mercoledì 30 marzo 2011

Bersani: c´è disagio, ma chi lascia il Pd ha torto - di Giovanna Casadio su Repubblica

Bersani ammette il disagio: «Non è che non veda i problemi del Pd. Certo che ci preoccupano le uscite sul territorio, ma vorrei che chi ci richiama ad avere attenzione dica però che hanno torto quelli che se ne vanno». In una situazione in cui «il paese è senza governo e noi dobbiamo essere più responsabili», ci vuole unità di squadra: «La pubblica opinione non ci rimprovera la mancanza di pluralismo ma le nostre divisioni».
In Veneto recentemente sono andati via Andrea Causin e Diego Bottacin, che è stato l´ultimo segretario della Margherita; in Piemonte l´europarlamentare Gianluca Susta e Mariano Rabino ex vice segretario regionale democratico. Abbandoni sul territorio, quelli che fanno più male. Cose che non si possono ignorare. Ma nella direzione del Pd ieri, è giorno di bonaccia. Beppe Fioroni non c´è per un lutto. Franco Marini sì, e mette una pietra sopra all´accusa che aveva lanciato all´ex pupillo («Farete la fine dei Responsabili»), cioè una profezia di tradimento: «Il mio è stato un richiamo paterno, quando si invecchia si perde la voglia di azzannare». La lite tra i cattolici popolari resta sullo sfondo.
Ci sono le amministrative a maggio; una sfida che - ripete il segretario - è un test nazionale, un banco di prova: «Vanno in 13 milioni al voto, cinque anni fa era un´altra epoca». Non a caso lo slogan sarà "Per la tua città e per il tuo Paese". «Dalle amministrative ci aspettiamo un incoraggiamento ad aprire la strada per il cambiamento», afferma Bersani. Vuol dire, anche, che si attende una conferma della sua strategia. Ma la minoranza di Modem (la corrente di Veltroni-Gentiloni-Fioroni) insiste appunto sugli addii al partito. Neppure Dario Franceschini sottovaluta: «Abbiamo perso quadri dirigenti verso il centro e elettori verso sinistra, la questione è complessa, non è un problema del disagio dei cattolici». Fioroni, informato dai "suoi" Gero Grassi e Lucio D´Ubaldo del dibattito in direzione, commenta: «Mi sono rotto le balle della storia del disagio: esprimo una critica alla linea del partito, che secondo noi non va bene. Non esco ma nel Pd ci sto come

Referendum su nucleare e acqua: nessun dorma - di Stella Bianchi su L'Unità

Il 12 e il 13 giugno prossimi i cittadini avranno la possibilità di decidere su tre questioni importanti che riguardano la vita e il futuro di ognuno di noi. Per noi del Partito democratico la scelta è chiara: un sì contro il legittimo impedimento, un sì contro il nucleare, un sì per l’acqua pubblica e contro la privatizzazione forzata imposta dal governo Berlusconi e una nostra proposta di legge per il governo pubblico del servizio idrico integrato.
IL DOCUMENTO: LA PROPOSTA DEL PD SULL'ACQUA
Abbiamo sempre espresso con forza la nostra contrarietà al piano di ritorno al nucleare voluto dal governo Berlusconi. Lo ripetiamo da mesi e con motivazioni tutt’altro che ideologiche. Secondo il piano approssimativo del governo dovremmo importare una tecnologia vecchia e non ancora sperimentata, sopportare costi altissimi e per di più incerti, tempi lunghissimi di realizzazione degli impianti senza alcun piano certo di gestione delle scorie radioattive, neppure di quelle già esistenti nelle centrali non ancora smantellate.
Il ritorno al nucleare voluto dal governo è una scelta sbagliata che non ha il consenso dei cittadini e che tanto più va ripensata ora. La tragedia giapponese dimostra con chiarezza un fatto semplice e terribile: non è eliminabile il rischio di un incidente in una centrale nucleare. Neppure nel paese più attrezzato al mondo contro il rischio di terremoti e maremoti.
Certo, in Giappone è accaduto qualcosa di eccezionale, un terremoto e un maremoto di intensità fuori dall’ordinario. È poco probabile che accada un evento del genere. Così come è poco probabile che si verifichino incidenti di altro tipo in una centrale nucleare che rispetta tutte le norme di sicurezza. Poco probabile ma non impossibile. E quella scarsa probabilità va misurata con le conseguenze. I danni possono essere incalcolabili. Vasti territori contaminati per migliaia di anni, la salute degli abitanti e di un numero

Franceschini lancia il "patto delle opposizioni" - su Corriere della Sera

«Il Pd deve aprirsi, perché è sotto i nostri occhi che la fascia dei cosiddetti "aggiunti" si è ristretta, rischiamo di tornare alla vecchia somma di Ds e Margherita». Dario Franceschini lo dice a margine del seminario di Cortona. Lì, quarto appuntamento di Areadem - quella che una volta era la minoranza e che oggi fa asse con Bersani - il cattolico democratico Franceschini pone il problema. Offre un paio di proposte. La prima è quella di «un´assemblea dei mille talenti italiani», ovvero "una chiamata" della società civile, di intellettuali, insegnanti, ricercatori, economisti, imprenditori, sindacalisti, artisti, terzo settore: «Per ottenere idee e suggerimenti». I Democratici siano insomma in ascolto: aprano porte e finestre.
Solo così «l´alleanza per la ricostruzione» davanti «alle macerie anche istituzionali che lascerà il berlusconismo» sarà davvero possibile. Un´alleanza che comincia - e questo è l´altra idea lanciata da Franceschini - con un «patto tra tutte le opposizioni anche in Parlamento». Sono due questioni che porrà sul tavolo della direzione, oggi. «È vero che Vendola, Fini, Casini, Di Pietro sono tutti politicamente lontani tra di loro - spiega - Ma un grande partito deve saper metterli insieme per la ricostruzione del paese. Per questo noi Democratici abbiamo bisogno di una grande unità perché il ruolo del Pd è centrale per la ricostruzione del paese e della nostra democrazia».
In direzione stamani molti nodi al pettine, dal federalismo alla strategia, agli scontri interni. L´ultimo è quello tra gli ex Ppi. Beppe Fioroni ha risposto ieri all´affondo di Franco Marini che ha partecipato al dibattito di Cortona. Marini aveva detto che gli ex Ppi passati in Modem (la corrente di Veltroni), e che si dichiarano sempre più a disagio, avrebbero fatto «la fine dei Responsabili». Una specie di profezia di tradimento. Fioroni in un editoriale online su "Il domani d´Italia" accusa Marini (di cui è stato il pupillo) di essere «un vecchio lupo

Napolitano parla al Palazzo di Vetro "Contro Gheddafi bisognava reagire" - di Umberto Rosso su Repubblica

Una critica ai flirt pericolosi del passato con il colonnello Gheddafi, che Giorgio Napolitano pronuncia dinanzi all´Assemblea generale dell´Onu. «Nessuno gradisce l´instabilità alle porte di casa. Ma avremmo dovuto essere maggiormente consapevoli delle possibili conseguenze di forme autoritarie di governo e della corruzione diffusa nei circoli ristretti del potere». Quanto alla missione di oggi, in Libia, non si può tornare indietro, come chiedono invece anche ministri del governo italiano. «Il mondo non poteva assistere senza reagire alle molte vittime della repressione. E in Libia siamo appunto impegnati a proteggere la popolazione civile e far rispettare la Carta delle Nazioni Unite». Infine, lo scenario futuro, a Tripoli e in tutto il mondo arabo in rivolta, dalla Tunisia all´Egitto: e qui arriva l´appello del nostro presidente della Repubblica alla comunità internazionale, la richiesta di sostenere e aiutare "dall´interno" il cammino difficile contro le dittature. «La democrazia non si esporta. Sta per tramontare l´era dei regimi che nascondono la verità. Non è più tempo per riforme cosmetiche e limitate. Il mondo ha una chiara responsabilità nell´aiutare questa nuova alba a diventare una realtà». Parla al Palazzo di Vetro il capo dello Stato, il segretario Ban Ki-moon lo presenta come «l´incarnazione dell´Italia del dopoguerra, un grande ruolo di guida morale», e poi i due si incontrano in un colloquio a porte chiuse sulla Libia. Il presidente gli riassume le decisioni prese dal Consiglio supremo di difesa italiano, gli chiede anche «una maggiore presenza dell´Italia ai vertici dell´Onu, i due convengono sul fatto che Gheddafi abbia ormai perso «ogni legittimità di governo» nel suo paese, con Napolitano che riconferma e assicura: «L´Onu può contare sull´Italia». Nel pomeriggio, fuori agenda ufficiale, saranno i temi di un incontro anche con Henry Kissinger, all´insegna del vecchio rapporto di conoscenza con l´ex segretario di Stato.
Ma è con l´amministrazione in carica, con il presidente Obama, che Napolitano ha intrecciato grande feeling. E aspettando che venga a Roma per le celebrazioni del 2 giugno dei 150 anni, Napolitano lo cita a piene mani e ne elogia la linea politica. Anzi a Obama, al suo discorso al Cairo del 2009, fa risalire l´inizio della ventata di libertà per il mondo arabo. Barack ricambia inserendo i 150 d´Italia fra le ricorrenze riconosciute dagli Usa, e anche il sindaco Bloomberg proclama a New York il giorno dell´unità nazionale italiana in occasione della visita del nostro presidente della Repubblica.
All´Onu, in sedici cartelle, saluto di apertura e «chiusa» in italiano tutto il resto in inglese, Napolitano affronta i capitoli-chiave aperti sulla scena internazionale. Dal crac finanziario mondiale alla riforma del Consiglio di sicurezza. Dalla difesa della moneta unica e dell´Europa, da cui non si può fare marcia indietro, alla battaglia per l´abolizione della pena di morte e la tragedia dei bambini - soldato. Fino all´elogio del multilaterismo, la dottrina che l´Italia abbraccia, in sede europea come nell´ambito mondiale, tanto da essere - ricorda Napolitano - il paese europeo che schiera il maggior numero di caschi blu dell´Onu. «Non sottovalutiamo nel modo più assoluto i costi umani e i rischi delle azioni militari», ma le violazioni massicce dei diritti umani rendono un regime «illegittimo, lo pongono fuori della comunità degli Stati». La democrazia non si esporta, tantomeno uno specifico modello occidentale, ma proteggere garanzie civili, politiche, le libertà religiose è, conclude Napolitano, la precondizione per «l´autonoma realizzazione, dal basso, e con modalità diverse per ogni singolo paese, di sistemi democratici».

Mafia al Nord, troppi silenzi - di Luca Gaffuri su Europa

Quando il prefetto di Milano Gian Valerio Lombardi disse a gennaio 2010 che in Lombardia non c’era la mafia, semmai singole famiglie slegate dalle grandi organizzazioni, un parte rilevante dell’opinione pubblica lombarda si sentì in qualche modo confermata nella propria visione.
Ci volle l’operazione di polizia “Infinito” del 3 luglio per rendere palese in modo eclatante che così non era.
L’infiltrazione è pesante, radicata, pervasiva, giunta a pochi passi dal cuore della sanità lombarda, in tante amministrazioni pubbliche, nel mondo degli interessi gestiti dalla pubblica amministrazione.
Ha ragione il procuratore di Reggio Calabria, Francesco Pignatone, a segnalare dalle pagine del Corriere della Sera l’anomalia di una politica che otto mesi dopo i trecento arresti ordinati dalla Procura della repubblica di Milano non ha ancora dimostrato di aver preso coscienza della gravità del problema. Faccio un breve excursus.
Un direttore generale di Asl arrestato, un altro direttore fotografato con alcuni boss, intercettazioni che tirano in ballo componenti ed ex componenti della giunta regionale, così come amministratori, imprenditori e professionisti, avvicinati, coinvolti e perfino anche organici alla criminalità.
Fu l’opposizione in consiglio regionale, dieci giorni dopo gli arresti, a chiedere la convocazione di una seduta straordinaria sull’infiltrazione della criminalità organizzata nella società e nella politica lombarda, con la richiesta di invitare anche il presidente della commissione parlamentare antimafia, il senatore Beppe Pisanu. La seduta si tenne il 5 ottobre, tre mesi più tardi, senza Pisanu e anche senza il presidente della regione

L'invenzione della realtà - di Ezio Mauro su Repubblica

Ezio Mauro
In poche ore accadono due eventi che riguardano il Presidente del Consiglio, il suo mondo aziendale, politico e personale - che coincidono dall´inizio e per sempre - e il nostro mondo reale, di cittadini ridotti a spettatori.
La prima scena è di ieri mattina. Chiamato a giudizio a Milano nel processo "Mediatrade" con l´accusa di frode fiscale e appropriazione indebita, il Capo del governo annuncia in anticipo che sarà presente in aula. Si può pensare, davanti a questo annuncio, che accetti di sottoporsi al giudizio senza delegittimare come sempre la magistratura che lo indaga e che deve pronunciarsi sui reati che gli vengono contestati, che intenda ascoltare le accuse e far valere le sue buone ragioni, dimostrando così che anche per lui vale il principio secondo cui la legge è uguale per tutti.
Ma in realtà si tratta di un´udienza preliminare, davanti al gup, dove si costituiscono le parti e si fissa il calendario delle udienze. Non è previsto che l´imputato parli, e lui lo sa bene. Dunque la presenza in aula ha una semplice funzione-civetta, serve da richiamo. Il vero evento politico riguarda quell´aula, nel senso che è concepito e messo in scena per condizionarla, ma avviene fuori: prima, e dopo. Prima, il Pdl ha mobilitato i suoi sostenitori per convocarli a Palazzo di Giustizia, replicando in grande l´operazione claque organizzata a tavolino una settimana fa, con la spedizione di anziani figuranti spaesati davanti all´aula del processo Mills, con tanto di coccarda azzurra prefabbricata al bavero, e militanti di partito al fianco.
Sulla piccola folla in attesa, fronteggiata da un drappello di contestatori del partito di Di Pietro, era già scesa poco prima la voce rassicurante e autoassolutoria del Premier, ovviamente dagli schermi di proprietà e dal canale di famiglia. Una dichiarazione titanica, vittimistica e vindice, come accade in queste grandi

Il Pd fa quadrato (fino al voto) - di Rudy Francesco Calvo su Europa

Toni bassi, relazione del segretario condivisa da tutti, sguardo già rivolto alle amministrative di maggio e posizione esplicitata sui referendum di giugno (tre sì più una proposta di legge sulla gestione del ciclo dell’acqua).
È filata liscia la direzione del Pd che si è riunita ieri al Nazareno, con Bersani che ha incassato il sostegno di tutto il partito sulla sua linea in vista delle elezioni di primavera. È qualcosa di più di una tregua: Movimento democratico ha apprezzato in particolar modo i passaggi in cui il segretario ha ribadito la necessità di lavorare al progetto del partito, prima ancora che alle alleanze, così come il riconoscimento della pluralità interna. Bersani ha riconosciuto la preoccupazione per i nuovi recenti addii al Pd, anche se «vorrei – ha specificato – che chi ci richiama ad avere attenzione dica che hanno torto quelli che se ne vanno».
La richiesta di congresso anticipato, dunque, si allontana, anche se rimane sullo sfondo. Tutto dipenderà dall’esito del voto di maggio e, soprattutto, dall’interpretazione che ne sarà data. Al Nazareno mettono le mani avanti, negando un confronto diretto con l’ottimo risultato del 2006 (per Bersani «sono ere geologiche diverse») e sperando in un secondo turno favorevole in molte città, grazie alla possibile convergenza con il Terzo polo e ai rapporti che si configurano sempre più complicati tra Pdl e Lega in diverse realtà del Nord. Per il MoDem, nessun comune può essere dato per perso a priori, compreso Milano, e vanno valutate

Miserabile tranello - di Concita De Gregorio su L'Unità

Gli abitanti di Lampedusa hanno ragione. Quelli che fanno le barricate al porto, hanno ragione. È il loro modo, l'unico che hanno per farsi vedere e sentire, per dire che non possono essere lasciati soli a portare il peso di un fardello gigantesco che riguarda l'Italia e l'Europa intera. Non può essere, l'isola, la zattera a cui duemila immigrati al giorno si aggrappano: la faranno affondare, così.
Diventerà un carcere a cielo aperto e un lazzaretto, si diffonderanno malattie e paure, non ci sarà cibo a sufficienza né acqua, né un tetto. Già non ci sono, già bruciano nella notte i falò. Duemila immigrati sono arrivati nelle ultime ventiquattr’ore. In tutto, dalla scorsa settimana, cinquemila e cinquecento. Stanno per diventare il doppio degli abitanti in uno spazio di 20 chilometri quadrati. È un'isola piccola, c'è una sola scuola, le famiglie si contano e si conoscono. Oggi coi nuovi sbarchi saranno seimila, poi settemila. Quale può essere il limite fisico alla capienza? E un limite logico, esiste? E una regola da applicare, un peso da condividere? Gli abitanti di Lampedusa, le sue donne – le stesse che vestono i neonati con gli abiti dei loro figli – hanno ragione. C'è un momento in cui devi vedere l'orizzonte per resistere, per sopportare ancora.
L'orizzonte qual è? Qual è il progetto, la politica che il governo italiano intende adottare per non lasciare che Lampedusa sia sommersa dall'onda di viventi in arrivo? E l'Italia dov'è? Si vede, si sente qualcuno, sull'isola, che dica: tranquilli, abbiamo un piano, sono ore eccezionali ma ci stiamo attrezzando, sappiamo come fare? No, non c'è. C’è un pugno di agenti in divisa chiamati a fronteggiare migliaia di persone

martedì 29 marzo 2011

Bindi: nessun asse segreto con Bossi non parliamo a lui ma ai suoi elettori - di Giovanna Casadio su Repubblica

«Sul federalismo regionale ci siamo confrontati nel merito, ma nessuno si illuda che ci siano possibilità di collaborare con i leghisti». Per Rosy Bindi, l´attrazione tra Carroccio e Pd è da escludere.
Eppure, presidente Bindi, Bossi ha ringraziato i Democratici per il federalismo regionale. Dice che si era messo d´accordo con Bersani sull´astensione parlamentare. Un certo feeling c´è e potrebbe essere coltivato?
«Non sono al corrente di colloqui particolari tra il mio partito e il partito di Bossi. Non è il caso che Bossi millanti una telefonata con Bersani che è stata smentita. Il dialogo non c´è, salvo quello che tutti conoscono, cioè l´intervista del segretario alla Padania e il nostro comportamento in Parlamento. Bossi ci ringrazia e fa bene, perché con il nostro lavoro in Bicamerale abbiamo impedito o contenuto i danni del "loro" federalismo. Abbiamo messo ancora una volta sub iudice quel provvedimento la cui attuazione non potrà essere avviata prima del 2013, e solo a condizione che ci siano le risorse. Questa è la clausola di salvaguardia. E sia chiaro che, se non cambia la politica economica del governo, le risorse non ci saranno mai. La riforma allora sarebbe da riscrivere. Al leader leghista suggerirei poi di non vendere in Padania quel che ancora non c´è: è stato votato il presupposto per il federalismo, non è ancora l´attuazione della riforma».
La scelta di tendere la mano alla Lega sul federalismo sta agitando le acque del suo partito. C´è chi avrebbe preferito un no. Perché vi siete astenuti?
«Ci siamo astenuti perché sono state accolte tutte le nostre proposte: noi abbiamo dato per l´ennesima volta prova di essere un´opposizione non pregiudiziale, che si confronta nel merito. Se quel provvedimento fosse

La sindrome dell´assedio - di Ilvo Diamanti su Repubblica

Che nostalgia quei muri. Lungo i confini: a Est e a Sud. Separavano il bene dal male. Il giusto dall´ingiusto. Ci difendevano dal comunismo e dalla povertà. Il muro di Berlino: da quando è caduto, l´Europa si è allargata. La Jugoslavia è divenuta ex. Un collage di patrie inquiete. L´Albania: un nostro protettorato. La Romania, la Croazia, il Montenegro. Il mondo dell´Est è entrato, prepotentemente, a casa nostra.
Anche noi, con le nostre aziende, peraltro, ci siamo allargati ad Est. Ampie zone un tempo definite "Oltrecortina" si sono trasformate in province e regioni del nostro Nord Est.
Oggi, però, l´assenza di quel muro preoccupa e, anzi, spaventa.
Le nostre aziende si stanno ritirando dai Paesi dell´est Europa. Per andare ancora più in là, dove le porta l´interesse. (Il costo del lavoro, i contributi pubblici, i vantaggi fiscali…). Mentre da noi l´immigrazione cresce. Attirata dalle nostre imprese, dal nostro mercato del lavoro. Ma anche dal nostro stile di vita, sicuramente molto migliore del loro.
Decine, centinaia di migliaia di persone hanno attraversato i nostri confini - aperti. Non più come stranieri, abitanti di un mondo lontano e ostile, sotto il comando dell´Impero sovietico, ma da cittadini d´Europa. Questa Patria, un tempo tanto invocata, in Italia (nel passato recente, il Paese più europeista d´Europa). Mentre oggi è guardata con sospetto. Atteggiamento meritato, d´altronde, visto che l´Unione Europea appare un ossimoro. Una somma di interessi nazionali perlopiù in conflitto.
Così sale la nostalgia. Del muro e dei confini. Nostalgia. Del tempo in cui i romeni erano comunisti da liberare. Mentre ora sono diventati Rom di cui liberarsi.
Nostalgia. Del Muro che a Sud ci divideva dall´Altro Mondo. Il Terzo. Dall´Africa, dai Paesi in via di sviluppo. Dall´Islam. Perché il Mediterraneo, in fondo, tale appariva. Un Muro. Contrastava il flusso

Il buon tsunami - di Massimo Gramellini

Come il Pangloss di Voltaire che tesseva l’elogio del terremoto di Lisbona coi parenti delle vittime, Roberto De Mattei ha spiegato dai microfoni di Radio Maria che lo tsunami giapponese «è stata un’esigenza della giustizia di Dio» e che «per i bimbi innocenti morti nella catastrofe accanto ai colpevoli» (ma colpevoli di che?) si è trattato di «un battesimo di sofferenza con cui Dio ha inteso purificare le loro anime». Ora, Pangloss era un paradosso letterario. Ma De Mattei esiste davvero ed è pure il vicepresidente del Cnr, tempio e motore della ricerca scientifica.
Inutile replicare alle sue farneticazioni, offensive per qualsiasi credente dotato di un cervello e soprattutto di un cuore. Chissà se avrebbe il coraggio di ripeterle in faccia ai frati che si videro cascare addosso la basilica di Assisi: immagino che, per De Mattei, il Dio dei terremoti avesse deciso di castigare anche loro. Ma in quale Paese l’autore di simili affermazioni può restare ai vertici della ricerca finanziata dal denaro pubblico, senza che si muova il governo o almeno la Croce Rossa? Forse solo nel migliore dei mondi possibili vagheggiato da Pangloss. E in Italia, naturalmente. Dove due anni fa il vicepresidente del Cnr organizzò, a spese del Cnr, un convegno contro Darwin, che è come se il vicepresidente dell’Inter organizzasse un convegno contro Mourinho. Possibile che quest’uomo non avverta l’incompatibilità paradossale fra la sua carica e le sue idee? Non resta che invocare l’intervento divino: un terremoto «ad personam» che gli sfili la poltrona da sotto il sedere.

lunedì 28 marzo 2011

Una sola di queste notizie è falsa. - di Michele Serra su Repubblica

1 - Il presidente delle Generali, Geronzi, che guadagna un fantastiliardo all´anno, ha fatto le sue rimostranze all´amministratore delegato perché l´azienda non gli ha regalato il nuovo Ipad. 2 - Sul sito ufficiale del governo di un importante Paese europeo (l´Italia) è apparsa una nota ufficiale nella quale si smentisce che il premier abbia cantato una canzone durante una riunione politica. 3 - Il vicepresidente del prestigioso Cnr (Centro Nazionale Ricerche) ha dichiarato a Radio Maria che il terremoto del Giappone è "una punizione divina, come il fuoco su Sodoma e Gomorra". E´ la seconda carica del più importante consesso scientifico della Repubblica italiana. 4 - Il gruppo parlamentare dei Responsabili ha proposto di indire una giornata di lutto nazionale per la morte di Liz Taylor. 5 - La nipote di Benito Mussolini è fortemente contrariata dal fatto che la compagnia telefonica Tim abbia assunto una nuova testimonial pubblicitaria nonostante costei parli male di Silvio Berlusconi. 6 - Il segretario di Stato del Vaticano, monsignor Bertone, una delle massime autorità spirituali del nostro pianeta, telefona continuamente (anche in Parlamento) al ministro Romani per suggerirgli - non si sa se anche a nome del Papa - il nome del nuovo direttore generale della Rai.
Una sola di queste notizie è falsa. Sapreste dire quale?

Anche la pioggia - di Concita De Gregorio su L'Unità

Provate a immaginare un vostro nonno. Non dico uno di quelli che sono partiti per l'America con un posto ponte sulla nave, biglietto di sola andata. Anche un nonno che lascia il paese in Calabria per andare a cercare lavoro a Torino. Immaginatelo ragazzo. A diciott'anni, diciamo. Che tutta la famiglia per anni ha messo da parte quel che gli sarebbe servito a partire, pochi soldi e due vestiti. Che saluta con la valigia in mano la madre il padre i fratelli, gli amici e la ragazza che ama. Che non ha mai visto nient'altro che i campi attorno a casa sua, che ha paura, che non sa cosa l'aspetta, che va in un posto lontanissimo di cui non conosce bene la lingua, l'italiano, e dove fa freddo e non ci sarà nessuno ad aspettarlo. Però va perché non c'è altro da fare, perché i suoi genitori la sua famiglia tutto il suo mondo si aspettano questo da lui, che parta e trovi un lavoro e mandi a casa i soldi per campare, che sia la loro promessa di vita e la sua.
Secondo voi se vostro nonno, all'arrivo a Torino, alla stazione, alla fine di quel viaggio che sembra lungo giorni invece dura l’esistenza intera, se scendendo dal treno avesse trovato un funzionario con un foglio da firmare e cento lire in mano, uno che gli diceva “ti do questi soldi se torni a casa tua” lui sarebbe tornato? Io di mio nonno penso di no. Forse mi sbaglio, perché uno non sta mai davvero nella testa di un altro. Ma penso che gli avrebbe detto no, guardi, cento lire se le tenga non so cosa farmene: a me serve una vita. Lei ce l'ha una vita da darmi? Allora si sposti, scusi, che devo passare e cercarmela da solo. Con queste gambe e queste mani che son tutto quello che ho. Penso anche che uno che scende da una barca su cui ha attraversato il mare rischiando di morire e vedendo morire quelli attorno a sé sia anche meno propenso di mio nonno ad accettare 1500 euro in cambio della rinuncia alla vita che ha sperato. È un’offerta insensata e umiliante persino per chi la fa.
A volte basta poco per dire e proporre cose sensate, eventualità utilissima specie se il compito è quello di governare un Paese, lo dico pensando al ministro Frattini che immagina di risolvere il problema della fuga dal

Federalismo regionale, Bossi ringrazia il Pd - di Rodolfo Sala su Repubblica

Un´alzata di spalle all´indirizzo di Fini, che da Milano torna a negare l´esistenza della Padania: «Può dire quello che vuole, se aspettavamo lui il federalismo non ci sarebbe mai stato». E una grandissima lisciata di pelo al Pd che, con l´astensione in Bicamerale, ha garantito il via libera al decreto sul federalismo regionale. Umberto Bossi applaude la sinistra: «Grazie a loro il decreto è passato senza ritornare all´Aula». E spariglia. Fino a lasciar immaginare - ma solo quando l´intero pacchetto federalista sarà approvato in via definitiva dal Consiglio dei ministri - scenari inediti: «A quel punto bisognerà mettere in pista qualcosa di nuovo», avverte con fare sornione dopo aver concluso a Besozzo, nel Varesotto, un convegno sulla figura di Carlo Cattaneo. Inutile chiedergli di più, il messaggio è lanciato ed è meglio che resti un po´ nel vago.
Però i riconoscimenti al Pd sono chiarissimi. E abbondano. Il leader della Lega vuole dirlo subito, appena sceso dalla macchina: «Con la sinistra c´è un dialogo lungo, che va avanti da tempo». Il fatto nuovo è che «adesso si è mossa, prima non si muoveva». Certo, l´Umberto ci ha messo del suo, e vuole farlo sapere. Prima del voto in Bicamerale ha chiamato Bersani al telefono: «Gli ho detto che votare contro era una pazzia, e infatti si sono astenuti». Quindi ringrazia il Pd, per tre volte. Il tramite è il deputato varesino Daniele Marantelli, ufficiale di collegamento tra Bersani e Bossi, unico non leghista a sedere nel cda della Fondazione Carlo Cattaneo (di cui il Senatùr è presidente onorario), che promuove il convegno.
All´ultimo momento il parlamentare del Pd è stato chiamato per sostituire Vasco Errani, artefice dell´accordo trovato tra il governo e le Regioni. Marantelli chiede a Bossi di rivedere il decreto sul fisco municipale, al quale il Pd ha votato contro. Risposta: «Io non cambierei niente. Comunque ci dovrà pensare Tremonti, con il quale io ho un buon rapporto».
Si annuncia complicato, invece, quello con il neoministro dell´Agricoltura, il "responsabile" Saverio Romano. Nomina giusta? «Speriamo», risponde il Senatùr, ma il Carroccio ha già prenotato un posto da

Gran confusione nei cieli d'Europa - di Eugeni Scalfari su Repubblica

I giornali di tutto il mondo, i nostri compresi, scrivono da giorni che c´è grande confusione. Lo dicono anche i governi, gli stati maggiori delle varie forze armate, i politici e le persone interrogate per strada.
C´è grande confusione sulla guerra di Libia, sulle sollevazioni africane e mediorientali (alle quali proprio in queste ore si sono aggiunte la Siria e la Giordania), sull´uso del nucleare, sui debiti sovrani, sugli schieramenti internazionali, sui flussi migratori. I grandi paesi emergenti, Cina India Brasile Russia Sudafrica, cominciano ad elaborare una posizione politica comune che sia alternativa a quella dell´occidente, cioè del Nord- America. L´Europa, come sempre, è divisa in due, forse in tre se non addirittura in quattro pezzi. Divisa su tutto: sul caso Gheddafi, sull´immigrazione, sull´energia atomica, sull´economia.
Ma c´è grande confusione anche sui concetti che sembravano chiari, sul significato di parole che sembravano univoche, su valori che sembravano condivisi: il fondamento della morale, il pacifismo, la democrazia, la dignità della donna. Perfino la libertà. Perfino l´eguaglianza. Perfino i diritti e i doveri.
Si direbbe che, quasi d´improvviso, il gomitolo della storia non riesca più a svolgersi, i fili si sono imbrogliati inestricabilmente, i nodi sono arrivati al pettine tutti insieme, la cruna dell´ago è ostruita. Babele trionfa e trionfano la ferocia l´astuzia la Suburra.
Bisogna dunque cercare il capo del filo e svolgerlo per poter capire qualche cosa.
E il capo del filo, sul terreno concreto, oggi sta in Europa perché è proprio qui in Europa che il groviglio è diventato più inestricabile e la confusione ha raggiunto il massimo.
La risoluzione dell´Onu ha stabilito che la popolazione civile della Libia sia protetta dalla Comunità internazionale contro le operazioni poliziesche e militari di Gheddafi. Protetta con tutti i mezzi disponibili ed efficaci per fermare Gheddafi, con l´esclusione di sbarcare truppe a terra. La «no fly zone» è uno degli strumenti, ma non il solo, anche perché porta con sé logicamente la distruzione degli impianti gheddafiani a terra e in volo: aeroporti, flotta aerea, installazioni radar, batterie contraeree. Ma poiché l´obiettivo è quello di tutelare la popolazione civile bisogna anche distruggere il sistema dei trasporti militari, le armi pesanti di

"Ma le bombe che minchia c'entrano con la democrazia?" . di Mila Spicola su L'Unità

Mila Spicola
1.“Tu puoi essere marxista, anarchico, Mao, Lin Bao, tu puoi leggere i libretto rosso, tu puoi fare tutto quello che vuoi! Non sei un cavallo! Sei un cittadino democratico e io ti devo rispettare..Ma i botti terroristici, le intimidazioni, le bombe, che minchia c’entrano con la democrazia?!?” (Gian Maria Volontè, Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto)
2. 21 marzo Lunedì, si parte: partire è un po’ come morire. A pochi kilometri da Lampedusa morire è restare. Parola d’ordine: per quattro giorni dimenticare. Veneto, viaggio d'istruzione, 43 ragazzi di scuola media, tre professori.
3. 22 marzo Martedì: il tempo si ferma davvero dentro il teatro olimpico a vicenza e tra i giardini e i colori di tiepolo a villa valmarana. E ti sovvien l’eterno e le morte stagioni…“professoressa devo far pipì” “professoressa quando ci fermiamo? Ho fame.” Sono solo le undici ragazzi, dai. No, il tempo non si ferma. E la presente e viva e il suon di lei si fanno sentire. A 13 anni è l’adesso a vincere. Dalle borgate di Palermo al corso Palladio la fame è fame ed è insaziabile.
4. 23 marzo Mercoledì: cappella degli Scrovegni. Compianto del Cristo morto. Li vedo tutti muti e zitti col naso all’insù. “professoressa: è quello del libro!! Sembra vero!” “Professoressa guardi le ali di quell’angelo! Hanno i colori della bandiera!” Quei diavoli stancabili e rumorosi..immobili e con gli occhi spalancati. I colori della bandiera…Chi l’avrebbe mai detto…E la prof si è messa a piangere. In un angoletto di fronte a una virtù mai dipinta. La fiducia.
5. 23 marzo mercoledì: il Brenta le ville il canale il battello il sole le papere le foto la malcontenta villa pisani il letto di Napoleone…il letto di Napoleone!! Prof!! Il parco!! il labirinto!! Domenico non si trova!! 115 stanze..e lo troviamo al telefono …mamma mamma centoquindici stanze…sono di fronte al letto di napoleone..strozzarlo? No no…
6. 23 marzo mercoledì: echi di sassi e di scontri a palermo e …ma che dici?! Alla mondadori? E perché?!? Antifascisti contro la presentazione di un libro organizzata da casa pound? E che antifascisti sono?! Coi passamontagna..per nascondere le loro teste di cazzo? Nessun giorno per dimenticare.
7. 23 marzo mercoledì sera. In camera tutti dopo cena. Cartacce sul pullman, Domenico si è allontanato

Nuovo spot: paura del buio - di Francesca Fornario su L'Unità

Colloquio tra Maroni e Bossi. «E se dicessimo che possono esplodere?». «Chi?». «Gli immigrati». «Intendi metaforicamente?». «No, intendo proprio fisicamente, esplodere. Booom! Come le centrali nucleari. Ci inventiamo una cosa sulle percentuali di uranio nel sangue dei negri. Tipo che a forza di mangiare piccante diventano infiammabili». «Ma è assurdo!». «Anche l’inferno, con le fiamme e il diavolo. Però la gente ha paura lo stesso». «Del resto, anche dire che ci portano via il lavoro è assurdo. Te ci andresti a fare la badante a un vecchio col pannolone?». «Piuttosto salto su un gommone e cerco fortuna in Nord Africa». «È che non vorrei che con la storia del Giappone finisce che la gente ha più paura del nucleare che degli immigrati». «Ci tocca ristampare tutti i manifesti». «No alle centrali clandestine». «Fuori le scorie dall’Italia». «Che poi l’hanno già detto i verdi e non se li è filati nessuno, invece la cosa degli immigrati era bella perché ci è venuta in mente per primi a noi, come l’Antrace a Bush». «C’è il problema di Bossi. Lui ormai ci crede VERAMENTE». «Ma dai, è impossibile». «Ti dico di sì, ha paura degli immigrati». «Ma se sono poco più del 6% della popolazione e producono il 10% del Pil! Di fatto, ci pagano la pensione». «Pensa che per due milioni di lavoratori stranieri che versano contributi all'Inps, ci sono solo 6mila stranieri pensionati. Gli altri contributi ce li mettiamo in tasca noi». «Pazzesco. Secondo me finisce prima o poi ci scoprono». «Gli immigrati?». «Ma no, gli elettori. Bisogna che per il futuro ci inventiamo qualcosa che faccia paura davvero, o cominceremo a perdere voti». «Io un’idea ce l’avrei ma...». «Dai, spara». «No, mi vergogno». «Dai, non lo dico a nessuno». «Giura». «Giuro su Dio che sennò vado all’inferno». «Il buio».

Un finto rivoluzionario, un grande restauratore. - di Michele Serra su Repubblica

Giusto che ci si indigni o ci si interroghi (a seconda del grado di esasperazione raggiunto) sulla nomina a ministro di una persona sotto inchiesta giudiziaria. Ma dovrebbe suscitare un clamore almeno pari il fatto che questa persona non abbia alcuna competenza in materia. Stiamo parlando, ovviamente, del neoministro dell´Agricoltura Romano, messo lì solo perché "in quota" ai Responsabili. Non è una novità: percorrendo a ritroso l´albo dei ministri dell´Agricoltura, si scopre che pochissimi (a occhio solo tre: De Castro, Diana, Marcora) erano persone del settore. Per forza: se la logica è usare le cariche pubbliche per sistemare equilibri politici, e per sfamare gli appetiti degli alleati, diventa oggettivamente impossibile procedere per competenze e per merito.
È forse questa – più di ogni altra – la vera "questione morale". Strutturalmente immorale è una politica che non parte dalla gestione del problema, ma dalla gestione dei gestori. La società (cioè noi) ne esce degradata a puro pretesto per la spartizione del potere. Il merito e il talento, che ci dicono essere il vero motore delle società di mercato, scompaiono di scena. Il vero peccato capitale di Berlusconi non è Ruby. è avere perpetuato, ai peggiori livelli, il "teatrino della politica" tanto deprecato. Un finto rivoluzionario, un grande restauratore.

"Invoca la Grande Riforma ma a Berlusconi fa comodo una giustizia allo sbando" - di Liana Milella

Era silente da tempo la Bongiorno. Dopo due anni di trincea come contraltare di Berlusconi sulla giustizia. Complici, nel silenzio, l´impegno della sua gravidanza e la nascita di Ian. Ai suoi amici, la presidente della commissione Giustizia aveva anche detto: "Che spettacolo e che stanchezza. Sempre lo stesso gioco, nessuna riforma vera per la giustizia, ma solo leggine per sistemare gli affari giudiziari di Berlusconi". Poi, ecco il rush impensato del Pdl, la raffica con la riforma costituzionale, il processo breve, la prescrizione breve, pure la responsabilità civile dei giudici. Così la responsabile Giustizia di Fli ha ricominciato a parlare. A Repubblica dice: «L´emendamento Pini è la prova che questa maggioranza non vuole riformare la giustizia, ma creare norme salva-premier e norme che puniscano i magistrati».
Andiamo per flash, la materia è tanta. Partendo dall´ultima creatura, la responsabilità civile. Il Pdl dice che chi critica la norma vuole salvare la casta.
«Non è così. I giudici hanno una funzione talmente delicata che è giusto pretendere sempre la massima buona fede e la massima competenza. Se un magistrato si rivela non all´altezza del compito altissimo che è chiamato a svolgere, è giusto che paghi. E siccome per adesso il sistema dei controlli e delle sanzioni non ha funzionato si deve intervenire. L´emendamento Pini, però, non disciplina nulla, si limita genericamente a dilatare a dismisura la responsabilità dei magistrati».
È accettabile una formula così vaga, "violazione manifesta del diritto", per far partire una richiesta di risarcimento?
«Più che vaga, è inaccettabile. Ci si dimentica che ogni norma ha una zona grigia in cui il giudice deve poter interpretare la legge e applicarla al caso concreto. Con la spada di Damocle della responsabilità dilatata, un´interpretazione corretta potrebbe, invece, essere considerata una manifesta violazione di legge. È ovvio che

Asia Bibi parla dalla cella "Salvatemi dal Pakistan" - di Francesca Caferri su Repubblica

Asia Bibi
«Sto male. Mi sento soffocare fra queste quattro mura in ogni momento. Ogni minuto che passa mi sembra essere l´ultimo. Mi sveglio tutte le mattine pensando che quello sarà il mio ultimo giorno». È un grido disperato quello Asia Bibi lancia dalla cella di isolamento del carcere di Sheikpura, nel Punjab pachistano, dove è rinchiusa, condannata a morte per blasfemia, nella prima intervista concessa dall´inizio della sua vicenda. La donna, madre di 5 figli, è stata arrestata nel 2009 e condannata nel 2010: la sua colpa, secondo le vicine di casa, sarebbe quella di aver insultato Maometto e di essersi rifiutata di convertirsi all´Islam. Il caso si è trasformato in una questione internazionale quando la proposta di modificare la legge sulla blasfemia sull´onda della sua vicenda, ha generato un´ondata di violenze in Pakistan: una rabbia culminata negli assassinii, a gennaio e marzo, del governatore del Punjab Salmaar Tasmeer e del ministro delle Minoranze religiose Shahbaz Bhatti, che si erano battuti per la modifica.
Dopo queste morti, il cerchio intorno ad Asia Bibi si è stretto ulteriormente. Oggi vive in isolamento: non può uscire dalla cella neanche per prendere aria, perché c´è il timore che venga assassinata. Familiari e legali sono minacciati. È malata, e chi la conosce è preoccupato per la sua salute, fisica e mentale. Questa preoccupazione è uno dei motivi che spiega la scelta di rompere il silenzio, parlando per la prima volta con un giornale. Asia Bibi risponde alle domande tramite il marito, Ashiq, l´unica persona insieme ai suoi legali autorizzata ad incontrarla, e alla sede londinese della Masihi Foundation, che si occupa della sua difesa.
Signora Bibi, per prima cosa vuole raccontarci come sta?
«Prima di rispondere alla sua domanda, voglio mandare i miei ringraziamenti a tutti quelli che sono preoccupati per me e che stanno pregando per me. Io sto molto male. La notizia della morte di Shahbaz Bhatti mi ha devastato e non riesco a riprendermi. Mi sento soffocare in queste quattro mura in ogni momento. Ogni

Perché andiamo in piazza in difesa di sorella acqua - di Stefano Rodotà su Repubblica

Oggi, a Roma, i promotori del referendum sull´acqua avviano non tanto la loro campagna elettorale, quanto piuttosto una grande riflessione destinata a incidere non poco sul corso della politica. In questi mesi è sembrato che i movimenti sempre più presenti nelle piazze e i partiti confinati nei loro palazzi (o in tv) appartenessero a mondi diversi, lontani. Mondi persino caratterizzati da reciproche diffidenze. Quante volte nel centrosinistra si sono levate voci contro i rischi del movimentismo? Quante volte gli organizzatori delle manifestazioni hanno orgogliosamente sottolineato che nelle loro piazze non v´era alcun simbolo di partito?
Ora quei due mondi sono obbligati ad avvicinarsi sempre di più, fino ad incontrarsi nelle fatali giornate dei referendum. Lì confluiranno iniziative diverse. Alcune, quelle riguardanti il nucleare e il legittimo impedimento, sono state promosse dall´Italia dei Valori. Altre due, che hanno come oggetto la gestione dell´acqua, sono nate da una straordinaria mobilitazione di persone, gruppi, associazioni che, senza alcun sostegno del sistema dell´informazione, hanno raccolto un milione e quattrocentomila firme, un risultato mai raggiunto nella storia referendaria. Così i partiti sono chiamati a definire il loro rapporto con questo mondo che li circonda e che si esprime con modalità irriducibili agli schemi stanchi e ripetitivi di una politica logorata. Non dovranno confrontarsi con l´antipolitica, ma con la realtà di una politica diffusa. Nella maggioranza sono già evidenti i segni di una fuga dai referendum, la speranza che il quorum non venga raggiunto. E le diverse e variegate opposizioni hanno una occasione, forse irripetibile, per cominciare a ricostruire un consenso non più logorato da logiche oligarchiche, da culture autoreferenziali, da tattiche di brevissimo respiro.
Vi è un tratto che avvicina proposte referendarie nelle apparenze così lontane. È il "comune", quello che ci porta (o dovrebbe portarci) al di là degli egoismi e dei particolarismi, verso l´interesse generale, e così costruisce legami sociali. È giusto, allora, che siano i cittadini a dire la parola definitiva. Di che cosa ci parlano

Tagli ai disabili, Gelmini condannata E scoppia il caso Giochi studenteschi - di Salvo Intravaia su repubblica

"Condotta discriminatoria" . Così Il tribunale della Spezia ha giudicato la decisione del ministro Gelmini di ridurre le ore di insegnamento di sostegno. Ed è stasta denunciata da uno studente disabile di un istituto superiore della città ligure. Il giudice ha condannato il Ministero a ripristinare le ore di sostegno e a pagare le spese processuali. I genitori del ragazzo hanno contestato il contrasto fra i tagli della Gelmini e il diritto alla tutela delle persone con disabilità. "L'articolo 3 della Costituzione - si legge nel ricorso - promuove la piena attuazione del principio di parità di trattamento" e con il provvedimento ministeriale "viene leso il diritto del disabile all'istruzione".
E intanto non si placa la polemica per l'esclusione degli alunni disabili dai giochi sportivi studenteschi. Tanto che la commissione Cultura della Camera sconfessa il ministro dell'Istruzione presentando una risoluzione bipartisan che chiede lumi. Dopo l'intervento del ministro, che ha bollato come "falsa" la notizia, sull'argomento torna l'Italia dei valori. La prima a chiedere lumi sull'esclusione degli alunni con handicap dalle finali nazionali di Corsa campestre è stata la deputata del Pd, Manuela Ghizzoni, che si è affidata ad una interrogazione parlamentare.
"L'esclusione dei ragazzi disabili dalle finali dei giochi sportivi studenteschi è gravissima e in netto contrasto con le norme di legge sull'integrazione scolastica, che da sempre costituisce un punto di forza del nostro sistema educativo", tuonava una settimana fa la Ghizzoni. La deputata, in occasione delle finali nazionali di Corsa campestre disputate a Novi (Vi) lo scorso 20 marzo, ha messo sul banco degli imputati la modulistica, inviata dal ministero alle scuole quest'anno, che "non prevede quella abitualmente prevista per gli studenti disabili".
Chiedendo all'inquilino di viale Trastevere, come "il ministero intenda ovviare ad una situazione discriminatoria che contrasta con la piena inclusione di questi alunni, anche attraverso progetti di diversità

"L´Italia è in prima linea. Anzi no Era meglio stare fuori dall´alleanza" - di Francesco Bei su Repubblica

Avrà sicuramente ragione Fabrizio Cicchitto, intervenuto alla Camera giovedì per dichiarare il voto del Pdl sulla Libia, a dire che «il governo non è confuso. Ad essere confuso è il mondo». Ma ora che il comando dell´operazione Odissey Dawn finalmente sta passando alla Nato, basta scorrere l´archivio dell´ultimo mese per apprezzare le spericolate capriole del governo nella politica libica.
Tutti ricordano l´incipit della storia, quando un manipolo di cronisti intercettò il 19 febbraio Berlusconi, a via del Plebiscito, per chiedergli lumi sulla situazione a Tripoli (dove da giorni era in corso una feroce repressione). E il Cavaliere se ne uscì con una di quelle frasi destinate a non essere obliate: «No, non ho sentito Gheddafi. Non mi permetto di disturbare nessuno». Un´enormità che persino Bossi definì «una pessima uscita» e La Russa chiarì: «Io non avrei usato la parola disturbare». Ma in fondo il premier non si è mai discostato dalla linea gheddafiana. Così ancora un mese dopo, il 21 marzo, quando un missile aveva mancato di poco la testa della Guida suprema, il premier confessava la sua amarezza: «Sono addolorato per Gheddafi e mi dispiace». Stupefacente, ma non incoerente.
Diverso invece il caso del ministro degli Esteri, passato in poco tempo da una posizione di difesa dello status quo sulla "quarta sponda" a uno strenuo interventismo umanitario. Una giravolta stigmatizzata due giorni fa a Montecitorio dal radicale Matteo Mecacci, che ha citato in aula un´intervista di Frattini del 17 gennaio, tre giorni dopo la cacciata di Ben Ali. Sosteneva Frattini: «Faccio l´esempio di Gheddafi. Ha realizzato la riforma dei congressi provinciali del popolo: distretto per distretto si riuniscono assemblee di tribù e potentati locali, discutono e avanzano richieste al governo e al leader. Cercando una via tra un sistema parlamentare, che non è quello che abbiamo in testa noi, e uno in cui lo sfogatoio della base popolare non esisteva, come in Tunisia. Ogni settimana Gheddafi va lì e ascolta. Per me sono segnali positivi». Dall´elogio del riformatore alla critica sprezzante quando Gheddafi dà dei «traditori» ai governanti italiani: «Non dobbiamo farci intimidire

sabato 26 marzo 2011

Turbati da una rivoluzione araba che sovverte la loro visione del mondo, alcuni ministri italiani si sono trasformati in profeti di sventura. E subito i giornali governativi hanno cominciato a suonare le campane a morto. - di Gad Lerner su Repubblica

Mentre Frattini sparava cifre a casaccio su «un´invasione di 300 mila profughi», La Russa e Maroni abusavano dei sacri testi per evocare un "Esodo biblico", giungendo martedì scorso a fantasticare di "Tsunami umano".
Rileggere in sequenza i titoloni di prima pagina de La Padania aiuta a comprendere lo stato d´animo di costernazione con cui i nostri governanti vivono questi cambiamenti storici, percepiti nel resto d´Europa come rischiosi, certo, ma potenzialmente benefici. "Maroni: stop all´invasione" (11 febbraio). "Travolti dall´orda. E l´Ue dorme. Crisi senza precedenti, un altro Muro di Berlino. Respingimenti impossibili senza la collaborazione della Tunisia. Sempre più elevato il rischio infiltrazioni di Al Qaeda" (15 febbraio). "Maroni: Libia, pericolo Al Qaeda" (25 febbraio). "Maroni: l´argine sta crollando" (8 marzo).
Mai in passato un responsabile dell´ordine pubblico si era così prodigato nel seminare il panico; sposando acriticamente la propaganda di Gheddafi: sia quando accusa gli insorti di essere terroristi, sia quando minaccia l´assalto dei profughi alle coste europee.
Ma è il governo nel suo insieme a incaricarsi di una mera funzione di contenimento, ignorando le opportunità storiche che i rivolgimenti in corso sulla sponda sud del Mediterraneo potrebbero riservare a un paese come il nostro, afflitto da invecchiamento demografico e crescita rallentata. Nei secoli l´Italia ha sempre conosciuto la prosperità collegandosi allo sviluppo armonico del Nordafrica e del Levante. Mentre ha patito i contraccolpi delle fasi storiche in cui i nostri vicini meridionali sono arretrati.
Dare per scontato che la rivolta giovanile in corso nel mondo arabo debba sfociare necessariamente in oscurantismo e spinta migratoria, alimenta nella nostra sfiduciata classe dirigente una coazione a ripetere. Eccola, allora, protesa nervosamente nel vano tentativo di ricostruire in fretta e furia un´altra diga. Non a caso Berlusconi ancora oggi rivendica come "capolavoro politico" il Trattato d´amicizia italo-libico firmato a Bengasi il 10 agosto 2008 e già miseramente fallito.
L´esito inglorioso della partnership con Gheddafi, costosa e moralmente discutibile, sembra non averci insegnato nulla. Davvero pensiamo che in futuro potremo cavarcela finanziando profumatamente altri

Mafia in Lombardia, lite Formigoni-Vendola - di Rodolfo Sala su Repubblica

«Da voi c´è la mafia». «Sei un miserabile, parli sotto l´effetto di qualche sostanza». Volano gli stracci tra i governatori Nichi Vendola e Roberto Formigoni, e a scatenare la rissa è il presidente della Puglia. «La Lombardia - ribadisce Vendola, ieri in trasferta a Milano - è la regione più mafiosa d´Italia». L´aveva già detto, nemmeno un mese fa, ma stavolta l´attacco è più circostanziato. Il governatore di centrosinistra, nonché leader di Sel, punta il dito contro la ‘ndrangheta che «pervade a fondo soprattutto la sanità, controlla le Asl, ha i propri boss che si riuniscono negli ospedali e hanno un circuito di appalti interno alle pubbliche amministrazioni». Insomma, il bersaglio sono i vertici delle istituzioni locali, dominate dal centrodestra.
Nonostante questa presenza capillare della ‘ndrangheta nella gestione della sanità, continua infatti il governatore della Puglia, «non abbiamo avuto la fortuna di vedere sui tg nazionali le facce di Letizia Moratti e Roberto Formigoni associati a queste vicende». La replica del governatore lombardo è durissima: «Vendola è un miserabile, lo sapevamo, e le sue parole lo confermano; tra l´altro ripete le stesse cose che ha detto venti giorni fa, quindi probabilmente è sotto l´effetto di qualche sostanza». E ancora: «Siamo la regione più sotto attacco da parte della mafia, che non è certo nata nel nostro territorio». Controreplica: «Formigoni ha perso le staffe, se cerca qualcuno dedito all´uso di stupefacenti, non si rivolga a me, si può guardare attorno».
Gli argini sono rotti, la polemica prosegue a colpi di machete. Vendola: «Uno dei capi della ‘ndrangheta era il direttore generale che Formigoni aveva scelto per dirigere un Asl». Formigoni: «Risponda, Vendola: come mai il suo ex assessore Tedesco, che non è stato messo in galera solo perché il Pd lo ha fatto senatore, ha detto con chiarezza che gli stessi reati commessi da lui sono stati commessi da Vendola?». Ma l´ex assessore pugliese, autosospesosi dal Pd dopo la richiesta di arresto formulata dalla magistratura di Bari, in

Ciascun partito faccia pulizia in casa propria - di Walter Veltroni su Corriere della Sera

Caro direttore,
ora speriamo davvero di non risentire le voci di chi vuol minimizzare, le
scrollate di spalle di chi non vuole guardare in faccia la realtà, le frasi
penose – e purtroppo talvolta anche di autorevoli esponenti delle istituzioni e della politica di centrodestra – di chi parla di allarmismo o afferma che al Nord, in Lombardia la mafia non esiste. La bella, drammatica lettera del procuratore capo di Reggio Calabria Giuseppe Pignatone pubblicata dal Corriere non può e non deve restare una semplice denuncia. Cosa ci dice il dottor Pignatore? Che la ‘ndrangheta in Lombardia fa affari, scambia capitali, paga parcelle, compra e “alleva” amministratori e politici asserviti alla criminalità. Cosa ci chiede il procuratore di Reggio Calabria? Di reagire, di spezzare il silenzio e l’omertà.
E’ un richiamo severo e ponderato. Dagli arresti di Desio alle ultime manette scattate con l’operazione “Il Crimine” magistratura e forze dell’ordine (insieme, quelle di Reggio e quelle di Milano) stanno squarciando il velo. Sono venuto più volte in Lombardia partecipando insieme a tanta gente a iniziative antimafia, ho scritto di recente sulle pagine milanesi del Corriere. Eppure quel “cono d’ombra” di cui parla Pignatone ho l’impressione non sia ancora del tutto scomparso, c’è una remora a prendere atto di quanto profonde siano le radici messe su questi territori dalla ‘ndrangheta, di quali interessi sia capace di mobilitare. Vedo in questa resistenza due elementi che vanno analizzati e districati. Da una parte sembra che la politica che qui governa cerchi di allontanare i sospetti che le indagini stanno invece mettendo in luce: quando un boss vuole orientare pacchetti di voti verso politici da far crescere prima nelle amministrazioni locali poi in Parlamento, quando sindaci e amministratori vengono arrestati, quando legami tra criminalità e tecnici delle amministrazioni sono provati, allora sottovalutare non è solo sbagliato, è criminale. Dall’altra vedo invece una società che appare stupita, c’è anche il legittimo orgoglio di comunità che credevano di essere lontane dai fenomeni mafiosi e che

venerdì 25 marzo 2011

«La mia guerra a questa guerra» - di Guido Moltedo su Europa

Dubbi sull’operazione libica, professor Cacciari?
Dubbi immensi: il solito intervento senza strategia sul dopo. L’obiettivo è togliere di mezzo Gheddafi? E dopo? Si sa chi sono i suoi avversari? Chi ne è a conoscenza, quali rapporti hanno e con chi? Non si sa niente. È una politica, quella occidentale, ormai da parecchi anni, senza intelligence. È facile anche buttare la croce su Berlusconi ma è chiarissimo che nei suoi approcci con Gheddafi era all’oscuro di tutto: della debolezza del personaggio, di chi gli si oppone, di quello che stava preparando in Libia. Ma dove sono i servizi, chi raccoglie le informazioni? E la rete diplomatica, che fa? È pazzesco. E poi le cose scoppiano; guarda in Egitto, in Tunisia. È incredibile come le potenze occidentali non abbiano alcuna conoscenza reale dell’interlocutore.
E allora? Si doveva restare con le mani in mano assistendo alla carneficina dei suoi stessi concittadini da parte di un despota?
Per esempio, non si poteva mandare un corpo di spedizione, diciamo così, intorno a Bengasi, a sostegno degli insorti, e nel frattempo impedire l’avanzata del Colonnello?
Un intervento di terra? Ma sarebbe stato ancora più rischioso e carico di conseguenze...
Perché pensi che non stiano pianificando di andare via terra? Pensi che gli oppositori di Gheddafi abbiano la forza per contrapporsi alle sue truppe di terra? L’idea di poter fare la guerra dal cielo mi pare che in Afghanistan come in Iraq sia costata caruccia. A un certo momento devi scendere a terra. O hai già la gente in terra che ti fa la guerra – e sarebbe la condizione auspicabile – oppure qualcuno a terra deve scendere: non si vince una guerra dal cielo.
Insomma, sei uno strenuo sostenitore dell’autodeterminazione dei popoli, e non credi nella necessità neppure in certi frangenti di un intervento esterno...
Guarda, l’intervento esterno può esserci quando le dinamiche e le relazioni politiche sono chiare. Allora è evidente, la sua ragion d’essere. Cioè, quando vi è una forza di opposizione che è stata riconosciuta nel

Bersani, è ora di andare davvero “oltre” - di Lucio D'Ubaldo su Europa

Una discussione serena non può partire dalla negazione di un fenomeno diffuso, strisciante, insidioso, che segna l’esperienza del Partito democratico nelle sue diverse articolazioni, specie a livello territoriale. Il disagio esiste e produce guasti.
Può darsi che a sbagliare siano gli altri – quelli che abbandonano il nostro campo e scelgono strade diverse – ma continuare a destituire di significato l’emorragia di quadri dirigenti e militanti non è un esercizio di saggezza. Dentro questa crisi di appartenenza, infatti, si può scorgere in qualche misura la dinamica che spiega la perdita di consensi dal 2008 ad oggi.
Quando l’elettorato si assottiglia, fatalmente si assottiglia la rappresentanza politica che ne incarna i bisogni e gli interessi. Non ci siamo mai fermati a riflettere. A dominare è stato uno strano “principio d’indifferenza” per il quale, volta a volta, il dissenso e peggio ancora la rottura di gruppi o singole personalità sono apparsi in una luce flebile, senza perciò dispiegare una valutazione delle possibili conseguenze. Con l’andar del tempo è scattata una forma di assuefazione.
Quindi, in rapida successione, è andato affermandosi un brutto sentimento di fastidio: ora manca solo all’appello che gli episodi riportati dalla stampa siano pubblicamente classificati come esempi di speculazione interessata. Di questo passo siamo destinati a perdere il contatto con la realtà.
Il Partito democratico non è un’idea, ma un fatto. Nasce per dare all’Ulivo una dimensione più adatta alla competizione con l’aggregato conservatore e populista, puntando a realizzare maggiore stabilità nell’area

In movimento per costruire l'Italia del futuro - di Enrico Letta sull'Unità

Ogni giorno, in Parlamento e nel Paese, lavoriamo alla fine del berlusconismo. Non più di quattro mesi fa, per la prima volta in quasi due decenni, quest’eventualità sembrava imminente, una questione di ore. Oggi, alla luce dell’esperienza della fiducia di dicembre, sappiamo non solo che Berlusconi è ancora lì, a dispetto diunamaggioranza molto meno stabile di prima, ma anche che la sua uscita di scena sarà tormentata e difficilissima. Sarà qualcosa di simile alla caduta del Muro di Berlino: impatto immediato ma impossibile da valutare nella sua portata complessiva, incertezza, conseguenze destabilizzanti per tutti. Il parallelismo tra l’epilogo dell’epopea berlusconiana e la conclusione della guerra fredda non è così azzardato come sembra, benché la metafora, applicata all’alfiere nostrano della retorica anticomunista, possa suonare paradossale, quasi beffarda. C’è piuttosto, in questa associazione di idee, la constatazione realistica degli effetti pervasivi, e difficilissimi da smaltire, degli ultimi vent’anni sulla storia del Paese. Berlusconi è entrato nella mente e nella pancia degli italiani, di quelli che l’hanno votato e di quelli che l’hanno contrastato con esiti più o meno efficaci. Ha condizionato la cultura, l’economia e la società; ha influenzato il modo di costruire il consenso e quello di gestire il potere;ha inquinato l’etica pubblica e la morale privata. L’elenco è infinito. Ribadirlo punto per punto oggi non significa alimentare l’ossessione antiberlusconiana fine a se stessa, che tanto male ha fatto (e continua a fare) al centrosinistra italiano. Vuol dire, al contrario, avere piena contezza di quello che ci aspetta. Perché per gestire bene l’”Italia del dopo” dobbiamo prepararci per tempo, evitando la tentazione, comoda ma suicida, di restare fermi a guardare il lento tramonto di un progetto politico legato a doppio filo alle sorti del suo inventore e “padrone”. È l’errore per tornare al parallelismo con l’’89 che fece la Democrazia Cristiana di Forlani nei primissimi anni Novanta. Intorno alla DC c’erano i cocci di un sistema di

Un premier sotto ricatto - di Massimo Giannini su Repubblica

Un presidente del Consiglio sotto ricatto. Un governo a responsabilità e a sovranità limitata. Da qualunque parte la si osservi, l'Italia offre di sé un'immagine da fine Impero. Sul palcoscenico vediamo la tragedia della guerra e i grandi orrori della dittatura gheddafiana. Nel retropalco, al riparo dagli sguardi di un'opinione pubblica confusa e disinformata, non vediamo la commedia della destra e i piccoli orrori della "democratura" berlusconiana. La "promozione" di Saverio Romano a ministro è l'ultimo insulto al buon senso politico e alla dignità istituzionale. L'emendamento sulla prescrizione breve per gli incensurati è l'ennesimo schiaffo allo Stato di diritto.
Ciò che è accaduto ieri al Quirinale è la prova, insieme, della debolezza e della sfrontatezza del presidente del Consiglio. Berlusconi paga a caro prezzo la vergognosa "campagna acquisti" che in questi mesi gli ha consentito prima di evitare il tracollo al voto di sfiducia del 14 dicembre, poi di puntellare la maggioranza dopo la fuoriuscita dei futuristi di Gianfranco Fini. La sparuta pattuglia dei cosiddetti "responsabili", assoldati tra le anime perse dei "disponibili" di Transatlantico, gli ha presentato il conto: i nostri voti alla Camera, in cambio di poltrone di governo e di sottogoverno. Esposto a questo ricatto pubblico subito in Parlamento (che si somma ai ricatti privati patiti sul Rubygate) il premier non si è potuto tirare indietro. A costo di imbarcare, al dicastero dell'Agricoltura, un deputato chiacchierato sul quale pende un'inchiesta per concorso esterno in associazione mafiosa.
Non è la prima volta che Berlusconi mette in squadra ministri discutibili, sul piano politico e giudiziario. Volendo, si potrebbe partire da lui stesso. Se si allarga lo sguardo, tornano in mente il plurindagato Cesare Previti ministro della Giustizia, sul quale pose il veto Scalfaro nel maggio 1994, e poi il plurinquisito Aldo Brancher ministro per l'attuazione del federalismo, sul cui pretestuoso "legittimo impedimento" pose il veto Napolitano nel giugno 2010. Ma stavolta c'è di più e di peggio. Da un lato, appunto, c'è la sottomissione

Ma le guerre non costruiscono niente - di Carlo Petrini su Repubblica

«Chi combatte viene sempre sconfitto, da entrambe le parti. È solo una questione di tempo. La vittoria non dura nemmeno il tempo di gridare il suo nome che il piatto della bilancia comincia già a risalire dalla parte del perdente». In questi giorni ho ripreso in mano la "Lettera ai contadini sulla povertà e la pace" di Jean Giono, scritta nel ´38 ma dannatamente attuale. Una lettura che consiglio.
Francamente credo che ci si possa pronunciare contro questa guerra senza dover essere per forza tacciati come fiancheggiatori di qualche forza maligna. Perché la vera forza maligna è la guerra. Io sono convinto che sia ingiusta e faccio fatica a stare zitto, mi sentirei in imbarazzo. Certo, come ha scritto Michele Serra, di fronte a una situazione complessa e drammatica come quella libica viene da sentirsi «indecisi a tutto», ma poi se penso ai bombardamenti, a tutti gli uomini, donne e bambini che possono finire sotto il piombo, a maggior ragione per sbaglio, non ce la faccio a non decidere. Non riesco a pensare che i bombardamenti siano l´unico sistema per risolvere questioni così delicate. Non riesco a non pensare che siamo in un´area africana, un´area che trabocca di petrolio e d´interessi lontani dalla vita delle semplici persone libiche.
È pur vero che ci saranno pochi contadini in Libia, come quelli cui si rivolgeva Giono, ma non mancano di certo i poveri e gli umili, coloro che ora stanno bussando alle porte dell´Europa, dell´Italia, di Lampedusa. Gli umili, che sono sempre i primi ad andarci di mezzo in situazioni di guerra: «il fronte e il ventre» dei conflitti. Nella post-modernità facciamo la guerra ma vogliamo tenerla lontana e vogliamo tenerne lontane le conseguenze. Mentre viviamo una crisi epocale non riusciamo a prendere coscienza che i rapporti con il Sud del mondo si risolvono con la condivisione, a vantaggio di tutti. Condivisione non significa mandare aiuti umanitari per fermare l´invasione di migranti, il nostro principale spauracchio. Aiuti che tra l´altro ogni anno sono promessi dai governi del mondo con tanto di cifre e poi puntualmente non sono erogati. «La crisi», dicono. Ma se non ci sono soldi perché poi si trovano per le armi? In due giorni si trovano risorse per lanciare bombe, mobilitare eserciti, intanto nessuno vuole farsi carico di quei 15.000 umili, quei poveri cristi che sono "parcheggiati" a Lampedusa in condizioni disumane.
Condivisione significa la volontà di costruire insieme qualcosa di duraturo, qualcosa che non sottragga niente a nessuno, ma dia l´umana possibilità di vivere degnamente a tutti e alle future generazioni, sulla propria terra. Condivisione significa proteggere la nostra "cittadinanza terrestre", come la chiama Edgar Morin.
Quindi lo devo dire: sono contrario alle guerre, a questa guerra come m´indignavo per il comportamento di Gheddafi. Il no al tiranno e alla sua strategia criminale deve però essere caparbiamente affermato da una comunità internazionale che usi tutte le armi della diplomazia e del convincimento prima delle bombe. Lo dico non perché arriveranno i clandestini e gli sfollati, non perché ho baciato la mano a qualcuno e mi «dispiace per lui», nemmeno perché nutro interessi particolari o devo riverire un altro più potente di me, tra l´altro rendendomi ridicolo di fronte al mondo.
Non è un caso che le persone che hanno a cuore l´ambiente e i beni comuni, i movimenti ecologici, quelli per l´acqua, per la difesa dell´agricoltura, contro il nucleare, quelli che combattono la fame e la malnutrizione e che lottano contro tutte le ingiustizie, sociali ed economiche, appartengano tutte alla schiera dei pacifisti convinti. A noi che ci sentiamo pienamente "cittadini della terra" non interessa il provvisorio, ci interessa ciò che dura nel tempo, anche se capiamo l´incertezza e lo smarrimento nel cercare di comprendere questi tempi difficili e gli sconcertanti avvenimenti di queste ultime settimane. Vi prego, leggete o rileggete Jean Giono: «La violenza e la forza non costruiscono mai. La violenza e la forza non ripagano mai l´uomo. Possono soltanto accontentare quelli che si soddisfano con il provvisorio. Malgrado tutte le nostre civiltà occidentali, non abbiamo ancora smesso di saziarci del provvisorio. Forse sarebbe ora di pensare all´eterno. Non intimoritevi di fronte a questa parola: essa indica semplicemente uno dei vostri sensi, il più naturale, la vostra facoltà più specifica». Era il ´38, eravamo a un passo dalla Seconda Guerra Mondiale.

Omertà sulla 'Ndrangheta la Lombardia reagisca - di Giuseppe Pignatone su Corriere della Sera

Giuseppe Pignatone
Giuseppe Pignatone da tre anni è capo della Procura della Repubblica di Reggio Calabria. Collabora con le altre procure per smantellare la 'ndrangheta in tutta Italia. Ecco la sua lettera-appello.
Caro direttore,
da circa due anni, e soprattutto dopo l'attentato alla Procura generale di Reggio Calabria del 3 gennaio 2010, gli organi di informazione hanno cominciato a dedicare un'attenzione crescente alla 'ndrangheta e a quello che essa rappresenta per la Calabria e per l'Italia. Comincia così a essere squarciato quel cono d'ombra che, salvo momentanee interruzioni (dopo l'omicidio Fortugno, dopo la strage di Duisburg), ha nascosto per decenni la criminalità organizzata calabrese a un'opinione pubblica preoccupata da altre emergenze: il terrorismo, Tangentopoli, Cosa nostra, i casalesi.
La fine di questo cono d'ombra è un punto di importanza essenziale. Solo così è possibile comprendere la potenza e la pericolosità della 'ndrangheta reggina che non solo ha accumulato e continua ad accumulare immense ricchezze con il suo ruolo di interlocutore privilegiato dei narcotrafficanti sudamericani, ma è anche riuscita ad espandersi in molte parti del mondo a cominciare dalla Lombardia e da altre regioni del Nord Italia. Non è un fenomeno nuovo e già in passato le indagini e i processi hanno documentato queste espansioni. Stiamo però assistendo a un'evoluzione decisiva.
Come ha documentato l'indagine «Il Crimine», frutto della collaborazione tra le procure di Milano e Reggio Calabria e che il 13 luglio scorso ha portato a 300 arresti in tutta Italia, la 'ndrangheta è riuscita a realizzare una vera e propria «colonizzazione» in ampie zone della Lombardia, e non solo, riproducendo la sua peculiare struttura organizzativa con la creazione di decine di locali e con l'affiliazione di centinaia di persone,

Cercasi l´Europa disperatamente - di Timoty Garton Ash su Repubblica

Così gli europei vengono da Marte e gli americani da Venere. I francesi, quegli smidollati mangia formaggio, hanno guidato la carica in Libia. I crociati mastica hamburger sono rimasti esitanti nelle retrovie.Solo che stereotipi così grossolani sono fuorvianti oggi quanto lo erano ai tempi della Guerra in Iraq. Ora come allora gli americani sono divisi, e gli europei ancor di più. La Francia e la Gran Bretagna hanno guidato la campagna per la no-fly zone e per "tutte le misure necessarie a proteggere i civili in Libia". La Germania si è apertamente dissociata. L´amministrazione Obama inizialmente si è mostrata riluttante quasi quanto la Germania a farsi coinvolgere in una qualche forma di intervento militare, ma ha cambiato posizione in reazione alla brutale campagna lanciata da Gheddafi per recuperare il potere, a seguito dell´atteggiamento decisamente interventista della Lega araba e delle numerose pressioni interne. Tra le voci americane levatesi a favore dell´intervento c´è quella di Robert Kagan, il neo-con autore dell´aforisma: "Gli americani vengono da Marte, gli europei da Venere".
Quanto alla Francia non dobbiamo farci illusioni sui motivi personali di Nicolas Sarkozy. Senza dubbio si augura che il fare bella figura in campo internazionale gli faccia guadagnare punti accrescendo le sue possibilità di essere rieletto l´anno prossimo. Il deciso intervento a tutela dei diritti umani degli arabi dovrebbe coprire una esecrabile tradizione di mezzucci per ingraziarsi i leader arabi che calpestavano quei diritti, tra cui Hosni Mubarak, il tunisino Zine El Abidine ben-Ali, che fino a poco tempo fa presiedeva assieme a Sarkozy l´Unione per il Mediterraneo e, ebbene sì, Muammar Gheddafi.
Il premier britannico David Cameron, benché in posizione del tutto diversa, è giunto a una conclusione simile. Le motivazioni delle persone sono sempre miste. Quel che conta sono i pro e i contro del caso e la realtà sul campo.
Non sono state le illusioni di grandezza di Sarkozy a persuadere la lega araba ad appoggiare l´intervento e

Fallimento europeo - di Sandro Gozi su Europa

Nell’affare Libia spiccano la mancanza di leadership europea, colpa dell’inadeguatezza dell’Alto Rappresentante, la famosa “baronessa chi?”, e l’assenza di una visione politica condivisa.
Sin dall’inizio, le rivolte arabe, e anche quella libica, sono state mosse da una fortissima domanda di libertà, di democrazia, di diritti e dal crescente bisogno di uscire dalla povertà. Sono i valori che ci hanno unito in Europa. Sono gli obiettivi che la politica estera e di sicurezza comune dovrebbe perseguire. Quale migliore occasione per i (presunti) “leader” europei per agire rapidamente, uniti, a Bruxelles, a New York e nel Mediterraneo? Fallimento totale, invece, dell’Europa di oggi, un’Europa di destra, egoista, miope e rinunciataria.
Sono leader che forse neppure conoscono e comunque certamente non applicano quei trattati che con tanta solennità adottano e proclamano.
L’assoluta incoerenza e inconsistenza delle posizioni della Merkel, già troppo immersa nelle nuove elezioni regionali, di quelle di Sarkozy, interessato anch’egli a un protagonismo elettorale in vista delle presidenziali del 2012, la totale irrilevanza dell’Italia di Berlusconi hanno ridicolizzato l’Unione europea.
Le divergenze di posizione e di voto degli europei nel Consiglio di sicurezza sulla risoluzione 1973 sono state incomprensibili, l’astensione della Germania del tutto assurda. Soprattutto è stato palesemente violato, nel silenzio generale, l’articolo 34 del Trattato di Lisbona che impegna gli stati membri e l’Alto Rappresentante a coordinarsi prima di prendere posizioni nelle organizzazioni multilaterali e in particolare all’Onu. E invece, Francia e Gran Bretagna, membri permanenti, Germania e Portogallo, al momento presenti nel Consiglio dell’Onu si sono presentati ed hanno agito in ordine sparso.
La politica estera comune europea non esiste. Il suo bisogno, invece, cresce ogni giorno di più.
Ancora più incomprensibile è il mancato ricorso (che in base a quanto ci risulta neppure il governo italiano ha

Il videogioco del Risorgimento - di Francesco Merlo su Repubblica

Francesco Merlo
Ammicca al linguaggio dei giovani ma solo chi non ne conosce il codice può credere che sia giovanile tradurre il grido "Savoia!" con l´inglese "Rampage!" che vuol dire furore. Evidentemente pensa che i giovani sono cretini il giovane ministro della Gioventù che ha commissionato un patriottico, giovanilistico videogioco dove un inesorabile eroe del Risorgimento spara a Pio IX che, infallibile, ricorre all´aiuto di Dio e mette in funzione il provvidenziale teletrasporto per levarselo di torno.
Ma l´eroe (dei due mondi) torna (dall´altro mondo) e di nuovo avanza sparando e sterminando l´esercito pontificio e urla kill quando fa fuori un nemico, double kill quando ne ammazza due, e poi multi kill, mega kill, over kill. E attraversa cunicoli sotterranei, varca cancelli, si inoltra lungo i giardini del Quirinale e il suo fucile non conosce ostacoli, abbatte tutta la vita che incontra finché non si ritrova davanti quel diavolo di un Papa che, questa volta, lo fa definitivamente secco e senza neppure dargli l´estrema unzione.
Il videogioco si chiama ‘Gioventù Ribelle´ ed è una trovata della Meloni per «raccontare la storia ai giovani con il loro linguaggio». E va bene che i videogiochi per loro natura semplificano, ma non si capisce come una rivoltella - è proprio una Colt – e un moschetto che avanzano possano rimandare al passo di carica dei bersaglieri e alla breccia di Porta Pia. Né basta chiamare shooter, sparatore, l´eroe del Risorgimento per convincere i ragazzi di oggi che era uno di loro.
La ministra ha pure illustrato la seguente trama: il generale Cadorna scrive al Papa intimandogli di arrendersi e assegna al nostro eroe il compito di consegnare la lettera direttamente nelle mani di Pio IX. Ma è una trama che non si deduce dal videogame, perché semplicemente non c´è, neppure per accenni. Dice la Meloni: «Della fedeltà della ricostruzione storica si è occupato l´Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano. Alcuni dettagli possono essere stati lievemente alterati o risultare differenti dai modelli reali per meri limiti tecnici nella realizzazione degli oggetti 3D». In realtà i bersaglieri si riconoscono dai pennacchi appena accennati e i dragoni, le guardie svizzere e gli zuavi pontifici dai ghirigori sulla divisa chiara. Il papa è un omino tutto vestito di bianco. C´è un obelisco in mezzo a un campo piatto e brullo, ogni tanto emergono statue classicheggianti, gabinetti alla turca, bruttissimi cavalli, tende, anfore, un palazzone classico, e le case hanno la forma a scatola vagamente antropomorfa dei disegni infantili: due finestre a mo´ di occhi a destra e a sinistra della porta. E poi botole e tombini ricordano il mondo dei pirati inglesi, più caverne dell´isola di Tortuga che palazzi vaticani. E ogni tanto c´è un bersagliere che cade a terra e muore, senza apparente motivo.
Prima di essere messo online (www.gioventuribelle.it), il gioco era stato presentato durante un´entusiastica cerimonia al Museo Maxxi di Roma dove erano intervenuti anche Giuliano Amato (davvero lo ha visto e approvato?) e il ministro della Salute Ferruccio Fazio. In realtà scaricarlo dal sito non è facile, ma ci hanno pensato i blogger a mandarlo su YouTube e subito a parodiarlo in mille modi, a farne oggetto di scherno più che di indignazione, a ridicolizzare l´inglese dei sardo piemontesi, a recensirlo nella forma e nel contenuto, a svelare che le sue parti migliori sono copiate, e a mostrare con quella competenza che io non ho il pessimo livello della tecnologia utilizzata: «È il peggiore video game sinora prodotto nella storia dei video game», hanno già scritto, dopo appena cinque giorni, i siti internazionali specializzati. E i forum come NeoGAF e Destructoid lo considerano peggiore anche del famoso Big Rigs (Grandi Camion) che deteneva il titolo negativo assegnato da Thunderbolt Games e Game Spot, «brutto che supera ogni limite dei precedenti giochi più brutti e sicuramente uno dei giochi che appartiene alla categoria dei giochi più atroci mai pubblicati».
Come si vede qui c´è un´altra piccola conferma della potenza del Web, della sua velocità nel giudicare, nell´orientare, nel promuovere. Prima ancora di diventare notizia, il videogioco della Meloni è stato infatti demistificato come una concentrazione di ignoranza storica e di imperizia tecnica, come un gioco che non riesce neppure a divertire perché espone la miseria dell´Italia di oggi e nasconde la nobiltà dell´Italia del Risorgimento. C´è saggezza e c´è speranza in questa bocciatura che viene proprio dai giovani internauti e video-giocatori ai quali il game vorrebbe rivolgersi . Lo hanno liquidato con il linguaggio sincopato del Web, quel codice breve di un pensiero lungo che "Gioventù ribelle" non riesce ad imitare perché il giovanilismo è sempre un vezzo senile: i giovani non c´entrano. Sono un mondo che il nostro governo non conosce, quale che sia l´età dei suoi ministri.

Propaganda di Regime - di Concita De Gregorio su L'Unità

Da oggi l’Italia ha un nuovo ministro, si chiama Saverio Romano. È indagato per concorso esterno in associazione mafiosa e corruzione, ha avuto l’incarico perché è un esponente dei cosiddetti Responsabili, quelli che hanno salvato il governo: dunque, mafia o non mafia, obiezioni del Quirinale o meno, gli spettava. Era il corrispettivo pattuito.
Qui però oggi vorrei dare ai nostri lettori un assaggio di come funziona la macchina del fango dei giornali della Real Casa: un episodio minore ma esemplare. Ieri dovendo scegliere tra la guerra in Libia, l’allarme nucleare in Giappone e l’imminente rimpasto di governo il Giornale del fratello Paolo ha scelto di dedicare la grande foto di copertina alla sottoscritta sotto il titolo, evidentemente ritenuto la notizia del giorno, “le porno-patacche di Concita”. All’interno un articolo non firmato sostiene che le foto delle “cene eleganti” ad Arcore e dintorni da noi pubblicate domenica scorsa sarebbero false. L’anonimo cita come fonte il sito di gossip Dagospia, che a sua volta col titolo “Alfonsina la pazza massacra lo scoop di Concita” citava come fonte l’anticipazione di Chi, settimanale specializzato in massacri. Sul numero di Chi in edicola non c’è traccia, però, di quel servizio.
Allora Dagospia pubblica a conferma della sua tesi l’articolo anonimo del Giornale che cita la medesima Dagospia e l’articolo fantasma di Chi come fonti. Libero si accoda, con un titolo di prima pagina: macchè foto hard, lo scoop è tarocco. Totale: quattro titoli infamanti (porno patacche, massacro, scoop tarocco), nessuna notizia, nessuna smentita. Un cerchio di fango.
Le foto che abbiamo pubblicato sono agli atti del processo Ruby, faldone numero 16, 5657/11. Il luogo la data e l’ora in cui le immagini sono state scattate risultano dai tabulati e dalle celle telefoniche allegati. La camera da letto con il matrimoniale sfatto e le foto di Silvio B. in libreria fanno parte dell’allegato 10, Iphone in dotazione a Barbara Guerra, e sono state scattate ad Arcore il 24 ottobre 2010 tra le 4.51 e le 4.56 del

Federalismo, le regioni: «C'è l'accordo» - su Corriere.it

«Dopo un lungo impegno, serio e convinto, delle Regioni, ci sono le condizioni per affermare che il Governo rispetta tutti i punti dell'accordo del 16 dicembre 2010, a partire dai 425 milioni di euro fuori dal Patto di stabilità per il trasporto pubblico locale». Lo ha detto il presidente della Conferenza delle Regioni, Vasco Errani, che ha aggiunto: «Per le Regioni l'accordo su federalismo c'è». 
«L'esito della riunione di oggi è positivo. Stiamo solo verificando i testi ma l'accordo politico c'è». Lo ha detto la presidente della Regione Lazio, Renata Polverini, al termine della Conferenza sul federalismo fiscale. «Ci sono i 425 milioni sul tpl - ha spiegato - c'è la fiscalizzazione come l'avevamo chiesta tutti: sono state accolte tutte le nostre sollecitazioni. Stiamo ora verificando attraverso i nostri tecnici - ha aggiunto Polverini - che il testo corrisponda all'intesa politica raggiunta. Finalmente si conclude positivamente questa partita del federalismo», ha detto infine la presidente del Lazio.
LA MANOVRABILITA' - Non scatterà dal 2011 ma dal 2013 la «manovrabilità» dell'addizionale regionale Irpef prevista dal decreto legislativo sul federalismo regionale. È una delle novità dell'intesa con le regioni. «Il Governo ha rispettato l'accordo - ha commentato Errani - e le Regioni a loro volta lo rispetteranno». Oltre al finanziamento per il trasporto, sono stati accolti una serie di altri punti: la fiscalizzazione del trasporto pubblico locale dal 2012, la revisione dei tagli previsti dalla manovra, dal 2012, per le Regioni che rispettino il Patto di stabilità «una scelta fondamentale per avviare il federalismo regionale», ha spiegato

giovedì 24 marzo 2011

SE I GIOVANI FUGGONO DALLE UNIVERSITÀ - DI TITO BOERI SU REPUBBLICA

Il ministro dell´Istruzione, Università e Ricerca è intervenuta più volte nelle ultime settimane sui mass media. In nessuna di queste occasioni ha ritenuto di commentare i dati sul forte calo delle immatricolazioni alle università italiane nel 2011-12. È un silenzio molto eloquente. Assieme ai suoi colleghi di governo, sembra intenzionata ad assecondare il disinvestimento in capitale umano che il nostro Paese sta inconsapevolmente compiendo. Il governo ne è però consapevole: nel Piano nazionale di riforma, predisposto nell´ambito della nuova programmazione economica europea, si pone l´obiettivo di tenere saldamente i livelli di istruzione terziaria da qui al 2020 al di sotto di quelli della Romania, candidandosi ad essere il fanalino di coda dell´Unione in quanto a percentuale di laureati sulla popolazione. È un disinvestimento, dunque, voluto, posto come obiettivo strategico per i prossimi dieci anni.
Nei periodi di crisi le iscrizioni ai corsi universitari aumentano perché il tempo dedicato allo studio non viene sottratto ad attività remunerative, dato che non si trova comunque lavoro. È avvenuto anche nella Grande Recessione. Ovunque, tranne che da noi. Negli ultimi tre anni abbiamo subito una riduzione di quasi il 10 per cento delle immatricolazioni, pur avendo già ora uno dei rapporti tra laureati e popolazione in età lavorativa più bassi dell´Unione europea. Non si tratta di un fenomeno legato all´invecchiamento della popolazione. Non c´è stata una diminuzione delle coorti in uscita dalla scuola secondaria. Al contrario, nel 2010 ci sono stati 5.000 diplomati in più che nel 2008 ed è non solo il numero assoluto di immatricolazioni, ma anche il rapporto fra immatricolazioni e persone con 19 anni di età ad essere fortemente calato negli ultimi anni, dopo essere cresciuto quasi ininterrottamente nel Dopoguerra ed essere raddoppiato dal 1980 al 2005.
Non è neanche colpa delle tasse universitarie. Le entrate contributive per studente sarebbero addirittura diminuite in termini reali negli ultimi anni secondo i dati raccolti dal Comitato nazionale per la valutazione del sistema universitario. E poi c´è un tetto alle tasse di iscrizione che, almeno in linea di principio, non può essere

Il crimine dell'indifferenza - di Barbara Spinelli su Repubblica

Non è mai cosa semplice giustificare una guerra, per chi è mandato al fronte ma anche per chi ha l'incarico di iniziarla, di deciderne i fini e la fine. Non è facile neanche per chi, sui giornali, cerca di dire la verità della guerra, le sue insidie. La più grande tentazione è di rifugiarsi nei luoghi comuni, nelle frasi fatte, nelle menzogne. Frasi del tipo: nessuna guerra è buona; nessun politico ragionevole s'impantana in paesi lontani; nessuna guerra, infine, va chiamata guerra. Il governo italiano è specialista di quest'ultima menzogna: la più ipocrita. Né si limita a mentire: un presidente del Consiglio che si dice "addolorato per Gheddafi" senza sentir dolore per le sue vittime non sa la storia che fa, né perché la fa.
A questi luoghi comuni sono affezionati sia gli avversari incondizionati delle guerre, sia i governi che le guerre le fanno senza pensarle, o pensandone i moventi (petrolio e gas libici) senza dirli. I luoghi comuni sempre rispondono al primo istinto, più facile. Memorabile fu quel che disse il premier Chamberlain, nel '38, quando Hitler volle prendersi la Cecoslovacchia: "Un paese lontano, dei cui popoli non sappiamo nulla". Sono frasi che circolano, immemori, da secoli. Perché combattere per Bengasi? Siamo usciti dal colonialismo dimenticando che la tattica di Mussolini in Libia (far terra bruciata) è imitata da Gheddafi nel suo Paese. Frasi simili possono esser dette solo da chi immagina che il proprio interesse (personale,
nazionale) sia disgiunto dal mondo. Non c'è solo la banalità del male. Esiste anche la banalità dell'indifferenza a quel che succede fuori casa. Lo scrittore Hermann Broch parlò, agli esordi del nazismo, di crimine dell'indifferenza.
L'Onu nacque per arginare questo crimine, nel dopo guerra. La Carta delle Nazioni unite garantisce la sovranità degli Stati, nel capitolo 1,7, ma nello stesso paragrafo stabilisce che il principio di non ingerenza