di Catanzaro - conclude - che si sono dimostrati vera speranza di maturazione del tessuto sociale rispetto agli esempi che spesso provengono dal mondo dei grandi".
E' Ida Mendicino, responsabile del coordinamento regionale per l'integrazione, a raccontare la vicenda: "In un primo momento la dirigente della scuola si era rifiutata di far partecipare lo studente alla gita". I genitori hanno interessato del fatto la Polizia, perchè c'è una norma che riconosce le gite scolastiche come "un'opportunità fondamentale per la promozione dello sviluppo relazionale e formativo di ciascun alunno". E anche per "l'attuazione del processo di integrazione scolastica dello studente diversamente abile, nel pieno esercizio del diritto allo studio".
Ma nonostante la normativa, la dirigente continua ad opporsi. Prosegue Mendicino: "La dirigente ha espresso ai docenti l'intenzione di non autorizzare in futuro alcuna uscita dello studente affetto da sindrome di Down. Ha anche chiesto ai compagni di classe di non portare a conoscenza del ragazzo le date delle gite in programmazione". Con quale motivazione? La "Scarsa capacità dello stesso ad apprendere a causa della sua infermità genetica". L'invito è stato immediatamente declinato dai compagni, ragazzi di terza media, i quali hanno dichiarato che avrebbero preferito rinunciare "tutti alle gite, pur di non veder discriminato il loro compagno".
Mendicino dice di raccontare volentieri l'episodio occorso in quanto "Segnale importante di cambiamento in una generazione spesso tacciata di eccesso di individualismo e di scarso senso di solidarietà. Un plauso ai ragazzi dell'Istituto Comprensivo di Catanzaro - conclude - che si sono dimostrati vera speranza di maturazione del tessuto sociale rispetto agli esempi che spesso provengono dal mondo dei grandi".
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Smog, sempre più oltre i limiti - Satra Gandolfi su Corriere della Sera
È arrivata e ha lavato la città. Almeno un poco. La pioggia che aveva evitato a Milano un autunno nero, a metà febbraio è tornata a ripulire le strade, i marciapiedi e l’aria grigia sotto la Madonnina, tentando di annacquare la sbornia di quei quaranta e passa giorni d’inquinamento da PM10 sempre oltre i limiti che in quest’inizio d’anno ci ha fatto mancare il respiro. Un’illusione. Milano e i milanesi sono come quei pre-adolescenti allergici al sapone che s’avvolgono, incuranti e svogliati, in magliette intrise di polvere e sudore. Neri, come le statue del Duomo che, anno dopo anno, s’incrostano di black carbon, lo stesso che s’infila nei polmoni con il suo strascico di sostanze tossiche. Senza l’aiuto di mamma pioggia o papà vento, la metropoli non si lava. Basta che il tempo giri al bello, che lo strato di rimescolamento torni a premere l’aria verso il suolo, come di norma accade in Pianura Padana, e l’allarme ormai cronico si ripresenta. Basta poco e si torna al 1° febbraio, giornata di pallido sole e tanto smog, in cui siamo usciti di buon mattino con in spalla un rilevatore di particolato atmosferico (o PM, somma di polveri diverse derivanti dai processi di combustione di auto e riscaldamento oltre che dalle reazioni chimico- fisiche che avvengono in atmosfera).
Abbiamo scelto Milano perché è la sede del Corriere ma soprattutto perché sempre tra le prime nella hit parade dell’inquinamento europeo. Non a caso i campioni del suo particolato sono contesi dai laboratori internazionali: «Soprattutto al Nord Europa il nostro PM è considerato merce rara», spiega con un sorriso amaro la biologa cellulare Marina Camatini. Il Centro di ricerca Polaris (Polveri in ambiente e rischio per la salute) da lei guidato, al Dipartimento di Scienze dell’Ambiente e del Territorio all’Università Milano-Bicocca, studia da tempo gli effetti biologici su cellule umane del particolato lombardo e anche quest’anno ha messo a
Abbiamo scelto Milano perché è la sede del Corriere ma soprattutto perché sempre tra le prime nella hit parade dell’inquinamento europeo. Non a caso i campioni del suo particolato sono contesi dai laboratori internazionali: «Soprattutto al Nord Europa il nostro PM è considerato merce rara», spiega con un sorriso amaro la biologa cellulare Marina Camatini. Il Centro di ricerca Polaris (Polveri in ambiente e rischio per la salute) da lei guidato, al Dipartimento di Scienze dell’Ambiente e del Territorio all’Università Milano-Bicocca, studia da tempo gli effetti biologici su cellule umane del particolato lombardo e anche quest’anno ha messo a
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Il Pd vittima dello snobismo - di Guelfo Fiore su Europa
Si può dire che il Pd sta dando buona prova di sé? È consentito sostenere che in questa fase turbolenta, a tratti drammatica, certamente intrisa di sinistri indizi la squadra ed il capitano hanno tirato fuori grinta e gioco? O non si può perché è “politicamente corretto” prendersela con il Partito democratico, sparacchiare sul quartier generale anche se sei un ufficialetto che indossa la stessa divisa in modo da incassare pacche sulle spalle e ospitate tv? Sgombriamo il campo dagli equivoci possibili: qui non si vuole lisciare il pelo a chi, temporaneamente, detiene la leadership. Né tantomeno affermare che ai piani buoni di Largo del Nazareno sieda un consesso di donne e uomini immuni dall’umana condizione dell’errore.
Si vuole tentare un’altra cosa: dismettere l’attitudine snobistica per i più, utilitaristica per qualcuno, di usare sempre e comunque la penna blu sui compiti di casa propria. Non imbroccarne una, che sia una, anche statisticamente è impossibile. Quindi qualche colpo a segno, anche argomentando solo per via deduttiva, sarà pure andato.
Però l’andazzo modaiolo, se lo vuoi inseguire, un po’ per fare carriera ed un po’ per non apparire fuori dal coro, proibisce di separare «il grano dal loglio». E già sarebbe una buona cura ricostituente, per il partito democratico, se il tasso di snobismo di cui è vittima, all’interno delle sue stessa mura e poi tra quanti osservano e commentano, registrasse un rallentamento.
Comunque sia, il Pd visto all’opera nelle ultime settimane, è decisamente squadra d’alta classifica.
Si dice questo perché i sondaggi hanno invertito il trend segnalando un incremento delle percentuali di
Si vuole tentare un’altra cosa: dismettere l’attitudine snobistica per i più, utilitaristica per qualcuno, di usare sempre e comunque la penna blu sui compiti di casa propria. Non imbroccarne una, che sia una, anche statisticamente è impossibile. Quindi qualche colpo a segno, anche argomentando solo per via deduttiva, sarà pure andato.
Però l’andazzo modaiolo, se lo vuoi inseguire, un po’ per fare carriera ed un po’ per non apparire fuori dal coro, proibisce di separare «il grano dal loglio». E già sarebbe una buona cura ricostituente, per il partito democratico, se il tasso di snobismo di cui è vittima, all’interno delle sue stessa mura e poi tra quanti osservano e commentano, registrasse un rallentamento.
Comunque sia, il Pd visto all’opera nelle ultime settimane, è decisamente squadra d’alta classifica.
Si dice questo perché i sondaggi hanno invertito il trend segnalando un incremento delle percentuali di
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Istat, stallo nel commercio Ferme le vendite al dettaglio - su Repubblica.it
Le vendite al dettaglio a dicembre 2010 sono aumentate dello 0,2% rispetto a novembre e dello 0,4% (dato grezzo) rispetto a dicembre 2009. Lo rileva l'Istat, aggiungendo che su base congiunturale nell'ultimo trimestre si registra una variazione nulla (dati destagionalizzati), quindi un sostanziale stallo delle vendite.
Nella media del 2010, le vendite sono aumentate dello 0,2% nei confronti del 2009, come sintesi di un aumento dello 0,3% per cento di quelle di beni non alimentari e di una diminuzione pari allo 0,3% delle vendite di prodotti alimentari. In termini congiunturali (al netto della stagionalità), sia le vendite di prodotti alimentari sia dei non alimentari hanno registrato variazioni positive, rispettivamente +0,3% e +0,1%. Rispetto a dicembre 2009, le vendite di prodotti alimentari sono aumentate dello 0,3% e quelle di prodotti non alimentari dello 0,5%.
Con riferimento alle vendite di prodotti non alimentari, a dicembre 2010 i gruppi di prodotti hanno segnato risultati eterogenei. In particolare, il gruppo Supporti magnetici e strumenti musicali ha registrato la variazione positiva più marcata (+2,5 per cento), mentre il gruppo Dotazioni per l'informatica, telecomunicazioni e telefonia ha subito la diminuzione di maggiore entità (-1,0 per cento).
Nel confronto tra la media del 2010 e quella dell'anno precedente, le vendite hanno segnato gli aumenti più sostenuti per i gruppi Foto ottica e pellicole (+2,2 per cento) ed Elettrodomestici, radio, tv e registratori
(+1,9 per cento), mentre il calo di maggiore entità ha
interessato il gruppo Dotazioni per l'informatica, telecomunicazioni e telefonia (-1,1 per cento).
A dicembre 2010 le imprese al dettaglio hanno dichiarato, in media, 27,5 giorni di apertura. Gli esercizi della grande distribuzione sono rimasti aperti, in media, per 28,8 giorni e quelli delle imprese operanti su piccole
Nella media del 2010, le vendite sono aumentate dello 0,2% nei confronti del 2009, come sintesi di un aumento dello 0,3% per cento di quelle di beni non alimentari e di una diminuzione pari allo 0,3% delle vendite di prodotti alimentari. In termini congiunturali (al netto della stagionalità), sia le vendite di prodotti alimentari sia dei non alimentari hanno registrato variazioni positive, rispettivamente +0,3% e +0,1%. Rispetto a dicembre 2009, le vendite di prodotti alimentari sono aumentate dello 0,3% e quelle di prodotti non alimentari dello 0,5%.
Con riferimento alle vendite di prodotti non alimentari, a dicembre 2010 i gruppi di prodotti hanno segnato risultati eterogenei. In particolare, il gruppo Supporti magnetici e strumenti musicali ha registrato la variazione positiva più marcata (+2,5 per cento), mentre il gruppo Dotazioni per l'informatica, telecomunicazioni e telefonia ha subito la diminuzione di maggiore entità (-1,0 per cento).
Nel confronto tra la media del 2010 e quella dell'anno precedente, le vendite hanno segnato gli aumenti più sostenuti per i gruppi Foto ottica e pellicole (+2,2 per cento) ed Elettrodomestici, radio, tv e registratori
(+1,9 per cento), mentre il calo di maggiore entità ha
interessato il gruppo Dotazioni per l'informatica, telecomunicazioni e telefonia (-1,1 per cento).
A dicembre 2010 le imprese al dettaglio hanno dichiarato, in media, 27,5 giorni di apertura. Gli esercizi della grande distribuzione sono rimasti aperti, in media, per 28,8 giorni e quelli delle imprese operanti su piccole
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mercoledì 23 febbraio 2011
Addio welfare comunale, tagli dell´80% neppure un euro a nidi e non autosufficienti - Luisa Grion su Repubblica
Meno servizi per i disabili, meno aiuti agli anziani, un taglio ai programmi d´integrazione per gli immigrati, le politiche per l´infanzia e per la famiglia costrette ad aspettare. Mettere a posto i bilanci dello Stato ha un costo: molto spesso lo paga il welfare. E i primi a dover fare i conti con la drastica riduzione imposta dall´ultima Finanziaria ai Fondi statali di carattere sociali sono i sindaci.
La manovra per il 2011 è destinata a lasciare un pesante segno sulle politiche di assistenza messe in atto dai comuni. Dal 2008 ad oggi i dieci principali canali d´investimento (dal fondo per l´affitto a quello per i servizi d´infanzia) hanno subito una riduzione del 78,7 per cento: dai 2 miliardi e 527 milioni stanziati quattro anni fa si è passati ai 538 milioni di oggi. Alcuni capitoli di spesa sono stati semplicemente azzerati: il fondo per i non autosufficienti, per esempio, l´anno scorso aveva ottenuto 400 milioni di euro, quest´anno non è stato rifinanziato. Stessa cosa per i servizi d´infanzia: dai cento milioni dell´anno scorso (investimenti che il governo aveva finalizzato soprattutto all´apertura di nuovi asili nido) si è passati all´azzeramento per il 2011. Il fondo per le politiche sociali - che è un po´ il padre di tutto i fondi - ora può contare su meno di 274 milioni, solo tre anni fa erano il triplo. Quello per le pari opportunità è stato riportato in vita in extremis dal decreto Milleproroghe: la Finanziaria vi aveva depositato solo 2,2 milioni, ora sono 17, 2. Poca cosa rispetto agli oltre 64 del 2008. Eppure qualcosa è stato salvato: «Le prestazioni
La manovra per il 2011 è destinata a lasciare un pesante segno sulle politiche di assistenza messe in atto dai comuni. Dal 2008 ad oggi i dieci principali canali d´investimento (dal fondo per l´affitto a quello per i servizi d´infanzia) hanno subito una riduzione del 78,7 per cento: dai 2 miliardi e 527 milioni stanziati quattro anni fa si è passati ai 538 milioni di oggi. Alcuni capitoli di spesa sono stati semplicemente azzerati: il fondo per i non autosufficienti, per esempio, l´anno scorso aveva ottenuto 400 milioni di euro, quest´anno non è stato rifinanziato. Stessa cosa per i servizi d´infanzia: dai cento milioni dell´anno scorso (investimenti che il governo aveva finalizzato soprattutto all´apertura di nuovi asili nido) si è passati all´azzeramento per il 2011. Il fondo per le politiche sociali - che è un po´ il padre di tutto i fondi - ora può contare su meno di 274 milioni, solo tre anni fa erano il triplo. Quello per le pari opportunità è stato riportato in vita in extremis dal decreto Milleproroghe: la Finanziaria vi aveva depositato solo 2,2 milioni, ora sono 17, 2. Poca cosa rispetto agli oltre 64 del 2008. Eppure qualcosa è stato salvato: «Le prestazioni
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Sondaggio: Bersani batte Berlusconi di sette punti - di Maria Zegarelli su l'Unità
Disposto a tutto non pur di non andare al voto perché i sondaggi stavolta raccontano un’altra storia: Silvio Berlusconi perderebbe le elezioni inchiodato a percentuali che per la prima volta segnano il crollo dei consensi tra gli elettori. Questo dice l’indagine effettuata da Renato Mannheimer e illustrata ieri a Porta a Porta. Al centrosinistra guidato da Bersani andrebbe il 36% dei consensi, fermando Berlusconi al 29 se a guidare il terzo polo fosse Casini, che si attesterebbe al 15%, mentre il centrosinistra guidato da Bersani avrebbe il 39% e il centrodestra guidato da Berlusconi solo il 30% se a guidare i terzisti fosse Fini. «È la prima volta da mesi che il centrosinistra dimostra di avere delle possibilità», nota Mannheimer. Inoltre, Bersani candidato premier, convince un numero più alto di elettori rispetto alla presidente del partito, Rosy Bindi, che si assesterebbe al 34%, facendo salire il centrodestra al 29.
Conferme del cambio di vento arrivano anche da un sondaggio riservato, arrivato da pochi giorni nei cassetti del Nazareno, effettuato dalla Ipsos subito dopo la manifestazione del 13. Se si dovesse andare oggi al voto il 26,2% degli intervistati sceglierebbe il Pd, il 9,3% Sel e il 6,2 l’Idv, mentre il 28% voterebbe Pdl, l’11,4% Lega, il 6 l’Udc e il 5% Fli. Dati confortanti soprattutto dopo l’affossamento della santa alleanza da parte di Casini: Pd, Sel e Idv potrebbero farcela senza ulteriori allargamenti.
Ma le buone notizie che arrivano dai sondaggi - da prendere con le molle ad elezioni neanche annunciate - vengono stemperate dalla polemica interna al Pd sul ripristino dell’immunità parlamentare. I democratici sono «assolutamente contrari. Oggi in Italia chiunque venga accusato di prostituzione minorile va a processo e non
Conferme del cambio di vento arrivano anche da un sondaggio riservato, arrivato da pochi giorni nei cassetti del Nazareno, effettuato dalla Ipsos subito dopo la manifestazione del 13. Se si dovesse andare oggi al voto il 26,2% degli intervistati sceglierebbe il Pd, il 9,3% Sel e il 6,2 l’Idv, mentre il 28% voterebbe Pdl, l’11,4% Lega, il 6 l’Udc e il 5% Fli. Dati confortanti soprattutto dopo l’affossamento della santa alleanza da parte di Casini: Pd, Sel e Idv potrebbero farcela senza ulteriori allargamenti.
Ma le buone notizie che arrivano dai sondaggi - da prendere con le molle ad elezioni neanche annunciate - vengono stemperate dalla polemica interna al Pd sul ripristino dell’immunità parlamentare. I democratici sono «assolutamente contrari. Oggi in Italia chiunque venga accusato di prostituzione minorile va a processo e non
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Il lupo ripete il suo verso - Michele Serra su Repubblica
Questo giornale ha pubblicato ieri un´intervista seria e incalzante al candidato sindaco di Milano Giuliano Pisapia a proposito del suo coinvolgimento indiretto nella vicenda degli affitti di case di proprietà di enti pubblici. Pisapia, che è un galantuomo, ha spiegato (con rammarico perfino eccessivo) che l´affitto della sua attuale compagna (stipulato vent´anni fa e scaduto nel 2008!) è un problema del quale avrebbe dovuto preoccuparsi più tempestivamente.Due considerazioni. La prima: quando leggeremo su un giornale di destra un´intervista altrettanto rigorosa (nelle domande e nelle risposte) a una personalità pubblica di destra coinvolta in scandali veri o gonfiati, sarà un bel giorno per questo Paese. La seconda: nel clima truce e urlante di questi anni, è un palese obiettivo politico intorbidare le acque e confondere dimensioni e gravità delle colpe, da quelle evidenti a quelle presunte. Partecipare alle varie cosche del malaffare e degli appalti deviati, e fidanzarsi con una persona che fu intestataria di un affitto inferiore ai prezzi di mercato non è, ovviamente, la stessa cosa. Interesse del lupo è sostenere che l´agnello è il carnefice, lui la vittima. La diceria dell´untore è che tutti abbiamo la peste, e di conseguenza nessuno è integro, nessuno salvo, nessuno in diritto di giudicare. Vale ripeterlo ogni volta che il lupo ripete il suo verso.
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Ddl intercettazioni, il no della Corte dei Conti "Sono essenziali per combattere la corruzione"
La Corte dei Conti boccia, una dopo l'altra, le iniziative del governo in materia di giustizia. A partire dal ddl intercettazioni "che non combatte la corruzione". Ed gli ascolti sono uno strumento "molto importante" per contrastare il fenomeno. Lo afferma il procuratore generale della magistratura contabile Mario Ristuccia nella sua relazione in occasione dell'apertura dell'anno giudiziario 2011. Una relazione che punta il dito anche sui rischi del federalismo e sull'espansione della corruzione nella pubblica amministrazione.
Intercettazioni. "Non appaiono indirizzati a una vera e propria lotta alla corruzione - afferma - il disegno di legge governativo sulle intercettazioni che, costituiscono uno dei più importanti strumenti investigativi utilizzabili allo scopo e neppur l'aver dimezzato con la cd legge Cirielli del 2005 i termini di prescrizione per il reato di corruzione ridotti da 15 a 7 anni e mezzo, con il risultato che molti dei relativi processi si estingueranno poco prima della sentenza finale, sebbene preceduta da una o due sentenze di condanna e con conseguenze ostative per l'esercizio dell'azione contabile sul danno all'immagine".
Processo breve. "Il disegno di legge in materia di durata dei processi non sia un ulteriore ostacolo alla lotta contro la corruzione". E' questo l'auspicio del pg che sottolinea come "da rispettosi osservanti delle
norme varate dal parlamento", i magistrati contabili restano "perplessi di fronte a recenti leggi che
consentono una profonda alterazione di principi di certezza del diritto".
Federalismo. Il federalismo potrebbe aumentare la corruzione, afferma Ristuccia. "Ci si interroga in termini dubitativi se, in tema di federalismo fiscale, il decentramento della spesa pubblica possa contribuire a ridurre la corruzione" rendendo "più diretta la relazione tra decisioni prese e risultati conseguiti" oppure se, sottolinea il
Intercettazioni. "Non appaiono indirizzati a una vera e propria lotta alla corruzione - afferma - il disegno di legge governativo sulle intercettazioni che, costituiscono uno dei più importanti strumenti investigativi utilizzabili allo scopo e neppur l'aver dimezzato con la cd legge Cirielli del 2005 i termini di prescrizione per il reato di corruzione ridotti da 15 a 7 anni e mezzo, con il risultato che molti dei relativi processi si estingueranno poco prima della sentenza finale, sebbene preceduta da una o due sentenze di condanna e con conseguenze ostative per l'esercizio dell'azione contabile sul danno all'immagine".
Processo breve. "Il disegno di legge in materia di durata dei processi non sia un ulteriore ostacolo alla lotta contro la corruzione". E' questo l'auspicio del pg che sottolinea come "da rispettosi osservanti delle
norme varate dal parlamento", i magistrati contabili restano "perplessi di fronte a recenti leggi che
consentono una profonda alterazione di principi di certezza del diritto".
Federalismo. Il federalismo potrebbe aumentare la corruzione, afferma Ristuccia. "Ci si interroga in termini dubitativi se, in tema di federalismo fiscale, il decentramento della spesa pubblica possa contribuire a ridurre la corruzione" rendendo "più diretta la relazione tra decisioni prese e risultati conseguiti" oppure se, sottolinea il
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Interessi e Valori - di Franco Venturini su Repubblica
Anche la Tunisia ha pagato un prezzo di sangue, e più di lei lo ha pagato l'Egitto. Ma nell'effetto domino delle rivolte nordafricane non si era mai visto quello che è accaduto ieri a Tripoli. Se sono vere le notizie diffuse da Al Jazeera, l'unica fonte informativa sfuggita alla morsa censoria del regime, Muammar Gheddafi ha deciso che la decimazione del suo popolo è un costo accettabile per restare al potere. E per assicurarsi che la manovra riesca, per punire quanti lo sfidavano a mani nude anche lontano dalla ribelle Cirenaica, ha scatenato sulla folla tutto quanto aveva a disposizione per uccidere.
Interi quartieri sono stati messi a ferro e fuoco. Aerei ed elicotteri hanno sparato con le mitragliatrici contro assembramenti ostili. Cecchini piazzati sui tetti hanno individuato e colpito chiunque avesse l'aria di essere la guida di un gruppo ribelle. E poi sono intervenuti i «mastini della guerra»: quei mercenari provenienti da diversi Paesi africani che Gheddafi a quanto pare teneva da tempo sul suo libro paga, e che si sono sdebitati sparando ad altezza d'uomo sui raduni di rivoltosi. Il bilancio è difficile, ma Al Jazeera parla di almeno duecentocinquanta morti. Senza contare quelli di Bengasi, dove i ribelli controllano gran parte della città ma devono ancora fare i conti con nuclei di resistenza gheddafiana.
A due passi da casa nostra, nella nostra ex colonia, in un Paese dove moltissimi nostri connazionali risiedono e lavorano, le dimensioni del massacro non possono che suscitare emozione e disgusto. Ma in Libia, come ieri in Egitto e in Tunisia, l'emozione si accompagna al tentativo di capire, all'ansia di prevedere. Muammar Gheddafi, tiranno più che mai, non esce rafforzato dal bagno di sangue perpetrato non lontano dalla sua tenda. La sua invece è una testimonianza di debolezza, un pegno di disperazione. E del resto, anche lontano dalla piazza, la giornata non gli è stata favorevole. Si sono dimessi due ministri e parecchi diplomatici impegnati all'estero; alcuni dei Comitati popolari da lui creati per scimmiottare una democrazia non hanno
Interi quartieri sono stati messi a ferro e fuoco. Aerei ed elicotteri hanno sparato con le mitragliatrici contro assembramenti ostili. Cecchini piazzati sui tetti hanno individuato e colpito chiunque avesse l'aria di essere la guida di un gruppo ribelle. E poi sono intervenuti i «mastini della guerra»: quei mercenari provenienti da diversi Paesi africani che Gheddafi a quanto pare teneva da tempo sul suo libro paga, e che si sono sdebitati sparando ad altezza d'uomo sui raduni di rivoltosi. Il bilancio è difficile, ma Al Jazeera parla di almeno duecentocinquanta morti. Senza contare quelli di Bengasi, dove i ribelli controllano gran parte della città ma devono ancora fare i conti con nuclei di resistenza gheddafiana.
A due passi da casa nostra, nella nostra ex colonia, in un Paese dove moltissimi nostri connazionali risiedono e lavorano, le dimensioni del massacro non possono che suscitare emozione e disgusto. Ma in Libia, come ieri in Egitto e in Tunisia, l'emozione si accompagna al tentativo di capire, all'ansia di prevedere. Muammar Gheddafi, tiranno più che mai, non esce rafforzato dal bagno di sangue perpetrato non lontano dalla sua tenda. La sua invece è una testimonianza di debolezza, un pegno di disperazione. E del resto, anche lontano dalla piazza, la giornata non gli è stata favorevole. Si sono dimessi due ministri e parecchi diplomatici impegnati all'estero; alcuni dei Comitati popolari da lui creati per scimmiottare una democrazia non hanno
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Produce idee e risultati di valore - di G.A. Stella su Corriere della Sera
«Per dirla alla beduina: sparita la tenda, sparito il problema» . Sono passati solo sei mesi da quando Luca Zaia rise delle polemiche scandalizzate contro il «Muammar Show» concesso a Gheddafi sul suolo italiano.
Sei mesi. E già si agita l’incubo che quell’eccesso di salamelecchi riservati al dittatore libico possa esserci rinfacciato. Un problema che non riguarderebbe solo il governo, ma il Paese intero. Per undici volte il Cavaliere, ricevendone in cambio l’agognato accordo sul blocco del traffico di clandestini e qualche regalo come un paio di cammelli (dei quali non si conosce il destino) aveva incontrato il leader della Jamahiriya dal ritorno a Palazzo Chigi nella primavera del 2008 fino agli sgoccioli del 2010. Undici. Gli aveva baciato la mano in segno di ossequio. Donato vetri di Murano. Concesso ciò che i libici chiedevano da anni e cioè il riconoscimento, giusto, degli errori e dei crimini commessi dagli italiani durante l’occupazione giolittiana e più ancora mussoliniana. Già che c’era, si era allargato. Promettendo nel marzo 2009 che si sarebbe ripresentato qualche mese dopo a Tripoli per un’occasione speciale: «Tornerò per festeggiare il 40 ° anniversario della vostra grande rivoluzione».
Quel golpe militare che dalla sera alla mattina buttò fuori dalla Libia, impossessandosi di tutti i loro beni per circa 3 miliardi di euro attuali, ventimila italiani. Che erano nella stragrande maggioranza del tutto estranei ai crimini fascisti. E che da allora, ignorati se non guardati con fastidio dagli insofferenti teorici della realpolitik, invocano che venga riconosciuta dignità al loro dramma. Non bastasse, in cambio dell’impegno a frenare l’immigrazione in Italia (contrattato col pagamento di 5 miliardi di euro su cui il raìs arabo aveva rilanciato più volte con richieste sempre più esose all’Europa, come fanno tutti i ricattatori del mondo), il Cavaliere aveva concesso all’amico Muammar, appunto, show indimenticabili. Come il carosello con 30 cavalli berberi diretta tivù alla caserma «Salvo D’Acquisto» . O la possibilità di piantare un tendone beduino nel giardino della palazzina Algardi di villa Doria Pamphili, che proprio per l’amico libico era stata sottoposta a restauri per 994.923 euro. Parecchi, per un ospite che poi dorme in tenda. O ancora la «lectio magistralis» alla Sapienza, dove il despota tripolino al potere da decenni senza la scomodità di elezioni, scodellò tra gli inchini del rettore Luigi Frati indimenticabili sciocchezze che strapazzavano l’etimologia greca: «La democrazia è una parola araba che è stata letta in latino. Democrazia: demos vuol dire popolo. Crazi in arabo vuol dire sedia. Cioè il popolo si vuole sedere sulle sedie. (...) Se noi ci troviamo in questa sala siamo il popolo, seduti su delle sedie, questa andrebbe chiamata democrazia, cioè il popolo si siede su delle sedie. Invece se noi prendessimo questo popolo e lo facessimo uscire fuori, se avessimo invece preso dieci persone e le avessimo fatte sedere qua, scelte dalla gente che stava fuori, e loro invece sono seduti qua, quei dieci, questa non sarebbe da chiamarsi democrazia. Questa si chiamerebbe diecicrazia. Cioè dieci su delle sedie. Non è il popolo a sedersi sulle sedie, questa non è la democrazia. Finché tutto il popolo non avrà la possibilità di sedersi tutto quanto sulle sedie, non ci sarà ancora democrazia» .
Quindi perché mai i libici, che hanno già tante sedie senza l’ingombro della libertà, dovrebbero «regredire» al sistema occidentale? Per non dire del surreale battibecco con uno studente sul tema dei diritti umani degli immigrati respinti sui barconi, incarcerati o abbandonati nel deserto. «Come vengono rispettati, in Libia, i loro diritti?» . L’interprete: «Quali diritti?» . «I loro diritti» . «Quali diritti?» . «I diritti!» , gridavano in sala: «I diritti politici» . L’interprete si chinò sul raìs, che si scosse: «Quali diritti?» . E si avvitò a spiegare che, per carità, la domanda faceva onore a chi l’aveva posta ma «gli africani sono degli affamati, non dei politici, gente che cerca cibo» . E i dittatori? «Non ci sono dittatori, in Africa... La dittatura c’è quando una classe sta sopra un’altra. Se sono tutti poveri...» E sibilò: «Volete un milione di rifugiati? Ne volete venti? Cinquanta?» Non bastasse, il satrapo spiegò in Campidoglio, con quel che significa quel luogo non solo per i romani ma per l’Occidente, che «il partitismo è un aborto della democrazia. Se me lo chiedesse il popolo italiano gli darei il potere. Annullerei i partiti, affinché il popolo possa prendere il loro posto. Non ci sarebbero più elezioni e si verificherebbe l’unità di tutti gli italiani. Basta destra e sinistra. Il popolo italiano eserciterebbe il potere direttamente, senza rappresentanti» . Non bastasse ancora, approfittò del palcoscenico straordinario di Roma per rastrellare centinaia di ragazze prese a nolo per 80 euro l’una perché ascoltassero un suo sermone maomettano («Sapete che al posto di Gesù crocifissero un suo sosia?» ), si facessero fotografare con in mano il Corano e magari rivelassero all’uscita di essersi convertite all’Islam.
Sembra passata un’eternità, da allora. E un’eternità da quando, solo quattro settimane fa, Franco Frattini citò come risposta all’incendio nei Paesi arabi «l’esempio di Gheddafi. Ha realizzato una riforma che chiama "dei Congressi provinciali del popolo": distretto per distretto si riuniscono assemblee di tribù e potentati locali, discutono e avanzano richieste al governo e al leader. Cercando una via tra un sistema parlamentare, che non è quello che abbiamo in testa noi, e uno in cui lo sfogatoio della base popolare non esisteva, come in Tunisia. Ogni settimana Gheddafi va lì e ascolta...» A cosa siano servite tutte queste aperture ha risposto nel suo minaccioso proclama alla nazione il figlio del Colonnello, Saif al Islam: «Continueremo a combattere fino all’ultimo uomo, persino all’ultima donna... Non lasceremo la Libia agli italiani o ai turchi...»
Sei mesi. E già si agita l’incubo che quell’eccesso di salamelecchi riservati al dittatore libico possa esserci rinfacciato. Un problema che non riguarderebbe solo il governo, ma il Paese intero. Per undici volte il Cavaliere, ricevendone in cambio l’agognato accordo sul blocco del traffico di clandestini e qualche regalo come un paio di cammelli (dei quali non si conosce il destino) aveva incontrato il leader della Jamahiriya dal ritorno a Palazzo Chigi nella primavera del 2008 fino agli sgoccioli del 2010. Undici. Gli aveva baciato la mano in segno di ossequio. Donato vetri di Murano. Concesso ciò che i libici chiedevano da anni e cioè il riconoscimento, giusto, degli errori e dei crimini commessi dagli italiani durante l’occupazione giolittiana e più ancora mussoliniana. Già che c’era, si era allargato. Promettendo nel marzo 2009 che si sarebbe ripresentato qualche mese dopo a Tripoli per un’occasione speciale: «Tornerò per festeggiare il 40 ° anniversario della vostra grande rivoluzione».
Quel golpe militare che dalla sera alla mattina buttò fuori dalla Libia, impossessandosi di tutti i loro beni per circa 3 miliardi di euro attuali, ventimila italiani. Che erano nella stragrande maggioranza del tutto estranei ai crimini fascisti. E che da allora, ignorati se non guardati con fastidio dagli insofferenti teorici della realpolitik, invocano che venga riconosciuta dignità al loro dramma. Non bastasse, in cambio dell’impegno a frenare l’immigrazione in Italia (contrattato col pagamento di 5 miliardi di euro su cui il raìs arabo aveva rilanciato più volte con richieste sempre più esose all’Europa, come fanno tutti i ricattatori del mondo), il Cavaliere aveva concesso all’amico Muammar, appunto, show indimenticabili. Come il carosello con 30 cavalli berberi diretta tivù alla caserma «Salvo D’Acquisto» . O la possibilità di piantare un tendone beduino nel giardino della palazzina Algardi di villa Doria Pamphili, che proprio per l’amico libico era stata sottoposta a restauri per 994.923 euro. Parecchi, per un ospite che poi dorme in tenda. O ancora la «lectio magistralis» alla Sapienza, dove il despota tripolino al potere da decenni senza la scomodità di elezioni, scodellò tra gli inchini del rettore Luigi Frati indimenticabili sciocchezze che strapazzavano l’etimologia greca: «La democrazia è una parola araba che è stata letta in latino. Democrazia: demos vuol dire popolo. Crazi in arabo vuol dire sedia. Cioè il popolo si vuole sedere sulle sedie. (...) Se noi ci troviamo in questa sala siamo il popolo, seduti su delle sedie, questa andrebbe chiamata democrazia, cioè il popolo si siede su delle sedie. Invece se noi prendessimo questo popolo e lo facessimo uscire fuori, se avessimo invece preso dieci persone e le avessimo fatte sedere qua, scelte dalla gente che stava fuori, e loro invece sono seduti qua, quei dieci, questa non sarebbe da chiamarsi democrazia. Questa si chiamerebbe diecicrazia. Cioè dieci su delle sedie. Non è il popolo a sedersi sulle sedie, questa non è la democrazia. Finché tutto il popolo non avrà la possibilità di sedersi tutto quanto sulle sedie, non ci sarà ancora democrazia» .
Quindi perché mai i libici, che hanno già tante sedie senza l’ingombro della libertà, dovrebbero «regredire» al sistema occidentale? Per non dire del surreale battibecco con uno studente sul tema dei diritti umani degli immigrati respinti sui barconi, incarcerati o abbandonati nel deserto. «Come vengono rispettati, in Libia, i loro diritti?» . L’interprete: «Quali diritti?» . «I loro diritti» . «Quali diritti?» . «I diritti!» , gridavano in sala: «I diritti politici» . L’interprete si chinò sul raìs, che si scosse: «Quali diritti?» . E si avvitò a spiegare che, per carità, la domanda faceva onore a chi l’aveva posta ma «gli africani sono degli affamati, non dei politici, gente che cerca cibo» . E i dittatori? «Non ci sono dittatori, in Africa... La dittatura c’è quando una classe sta sopra un’altra. Se sono tutti poveri...» E sibilò: «Volete un milione di rifugiati? Ne volete venti? Cinquanta?» Non bastasse, il satrapo spiegò in Campidoglio, con quel che significa quel luogo non solo per i romani ma per l’Occidente, che «il partitismo è un aborto della democrazia. Se me lo chiedesse il popolo italiano gli darei il potere. Annullerei i partiti, affinché il popolo possa prendere il loro posto. Non ci sarebbero più elezioni e si verificherebbe l’unità di tutti gli italiani. Basta destra e sinistra. Il popolo italiano eserciterebbe il potere direttamente, senza rappresentanti» . Non bastasse ancora, approfittò del palcoscenico straordinario di Roma per rastrellare centinaia di ragazze prese a nolo per 80 euro l’una perché ascoltassero un suo sermone maomettano («Sapete che al posto di Gesù crocifissero un suo sosia?» ), si facessero fotografare con in mano il Corano e magari rivelassero all’uscita di essersi convertite all’Islam.
Sembra passata un’eternità, da allora. E un’eternità da quando, solo quattro settimane fa, Franco Frattini citò come risposta all’incendio nei Paesi arabi «l’esempio di Gheddafi. Ha realizzato una riforma che chiama "dei Congressi provinciali del popolo": distretto per distretto si riuniscono assemblee di tribù e potentati locali, discutono e avanzano richieste al governo e al leader. Cercando una via tra un sistema parlamentare, che non è quello che abbiamo in testa noi, e uno in cui lo sfogatoio della base popolare non esisteva, come in Tunisia. Ogni settimana Gheddafi va lì e ascolta...» A cosa siano servite tutte queste aperture ha risposto nel suo minaccioso proclama alla nazione il figlio del Colonnello, Saif al Islam: «Continueremo a combattere fino all’ultimo uomo, persino all’ultima donna... Non lasceremo la Libia agli italiani o ai turchi...»
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La primavera dei popoli - di Bernardo Valli su Repubblica
Due cambiamenti, sufficienti per segnare la svolta di un'epoca, sono già intervenuti mentre le rivolte nel mondo arabo sono ancora in corso. E la repressione è sempre più sanguinosa in Libia. Il nuovo capitolo di storia non riguarda soltanto i paesi che ne sono il teatro. La zona sensibile, dall'Algeria all'Iran, rappresenta il 36 per cento della produzione mondiale di petrolio. Questo è quel che ci riguarda sul piano concreto, insieme ai rischi di guerre non soltanto civili, in una zona ricca di conflitti latenti, alle porte dell'Occidente europeo. Sul piano politico, ideologico, morale, quel che sta accadendo è inoltre destinato a sconvolgere, a rovesciare il pregiudizio occidentale sul mondo arabo musulmano. Il famoso conflitto di civiltà.
Il primo cambiamento già avvenuto è che uomini e donne rivendicano i diritti dei cittadini di uno Stato democratico, e quindi rifiutano il modello del rais, onnipotente e insostituibile, dominante dall'Atlantico all'Oceano indiano per decenni. Dopo il tunisino Ben Ali e l'egiziano Mubarak, adesso traballa anche Gheddafi, caricatura dell'autocrate arabo miliardario in petrodollari, in esercizio da più di quarant'anni. Altri birilli cadranno.
Cercando di svelare i misteri che inevitabilmente annebbiano i fenomeni rivoluzionari appena esplosi, gli storici più audaci azzardano un paragone: evocano la "primavera dei popoli" del 1848, che in qualche
mese sconvolse in Europa il sistema politico creato dal Congresso di Vienna. Dopo grandi sacrifici,
Il primo cambiamento già avvenuto è che uomini e donne rivendicano i diritti dei cittadini di uno Stato democratico, e quindi rifiutano il modello del rais, onnipotente e insostituibile, dominante dall'Atlantico all'Oceano indiano per decenni. Dopo il tunisino Ben Ali e l'egiziano Mubarak, adesso traballa anche Gheddafi, caricatura dell'autocrate arabo miliardario in petrodollari, in esercizio da più di quarant'anni. Altri birilli cadranno.
Cercando di svelare i misteri che inevitabilmente annebbiano i fenomeni rivoluzionari appena esplosi, gli storici più audaci azzardano un paragone: evocano la "primavera dei popoli" del 1848, che in qualche
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martedì 22 febbraio 2011
Due anni dopo Eluana l'ultima battaglia testamento biologico, no a questa legge - Stefano Rodotà su Repubblica
IL RISCHIO del "dispotismo etico", evocato a sproposito per inveire contro chi opera perché sia ricostruito quel minimo di moralità pubblica inscindibile dalla democrazia, si è già materializzato alla Camera dei deputati, dove è in corso la discussione sul progetto di legge che disciplina le modalità da seguire se si vogliono dare "indicazioni" per il tempo della fine della vita, ispirato non al principio di libertà, ma a quello di autorità. Se questa legge venisse approvata, ciascuno di noi perderebbe il diritto fondamentale ad autodeterminarsi, verrebbe espropriato del potere di governare liberamente la propria vita. Una politica incapace di guardare ai problemi veri della società si fa di colpo prepotente, si dichiara padrona dei corpi delle persone, pretende di impadronirsi davvero delle "vite degli altri".
Questo è il pezzo forte dell'"agenda etica" del governo, rilanciata con evidenti finalità strumentali. Il presidente del Consiglio dichiara che "su temi etici e scuole cattoliche terrà conto delle indicazioni della gerarchia ecclesiastica", trasformando in offerta sacrificale i diritti dei cittadini, incurante di quel che dice la Costituzione. Dichiarazione ancor più inquietante perché seguita dall'intenzione di riformare la Corte
costituzionale, che di quei diritti è custode. "La biopolitica
è oggettivamente all'ordine del giorno" aveva detto un ministro tra i più impegnati su questo fronte, usando un termine, biopolitica, che descrive proprio il modo in cui il potere si fa governo dell'esistenza delle persone, sottomettendole, espropriandole della loro libertà. Un progetto autoritario, destinato a creare scontri su un terreno dove il rispetto delle scelte della persona dovrebbe essere massimo, dove la regola giuridica dovrebbe essere libera da ipoteche ideologiche.
Già l'aver usato una espressione come "agenda etica" è inquietante, perché rivela la volontà di imporre un'etica
Questo è il pezzo forte dell'"agenda etica" del governo, rilanciata con evidenti finalità strumentali. Il presidente del Consiglio dichiara che "su temi etici e scuole cattoliche terrà conto delle indicazioni della gerarchia ecclesiastica", trasformando in offerta sacrificale i diritti dei cittadini, incurante di quel che dice la Costituzione. Dichiarazione ancor più inquietante perché seguita dall'intenzione di riformare la Corte
costituzionale, che di quei diritti è custode. "La biopolitica
è oggettivamente all'ordine del giorno" aveva detto un ministro tra i più impegnati su questo fronte, usando un termine, biopolitica, che descrive proprio il modo in cui il potere si fa governo dell'esistenza delle persone, sottomettendole, espropriandole della loro libertà. Un progetto autoritario, destinato a creare scontri su un terreno dove il rispetto delle scelte della persona dovrebbe essere massimo, dove la regola giuridica dovrebbe essere libera da ipoteche ideologiche.
Già l'aver usato una espressione come "agenda etica" è inquietante, perché rivela la volontà di imporre un'etica
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Quando faremo anche noi i conti con la Storia - di Ottavio Olita su Articolo 21
Impossibile prevedere quando la Storia potrà fare i conti con il presente che stiamo vivendo ma, quando avverrà, i nostri posteri avranno ragione ad irriderci o, se tutto sprofonderà nel baratro sul cui limite continuiamo a danzare, a disprezzarci. Il Nord-Africa in fiamme per la legittima esigenza di quelle popolazioni a reclamare libertà e democrazia e per disfarsi di dittatori storici; noi – contemporaneamente – ad ascoltare, discutere, tentare di ricondurre a ragione, le argomentazioni di chi – rifiutando di adeguarsi ad esse come un qualunque cittadino – modifica le leggi e tenta anche di stravolgere le garanzie costituzionali rappresentate soprattutto dal controllo incrociato tra poteri dello Stato.
Tutto questo accade in modo sostanzialmente diverso da quanto pronosticato da Nanni Moretti nel ‘Caimano’, probabilmente per un eccesso di fiducia da parte del regista nella dignità culturale e politica di quella parte del Paese che continua a sostenere Berlusconi. Altro che scene da guerra civile prodotte dal rifiuto del premier ad adeguarsi ad un consenso che lo abbandona; qui ci si accomoda alla tavola imbandita, ci si ingrassa più che si può, si fa finta di avere sussulti di autonomia ed indipendenza, dopo essere ritornati nel gregge perché il pastore ha migliorato mangimi e ovile.
E non è che i cittadini non stiano dando segnali di sofferenza e fastidio: le donne il 13 febbraio, gli operai Fiat, gli studenti e i docenti, solo per citare i più recenti. Ma essi – i ‘responsabili’, i ‘casi di coscienza’, i transfughi pentiti – fanno finta che non sia vero disagio; che sia frutto di ideologia. Come se le idee avverse al Presidente del Consiglio, al suo Governo, alla sua Maggioranza avessero la stessa possibilità di diffusione attraverso radio, televisione, carta stampata dell’imponente campagna propagandistica quotidiana a suo favore, resa possibile grazie ad un incommensurabile conflitto d’interessi mai bloccato o, almeno, regolamentato.
Ma a cosa servirà, quando questa stagione più o meno lunga sarà finita? Se la Repubblica e la Democrazia prodotte dalla liberazione e che si reggono sulla Costituzione saranno stravolte per approdare ad una demo-dittatura plebiscitaria e populista, in cui la forza della rappresentatività delle assemblee parlamentari sarà ridotta ad una misura prossima allo zero, quali saranno i luoghi, le sedi, i momenti istituzionali nei quali dar
Tutto questo accade in modo sostanzialmente diverso da quanto pronosticato da Nanni Moretti nel ‘Caimano’, probabilmente per un eccesso di fiducia da parte del regista nella dignità culturale e politica di quella parte del Paese che continua a sostenere Berlusconi. Altro che scene da guerra civile prodotte dal rifiuto del premier ad adeguarsi ad un consenso che lo abbandona; qui ci si accomoda alla tavola imbandita, ci si ingrassa più che si può, si fa finta di avere sussulti di autonomia ed indipendenza, dopo essere ritornati nel gregge perché il pastore ha migliorato mangimi e ovile.
E non è che i cittadini non stiano dando segnali di sofferenza e fastidio: le donne il 13 febbraio, gli operai Fiat, gli studenti e i docenti, solo per citare i più recenti. Ma essi – i ‘responsabili’, i ‘casi di coscienza’, i transfughi pentiti – fanno finta che non sia vero disagio; che sia frutto di ideologia. Come se le idee avverse al Presidente del Consiglio, al suo Governo, alla sua Maggioranza avessero la stessa possibilità di diffusione attraverso radio, televisione, carta stampata dell’imponente campagna propagandistica quotidiana a suo favore, resa possibile grazie ad un incommensurabile conflitto d’interessi mai bloccato o, almeno, regolamentato.
Ma a cosa servirà, quando questa stagione più o meno lunga sarà finita? Se la Repubblica e la Democrazia prodotte dalla liberazione e che si reggono sulla Costituzione saranno stravolte per approdare ad una demo-dittatura plebiscitaria e populista, in cui la forza della rappresentatività delle assemblee parlamentari sarà ridotta ad una misura prossima allo zero, quali saranno i luoghi, le sedi, i momenti istituzionali nei quali dar
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Unità d'Italia, una festa in sordina la ricorrenza piace di più a sinistra - Ilvo Diamanti su Repubblica
IL PROSSIMO 17 marzo sarà festa nazionale, per celebrare i 150 anni dell'Unità d'Italia. Lo ha deciso il governo, con il voto contrario dei ministri della Lega. Tra i quali Umberto Bossi. L'Icona, oltre che il leader indiscusso, del partito padano. Naturalmente, questa divisione non ha prodotto conseguenze politiche nella maggioranza.
Nessuna crisi, neppure un po' di tensione interna. In fondo, l'argomento non è in testa all'agenda di governo. Come, ad esempio, la riforma della giustizia oppure una delle leggi a tutela dei molteplici conflitti di interesse del Premier. Sull'identità nazionale, invece, è possibile dissentire, assai più che sul federalismo (anche se municipale...). È, anzi, possibile che la Lega abbia considerato il provvedimento del governo perfino utile, ai propri fini. Non perché sia d'accordo. Ma perché ha potuto distinguersi dagli alleati, in modo esplicito e diretto, in merito a una questione strategica per la propria identità. Esibendo, una volta di più, la propria estraneità nei confronti dell'Italia Unita, la Lega ha brandito la bandiera del Partito del Nord. Anche se resta ben impiantata a Roma. E dal 2001 è accanto al Cavaliere, alleata inquieta ma fedele, perno insostituibile della coalizione di Centrodestra. Il "Nord padano" a sostegno di un governo che celebra la giornata del Tricolore e dell'Unità nazionale. D'altronde, per la politica e la società italiana non si tratta di temi laceranti.
Il sentimento nazionale, anzi, è divenuto importante, nel Paese, proprio grazie alla sfida secessionista lanciata dalla Lega nei primi anni Novanta. Fino ad allora, come rammentò Gian Enrico Rusconi in un saggio pubblicato dal Mulino (nel 1993), pochi si erano interrogati su cosa sarebbe successo se avessimo cessato di essere una Nazione. Questione ritenuta poco rilevante, non solo perché ritenuta impossibile, ma soprattutto perché appariva largamente rimossa. A causa dell'ombra inquietante proiettata dall'eredità del nazionalismo fascista. Ma anche per non evocare i problemi di un Paese attraversato dalla frattura Nord/Sud. In fondo il nostro sentimento nazionale - più che di riferimenti epici e storici - si alimenta di elementi antropologici e di
Nessuna crisi, neppure un po' di tensione interna. In fondo, l'argomento non è in testa all'agenda di governo. Come, ad esempio, la riforma della giustizia oppure una delle leggi a tutela dei molteplici conflitti di interesse del Premier. Sull'identità nazionale, invece, è possibile dissentire, assai più che sul federalismo (anche se municipale...). È, anzi, possibile che la Lega abbia considerato il provvedimento del governo perfino utile, ai propri fini. Non perché sia d'accordo. Ma perché ha potuto distinguersi dagli alleati, in modo esplicito e diretto, in merito a una questione strategica per la propria identità. Esibendo, una volta di più, la propria estraneità nei confronti dell'Italia Unita, la Lega ha brandito la bandiera del Partito del Nord. Anche se resta ben impiantata a Roma. E dal 2001 è accanto al Cavaliere, alleata inquieta ma fedele, perno insostituibile della coalizione di Centrodestra. Il "Nord padano" a sostegno di un governo che celebra la giornata del Tricolore e dell'Unità nazionale. D'altronde, per la politica e la società italiana non si tratta di temi laceranti.
Il sentimento nazionale, anzi, è divenuto importante, nel Paese, proprio grazie alla sfida secessionista lanciata dalla Lega nei primi anni Novanta. Fino ad allora, come rammentò Gian Enrico Rusconi in un saggio pubblicato dal Mulino (nel 1993), pochi si erano interrogati su cosa sarebbe successo se avessimo cessato di essere una Nazione. Questione ritenuta poco rilevante, non solo perché ritenuta impossibile, ma soprattutto perché appariva largamente rimossa. A causa dell'ombra inquietante proiettata dall'eredità del nazionalismo fascista. Ma anche per non evocare i problemi di un Paese attraversato dalla frattura Nord/Sud. In fondo il nostro sentimento nazionale - più che di riferimenti epici e storici - si alimenta di elementi antropologici e di
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Atti sediziosi - Massimo Giannini su Repubblica
L'Italia precipita in una rovinosa "democrazia del conflitto". Come è evidente, si fronteggiano due forze. Da una parte c'è lo Stato, con le sue ragioni e le sue istituzioni. Il simbolo dello Stato, oggi più che mai, è Giorgio Napolitano. Dall'altra parte c'è l'Anti-Stato, con le sue distorsioni e le sue convulsioni. Il paradigma dell'Anti-Stato, ormai, è Silvio Berlusconi. Dall'esito di questa contesa dipenderà l'assetto futuro del nostro sistema politico e costituzionale. La giornata di ieri fotografa con drammatica evidenza questa contrapposizione irriducibile tra due modi diversi di vivere la cosa pubblica e di interpretare il proprio ruolo nella "polis". Il capo dello Stato, in un'intervista al settimanale tedesco Welt am Sonntag, tenta di ricucire il tessuto lacerato delle istituzioni.
Si fa interprete dell'esigenza di responsabilità che si richiede alla politica e del bisogno di normalità che chiede il Paese. Si fa ancora una volta custode della Costituzione. Non per conservarla staticamente, ma per farla agire dinamicamente nella naturale dialettica tra i poteri. Questo vuol dire Napolitano, quando parla dei processi del premier osservando che si svolgeranno "secondo giustizia": il nostro sistema giurisdizionale, incardinato coerentemente nel meccanismo della garanzia costituzionale, gli permetterà di difendersi davanti ai tribunali, di far valere le sue ragioni di fronte ai suoi giudici naturali. Si tratta solo di riconoscere
la legittimità dell'ordinamento giuridico e la validità dei
suoi codici.
Si tratta solo di accettare l'irrinunciabilità di un principio che sta alla base della convivenza civile: la legge è uguale per tutti, tutti i cittadini sono uguali di fronte alla legge. In altre parole, si tratta solo di riconoscere lo Stato di diritto, di difenderlo come una missione, e non di subirlo come una maledizione.
Invece è proprio questo che Berlusconi ha fatto e continua a fare. Il capo del governo, nel suo ormai rituale messaggio domenicale ai promotori della libertà, fa l'esatto opposto di quello che ha fatto e continua a fare
Si fa interprete dell'esigenza di responsabilità che si richiede alla politica e del bisogno di normalità che chiede il Paese. Si fa ancora una volta custode della Costituzione. Non per conservarla staticamente, ma per farla agire dinamicamente nella naturale dialettica tra i poteri. Questo vuol dire Napolitano, quando parla dei processi del premier osservando che si svolgeranno "secondo giustizia": il nostro sistema giurisdizionale, incardinato coerentemente nel meccanismo della garanzia costituzionale, gli permetterà di difendersi davanti ai tribunali, di far valere le sue ragioni di fronte ai suoi giudici naturali. Si tratta solo di riconoscere
la legittimità dell'ordinamento giuridico e la validità dei
suoi codici.
Si tratta solo di accettare l'irrinunciabilità di un principio che sta alla base della convivenza civile: la legge è uguale per tutti, tutti i cittadini sono uguali di fronte alla legge. In altre parole, si tratta solo di riconoscere lo Stato di diritto, di difenderlo come una missione, e non di subirlo come una maledizione.
Invece è proprio questo che Berlusconi ha fatto e continua a fare. Il capo del governo, nel suo ormai rituale messaggio domenicale ai promotori della libertà, fa l'esatto opposto di quello che ha fatto e continua a fare
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“MILLEPROROGHE”: Il disastro istituzionale e la vessazione del cittadino - Pietro Ichino
Dopo una gestazione durata più di due anni viene varata la legge-omnibus denominata “Collegato-Lavoro”: 50 articoli contenenti disposizioni alla rinfusa, norme-fotografia per risolvere casi particolari, rattoppi normativi sulle materie più disparate: gruppi sportivi delle Forze armate, privacy, previdenza, università, infermieri extracomunitari, orari e permessi, concorsi, licenziamenti, ispettorati, un’incredibile “riforma” dell’arbitrato che non può funzionare, per le sue contraddizioni interne e perché non ci si capisce niente; e altro ancora. Un guazzabuglio, censurato come tale dal Presidente della Repubblica, che invece il mio collega senatore Maurizio Castro, capogruppo PdL in Commissione Lavoro, ha difeso qualificandolo in termini di “stratificazione normativa virtuosa”.
Febbraio 2011 ‑ Dopo quattro mesi di paralisi pressoché totale del Parlamento, impegnato a risolvere la non facile questione se la maggioranza esista ancora o no, ecco il nuovo prodotto di questa eccezionale stagione della “stratificazione normativa virtuosa”: il “Milleproroghe”.
Già l’idea delle mille proroghe dà un’immagine disastrosa del nostro ordinamento statuale, nel centocinquantenario della sua fondazione. Perché i termini sono fatti per essere rispettati, non per essere prorogati; ogni proroga, invece, è la confessione di un inadempimento del Governo, oppure dell’incapacità del legislatore di regolare in modo credibile i rapporti tra i privati. “Milleproroghe” significa mille inadempimenti, mille prove di ineffettività della legge, mille messaggi contrari alla cultura delle regole e al senso dello Stato.
Nel nostro Paese fissare un termine non significa nulla, perché normalmente esso è destinato a essere prorogato. Se non è ancora scaduto, s’intende: altrimenti il termine viene riaperto. Nel “Collegato-lavoro” dello scorso anno c’era una norma – molto discussa, ma entrata in vigore a tutti gli effetti nel novembre 2010 - che estendeva alla materia dei contratti a termine il termine di decadenza di 60 giorni già previsto da ormai mezzo secolo per l’impugnazione dei licenziamenti (l’idea non era in sé sbagliata, ma avrebbe potuto e dovuto essere attuata, in fase di prima applicazione, con maggiore gradualità). Sta di fatto che i 60 giorni dall’entrata in vigore di quella legge sono scaduti un mese fa, il 23 gennaio: da quel giorno dovrebbero dunque considerarsi precluse le impugnazioni dei contratti a termine terminati negli anni passati. Se fossimo un Paese serio. Invece siamo in Italia; e con il “Milleproroghe” il Governo avverte, ancora una volta: “Abbiamo scherzato”. Il termine già scaduto viene riaperto fino alla fine del 2011… salvo proroga ulteriore. E la norma è redatta in modo così affrettato e abborracciato, che il termine per l’impugnazione appare prorogato non solo per i contratti a tempo determinato, ma anche per i licenziamenti nei rapporti di lavoro ordinari. Il forte
Febbraio 2011 ‑ Dopo quattro mesi di paralisi pressoché totale del Parlamento, impegnato a risolvere la non facile questione se la maggioranza esista ancora o no, ecco il nuovo prodotto di questa eccezionale stagione della “stratificazione normativa virtuosa”: il “Milleproroghe”.
Già l’idea delle mille proroghe dà un’immagine disastrosa del nostro ordinamento statuale, nel centocinquantenario della sua fondazione. Perché i termini sono fatti per essere rispettati, non per essere prorogati; ogni proroga, invece, è la confessione di un inadempimento del Governo, oppure dell’incapacità del legislatore di regolare in modo credibile i rapporti tra i privati. “Milleproroghe” significa mille inadempimenti, mille prove di ineffettività della legge, mille messaggi contrari alla cultura delle regole e al senso dello Stato.
Nel nostro Paese fissare un termine non significa nulla, perché normalmente esso è destinato a essere prorogato. Se non è ancora scaduto, s’intende: altrimenti il termine viene riaperto. Nel “Collegato-lavoro” dello scorso anno c’era una norma – molto discussa, ma entrata in vigore a tutti gli effetti nel novembre 2010 - che estendeva alla materia dei contratti a termine il termine di decadenza di 60 giorni già previsto da ormai mezzo secolo per l’impugnazione dei licenziamenti (l’idea non era in sé sbagliata, ma avrebbe potuto e dovuto essere attuata, in fase di prima applicazione, con maggiore gradualità). Sta di fatto che i 60 giorni dall’entrata in vigore di quella legge sono scaduti un mese fa, il 23 gennaio: da quel giorno dovrebbero dunque considerarsi precluse le impugnazioni dei contratti a termine terminati negli anni passati. Se fossimo un Paese serio. Invece siamo in Italia; e con il “Milleproroghe” il Governo avverte, ancora una volta: “Abbiamo scherzato”. Il termine già scaduto viene riaperto fino alla fine del 2011… salvo proroga ulteriore. E la norma è redatta in modo così affrettato e abborracciato, che il termine per l’impugnazione appare prorogato non solo per i contratti a tempo determinato, ma anche per i licenziamenti nei rapporti di lavoro ordinari. Il forte
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La giustizia deficiente - Massimo Gramellini su La Stampa
Nella primavera del 2007, a Palermo, un alunno di scuola media aveva canzonato un compagno, dandogli simpaticamente del finocchio e facendolo simpaticamente piangere davanti a tutta la classe. La vecchia professoressa di lettere si era accanita contro il mattacchione e, anziché spedirlo ai provini di «Amici», lo aveva messo dietro il banco a scrivere cento volte sul quaderno «io sono un deficiente». Lui aveva scritto cento volte «deficente» senza la i, dimostrando così di avere le carte in regola per sfondare non solo in tv ma anche in Parlamento. Poi era corso a lamentarsi da papà, che di fronte all’affronto intollerabile inferto al ramo intellettuale della famiglia aveva denunciato la prof ai carabinieri, non prima di averle urlato in faccia: «Mio figlio sarà un deficiente, ma lei è una gran c...».
C’è voluto del tempo per ottenere giustizia, però ieri alla fine l’aguzzina è stata condannata: un anno di carcere con la condizionale per abuso di mezzi di disciplina, nonostante l’accusa avesse chiesto solo 14 giorni. Che vi serva da lezione, cari insegnanti. La prossima volta che un alunno umilierà un compagno di fronte a tutti, aggiungete al coro il vostro sghignazzo e non avrete nulla da temere. A patto che l’umiliato non si impicchi in bagno, come altre volte è accaduto, perché allora vi accuseranno di non aver saputo prevenire la tragedia. E il simpatico umorista di Palermo finalmente vendicato? Lo immaginiamo ormai cresciuto, tutto suo padre, intento a scrivere cento volte sul quaderno «io sono intelligiente» e stavolta senza dimenticare la i.
C’è voluto del tempo per ottenere giustizia, però ieri alla fine l’aguzzina è stata condannata: un anno di carcere con la condizionale per abuso di mezzi di disciplina, nonostante l’accusa avesse chiesto solo 14 giorni. Che vi serva da lezione, cari insegnanti. La prossima volta che un alunno umilierà un compagno di fronte a tutti, aggiungete al coro il vostro sghignazzo e non avrete nulla da temere. A patto che l’umiliato non si impicchi in bagno, come altre volte è accaduto, perché allora vi accuseranno di non aver saputo prevenire la tragedia. E il simpatico umorista di Palermo finalmente vendicato? Lo immaginiamo ormai cresciuto, tutto suo padre, intento a scrivere cento volte sul quaderno «io sono intelligiente» e stavolta senza dimenticare la i.
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Frattini: «In Libia Ue non intervenga» Pd: premier si occupa solo suoi problemi - Corriere.it
Il silenzio del governo sulla rivolta in Libia accende le polemiche politiche anche in Italia. Il ministro degli Esteri Franco Frattini ha affermato infatti a Bruxelles che, a suo avviso, l'Ue «non deve interferire» nei processi di transizione in corso nel mondo arabo cercando di esportare il proprio modello di democrazia; in particolare per Libia, il ministro ha auspicato che si avvii un «riconciliazione pacifica», arrivando a una Costituzione, come propone figlio Gheddafi «L'Europa non deve esportare la democrazia. Noi vogliamo sostenere il processo democratico, ma non dobbiamo dire: questo è il nostro modello europeo, prendetelo. Non sarebbe rispettoso dell'indipendenza del popolo, della sua ownership», ha detto il ministro parlando con i cronisti al suo ingresso del Consiglio Affari Esteri.
FRANCESCHINI - «Con tutto quello che accade nel mondo Berlusconi si preoccupa solo dei suoi problemi con la giustizia. Ha vantato per anni il rapporto privilegiato con Gheddafi: bene, intervenga ora per scongiurare che la rivolta non sia repressa nel sangue». Lo chiede Dario Franceschini, capogruppo del Pd alla Camera, che aggiunge: «Abbiamo chiesto al governo di riferire in Aula» su quanto sta accadendo in Libia, perchè «non possiamo stare a guardare: siamo l'unico Paese in Europa che è rimasto a guardare».
DI PIETRO - Ancora più critico il leader Idv Antonio Di Pietro : «Cosa può fare l'opposizione se non richiamare la maggioranza ad occuparsi anche delle gravissime e drammatiche rivolte che stanno vivendo i Paesi del Mediterraneo? L'unica cosa che ho sentito da Berlusconi, di fronte ad un mondo che sta crollando, è stato che non voleva disturbare Gheddafi. In Italia, invece, se c'è una persona che deve andare a casa per non disturbare più i cittadini è proprio Silvio Berlusconi».
FRANCESCHINI - «Con tutto quello che accade nel mondo Berlusconi si preoccupa solo dei suoi problemi con la giustizia. Ha vantato per anni il rapporto privilegiato con Gheddafi: bene, intervenga ora per scongiurare che la rivolta non sia repressa nel sangue». Lo chiede Dario Franceschini, capogruppo del Pd alla Camera, che aggiunge: «Abbiamo chiesto al governo di riferire in Aula» su quanto sta accadendo in Libia, perchè «non possiamo stare a guardare: siamo l'unico Paese in Europa che è rimasto a guardare».
DI PIETRO - Ancora più critico il leader Idv Antonio Di Pietro : «Cosa può fare l'opposizione se non richiamare la maggioranza ad occuparsi anche delle gravissime e drammatiche rivolte che stanno vivendo i Paesi del Mediterraneo? L'unica cosa che ho sentito da Berlusconi, di fronte ad un mondo che sta crollando, è stato che non voleva disturbare Gheddafi. In Italia, invece, se c'è una persona che deve andare a casa per non disturbare più i cittadini è proprio Silvio Berlusconi».
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lunedì 21 febbraio 2011
Quel giorno indossiamo tutti una coccarda tricolore - Beppe Severgnini su Corriere della Sera
Indro Montanelli sosteneva che a Bossi, un giorno, avremmo dedicato monumenti nelle piazze italiane,
di fianco a quelli di Giuseppe Garibaldi. Lo considerava, infatti, un patriota involontario. Esaltando l'inesistente Padania, la Lega ci ha obbligati a ragionare sull'Italia esistente.
Fingendo di disprezzare la nazione, ha risvegliato il nostro sentimento nazionale (poco a tanto che sia). A Umberto Bossi ha dato una mano Roberto Calderoli. Uno e l'altro persone più ragionevoli di quanto vogliano far credere: lo prova il fatto che la Lega s'è tenuta lontana dalla violenza. Definendo «una follia costituzionale» la festa nazionale del 17 marzo, il ministro della Semplificazione - nomen omen - ne ha decretato il successo.
Il nostro tribalismo è talmente radicato che, per combinare qualcosa, dobbiamo trovare un avversario. Il 150° dell'Unità si trascinava tra comitati comatosi, mostre periferiche e i discorsi eccitanti come tisane. Gli avversari dell'epoca - gli austriaci, la Chiesa cattolica - sono buoni amici dello Stato italiano. La sinistra, a lungo sospettosa del tricolore, oggi lo sventola con convinzione. Uno sbadiglio gigantesco stava per coprire l'anniversario. Ci hanno pensato l'altoatesino Luis Durnwalder e l'europarlamentare Mario Borghezio: un monumento anche a loro, per favore. Il primo ha spiegato che «il gruppo linguistico tedesco non ha nulla da festeggiare»; il secondo ha distillato perle di saggezza radiotelevisiva. «Il festival di Sanremo è una festa padana», ha spiegato a Radio 24. Poi, turbato dall'inno all'inno (di Mameli), ha cambiato idea: «Benigni? Peggio di Ruby. Fa semplicemente schifo il prostituirsi di un artista alle esigenze della retorica di una parte del Paese contro l'altra».
A questo punto, direi, è fatta. Il 17 marzo si avvia a essere una vera festa, nuova e sentita. Tenessimo i negozi chiusi, potremmo approfittarne per pensare. Un'attività che non ha conseguenze immediate sul prodotto interno lordo; ma non fa mai male. Potremmo trovare, per esempio, un modo originale di celebrare insieme un
di fianco a quelli di Giuseppe Garibaldi. Lo considerava, infatti, un patriota involontario. Esaltando l'inesistente Padania, la Lega ci ha obbligati a ragionare sull'Italia esistente.
Fingendo di disprezzare la nazione, ha risvegliato il nostro sentimento nazionale (poco a tanto che sia). A Umberto Bossi ha dato una mano Roberto Calderoli. Uno e l'altro persone più ragionevoli di quanto vogliano far credere: lo prova il fatto che la Lega s'è tenuta lontana dalla violenza. Definendo «una follia costituzionale» la festa nazionale del 17 marzo, il ministro della Semplificazione - nomen omen - ne ha decretato il successo.
Il nostro tribalismo è talmente radicato che, per combinare qualcosa, dobbiamo trovare un avversario. Il 150° dell'Unità si trascinava tra comitati comatosi, mostre periferiche e i discorsi eccitanti come tisane. Gli avversari dell'epoca - gli austriaci, la Chiesa cattolica - sono buoni amici dello Stato italiano. La sinistra, a lungo sospettosa del tricolore, oggi lo sventola con convinzione. Uno sbadiglio gigantesco stava per coprire l'anniversario. Ci hanno pensato l'altoatesino Luis Durnwalder e l'europarlamentare Mario Borghezio: un monumento anche a loro, per favore. Il primo ha spiegato che «il gruppo linguistico tedesco non ha nulla da festeggiare»; il secondo ha distillato perle di saggezza radiotelevisiva. «Il festival di Sanremo è una festa padana», ha spiegato a Radio 24. Poi, turbato dall'inno all'inno (di Mameli), ha cambiato idea: «Benigni? Peggio di Ruby. Fa semplicemente schifo il prostituirsi di un artista alle esigenze della retorica di una parte del Paese contro l'altra».
A questo punto, direi, è fatta. Il 17 marzo si avvia a essere una vera festa, nuova e sentita. Tenessimo i negozi chiusi, potremmo approfittarne per pensare. Un'attività che non ha conseguenze immediate sul prodotto interno lordo; ma non fa mai male. Potremmo trovare, per esempio, un modo originale di celebrare insieme un
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Grande divario tra nord e sud nella gestione dei servizi pubblici - Su Repubblica.it
"Esistono ampi divari tra nord e sud nel campo dei servizi pubblici". E' quanto emerge da una ricerca di Bankitalia intitolata "La qualità dei servizi pubblici in Italia". Una differenza economica e geografica che negli anni non si è mai ridotta. Se il nord in qualche caso regge il confronto con le zone più forti d'Europa o perde di poco il confronto, il sud è in alto mare. Un ritardo che arriva, si legge nello studio, non tanto dalle differenze di spesa tra nord e sud ma dal grado di efficienza nell'utilizzo delle risorse impiegate e da una scarsa regolamentazione che non impedisce comportamenti irregolari da parte dei soggetti coinvolti. I divari riguardano i servizi offerti a livello centrale (istruzione e giustizia), regionale (sanità) e locale (trasporti locali, rifiuti, acqua, distribuzione del gas e asili nido).
L'Italia mostra ampi ritardi anche nei confronti degli altri Paesi dell'Europa che conta, per quanto riguarda sia l'efficienza sia la qualità dei servizi, e questo non dipende dai governi. Lo studio individua le cause di questi ritardi nei "modelli organizzativi adottati, ma anche nella distribuzione delle risorse e nel comportamento che i singoli cittadini assumono". E' il caso del sistema giudiziario, in cui la durata dei procedimenti è significativamente superiore a quella riscontrata nei principali partner europei. In base agli indicatori della Banca Mondiale, per risolvere una controversia commerciale in Italia nel 2010 occorrevano 1.210 giorni contro una media Ocse di 510 e dell'Ue di 549.
L'alto debito pubblico italiano impone "una razionalizzazione delle spese e un sostanziale recupero di efficienza, piuttosto che destinare maggiori risorse". Razionalizzazione di spesa che diventerebbe fondamentale in un'economia federalista che, si legge nello studio di Bankitalia, "garantirà una copertura integrale solo delle spese relative alle funzioni fondamentali".
Perché quantità e qualità dei servizi pubblici "influiscono sulla competitività dell'economia italiana e sul suo tasso di crescita potenziale". Un tema particolarmente rilevante in un Paese come l'Italia che da molti anni cresce con un tasso inferiore ai Paesi dell'area euro.
L'Italia mostra ampi ritardi anche nei confronti degli altri Paesi dell'Europa che conta, per quanto riguarda sia l'efficienza sia la qualità dei servizi, e questo non dipende dai governi. Lo studio individua le cause di questi ritardi nei "modelli organizzativi adottati, ma anche nella distribuzione delle risorse e nel comportamento che i singoli cittadini assumono". E' il caso del sistema giudiziario, in cui la durata dei procedimenti è significativamente superiore a quella riscontrata nei principali partner europei. In base agli indicatori della Banca Mondiale, per risolvere una controversia commerciale in Italia nel 2010 occorrevano 1.210 giorni contro una media Ocse di 510 e dell'Ue di 549.
L'alto debito pubblico italiano impone "una razionalizzazione delle spese e un sostanziale recupero di efficienza, piuttosto che destinare maggiori risorse". Razionalizzazione di spesa che diventerebbe fondamentale in un'economia federalista che, si legge nello studio di Bankitalia, "garantirà una copertura integrale solo delle spese relative alle funzioni fondamentali".
Perché quantità e qualità dei servizi pubblici "influiscono sulla competitività dell'economia italiana e sul suo tasso di crescita potenziale". Un tema particolarmente rilevante in un Paese come l'Italia che da molti anni cresce con un tasso inferiore ai Paesi dell'area euro.
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Generazione call center: fuga in Albania multinazionale scippa commesse a Roma - Carlotta De Leo su Corriere della Sera
Hanno trent’anni, una laurea e pochi sogni. Luca, Assunta e Andrea lavorano in un call center e raccontano bene un’intera generazione, «quella delle porte sbattute in faccia e dei curriculum senza risposta». Lavorano per una stessa azienda, la multinazionale Teleperformance, ma in tre sedi differenti (Roma, Fiumicino e Taranto) e - per colpa della crisi che minacciava di provocare 847 licenziamenti - hanno dovuto accettare un salario di solidarietà di circa 800-900 euro al mese.
«Ora però la situazione va meglio, l’azienda ha preso altre commesse, ma ha deciso di investire in Albania» dicono. Eccolo il bubbone della delocalizzazione sulla pelle dei lavoratori. Le aziende spostano il business dove costa meno la manodopera come Tirana, Tunisi e Bucarest: poco importa che l’italiano sia stentato e la qualità del servizio rischia di abbassarsi.
VITE NEL LIMBO – «Dopo la laurea in psicologia, il master e tante belle speranze, da sette anni rispondo al telefono» dice Assunta Linza, 32 anni, impiegata nella sede di Roma con un contratto part-time a tempo interminato. «È una pseudo garanzia da 800 euro mese che ti mette in un limbo - dice Assunta - Siamo in attesa che qualcosa migliori e ci culliamo in un falso benessere». Il suo stipendio, infatti, è totalmente assorbito dal mutuo della casa acquistata dopo il matrimonio. E i figli? «Non me la sento – confessa - Io e mio marito non facciamo la fame, ma non potremo mai permetterci un bambino. Soltanto l’asilo nido ci costerebbe 500 euro».
13 MILA POSTI A RISCHIO – Luca, Assunta e Andrea, sono tutti colleghi (e delegati sindacali): si sono incontrati nella Capitale per la terza «Conferenza nazionale delle lavoratrici e lavoratori dei call center» organizzata da Slc-Cgil (il principale sindacato del settore). Una riunione per richiamare l’attenzione sui problemi di un comparto che, nel 2011, conta 67 mila addetti in tutto il Paese. Il rischio maggiore si chiama delocalizzazione: 8mila posti di lavoro persi nell'ultimo biennio e altri 13mila ancora in bilico nei call center in
«Ora però la situazione va meglio, l’azienda ha preso altre commesse, ma ha deciso di investire in Albania» dicono. Eccolo il bubbone della delocalizzazione sulla pelle dei lavoratori. Le aziende spostano il business dove costa meno la manodopera come Tirana, Tunisi e Bucarest: poco importa che l’italiano sia stentato e la qualità del servizio rischia di abbassarsi.
VITE NEL LIMBO – «Dopo la laurea in psicologia, il master e tante belle speranze, da sette anni rispondo al telefono» dice Assunta Linza, 32 anni, impiegata nella sede di Roma con un contratto part-time a tempo interminato. «È una pseudo garanzia da 800 euro mese che ti mette in un limbo - dice Assunta - Siamo in attesa che qualcosa migliori e ci culliamo in un falso benessere». Il suo stipendio, infatti, è totalmente assorbito dal mutuo della casa acquistata dopo il matrimonio. E i figli? «Non me la sento – confessa - Io e mio marito non facciamo la fame, ma non potremo mai permetterci un bambino. Soltanto l’asilo nido ci costerebbe 500 euro».
13 MILA POSTI A RISCHIO – Luca, Assunta e Andrea, sono tutti colleghi (e delegati sindacali): si sono incontrati nella Capitale per la terza «Conferenza nazionale delle lavoratrici e lavoratori dei call center» organizzata da Slc-Cgil (il principale sindacato del settore). Una riunione per richiamare l’attenzione sui problemi di un comparto che, nel 2011, conta 67 mila addetti in tutto il Paese. Il rischio maggiore si chiama delocalizzazione: 8mila posti di lavoro persi nell'ultimo biennio e altri 13mila ancora in bilico nei call center in
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sabato 19 febbraio 2011
L'università della Gelmini Solo per docenti ricchi - di Pietro Greco su l'Unità
Lo diciamo da tempo. Quella che da mesi stanno immaginando e costruendo Giulio Tremonti, Mariastella Gelmini e l’intero governo Berlusconi è “un’università per ricchi”. Ma abbiamo sempre pensato che quel “per ricchi” stesse per studenti dotati di papà e/o mamme dal portafoglio gonfio. Non avremmo mai immaginato che la costruzione di “un’università per ricchi” riguardasse anche il corpo docente. E che Giulio Tremonti, Mariastella Gelmini e il governo Berlusconi stessero costruendo anche un’università “per docenti ricchi”.
Poi abbiamo letto l’articolo 23 della legge 240/2010 di riforma dell’università approvata dal Parlamento lo scorso mese di dicembre – la cosiddetta “legge Gelmini” – promulgata il 30 dicembre ed entrata in vigore il 29 gennaio 2011 e abbiamo capito di avere un’immaginazione piuttosto limitata. Perché il governo e, poi, la maggioranza parlamentare hanno in mente e stanno realizzando un’”università per studenti e docenti ricchi”. Senza persone che magari hanno un grasso curriculum scientifico e didattico, ma un magro conto in banca.
L’articolo 23, infatti, recita: «Le università (…) possono stipulare contratti della durata di un anno accademico e rinnovabili annualmente per un periodo massimo di cinque anni, a titolo gratuito o oneroso, per attività di insegnamento al fine di avvalersi della collaborazione di esperti di alta qualificazione in possesso di un significativo curriculum scientifico o professionale, che siano dipendenti da altre amministrazioni, enti o imprese, ovvero titolari di pensione, ovvero lavoratori autonomi in possesso di un reddito annuo non inferiore a 40.000 euro lordi».
Docenti a contratto, dunque, possono essere solo dipendenti pubblici (ma di altra amministrazione), pensionati e lavoratori autonomi ricchi. Sono dunque esclusi i lavoratori con contratti a termine (ovvero i precari) e i
Poi abbiamo letto l’articolo 23 della legge 240/2010 di riforma dell’università approvata dal Parlamento lo scorso mese di dicembre – la cosiddetta “legge Gelmini” – promulgata il 30 dicembre ed entrata in vigore il 29 gennaio 2011 e abbiamo capito di avere un’immaginazione piuttosto limitata. Perché il governo e, poi, la maggioranza parlamentare hanno in mente e stanno realizzando un’”università per studenti e docenti ricchi”. Senza persone che magari hanno un grasso curriculum scientifico e didattico, ma un magro conto in banca.
L’articolo 23, infatti, recita: «Le università (…) possono stipulare contratti della durata di un anno accademico e rinnovabili annualmente per un periodo massimo di cinque anni, a titolo gratuito o oneroso, per attività di insegnamento al fine di avvalersi della collaborazione di esperti di alta qualificazione in possesso di un significativo curriculum scientifico o professionale, che siano dipendenti da altre amministrazioni, enti o imprese, ovvero titolari di pensione, ovvero lavoratori autonomi in possesso di un reddito annuo non inferiore a 40.000 euro lordi».
Docenti a contratto, dunque, possono essere solo dipendenti pubblici (ma di altra amministrazione), pensionati e lavoratori autonomi ricchi. Sono dunque esclusi i lavoratori con contratti a termine (ovvero i precari) e i
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Immigrati, cosa chiedere alla Ue - Tito Boeri su Repubblica
DA TRE giorni non ci sono più sbarchi di disperati sull' isola di Lampedusa. Secondo il ministro Maroni il flusso è comunque in aumento ed è destinato a portare in poco tempo sulle nostre coste 80.000 persone in cerca di asilo. Sono persone provenienti dai paesi del Nord Africa in rivolta contro i regimi totalitari. Non è dato sapere come il Ministro sia arrivato a questa stima. È tuttavia significativo che si tratti più o meno dello stesso numero di rifugiati evacuati dalla Macedonia e trasportati in Germania, Norvegia e Turchia dopo la guerra in Kosovo in quella che è stata sin qui la più grande operazione di "burden sharing", condivisione dell' onere umanitario fra paesi, di fronte ad un' emergenza umanitaria. Oggi il governo italiano, proprio in nome del burden sharing, chiede all' Europa di farsi carico del problema degli sbarchi a Lampedusa, non solo contribuendo ai costi del pattugliamento delle nostre frontiere, come sta già facendo con Frontex, ma anche offrendo ospitalità almeno a una parte dei rifugiati arrivati sulle nostre coste. Abbiamo chiesto all' Ungheria, presidente di turno dell' Unione, di convocare un vertice straordinario per stabilire i termini e le modalità di questa ripartizione degli oneri legati all' accoglienza dei rifugiati e all' accettazione delle domande di asilo. Si noti che molti rifugiati sembrano comunque intenzionati a lasciare il nostro paese. Lo si evince dalle dichiarazioni raccolte sul campo dagli inviati dei giornali e soprattutto dal fatto che normalmente i rifugiati politici, come gli altri immigrati, tendono a concentrarsi nelle aree in cui risiedono già molte persone che parlano la stessa linguae che hanno la stessa nazionalità. Oggi le più forti concentrazioni di tunisini e cittadini del Nord Africa si trovano altrove, principalmente in Francia e Spagna. È giusto chiedere l' intervento dell' Europa, ma bisogna farlo in modo coerente e guardando al di là dell' emergenza. La richiesta italiana difficilmente troverà ascolto nell' opinione pubblica di grandi paesi,
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La lezione di storia di Benigni a cavallo - di Francesco Merlo su Repubblica
Ci volevano le burle e le buffonerie di Roberto Benigni a cavallo, felice parodia del monumento risorgimentale, per farci capire che nonno Ciampi ce l´ha fatta e che il nostro brutto inno è finalmente diventato un inno. Anche se dobbiamo soprattutto alla Lega la promozione di l'oltraggiata marcetta di Mameli che sino a qualche anno fa nessuno di noi ascoltava con passione. Benigni l´ha snodata come un corpo vivo, l´ha mormorata e l´ha resa smodata, e ridendo «dell´elmo di Scipio» ha dimostrato che è cresciuta così tanto nel sentimento nazionale che adesso davvero funziona come segno di forza della patria. Al punto che ormai si nega all´inno chi vuol negarsi all´Italia. Ed è un bel successo per questo Festival che nel 1951 partì come una seconda spedizione dei Mille, la canzone italiana contro il Borbone della canzone napoletana che all´epoca era la nostra identità. Il festival aveva la missione di rendere nazionale la canzone, Nilla Pizzi era l´antidoto a Giacomo Rondinella. Achille Togliani e il duo Fasano salparono dallo scoglio ligure di Sanremo come Garibaldi era salpato dallo scoglio ligure di Quarto.
E però, nonostante il living aperto di caos e di eleganza di Benigni, le sue battute su Mameli e Berlusconi, sull´Italia nazione "minorenne", sulle "mie prigioni" che Pellico scrisse pensando a Silvio, e sul Cavour «beccato con la nipote di Metternick-Mubarak» di nuovo a Sanremo l´Italia non c´era, se non come falso, come patacca a partire dal ridicolo balletto di burattini tricolori che hanno svilito anche il Guglielmo Tell di Rossini. E non c´è peggio che far sventolare una bandiera gigante per surrogare la patria. Benigni l´ha elevata ridendone e la retorica nazionalista e le monumentali fanfarate l´hanno ricacciata nella nebbia, nel miraggio.
Sono sicuramente un falso "U surdatu nnamurato" e il soldato di "Addio mia bella addio" che non è mai
E però, nonostante il living aperto di caos e di eleganza di Benigni, le sue battute su Mameli e Berlusconi, sull´Italia nazione "minorenne", sulle "mie prigioni" che Pellico scrisse pensando a Silvio, e sul Cavour «beccato con la nipote di Metternick-Mubarak» di nuovo a Sanremo l´Italia non c´era, se non come falso, come patacca a partire dal ridicolo balletto di burattini tricolori che hanno svilito anche il Guglielmo Tell di Rossini. E non c´è peggio che far sventolare una bandiera gigante per surrogare la patria. Benigni l´ha elevata ridendone e la retorica nazionalista e le monumentali fanfarate l´hanno ricacciata nella nebbia, nel miraggio.
Sono sicuramente un falso "U surdatu nnamurato" e il soldato di "Addio mia bella addio" che non è mai
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Sì al voto, ci stiamo tutti? - di Giuseppe Civati su Europa
E così anche il Pd decise di chiedere le elezioni. Finora ci si era fermati all’idea delle dimissioni del premier, facendo di volta in volta il nome diverso di un suo eventuale sostituto. Un papa straniero, un centrista illuminato, un leghista dai modi gentili, un tecnico di fama.
Un nuovo premier per un governo che poteva vedere il sostegno del Pd, “ma anche” un Pd comunque all’opposizione.
Si trattava di una posizione (soprattutto in quest’ultima versione) abbastanza curiosa per una forza di opposizione, ma giustificata, si diceva, dall’emergenza democratica che stiamo vivendo. Non dimentichiamo che nei mesi precedenti, e per lungo tempo, le elezioni erano state addirittura negate (sarebbero una follia, si sentiva, da parte di quasi tutti o, al massimo, un male minore) e si è sperato nella soluzione parlamentare, benché non avesse mai avuto i numeri al senato. E, purtroppo, come è stato dimostrato, nemmeno alla camera, per via degli irresponsabilissimi Responsabili fuggiti dal centrosinistra. Ora, però, Bersani dichiara ogni volta che può che ci vogliono le elezioni anticipate.
Devo dire che per molti elettori è un fatto liberatorio, in tutti i sensi.
C’è un’unica cosa che ancora non convince chi, come tanti di noi, “chiede che il Pd chieda” le elezioni fin dal giugno scorso. Non mi pare, infatti, che tutto il gruppo dirigente del Pd sia così convinto, a dirla tutta, ma forse non è così importante.
L’importante è che lo dica il segretario. E che il Pd rivendichi per sé un ruolo di leadership e di guida della coalizione che intende formare per governare il paese. Molti si aspetterebbero anche l’indicazione di un leader, nella speranza che il candidato possa essere espresso dal Pd e non da altri, all’insegna di una chiarezza e di una forza finalmente dichiarata da parte nostra. Perché l’alternativa deve essere percepibile e visibile. Anzi, deve proprio essere vistosa.
Molti sono convinti che per andare oltre Berlusconi, come ormai ripetono tutti, non sia sufficiente aggregare
Un nuovo premier per un governo che poteva vedere il sostegno del Pd, “ma anche” un Pd comunque all’opposizione.
Si trattava di una posizione (soprattutto in quest’ultima versione) abbastanza curiosa per una forza di opposizione, ma giustificata, si diceva, dall’emergenza democratica che stiamo vivendo. Non dimentichiamo che nei mesi precedenti, e per lungo tempo, le elezioni erano state addirittura negate (sarebbero una follia, si sentiva, da parte di quasi tutti o, al massimo, un male minore) e si è sperato nella soluzione parlamentare, benché non avesse mai avuto i numeri al senato. E, purtroppo, come è stato dimostrato, nemmeno alla camera, per via degli irresponsabilissimi Responsabili fuggiti dal centrosinistra. Ora, però, Bersani dichiara ogni volta che può che ci vogliono le elezioni anticipate.
Devo dire che per molti elettori è un fatto liberatorio, in tutti i sensi.
C’è un’unica cosa che ancora non convince chi, come tanti di noi, “chiede che il Pd chieda” le elezioni fin dal giugno scorso. Non mi pare, infatti, che tutto il gruppo dirigente del Pd sia così convinto, a dirla tutta, ma forse non è così importante.
L’importante è che lo dica il segretario. E che il Pd rivendichi per sé un ruolo di leadership e di guida della coalizione che intende formare per governare il paese. Molti si aspetterebbero anche l’indicazione di un leader, nella speranza che il candidato possa essere espresso dal Pd e non da altri, all’insegna di una chiarezza e di una forza finalmente dichiarata da parte nostra. Perché l’alternativa deve essere percepibile e visibile. Anzi, deve proprio essere vistosa.
Molti sono convinti che per andare oltre Berlusconi, come ormai ripetono tutti, non sia sufficiente aggregare
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Sedia, ornitorinco e Atlantic City . di michele Serra su Repubblica
Dire "epidemia di pazzia" credo sia anti-scientifico, la pazzia non è un virus e dunque non contagia. Ma molte delle notizie italiane di questo periodo non trovano altra spiegazione plausibile. Per esempio: è nato un nuovo gruppo parlamentare (credo sia il duecentesimo), si chiamerà "Per le autonomie", e chi volesse coglierne la natura e le ragioni politiche deve fare riferimento a questa dichiarazione della senatrice Helga Thaler, promotrice del gruppo: «Non saremo l'equivalente dei Responsabili, vogliamo restare dove siamo e cioè in difesa delle autonomie senza schierarci né con la maggioranza, né con il terzo polo, né con la destra, né con la sinistra». Credo che neppure la senatrice Thaler (alla quale vanno i nostri affettuosi auguri) pretenda di avere detto qualcosa di comprensibile. Forse è un quiz, forse uno scherzo, forse una notizia falsa (non esistono né il gruppo "Per le autonomie" né la senatice Thaler), forse l'imprecisato luogo al quale allude la senatrice (né con la maggioranza, né con il terzo polo, né con la destra, né con la sinistra) esiste davvero nella Quarta Dimensione o nell'Oltretomba, forse il Cappellaio Matto o i sette nani o Caronte conoscono il percorso che porta fino a lì, anche se "lì", spiega Thaler, è "restare dove siamo".
Manca una riga alla fine. Scrivo sedia, ornitorinco e Atlantic City, tanto è uguale.
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Scrivi 100 volte "sono un deficiente"? - di Mila Spicola su l'Unità
Possiamo distrarci un attimo da Ruby e parlare di vita reale?
E comunque sempre di minorenni si tratta.
Accade che un’insegnante di Palermo venga condannata a un mese di carcere e a 20 mila euro di multa perché in classe ha fatto scrivere al bullo di turno 100 volte “sono deficiente” come punizione.
Il ragazzino in effetti l’aveva fatta grossa, con altri due , senza saperlo, voleva replicare la scena manzoniana dei Bravi e impedire il passaggio al coetaneo meno tosto, appellandolo con “femminuccia, tu non entri perché sei gay”.
Chiamasi dunque “grave atto di bullismo”. La prof, giustamente inferocita (ma quando riusciremo a contenere la ferocia dentro di noi e a indirizzarla contro quelli che remano contro la scuola, piuttosto che con i “fruitori” del servizio, cioè i nostri alunni?), inchioda il facinoroso Bravo al banco e gli infligge la magnifica pena.
Accade che il Bravo si umilia. Sarà maleducato, “vastasu”, (come si dice dalle parti dell’Albergheria, popolare quartiere di Palermo a ridosso di Ballarò, dove si trova la scuola), intrattabile, impossibile, recidivo, tutto quello che volete, persino violento, ma si umilia e si lamenta coi Bravi Genitori, eredi di generazioni di Bravi, i quali, armati di avvocato, denunciano la prof per abuso di mezzi educativi e ingiuria a minore e la prof si trova Condannata.
Si levano allora dal fondo dell’orchestra di questa moderna tragedia greca, due cori contrapposti. Il più numeroso è il coro A, solidale alla prof: su Facebook sono i più attivi e i più coloriti : “mi pare il meno, io gli avrei dato un bel calcio nel popò” “ecco una prof finalmente!” “se tutti facessero così la scuola tornerebbe come una volta!” “questi magistrati! Trovano il tempo per punire una che fa il suo dovere!” e via dicendo..fino ad arrivare addirittura a una raccolta di firme eque e solidali.
L’altro coro, il B, osserva e ascolta. E con calma comincia a parlare. “Cautela”. E’ il coro di chi forse ne sa
E comunque sempre di minorenni si tratta.
Accade che un’insegnante di Palermo venga condannata a un mese di carcere e a 20 mila euro di multa perché in classe ha fatto scrivere al bullo di turno 100 volte “sono deficiente” come punizione.
Il ragazzino in effetti l’aveva fatta grossa, con altri due , senza saperlo, voleva replicare la scena manzoniana dei Bravi e impedire il passaggio al coetaneo meno tosto, appellandolo con “femminuccia, tu non entri perché sei gay”.
Chiamasi dunque “grave atto di bullismo”. La prof, giustamente inferocita (ma quando riusciremo a contenere la ferocia dentro di noi e a indirizzarla contro quelli che remano contro la scuola, piuttosto che con i “fruitori” del servizio, cioè i nostri alunni?), inchioda il facinoroso Bravo al banco e gli infligge la magnifica pena.
Accade che il Bravo si umilia. Sarà maleducato, “vastasu”, (come si dice dalle parti dell’Albergheria, popolare quartiere di Palermo a ridosso di Ballarò, dove si trova la scuola), intrattabile, impossibile, recidivo, tutto quello che volete, persino violento, ma si umilia e si lamenta coi Bravi Genitori, eredi di generazioni di Bravi, i quali, armati di avvocato, denunciano la prof per abuso di mezzi educativi e ingiuria a minore e la prof si trova Condannata.
Si levano allora dal fondo dell’orchestra di questa moderna tragedia greca, due cori contrapposti. Il più numeroso è il coro A, solidale alla prof: su Facebook sono i più attivi e i più coloriti : “mi pare il meno, io gli avrei dato un bel calcio nel popò” “ecco una prof finalmente!” “se tutti facessero così la scuola tornerebbe come una volta!” “questi magistrati! Trovano il tempo per punire una che fa il suo dovere!” e via dicendo..fino ad arrivare addirittura a una raccolta di firme eque e solidali.
L’altro coro, il B, osserva e ascolta. E con calma comincia a parlare. “Cautela”. E’ il coro di chi forse ne sa
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Uno scandalo della democrazia - di Massimo Giannini su Repubblica
Forse avrà qualche ragione Umberto Bossi, che nella sua deriva neo-dorotea dichiara "oggi è un buon giorno per la maggioranza". Ma una cosa è certa: l'ulteriore compravendita di parlamentari appena conclusa dalla coalizione forzaleghista è una giornata nera per la democrazia. Ce n'erano state già tante altre, in questi mesi nei quali il berlusconismo da combattimento non ci ha risparmiato proprio nulla: dall'attacco contro lo Stato al killeraggio contro gli avversari. Ma ora il quadro si completa con l'accusa di Gianfranco Fini, che per la prima volta denuncia a viso aperto quanto già era evidente nel chiuso dei giochi di Palazzo: la tenuta di questo centrodestra si deve anche e soprattutto al "potere mediatico e finanziario" del presidente del Consiglio.
Fini, com'è evidente, parla prima di tutto da "parte lesa". Il calcio-mercato dei senatori e dei deputati si gioca soprattutto dentro la sua metà campo, già terremotata dalle lotte intestine esplose al congresso di Milano di domenica scorsa. Una battaglia di retroguardia che ha il sapore amaro della peggiore Prima Repubblica, e che restituisce al Paese un'immagine penosa: un progetto politico che aveva idee e ragioni per alzarsi in piedi e ribellarsi alla corte muta o plaudente del Cavaliere, ma che non ha ancora gambe e muscoli per correre e affrancarsi dalla signoria berlusconiana. Un disegno "alto", che insegue il traguardo di un "altro" centrodestra compiutamente europeo, cioè costituzionale, repubblicano, laico, immiserito e alla fine compromesso dalla solita, indecente guerra tra i colonnelli. Futuro e Libertà, in queste ore, ricorda il profilo scisso dell'uomo di Ferdinando Pessoa: un pozzo che guarda il cielo.
Nelle parole aspre di Fini, e quindi nel suo duro attacco al premier, risuona dunque anche l'eco di questa amarezza e di questa debolezza. Ma Fini è anche presidente della Camera. E il fatto che la terza carica dello
Fini, com'è evidente, parla prima di tutto da "parte lesa". Il calcio-mercato dei senatori e dei deputati si gioca soprattutto dentro la sua metà campo, già terremotata dalle lotte intestine esplose al congresso di Milano di domenica scorsa. Una battaglia di retroguardia che ha il sapore amaro della peggiore Prima Repubblica, e che restituisce al Paese un'immagine penosa: un progetto politico che aveva idee e ragioni per alzarsi in piedi e ribellarsi alla corte muta o plaudente del Cavaliere, ma che non ha ancora gambe e muscoli per correre e affrancarsi dalla signoria berlusconiana. Un disegno "alto", che insegue il traguardo di un "altro" centrodestra compiutamente europeo, cioè costituzionale, repubblicano, laico, immiserito e alla fine compromesso dalla solita, indecente guerra tra i colonnelli. Futuro e Libertà, in queste ore, ricorda il profilo scisso dell'uomo di Ferdinando Pessoa: un pozzo che guarda il cielo.
Nelle parole aspre di Fini, e quindi nel suo duro attacco al premier, risuona dunque anche l'eco di questa amarezza e di questa debolezza. Ma Fini è anche presidente della Camera. E il fatto che la terza carica dello
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Bindi gela Vendola: "No strumentalizzazioni Bersani è il candidato premier del Pd" su Repubblica
"Bersani è il candidato alla presidenza del consiglio per il Pd ma i democratici devono cominciare a pensare a una leader donna". Rosy Bindi interviene alla conferenza delle donne democratiche e sgombera il campo dalle voci di attriti 1con il segretario sulla candidatura alla premiership. Secondo il presidente democratico bisogna distinguere la vicenda che la riguarda direttamente (per essere stata chiamata in causa da Nichi Vendola 2), da quella che attiene invece la possibilità che una donna diventi premier in italia: "Deve cominciare a cadere anche da noi il tabu per cui una donna non può diventare Presidente del consiglio. Bisogna farci i conti".
A Vendola che l'aveva chiamata in causa, Rosy Bindi replica secca: "Bisogna evitare di strumentalizzare le persone, soprattutto le donne e soprattutto una donna la quale vorrebbe ripetere che non si lascia strumentalizzare. Adesso ha capito che deve fare un passo indietro, ma quando si fanno passi così importanti bisogna farlo gratuitamente, evitando di trasferire i problemi in casa d'altri".
Per il presidente del Pd la premiership del segretario "è una regola che sta scritta nel nostro statuto. Io la condivido molto e vorrei che lo facessero tutti". Indicare il leader del partito come candidato premier "è una regola - osserva Rosy Bindi - che rende il partito più forte. E Bersani è una persona che ha tutte le qualità per guidare il paese oltre Berlusconi".
La Bindi dice di condividere l'impostazione secondo cui in caso di alleanze larghe il leader andrà scelto
A Vendola che l'aveva chiamata in causa, Rosy Bindi replica secca: "Bisogna evitare di strumentalizzare le persone, soprattutto le donne e soprattutto una donna la quale vorrebbe ripetere che non si lascia strumentalizzare. Adesso ha capito che deve fare un passo indietro, ma quando si fanno passi così importanti bisogna farlo gratuitamente, evitando di trasferire i problemi in casa d'altri".
Per il presidente del Pd la premiership del segretario "è una regola che sta scritta nel nostro statuto. Io la condivido molto e vorrei che lo facessero tutti". Indicare il leader del partito come candidato premier "è una regola - osserva Rosy Bindi - che rende il partito più forte. E Bersani è una persona che ha tutte le qualità per guidare il paese oltre Berlusconi".
La Bindi dice di condividere l'impostazione secondo cui in caso di alleanze larghe il leader andrà scelto
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«La gente non vuole il voto, ma l’addio di Berlusconi» di Rudy Francesco Calvo su Europa
«L’importante è far cadere Berlusconi, dobbiamo concentrarci su quello». Eliminata «l’anomalia», sarà possibile anche «un governo di centrodestra con un’altra persona», che vedrebbe comunque il Pd all’opposizione. Dario Franceschini conferma che il Partito democratico non insiste troppo per portare il paese alle urne. Certo, «quella sarebbe la strada maestra – spiega il presidente dei deputati dem a Europa – ma ne riparleremo solo dopo aver raggiunto l’obiettivo principale: porre fine al berlusconismo. È questo che la gente ci chiede». Le elezioni per il Nazareno restano insomma il «male minore», parole di Pier Luigi Bersani, al quale ricorrere pur di chiudere questa fase.
Poco conta, quindi, il dibattito innescato da Nichi Vendola sull’eventuale candidatura a premier di Rosy Bindi: «Non mi pare che si sia aperto un concorso per questa carica», fa notare Sergio Chiamparino.
E anche il presunto endorsement di Romano Prodi alla presidente dell’assemblea nazionale dem in occasione della sua festa di compleanno, se opportunamente contestualizzato (lo ha fatto ieri Gad Lerner sul suo blog), risulta ridimensionato.
«Il messaggio importante contenuto nelle dichiarazioni di Vendola – focalizza l’obiettivo Franceschini – è un altro: anche lui ha preso coscienza della necessità di un’alleanza costituente. Io lo dissi il 23 agosto e per quell’intervista mi presi pure le parolacce. Ora invece sono tutti d’accordo, non solo nel nostro partito».
Per il capogruppo del Pd, l’allargamento della maggioranza che Berlusconi prospetta per i prossimi giorni è solo «propaganda »: l’intera operazione si ridurrebbe a pochi deputati «senza nessuna convinzione politica». Di fronte a questo «spettacolo deprimente», insomma, «portare dalla propria parte qualcuno in più non
Poco conta, quindi, il dibattito innescato da Nichi Vendola sull’eventuale candidatura a premier di Rosy Bindi: «Non mi pare che si sia aperto un concorso per questa carica», fa notare Sergio Chiamparino.
E anche il presunto endorsement di Romano Prodi alla presidente dell’assemblea nazionale dem in occasione della sua festa di compleanno, se opportunamente contestualizzato (lo ha fatto ieri Gad Lerner sul suo blog), risulta ridimensionato.
«Il messaggio importante contenuto nelle dichiarazioni di Vendola – focalizza l’obiettivo Franceschini – è un altro: anche lui ha preso coscienza della necessità di un’alleanza costituente. Io lo dissi il 23 agosto e per quell’intervista mi presi pure le parolacce. Ora invece sono tutti d’accordo, non solo nel nostro partito».
Per il capogruppo del Pd, l’allargamento della maggioranza che Berlusconi prospetta per i prossimi giorni è solo «propaganda »: l’intera operazione si ridurrebbe a pochi deputati «senza nessuna convinzione politica». Di fronte a questo «spettacolo deprimente», insomma, «portare dalla propria parte qualcuno in più non
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Fuga per la vittoria - di Michele Serra su Repubblica
La (tostissima) avvocatessa della signorina Minetti, l' altra sera da Lerner, ha suggerito al premier di accettare il processo e sottoporsi al giudizio. Ma è come chiedere a Berlusconi di non essere Berlusconi. Lui il giudizio, prima ancora di non sopportarlo, non lo concepisce. Il suo segreto e la sua forza, nonché ciò che lo rende insopportabile a noi e nocivo alla serenità nazionale, sta proprio in questa incapacità congenita di misurarsi con il giudizio degli altri. Che questo riveli una patologica insicurezza di fondo, è argomento che lasciamo agli psicologi. A loro le cause, a noi l' onere di sopportarne (da vent' anni)i sintomi: rifiuto di ogni confronto televisivo, fastidio per ogni domanda diretta, lodi sperticate a se stesso ("sono il più grande presidente del Consiglio degli ultimi 150 anni": non basterebbe questa frase per capire che non sta bene?), reazioni scomposte alle critiche e soprattutto attribuzione di ogni critica all' "invidia", di ogni inciampo a "congiure", di ogni errore agli errori altrui. Essendo il processo un contraddittorio per eccellenza, come volete che possa affrontarlo? Gli parrà persecuzione ciò che è accertamento, odio ciò che è prassi di legge, arbitrio ogni accusa. Lo vedo piuttosto in fuga ad Antigua, dove rimuginare su quanto è bravo lui, e quanto cattivi gli altri.
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Il Pd risponde al rifiuto di Casini "Serve un atto di responsabilità" - su Repubblica
"Serve un sussulto di responsabilità da parte di chi ha a cuore la democrazia italiana". Questa la risposta del Partito democratico al no di Casini 1 all'alleanza anti Berlusconi. Un "no" che è arrivato in diretta televisiva ieri sera, durante la trasmissione "Otto e mezzo" condotta da Lilli Gruber. "Non credo alle sante alleanze costruite solo per sconfiggere Berlusconi" ha detto il leader dell'Udc davanti alle telecamere "il nostro è un percorso completamente diverso da quello del Pd, non ci incontreremo mai". "Alle elezioni gli italiani avranno tre scelte, destra, centro e sinistra" ha ribadito il leader Udc. Una chiusura netta a cui però Bersani non sembra voler credere in maniera definitiva e l'obiettivo resta quello di allargare l'opposizione, con un'unica finalità, evitare che Silvio Berlusconi si riconfermi a Palazzo Chigi o addirittura al Quirinale. In poche parole evitare che rivinca le elezioni.
" Casini sta cercando di tenere unito il Terzo Polo" ha fatto sapere Pier Luigi Bersani. Per i vertici del Partito democratico le parole di Casini vanno infatti inquadrate in un momento di difficoltà per l'alleato Fini e l' Fli. Mentre l'Udc ha già abituato i suoi elettori ad un'area di centrosinistra, Fini e compagni fino a qualche mese fa facevano parte della maggioranza, e quindi il passaggio è più doloroso e complesso. Il rischio è quello di alimentare un'emoraggia di parlamentari già iniziata e che potrebbe essere devastante in caso di passaggio definitivo dell'Udc nell'alleanza con il Pd. Un' emorragia che Anna Finocchiaro definisce "un fatto grave e che denota a cosa sono sottoposte le nostre istituzioni". "Una crisi - continua la Finocchiaro - economica, politica morale, un atto di compravendita che non deve verificarsi in un paese democratico".
" Casini sta cercando di tenere unito il Terzo Polo" ha fatto sapere Pier Luigi Bersani. Per i vertici del Partito democratico le parole di Casini vanno infatti inquadrate in un momento di difficoltà per l'alleato Fini e l' Fli. Mentre l'Udc ha già abituato i suoi elettori ad un'area di centrosinistra, Fini e compagni fino a qualche mese fa facevano parte della maggioranza, e quindi il passaggio è più doloroso e complesso. Il rischio è quello di alimentare un'emoraggia di parlamentari già iniziata e che potrebbe essere devastante in caso di passaggio definitivo dell'Udc nell'alleanza con il Pd. Un' emorragia che Anna Finocchiaro definisce "un fatto grave e che denota a cosa sono sottoposte le nostre istituzioni". "Una crisi - continua la Finocchiaro - economica, politica morale, un atto di compravendita che non deve verificarsi in un paese democratico".
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Call center, quasi 9mila posti persi e altri 13mila sono a rischio nel 2011 su Repubblica
Dal settembre i posti di lavoro perduti sono 8.670 ed altri 12.990 sono a rischio nel primo semestre di quest'anno. A perdere i lavoro sono stati soprattutto giovani (il 68% ha meno di 40 anni), in gran parte donne (68%), con un tasso di scolarizzazione superiore alla media (29% laureati, 54% diplomati) e residenti perlopiù nel Sud e nelle Isole (70,5%). E' il quadro della crisi dei call center e delle "vittime" mietute in Italia dall'inizio della recessione, come emerso a Roma alla terza conferenza dei lavoratori del settore, organizzata dalla Slc Cgil.
All'incontro sono stati presentati i dati del quarto Rapporto sulla dinamica occupazionale nei call center in outsourcing". I numeri parlano chiaro: il settore è passato in un anno da 75mila a 67mila addetti e ora altri 13 mila sono a rischio. La crisi ha colpito più le regioni del Sud e delle Isole, ma la precarietà attuale non risparmia nessuno: secondo il rapporto, i posti in bilico attualmente sono 1.800 in Lombardia, 1.600 in Piemonte, 350 in Veneto, 700 in Liguria, 450 in Emilia Romagna, 450 in Toscana, 230 nelle Marche e 1.100 nel Lazio. Non va meglio scendendo al Sud: 700 in Abruzzo, 600 in Campania, 1.600 in Calabria: 480 in Basilicata, 1.100 in Puglia, 380 in Sardegna, e 1.450 in Sicilia.
"Questo è un settore rispetto al quale da più di un anno il governo dovrebbe dare delle risposte - ha detto nel suo intervento Susanna Camusso, segretario generale Cgil - : il sottosegretario Letta aveva assunto degli impegni ad aprire un tavolo su questo settore, a occuparsi della politica industriale. Ci sono avvisi comuni e opinioni comuni tra il sindacato e le imprese, e la totale disattenzione del governo".
L'analisi della situazione non poteva che partire dai costi sociali della crisi in un settore in cui l'assenza di
All'incontro sono stati presentati i dati del quarto Rapporto sulla dinamica occupazionale nei call center in outsourcing". I numeri parlano chiaro: il settore è passato in un anno da 75mila a 67mila addetti e ora altri 13 mila sono a rischio. La crisi ha colpito più le regioni del Sud e delle Isole, ma la precarietà attuale non risparmia nessuno: secondo il rapporto, i posti in bilico attualmente sono 1.800 in Lombardia, 1.600 in Piemonte, 350 in Veneto, 700 in Liguria, 450 in Emilia Romagna, 450 in Toscana, 230 nelle Marche e 1.100 nel Lazio. Non va meglio scendendo al Sud: 700 in Abruzzo, 600 in Campania, 1.600 in Calabria: 480 in Basilicata, 1.100 in Puglia, 380 in Sardegna, e 1.450 in Sicilia.
"Questo è un settore rispetto al quale da più di un anno il governo dovrebbe dare delle risposte - ha detto nel suo intervento Susanna Camusso, segretario generale Cgil - : il sottosegretario Letta aveva assunto degli impegni ad aprire un tavolo su questo settore, a occuparsi della politica industriale. Ci sono avvisi comuni e opinioni comuni tra il sindacato e le imprese, e la totale disattenzione del governo".
L'analisi della situazione non poteva che partire dai costi sociali della crisi in un settore in cui l'assenza di
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giovedì 17 febbraio 2011
Berlusconi, fiducia a picco è tornato ai livelli del 2005 - Ilvo Diamanti Repubblica
Silvio Berlusconi resiste. Nonostante le inchieste, gli scandali e le proteste. Anzi, reagisce con violenza. Contro i nemici. La Magistratura, i giornali e i giornalisti della Repubblica Giudiziaria. Perfino - anche se in modo meno esplicito - contro il Presidente della Repubblica. Ma la sua posizione e la sua immagine ne hanno risentito sensibilmente.
LE TABELLE DEMOS
Come mostra il sondaggio condotto nei giorni scorsi dall'Atlante Politico di Demos per la Repubblica. Oggi, infatti, la fiducia dei cittadini nei confronti di Silvio Berlusconi ha toccato il fondo. La quota di italiani che ne valuta positivamente l'operato (con un voto almeno sufficiente) è ridotta al 30%. Meno che nel settembre 2005, quando il Cavaliere sembrava avviato a una sconfitta pesante alle elezioni politiche dell'anno seguente. Il che suggerisce di usare cautela, prima di darlo per finito, visto come sono andate le cose in seguito. Tuttavia, gli avvenimenti recenti fanno sentire i loro effetti. Quasi metà degli italiani ritiene vere le accuse rivolte dagli inquirenti a Berlusconi. E pensa che il Premier si dovrebbe dimettere. Meno del 20% considera, invece, falsi i fatti che gli sono addebitati. Anche se oltre metà degli italiani ritiene che, per quanto colpevole, il Premier resterà "impunito". Come sempre. Anche per questo la fiducia in Berlusconi, oltre che limitata, appare in declino costante e precipitoso.
È, infatti, calata di 5 punti percentuali negli ultimi due mesi, ma di 12 rispetto allo scorso giugno e addirittura di 18 rispetto a un anno fa. I motivi di insoddisfazione degli elettori, d'altronde, vanno al di là delle feste e dei festini a casa del Premier. Solo un italiano su quattro, infatti, pensa che il governo Berlusconi abbia "mantenuto
LE TABELLE DEMOS
Come mostra il sondaggio condotto nei giorni scorsi dall'Atlante Politico di Demos per la Repubblica. Oggi, infatti, la fiducia dei cittadini nei confronti di Silvio Berlusconi ha toccato il fondo. La quota di italiani che ne valuta positivamente l'operato (con un voto almeno sufficiente) è ridotta al 30%. Meno che nel settembre 2005, quando il Cavaliere sembrava avviato a una sconfitta pesante alle elezioni politiche dell'anno seguente. Il che suggerisce di usare cautela, prima di darlo per finito, visto come sono andate le cose in seguito. Tuttavia, gli avvenimenti recenti fanno sentire i loro effetti. Quasi metà degli italiani ritiene vere le accuse rivolte dagli inquirenti a Berlusconi. E pensa che il Premier si dovrebbe dimettere. Meno del 20% considera, invece, falsi i fatti che gli sono addebitati. Anche se oltre metà degli italiani ritiene che, per quanto colpevole, il Premier resterà "impunito". Come sempre. Anche per questo la fiducia in Berlusconi, oltre che limitata, appare in declino costante e precipitoso.
È, infatti, calata di 5 punti percentuali negli ultimi due mesi, ma di 12 rispetto allo scorso giugno e addirittura di 18 rispetto a un anno fa. I motivi di insoddisfazione degli elettori, d'altronde, vanno al di là delle feste e dei festini a casa del Premier. Solo un italiano su quattro, infatti, pensa che il governo Berlusconi abbia "mantenuto
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