Quando Berlusconi scese in campo nel 1994 fece sognare gli italiani promettendo loro di portare in Italia l’America. Oggi alla conclusione della sua parabola il motto è “non finiamo come la Grecia”.
In questa discesa c’è la sovrapposizione tra i destini del paese e quelli dell’uomo che ne ha caratterizzato la politica nella maggioranza di questi diciassette anni. Ed è la manovra che domani il consiglio dei ministri affronterà il paradigma di questa discesa così repentina.
La manovra riprende in tutto la politica seguita in questi tre anni dal governo, caratterizzata da tagli lineari che hanno tenuto a bada il deficit ma non hanno migliorato la qualità della nostra spesa pubblica.
L’hanno resa anzi più improduttiva, peggiorando quindi non solo la condizione sociale del paese, ma aggravando anche pesantemente le performance di crescita dell’Italia. L’ultimo dato previsionale abbassa sotto l’1 per cento le prospettive di crescita del paese. E siamo all’indomani dell’approvazione definitiva da parte del Parlamento del cosiddetto decreto legge sullo Sviluppo. Partito con grandi pronunciamenti enfatici la settimana precedente al voto amministrativo e arrivato mestamente e senza le luci della ribalta al traguardo, monco di parti significative,senza che nessuno scommetta un euro sulle capacità di questo provvedimento di trascinare l’asfittico tasso di crescita del paese.
L’Italia si trova oggi all’angolo. Il governo che gli italiani hanno rifiutato con il referendum e le ultime amministrative porta a casa il risultato di un triennio in cui l’Italia raggiunge il ventiseiesimo posto su ventisette nella classifica europea della crescita. Eppure la crisi l’hanno avuta tutti e ventisette.
E questo stesso governo è costretto ad accettare l’esito di un negoziato con Bruxelles e con i mercati che obbligherà il paese ad una pesante manovra pluriennale di rientro dal debito. Il fatto poi che le misure più pesanti siano spostate al 2013 e al 2014 rende ancora più inaccettabile la linea del governo. È lo stesso ...
giovedì 30 giugno 2011
La stangata ad orologeria - di Massimo Giannini su Repubblica
UNA LEGGE-TRUFFA per galleggiare fino alla fine di questa legislatura. Poi l'abisso, a spese di quelli che verranno. La manovra che il governo Berlusconi approverà domani in Consiglio dei ministri colpisce non per la sua entità (con la quale soddisfa effettivamente i target quantitativi concordati con la Ue) ma per la sua "slealtà" (con la quale scarica colpevolmente gli impegni qualitativi sui prossimi governi). Questa manovra illude gli italiani, inganna l'Europa e imbroglia i mercati.
Il centrodestra, che ha inventato a suo tempo la "finanza creativa", lancia adesso la "finanza tardiva". La perfida ipocrisia del decreto è racchiusa non tanto nella sua nella sua dimensione economica, ma nella sua scansione temporale. Dei 47 miliardi di sacrifici totali che lo compongono, i pannicelli caldi saranno somministrati nel primo biennio (1,8 miliardi nel 2011 e 5,5 nel 2012). Le lacrime e il sangue, invece, saranno concentrate nel secondo biennio (20 miliardi nel 2013 e altri 20 nel 2014). La frode politica contenuta nell'operazione è chiarissima. Nei due anni che restano alla coalizione Pdl-Lega i contribuenti sentiranno le carezze. Dall'anno successivo, cioè in concomitanza con il ciclo elettorale, patiranno le stangate. Stangate a orologeria, dunque.
La responsabilità del doloroso ma doveroso rientro dal deficit e dal debito pubblico, in altri termini, sarà in carico al futuro governo, perché quello in carica non ne vuole sapere. E i costi più dolorosi del risanamento
dei conti non lo sosterranno i contribuenti che hanno votato per l'alleanza forzaleghista il 13 aprile 2008. Li pagheranno invece le future generazioni, come da collaudata tradizione dei politicanti della Prima Repubblica, abbracciata senza riserve dai replicanti della Seconda.
Nel metodo, alla vigilia del vertice di Palazzo Grazioli la domanda cruciale era: chi vincerà il duello, tra il rigorista Tremonti e il lassista Berlusconi? Alla luce di ciò che vediamo, non ha vinto nessuno dei due contendenti. Ha perso l'Italia. Lo scontro in atto non era tra due irriducibili forze, ma tra due resistibili debolezze. Tremonti - isolato nel governo, privato del sostegno di Bossi e sostenuto solo dalla sponda ...
Il centrodestra, che ha inventato a suo tempo la "finanza creativa", lancia adesso la "finanza tardiva". La perfida ipocrisia del decreto è racchiusa non tanto nella sua nella sua dimensione economica, ma nella sua scansione temporale. Dei 47 miliardi di sacrifici totali che lo compongono, i pannicelli caldi saranno somministrati nel primo biennio (1,8 miliardi nel 2011 e 5,5 nel 2012). Le lacrime e il sangue, invece, saranno concentrate nel secondo biennio (20 miliardi nel 2013 e altri 20 nel 2014). La frode politica contenuta nell'operazione è chiarissima. Nei due anni che restano alla coalizione Pdl-Lega i contribuenti sentiranno le carezze. Dall'anno successivo, cioè in concomitanza con il ciclo elettorale, patiranno le stangate. Stangate a orologeria, dunque.
La responsabilità del doloroso ma doveroso rientro dal deficit e dal debito pubblico, in altri termini, sarà in carico al futuro governo, perché quello in carica non ne vuole sapere. E i costi più dolorosi del risanamento
dei conti non lo sosterranno i contribuenti che hanno votato per l'alleanza forzaleghista il 13 aprile 2008. Li pagheranno invece le future generazioni, come da collaudata tradizione dei politicanti della Prima Repubblica, abbracciata senza riserve dai replicanti della Seconda.
Nel metodo, alla vigilia del vertice di Palazzo Grazioli la domanda cruciale era: chi vincerà il duello, tra il rigorista Tremonti e il lassista Berlusconi? Alla luce di ciò che vediamo, non ha vinto nessuno dei due contendenti. Ha perso l'Italia. Lo scontro in atto non era tra due irriducibili forze, ma tra due resistibili debolezze. Tremonti - isolato nel governo, privato del sostegno di Bossi e sostenuto solo dalla sponda ...
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Una politica per soli ricchi? - di Pier Paolo Baretta su Europa
Il problema esiste e va risolto. Mi riferisco, ovviamente, ai costi della politica. Se, però, almeno i giornalisti e i politici contenessero il tasso di demagogia con il quale approcciano l’argomento e distinguessero il grano dal loglio.
Cominciando col raccontare ai cittadini la realtà di oggi e non solo gli sprechi passati, la ricerca delle soluzioni risulterebbe più agevole e seria. Non c’è dubbio, però, che la classe politica, o meglio la sua dirigenza, ha, in questi anni, indugiato troppo. Una specie di senso di colpa l’ha portata a non fare argine alla parte più esasperata e giustizialista delle contestazioni (anzi, in taluni casi l’ha cavalcata), quasi vergognandosi di difendere a pieno titolo la dignità dei politici.
Al tempo stesso, ha sottovalutato (questo sì tipico da “casta”) la natura e la profondità dei nuovi fenomeni sociali in atto, non arrivando mai a proporre una riforma organica degli assetti istituzionali, della legge elettorale e dei costi e funzioni della politica. Di fronte all’onda montante, si è, via via, rinculato, ricorrendo a tamponi progressivi, talvolta pesanti per gli interessati, ma, obiettivamente, del tutto insufficienti agli occhi di un’opinione pubblica sempre più irritata. Ed ora, che l’argine è travolto, si pensa, ancora una volta, di placare il...popolo con soluzioni affrettate, dove tutti sono uguali e persino il governo di Bisignani e delle escort può rifarsi una… verginità indossando i panni del moralizzatore, con Tremonti novello Savonarola.
I professionisti, che, facendo politica, godono, ben per loro, di risorse proprie, non sono uguali ai nuovi politici che prima di essere eletti erano operai, impiegati, insegnanti, lavoratori dipendenti, che devono pagarsi, con le attuali regole, la pensione Inps se non la vogliono perdere.
Siamo tutti “nominati”, ma non siamo tutti sfaticati e benestanti. Sicché, il rischio che si corre, nella ricerca delle soluzioni da adottare è che, per eccesso di zelo, si produca, come talvolta succede, un effetto indesiderato: quello che, punita più la politica tout court che la casta, ci resti tra le mani una politica per soli ricchi. Il mondo è cambiato dall’Assemblea costituente e, dunque vanno cambiate le regole, a cominciare dal vitalizio, ma le motivazioni che portarono i padri costituenti a istituire formule (tra cui lo stesso vitalizio) pensate in positivo per garantire la autonomia e la indipendenza degli eletti, in primis i parlamentari, non vanno smarrite!
Questo ragionamento non porta a dire che non bisogna intervenire; al contrario, che ci vuole più coraggio, più determinazione e… più metodo. Proviamo a vedere come.
1. Riduzione del numero dei parlamentari e senato federale. Bene ha fatto Bersani a ricordare in aula che abbiamo da tempo presentato una proposta di legge sul punto, ma per i cittadini non è ancora chiaro. Se ne chieda, dunque, ufficialmente la calendarizzazione per renderla operativa dalla prossima legislatura. Non sfugge a nessuno che questa iniziativa va a braccetto con la riforma elettorale, ma non rendiamole interdipendenti, col rischio che non se ne realizzi nessuna delle due.
2. Omogeneizzazione delle regioni (tra Molise e Lombardia i conti non tornano), riduzione o abolizione delle province, accorpamento di comuni piccolissimi. L’intreccio, lo sappiamo, è complicato, ma bisogna scegliere. Se non scegliamo c’è poco da fare i perfezionisti, non resterà che abolire le province. Non è la soluzione più organica… ma quella organica qual è? Rischiamo e diciamone una. Io penso che, in dieci anni, si possono accorpate alcune regioni per dimensione omogenea (anche ai fini della rappresentanza nel senato federale); sostituire le province elettive con assemblee dei sindaci; consorziare i comuni sotto i 3 mila abitanti. Niente di nuovo, ma gli elettori sappiano che c’è chi fa sul serio con queste proposte.
3. Totale incompatibilità tra cariche elettive e tra queste ed altri incarichi istituzionali o societari. Basta con i deputati col doppio mestiere: presidenti di provincia, sindaci, assessori, consiglieri di amministrazione, direttori di giornali, componenti di Fondazioni bancarie e chi più ne ha, più ne metta.
Contrariamente alla vulgata, se si vuole fare bene i parlamentari a Roma (in aula e in commissione) e nel collegio, di lavoro ce n’è. Non mi pare una proposta “tecnicamente” difficile.
4. Tetto di spesa rigoroso, trasparente e verificabile per le campagne elettorali. Penso che tra i costi della politica questo sia uno dei più scandalosi e pericolosi. L’andazzo è preoccupante ed esponenziale. E, quando i cultori della preferenza la ripropongono come antidoto ai nominati e ritorno alla libera scelta degli eletti da parte dei cittadini, non trascurino questo aspetto del problema, che, almeno, non coinvolge i “nominati”. E, non lo trascurino, a maggior ragione, i fautori delle primarie, il cui indubbio valore politico rischia di essere offuscato anche da questa deriva ingiustificata di spese, che impedisce una libera competizione tra pari.
5. Completa parificazione del regime previdenziale degli eletti (a tutti i livelli) a quello dei lavoratori dipendenti. In sostanza, entriamo dentro l’Inps, magari con una gestione separata, e conteggiamo gli anni di carica politica ai fini della formazione del diritto e del calcolo della pensione, sulla base della retribuzione (indennità) stabilita.
Chi ha altri regimi farà, a tempo debito, la ricongiunzione, non la sommatoria.
6. Per tutti si stabilisca un tetto, anche alto (una volta e mezza l’indennità?).
Chi, avendo altre pensioni, o in essere o in via di formazione, non lo supera integra, con i contributi previdenziali da deputato o consigliere, fino a quel massimo; chi lo supera, riceve la buonuscita, come tutti, ma non una ulteriore pensione, salvo farsi un pensione integrativa.
7. Poiché, però, il guaio deriva dagli eccessi passati, bisogna chiedere, a chi ha goduto sinora di quelle prestazioni, di contribuire alla moralizzazione con due atti. Il primo il blocco di ogni rivalutazione.
Il secondo, per chi supera quel tetto stabilito si applica un contributo di solidarietà sulla parte eccedente che per i prossimi tre anni (quelli della manovra, per capirci!) sia molto generoso e si stabilizzi poi in percentuali comunque significative. La teoria, sacrosanta, dei diritti acquisiti non viene, in tal modo, formalmente intaccata, ma il buon senso avrebbe il sopravvento.
Penso che questa regola, come quella del punto precedente, dovrebbe valere per tutti, non solo per i politici.
Ma, finché non si procede sulle stock option dei banchieri, almeno si uniformino i magistrati, i militari di ogni ordine e grado, ecc. ecc. È troppo?
Non credo. È demagogico? Non più del dibattito sui costi della politica.
8. Se si vuole correggere la parte dei rimborsi per le spese di vitto, alloggio e varie si addotti il normale piè di lista, come avviene per ogni lavoratore in trasferta. E, mi pare sostenibile che quando si è in parlamento a Roma (o in regione, provincia e comune) si è “in missione” (ben più giustificatamente delle attuali… misteriose missioni dei parlamentari).
Non so, però, francamente, se con questa scelta si finirebbe per risparmiare...Mentre, le spese per la «produzione del reddito», ovvero la cifra che viene erogata ad ogni parlamentare per l’attività politica, va, semplicemente, rendicontata e pubblicata (contratti per collaboratori, attività politica e culturale, iniziative di propaganda).
9. Già che ci siamo, perché non inseriamo nel calcolo delle presenze anche il lavoro di commissioni, oltre a quello d’Aula? Si potrebbe introdurre, così, una parte fissa ed una variabile nella retribuzione dei parlamentari, a beneficio della produttività e della trasparenza.
10. C’è, infine, l’annosa questione del finanziamento dei partiti. Un errore toglierlo, il perché è stato più volte discusso, ma è certamente uno spreco mantenerlo oltre un ragionevole lasso di tempo per chi perde le elezioni. A questo proposito, aggiungo – ma è solo una ingenuità da neofita della quale mi scuso in anticipo – che i vecchi partiti, che hanno dato vita a nuovi soggetti politici, farebbero bene, una volta scomparsi, a comportarsi da buoni genitori e riversare i loro patrimoni in quelli che hanno partorito e non tenerli bloccati.
Lo studio e la memoria del passato possono ben essere affidati a fondazioni culturali di riferimento (che già esistono e meriterebbero semmai di essere finanziate), più che a fondazioni patrimoniali… Queste poche proposte – non è tutto ciò che si può fare, ma sarebbe già qualcosa – sono, in alcuni casi, più esigenti di quanto il dibattito politico richiede e, in altri, meno “rivoluzionarie”, ma l’idea di fondo è quella che la politica va, in maniera trasparente e regolamentata, incentivata e non denigrata.
Cominciando col raccontare ai cittadini la realtà di oggi e non solo gli sprechi passati, la ricerca delle soluzioni risulterebbe più agevole e seria. Non c’è dubbio, però, che la classe politica, o meglio la sua dirigenza, ha, in questi anni, indugiato troppo. Una specie di senso di colpa l’ha portata a non fare argine alla parte più esasperata e giustizialista delle contestazioni (anzi, in taluni casi l’ha cavalcata), quasi vergognandosi di difendere a pieno titolo la dignità dei politici.
Al tempo stesso, ha sottovalutato (questo sì tipico da “casta”) la natura e la profondità dei nuovi fenomeni sociali in atto, non arrivando mai a proporre una riforma organica degli assetti istituzionali, della legge elettorale e dei costi e funzioni della politica. Di fronte all’onda montante, si è, via via, rinculato, ricorrendo a tamponi progressivi, talvolta pesanti per gli interessati, ma, obiettivamente, del tutto insufficienti agli occhi di un’opinione pubblica sempre più irritata. Ed ora, che l’argine è travolto, si pensa, ancora una volta, di placare il...popolo con soluzioni affrettate, dove tutti sono uguali e persino il governo di Bisignani e delle escort può rifarsi una… verginità indossando i panni del moralizzatore, con Tremonti novello Savonarola.
I professionisti, che, facendo politica, godono, ben per loro, di risorse proprie, non sono uguali ai nuovi politici che prima di essere eletti erano operai, impiegati, insegnanti, lavoratori dipendenti, che devono pagarsi, con le attuali regole, la pensione Inps se non la vogliono perdere.
Siamo tutti “nominati”, ma non siamo tutti sfaticati e benestanti. Sicché, il rischio che si corre, nella ricerca delle soluzioni da adottare è che, per eccesso di zelo, si produca, come talvolta succede, un effetto indesiderato: quello che, punita più la politica tout court che la casta, ci resti tra le mani una politica per soli ricchi. Il mondo è cambiato dall’Assemblea costituente e, dunque vanno cambiate le regole, a cominciare dal vitalizio, ma le motivazioni che portarono i padri costituenti a istituire formule (tra cui lo stesso vitalizio) pensate in positivo per garantire la autonomia e la indipendenza degli eletti, in primis i parlamentari, non vanno smarrite!
Questo ragionamento non porta a dire che non bisogna intervenire; al contrario, che ci vuole più coraggio, più determinazione e… più metodo. Proviamo a vedere come.
1. Riduzione del numero dei parlamentari e senato federale. Bene ha fatto Bersani a ricordare in aula che abbiamo da tempo presentato una proposta di legge sul punto, ma per i cittadini non è ancora chiaro. Se ne chieda, dunque, ufficialmente la calendarizzazione per renderla operativa dalla prossima legislatura. Non sfugge a nessuno che questa iniziativa va a braccetto con la riforma elettorale, ma non rendiamole interdipendenti, col rischio che non se ne realizzi nessuna delle due.
2. Omogeneizzazione delle regioni (tra Molise e Lombardia i conti non tornano), riduzione o abolizione delle province, accorpamento di comuni piccolissimi. L’intreccio, lo sappiamo, è complicato, ma bisogna scegliere. Se non scegliamo c’è poco da fare i perfezionisti, non resterà che abolire le province. Non è la soluzione più organica… ma quella organica qual è? Rischiamo e diciamone una. Io penso che, in dieci anni, si possono accorpate alcune regioni per dimensione omogenea (anche ai fini della rappresentanza nel senato federale); sostituire le province elettive con assemblee dei sindaci; consorziare i comuni sotto i 3 mila abitanti. Niente di nuovo, ma gli elettori sappiano che c’è chi fa sul serio con queste proposte.
3. Totale incompatibilità tra cariche elettive e tra queste ed altri incarichi istituzionali o societari. Basta con i deputati col doppio mestiere: presidenti di provincia, sindaci, assessori, consiglieri di amministrazione, direttori di giornali, componenti di Fondazioni bancarie e chi più ne ha, più ne metta.
Contrariamente alla vulgata, se si vuole fare bene i parlamentari a Roma (in aula e in commissione) e nel collegio, di lavoro ce n’è. Non mi pare una proposta “tecnicamente” difficile.
4. Tetto di spesa rigoroso, trasparente e verificabile per le campagne elettorali. Penso che tra i costi della politica questo sia uno dei più scandalosi e pericolosi. L’andazzo è preoccupante ed esponenziale. E, quando i cultori della preferenza la ripropongono come antidoto ai nominati e ritorno alla libera scelta degli eletti da parte dei cittadini, non trascurino questo aspetto del problema, che, almeno, non coinvolge i “nominati”. E, non lo trascurino, a maggior ragione, i fautori delle primarie, il cui indubbio valore politico rischia di essere offuscato anche da questa deriva ingiustificata di spese, che impedisce una libera competizione tra pari.
5. Completa parificazione del regime previdenziale degli eletti (a tutti i livelli) a quello dei lavoratori dipendenti. In sostanza, entriamo dentro l’Inps, magari con una gestione separata, e conteggiamo gli anni di carica politica ai fini della formazione del diritto e del calcolo della pensione, sulla base della retribuzione (indennità) stabilita.
Chi ha altri regimi farà, a tempo debito, la ricongiunzione, non la sommatoria.
6. Per tutti si stabilisca un tetto, anche alto (una volta e mezza l’indennità?).
Chi, avendo altre pensioni, o in essere o in via di formazione, non lo supera integra, con i contributi previdenziali da deputato o consigliere, fino a quel massimo; chi lo supera, riceve la buonuscita, come tutti, ma non una ulteriore pensione, salvo farsi un pensione integrativa.
7. Poiché, però, il guaio deriva dagli eccessi passati, bisogna chiedere, a chi ha goduto sinora di quelle prestazioni, di contribuire alla moralizzazione con due atti. Il primo il blocco di ogni rivalutazione.
Il secondo, per chi supera quel tetto stabilito si applica un contributo di solidarietà sulla parte eccedente che per i prossimi tre anni (quelli della manovra, per capirci!) sia molto generoso e si stabilizzi poi in percentuali comunque significative. La teoria, sacrosanta, dei diritti acquisiti non viene, in tal modo, formalmente intaccata, ma il buon senso avrebbe il sopravvento.
Penso che questa regola, come quella del punto precedente, dovrebbe valere per tutti, non solo per i politici.
Ma, finché non si procede sulle stock option dei banchieri, almeno si uniformino i magistrati, i militari di ogni ordine e grado, ecc. ecc. È troppo?
Non credo. È demagogico? Non più del dibattito sui costi della politica.
8. Se si vuole correggere la parte dei rimborsi per le spese di vitto, alloggio e varie si addotti il normale piè di lista, come avviene per ogni lavoratore in trasferta. E, mi pare sostenibile che quando si è in parlamento a Roma (o in regione, provincia e comune) si è “in missione” (ben più giustificatamente delle attuali… misteriose missioni dei parlamentari).
Non so, però, francamente, se con questa scelta si finirebbe per risparmiare...Mentre, le spese per la «produzione del reddito», ovvero la cifra che viene erogata ad ogni parlamentare per l’attività politica, va, semplicemente, rendicontata e pubblicata (contratti per collaboratori, attività politica e culturale, iniziative di propaganda).
9. Già che ci siamo, perché non inseriamo nel calcolo delle presenze anche il lavoro di commissioni, oltre a quello d’Aula? Si potrebbe introdurre, così, una parte fissa ed una variabile nella retribuzione dei parlamentari, a beneficio della produttività e della trasparenza.
10. C’è, infine, l’annosa questione del finanziamento dei partiti. Un errore toglierlo, il perché è stato più volte discusso, ma è certamente uno spreco mantenerlo oltre un ragionevole lasso di tempo per chi perde le elezioni. A questo proposito, aggiungo – ma è solo una ingenuità da neofita della quale mi scuso in anticipo – che i vecchi partiti, che hanno dato vita a nuovi soggetti politici, farebbero bene, una volta scomparsi, a comportarsi da buoni genitori e riversare i loro patrimoni in quelli che hanno partorito e non tenerli bloccati.
Lo studio e la memoria del passato possono ben essere affidati a fondazioni culturali di riferimento (che già esistono e meriterebbero semmai di essere finanziate), più che a fondazioni patrimoniali… Queste poche proposte – non è tutto ciò che si può fare, ma sarebbe già qualcosa – sono, in alcuni casi, più esigenti di quanto il dibattito politico richiede e, in altri, meno “rivoluzionarie”, ma l’idea di fondo è quella che la politica va, in maniera trasparente e regolamentata, incentivata e non denigrata.
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Minori, arriva il garante per i diritti e non solo - di Anna Serafini su Europa
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| Anna Serafini in Fassino |
Perché abbiamo bisogno di un’autorità garante dei diritti per l’infanzia e l’adolescenza? E come nasce la proposta di istituire tale figura? L’esigenza di affermare i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, attraverso un organismo indipendente ed autonomo, nasce dalla Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti del fanciullo, adottata a New York il 20 novembre 1989, e resa esecutiva ai sensi della legge 27 maggio 1991, n. 176, che innova profondamente la cultura dei diritti delle bambine, dei bambini e degli adolescenti.
In un saggio Carlo Alfredo Moro scrive: «La Convenzione Onu di New York ha fortemente sviluppato una nuova e più pregnante attenzione ai bisogni del soggetto in formazione, non solo perché ha espressamente evidenziato accanto ai diritti individuali anche quelli sociali del minore, ma anche perché ha previsto interventi positivi di promozione a tutela di ogni bambino, con problemi o non. E una pedagogia dello sviluppo umano che viene proposta dalla Convenzione e pertanto essa si rivolge, e impegna, non solo il politico o il legislatore o il giurista, ma ogni persona che comunque ha relazioni con chi, attraverso un difficile itinerario maturativo, ha bisogno – per non perdersi – di un forte aiuto e sostegno».
Queste parole di Moro indicano in modo limpido e incisivo quale sia l’asse della Convenzione e costituiscono la premessa per un adeguato rapporto tra la Convenzione e le politiche concrete, le leggi per l’infanzia e l’adolescenza, a partire da quella sull’autorità garante, figura prevista proprio nella Convenzione e che per il nostro paese è quanto mai necessaria in quanto una moderna concezione dei diritti stenta ad ...
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Manovra, Bersani: ci fanno un regalino da 40 miliardi - di Carlo Bertini su La Stampa
Quattro dita della mano destra alzate, tanto per rinforzare il concetto e sul volto un sorriso beffardo per accompagnare meglio la sentenza sul retropensiero che si cela dietro una «spalmatura» così sbilanciata negli anni di questa gigantesca manovra da parte del governo: «E’ chiaro - taglia corto Pierluigi Bersani mentre si accende un mezzo toscano nel cortile di Montecitorio - che temendo di perdere le prossime elezioni, ci vogliono lasciare un regalino di 40 mi-liar-di di euro per il 2013-2014. Vuol dire che aspettano se ne occupi qualcuno più bravo di loro... Così non è una cosa seria». Malgrado questa consapevolezza il leader Pd non sembra angosciato da quel fantasma che aleggia sul capo delle sue guarnigioni e cioè che se il centrosinistra vincesse al prossimo giro dovrebbe farsi carico dello sforzo più grande. Piuttosto, così come Casini che tuona contro «l’ultimo atto di irresponsabilità in cui prevalgono le furberie», Bersani sembra preoccupato per la figura che possiamo fare in Europa, anche «se Tremonti può andar lì a promettere che si faranno una serie di cose indicando magari pure gli anni... Ma comunque, per ridurre seriamente il debito bisogna far ripartire la crescita con una serie di misure ad hoc, altrimenti che facciamo, aspettiamo che nel 2013 si compia il miracolo di un aumento del Pil del 10%?».
Nello stesso tempo Bersani non crede sia in atto qualche «complotto» per buttar giù Tremonti, «perché è evidente che stanno cercando di tenere insieme tutto per tirare avanti. Non penso neanche che lui abbia intenzione di mollare, anche se è evidente che hanno difficoltà a reggere questa operazione nel paese». Ma in una pausa dei lavori della Camera, impegnata ad approvare la legge comunitaria con appena novemesi di ritardo, il leader del Pd, pur liquidando come «una farsa drammatica» le prime indiscrezioni sulle misure allo studio, non esclude a priori un atteggiamento possibilista, meno marcato di quello del Terzo Polo «pronto a sostenere le misure del governo antideficit a condizione che siano credibili ed efficaci». E ancor meno marcato di quello di Tonino Di Pietro in versione dialogante che non chiude la porta in faccia al governo con il suo ...
Nello stesso tempo Bersani non crede sia in atto qualche «complotto» per buttar giù Tremonti, «perché è evidente che stanno cercando di tenere insieme tutto per tirare avanti. Non penso neanche che lui abbia intenzione di mollare, anche se è evidente che hanno difficoltà a reggere questa operazione nel paese». Ma in una pausa dei lavori della Camera, impegnata ad approvare la legge comunitaria con appena novemesi di ritardo, il leader del Pd, pur liquidando come «una farsa drammatica» le prime indiscrezioni sulle misure allo studio, non esclude a priori un atteggiamento possibilista, meno marcato di quello del Terzo Polo «pronto a sostenere le misure del governo antideficit a condizione che siano credibili ed efficaci». E ancor meno marcato di quello di Tonino Di Pietro in versione dialogante che non chiude la porta in faccia al governo con il suo ...
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Viareggio 29 giugno 2009 ore 23:50 - su Il Tirreno
Ventitre e cinquanta, sera di prima estate. Il treno 50325 è in ritardo. Partito da Trecate (Novara) deve raggiungere Gricignano (Caserta). Porta quattordici cisterne cariche di Gpl. Ciascuna contiene 35mila litri di gas liquido. Viaggia a più di 90 chilometri l’ora: la velocità consentita è fino a 100.
Attimi. Il treno viaggia fuori dai binari prima di entrare nella stazione di Viareggio. Schizzano i sassi, “friggono” le scintille. Il capostazione fa appena in tempo a realizzare che va dato l’allarme subito. Ma prima vanno fermati altri due treni, che viaggiano da Nord a Sud e viceversa e rischiano di incrociare le quattordici cisterne fuori controllo.
Schianto. Stazione in tilt. I “bomboloni” sdraiati sui binari, sotto la storica passerella in ferro. La cisterna poco più avanti, all’altezza della Croce Verde. I macchinisti intuiscono e raggiungono la strada, la sede dell’associazione di volontariato: «Date l’allarme…è pieno di gas…».
Il boato. Il cielo che si fa rosso. La nuvola azzurra della morte dai binari è entrata nelle case. Devastazione. Brucia Rosario Campo, che passava in motorino al momento sbagliato. Bruciano le ambulanze della Croce Verde. Brucia via Ponchielli e la sua gente. Brucia il cuore di una città intera. Si è spezzato l’asse. Ed una cisterna si è aperta.
Alba di tecnici e politici, tra i luoghi devastati ed il Municipio. L’asse datato 1974, costruito nella Germania Est, revisionato nel 2008 ad Hannover, presso la Jungenthal che poi la invia alla Cima riparazioni. Ironia della sorte per sostituire, sullo stesso treno, un’altra sala montata (l’insieme di asse e ruote) che aveva mostrato di avere problemi tecnici. Perché si è spezzato l’asse e cosa doveva essere fatto per evitare la strage che alla fine conterà 32 morti?
La risposta arriva due anni dopo, dalle prove tecniche che costituiscono l’incidente probatorio e si tengono a Lovere (Bergamo) nelle Officine Lucchini: è stata la ruggine. Le indagini della Polfer che indaga per conto della Procura parlano chiaro: allo stato dei fatti, “sussitono fondati sospetti di colpevoli lacune in fase di ...
Attimi. Il treno viaggia fuori dai binari prima di entrare nella stazione di Viareggio. Schizzano i sassi, “friggono” le scintille. Il capostazione fa appena in tempo a realizzare che va dato l’allarme subito. Ma prima vanno fermati altri due treni, che viaggiano da Nord a Sud e viceversa e rischiano di incrociare le quattordici cisterne fuori controllo.
Schianto. Stazione in tilt. I “bomboloni” sdraiati sui binari, sotto la storica passerella in ferro. La cisterna poco più avanti, all’altezza della Croce Verde. I macchinisti intuiscono e raggiungono la strada, la sede dell’associazione di volontariato: «Date l’allarme…è pieno di gas…».
Il boato. Il cielo che si fa rosso. La nuvola azzurra della morte dai binari è entrata nelle case. Devastazione. Brucia Rosario Campo, che passava in motorino al momento sbagliato. Bruciano le ambulanze della Croce Verde. Brucia via Ponchielli e la sua gente. Brucia il cuore di una città intera. Si è spezzato l’asse. Ed una cisterna si è aperta.
Alba di tecnici e politici, tra i luoghi devastati ed il Municipio. L’asse datato 1974, costruito nella Germania Est, revisionato nel 2008 ad Hannover, presso la Jungenthal che poi la invia alla Cima riparazioni. Ironia della sorte per sostituire, sullo stesso treno, un’altra sala montata (l’insieme di asse e ruote) che aveva mostrato di avere problemi tecnici. Perché si è spezzato l’asse e cosa doveva essere fatto per evitare la strage che alla fine conterà 32 morti?
La risposta arriva due anni dopo, dalle prove tecniche che costituiscono l’incidente probatorio e si tengono a Lovere (Bergamo) nelle Officine Lucchini: è stata la ruggine. Le indagini della Polfer che indaga per conto della Procura parlano chiaro: allo stato dei fatti, “sussitono fondati sospetti di colpevoli lacune in fase di ...
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Le guerre senza uomini sotto gli occhi di Borges - di Barbara Spinelli su Repubblica
Le chiamano guerre senza uomini, unmanned wars, e stanno stravolgendo il nostro rapporto con i conflitti militari e anche col potere. Protagonista è un velivolo che non ha bisogno di pilota perché basta schiacciare da lontano un bottone, e l'aggeggio parte: si chiama drone. A seconda della convenienza esplora terreni oppure decima persone: è un proiettile che varca oceani. Traiettoria, bersaglio, funzioni sono decisi da impenetrabili cerchie di tecnici e politici. Dopo aver bramato per anni guerre a zero morti, adesso Washington predilige guerre a zero uomini. Costano meno, e soprattutto non sono politicamente dannose: l'avversario stramazza, ma svanisce il rischio di veder tornare le salme dei nostri soldati. La connessione tra potere e opinione pubblica si spezza, così come si spezza il nesso tra guerra, legge, democrazia. Non solo. Hai l'impressione che il mondo non sia che un video con playstation, azionato da ignoti individui al servizio di un centro sfuggente che s'avvale impunemente dell'extraterritorialità: come la smisurata mappa di Borges, che "aveva l'immensità dell'impero e coincideva perfettamente con esso". Parte il proiettile, colpisce, e non resta che un ronzio (questo significa drone: il ronzio di un'ape maschio).
In Afghanistan queste offensive sono cominciate da tempo ma adesso sono estese a Pakistan, Yemen, Libia. Dieci anni fa Washington disponeva di 50 droni, oggi di 7 mila.
Il drone è diventato una panacea, a partire dal momento in cui le guerre al terrore sono finite in vicoli ciechi.
Una dopo l'altra, quasi tutte naufragano. In Afghanistan, dove sono schierati circa 4000 soldati italiani, la sconfitta è data per certa anche se non ammessa: l'aumento delle truppe deciso da Obama ha eccitato gli insorti, accrescendo l'odio delle popolazioni e consegnando a talebani e Al Qaeda terre sempre più vaste (l'intera cintura attorno a Kabul, le regioni ai confini col Pakistan: l'80 per cento circa del paese). Un rapporto pubblicato lunedì dall'International Crisis Group conferma l'esistenza di un'"oligarchia criminale di affaristi tra loro connessi, comprendente governanti corrotti e malavita, che domina l'economia usando gli aiuti ...
In Afghanistan queste offensive sono cominciate da tempo ma adesso sono estese a Pakistan, Yemen, Libia. Dieci anni fa Washington disponeva di 50 droni, oggi di 7 mila.
Il drone è diventato una panacea, a partire dal momento in cui le guerre al terrore sono finite in vicoli ciechi.
Una dopo l'altra, quasi tutte naufragano. In Afghanistan, dove sono schierati circa 4000 soldati italiani, la sconfitta è data per certa anche se non ammessa: l'aumento delle truppe deciso da Obama ha eccitato gli insorti, accrescendo l'odio delle popolazioni e consegnando a talebani e Al Qaeda terre sempre più vaste (l'intera cintura attorno a Kabul, le regioni ai confini col Pakistan: l'80 per cento circa del paese). Un rapporto pubblicato lunedì dall'International Crisis Group conferma l'esistenza di un'"oligarchia criminale di affaristi tra loro connessi, comprendente governanti corrotti e malavita, che domina l'economia usando gli aiuti ...
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Contratti, via libera all'accordo unitario Sì di Cgil dopo due anni si intese separate - su Repubblica.it
Accordo unitario sui contratti e la rappresentanza sindacale. L'ok all'intesa interconfederale è arrivato da Confindustria, Cgil, Cisl e Uil, dopo sei ore di trattativa. Con il sì, anche, della Cgil, dopo gli accordi separati degli ultimi due anni. "Grazie a Raffaele Bonanni, Luigi Angeletti, Susanna Camusso ed Emma Marcegaglia. Grazie per quello che hanno fatto oggi nell'interesse del nostro Paese", è stato il commento del ministro dell'Economia Giulio Tremonti. Al tavolo anche la presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, con il vicepresidente con delega alle relazioni industriali Alberto Bombassei.
Si è lavorato su un documento articolato in 9 punti: dalle nuove regole per la rappresentanza sindacale, alle garanzie di efficacia per gli accordi contrattuali firmati dalla maggioranza dei rappresentanti dei lavoratori, ad una sostanziale possibilità di deroghe a livello aziendale (termine che comunque non compare esplicitamente nel testo della bozza), al quadro dei contratti nazionali. L'accordo, ha spiegato Marcegaglia, "non sostituisce l'altro, quello del 2009", che non fu firmato dalla Cgil; "questo ragiona su altri temi, come la rappresentanza e l'efficacia erga omnes dei contratti aziendali".
L'accordo "chiude una stagione di separatezza tra di noi. Sono molto soddisfatta. La volontà è di riandare avanti tutti insieme", ha detto Marcegaglia. Di analogo avviso Camusso, secondo la quale "abbiamo superato una stagione di divisione
conseguente, anche, alla ristrutturazione della contrattazione. Cgil, Cisl e Uil - ha aggiunto - hanno definito norme di democrazia e di coinvolgimento dei lavoratori nell'attuazione degli accordi superando una lunga stagione di incertezze. Abbiamo dato un contributo a rimettere il valore del lavoro e la centralità della ...
Si è lavorato su un documento articolato in 9 punti: dalle nuove regole per la rappresentanza sindacale, alle garanzie di efficacia per gli accordi contrattuali firmati dalla maggioranza dei rappresentanti dei lavoratori, ad una sostanziale possibilità di deroghe a livello aziendale (termine che comunque non compare esplicitamente nel testo della bozza), al quadro dei contratti nazionali. L'accordo, ha spiegato Marcegaglia, "non sostituisce l'altro, quello del 2009", che non fu firmato dalla Cgil; "questo ragiona su altri temi, come la rappresentanza e l'efficacia erga omnes dei contratti aziendali".
L'accordo "chiude una stagione di separatezza tra di noi. Sono molto soddisfatta. La volontà è di riandare avanti tutti insieme", ha detto Marcegaglia. Di analogo avviso Camusso, secondo la quale "abbiamo superato una stagione di divisione
conseguente, anche, alla ristrutturazione della contrattazione. Cgil, Cisl e Uil - ha aggiunto - hanno definito norme di democrazia e di coinvolgimento dei lavoratori nell'attuazione degli accordi superando una lunga stagione di incertezze. Abbiamo dato un contributo a rimettere il valore del lavoro e la centralità della ...
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Di Pietro e il Cavaliere Due destini incrociati - di Ilvo Diamanti su Repubblica
Antonio Di Pietro ha mostrato, di recente, un atteggiamento indulgente, nei confronti di Silvio Berlusconi. Lui, l'avversario irriducibile, il portabandiera della Magistratura, che insegue il Presidente del Consiglio dovunque, da quando è "sceso in campo". Negli ultimi giorni appare più "mite", come vuole il sentimento dei tempi. E si dice preoccupato della solitudine del Cavaliere, verso il quale ha espresso "umana pietà". Da parte sua, Berlusconi, da qualche tempo ha indubbiamente una brutta cera. Sempre scuro in volto. I restauri quotidiani cui si sottopone non ne migliorano l'aspetto. Anzi. D'altronde, non è facile fare quella vita, sopportare tutti quegli impegni, tutte quelle preoccupazioni, tutti quei bunga bunga. Alla sua età. Tanto più dopo i duri colpi - elettorali - subiti di recente. Uno dopo l'altro. Amministrative e referendum. Due sconfitte politiche pesanti. Per la sua maggioranza, per il suo partito. Due sconfitte difficili da riassorbire, sul piano personale. Di Pietro, al contrario, esce da questa fase rafforzato. Da vincitore. Il suo partito ha ottenuto una vittoria importante, alle amministrative. A Napoli. Nonostante i suoi rapporti con De Magistris non siano splendidi. Ma si sa: due magistrati, due prime donne, pardon, due primi uomini, in un "partito personale", è difficile possano convivere senza problemi. Di Pietro e l'IdV, però, hanno ottenuto slancio soprattutto dai referendum. L'IdV: accanto ai comitati, unico partito del nucleo dei promotori. Da ciò la sensibile crescita dei consensi personali a Di Pietro, registrata dall'Atlante politico di Demos, nei giorni scorsi. E la ripresa dell'IdV, che, nelle stime elettorali, ha rimontato SeL di Vendola. Per questo ha suscitato sorpresa la simpatia per Berlusconi espressa, proprio ora, da Di Pietro. Lui, che non ha mai smesso la toga, soprattutto quando si rivolge al Cavaliere e a suoi uomini. Li ha sempre trattati da inquisiti, anzi: da colpevoli impenitenti. Alla ricerca continua di leggi "ad personam" e di altri espedienti per sottrarsi al giudizio dei magistrati. Così, mentre Giuliano Ferrara elogia l'atteggiamento responsabile di Di Pietro, i suoi elettori, i suoi militanti, i suoi alleati osservano - perplessi. E critici. Mentre i commentatori si interrogano sui motivi di questa svolta. L'ipotesi più accreditata è che Di Pietro cerchi di difendere e allargare lo spazio del suo partito (semi) personale. Minacciato e stretto dal PD, da SEL, dalla FdS e dal Movimento 5 Stelle. Così sgomita, provoca, polemizza. Con gli alleati e con i leader più vicini al suo elettorato. Poco "fedele" e piuttosto "tattico", come mostrano le oscillazioni elettorali cui è soggetto. Sceglie in base a calcoli contingenti. Di elezione in elezione. Di occasione in occasione. Così, il "Di Pietro irriducibile", dopo aver rivendicato da sempre il suo antagonismo genetico, nei confronti del Cavaliere, ora cambia registro. Diventa "moderato" per intercettare gli elettori "moderati" di centrodestra. Insoddisfatti dalla politica del governo. Delusi da Berlusconi. In pratica, Di Pietro agirebbe su criteri di marketing, rivolgendosi ai settori del mercato elettorale più contendibili, in questa fase.
Tuttavia, c'è un altro modo di interpretare la "svolta mite" di Antonio Di Pietro nei confronti di Silvio Berlusconi. Richiama l'origine politica dei due personaggi. Che è contestuale. Speculare. Sono entrambi artefici della fine della Prima Repubblica e dell'avvio della Seconda. Anzi, Di Pietro, figura simbolo dell'inchiesta di Mani Pulite, ne è il portabandiera. Mentre Berlusconi, insieme alla Lega e più della Lega, è colui che ha sfruttato il "vuoto" politico creato da Mani Pulite e dalla scomparsa dei partiti di governo della Prima Repubblica. Berlusconi e i Magistrati: i principali protagonisti e antagonisti della Seconda Repubblica. Nella propaganda del Cavaliere, per questo, Di Pietro e i Magistrati rappresentano, più ancora dei Comunisti, l'emblema del Nemico. Quelli che non ti lasciano lavorare, che ti spiano, che si fanno i fatti tuoi, che pretendono di rovesciare la volontà democraticamente espressa dal popolo. Di Pietro, a sua volta, è il principale protagonista dell'anti-berlusconismo. Ma riproduce, a sua volta, il rapporto fra politica e società inventato e imposto da Berlusconi. Non a caso è fondatore e leader di un partito personale, l'IdV, a lungo definito con il suo stesso nome (Lista Di Pietro). Inoltre, è particolarmente abile nel gestire la propria immagine ed il rapporto con i media. Il suo stesso linguaggio ruspante: risulta uno stile di comunicazione diretto ed efficace.
Le biografie politiche di Berlusconi e Di Pietro sono, dunque, speculari. Delineano due destini incrociati. Berlusconi e Di Pietro. I Duellanti. Difficile immaginare l'uno senza l'altro. Difficile scacciare il dubbio che la fine del Cavaliere potrebbe danneggiare lo stesso Di Pietro. E perfino metterlo fuori gioco. Da ciò un sospetto. Che l'indulgenza espressa da Di Pietro verso Berlusconi, in questo momento, non nasca solo da "altruismo". Ma anche dall'istinto di sopravvivenza.
Tuttavia, c'è un altro modo di interpretare la "svolta mite" di Antonio Di Pietro nei confronti di Silvio Berlusconi. Richiama l'origine politica dei due personaggi. Che è contestuale. Speculare. Sono entrambi artefici della fine della Prima Repubblica e dell'avvio della Seconda. Anzi, Di Pietro, figura simbolo dell'inchiesta di Mani Pulite, ne è il portabandiera. Mentre Berlusconi, insieme alla Lega e più della Lega, è colui che ha sfruttato il "vuoto" politico creato da Mani Pulite e dalla scomparsa dei partiti di governo della Prima Repubblica. Berlusconi e i Magistrati: i principali protagonisti e antagonisti della Seconda Repubblica. Nella propaganda del Cavaliere, per questo, Di Pietro e i Magistrati rappresentano, più ancora dei Comunisti, l'emblema del Nemico. Quelli che non ti lasciano lavorare, che ti spiano, che si fanno i fatti tuoi, che pretendono di rovesciare la volontà democraticamente espressa dal popolo. Di Pietro, a sua volta, è il principale protagonista dell'anti-berlusconismo. Ma riproduce, a sua volta, il rapporto fra politica e società inventato e imposto da Berlusconi. Non a caso è fondatore e leader di un partito personale, l'IdV, a lungo definito con il suo stesso nome (Lista Di Pietro). Inoltre, è particolarmente abile nel gestire la propria immagine ed il rapporto con i media. Il suo stesso linguaggio ruspante: risulta uno stile di comunicazione diretto ed efficace.
Le biografie politiche di Berlusconi e Di Pietro sono, dunque, speculari. Delineano due destini incrociati. Berlusconi e Di Pietro. I Duellanti. Difficile immaginare l'uno senza l'altro. Difficile scacciare il dubbio che la fine del Cavaliere potrebbe danneggiare lo stesso Di Pietro. E perfino metterlo fuori gioco. Da ciò un sospetto. Che l'indulgenza espressa da Di Pietro verso Berlusconi, in questo momento, non nasca solo da "altruismo". Ma anche dall'istinto di sopravvivenza.
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«Manovra? Siamo alla farsa solo il voto può dare scossa» - su L'Unità.it
Pier Luigi Bersani è tornato a criticare il governo e a respingere l'idea che in questa delicata congiuntura economica non si possa aprire una crisi. «Continuano a parlare di crisi al buio, ma il buio è adesso e non vedo chi possa accendere la luce», ha detto il segretario del Pd rispondendo ai cronisti alla Camera. Soltanto «il voto può dare una scossa», ha assicurato il segretario del Pd, «serve un governo che consenta all'Italia di ripartire».
Invece, ha proseguito alludendo alle indiscrezioni sulla manovra e al vertice di maggioranza, «la giornata di oggi ci dice della testarda volontà di questo esecutivo di continuare a sopravvivere senza avere il coraggio di affrontare i problemi». Così «traccheggiamo ancora in un estenuato tramonto di un governo non in grado di tirare la palla avanti» mentre invece «è meglio andare al voto per stimolare il Paese con una scossa mettendolo di fronte a scelte nuove e a una fase diversa». Bersani è poi tornato sull'idea di Pier Ferdinando Casini di un governo di responsabilità. «Credo che il problema si ponga in altri termini», ha detto, «il suo è un percorso irrealistico perché mi pare che Berlusconi abbia intenzione di fare un passo indietro». Tuttavia «se abbiamo tempo da perdere, possiamo pure aprire i dibattiti sui periodi ipotetici del terzo tipo», ha concluso.
«Voglio ricordare -aggiunge il segretario del Pd Pier Luigi Bersani alla Camera- che a quell'impegno con l'Europa ci sono arrivati loro a seguito, lo ripeto, di una totale assenza di riforme e di stimoli alla crescita. Quindi impostando un pareggio di bilancio fatto solo di tagli. Adesso evidentemente si spaventano di quello che loro stessi hanno costruito, provocato e buttano l'amaro calice in un miracoloso 2013-2014 che dovrebbe essere un anno magico e risolvere i problemi ventennali. Sì, è una drammatica farsa...».
Invece, ha proseguito alludendo alle indiscrezioni sulla manovra e al vertice di maggioranza, «la giornata di oggi ci dice della testarda volontà di questo esecutivo di continuare a sopravvivere senza avere il coraggio di affrontare i problemi». Così «traccheggiamo ancora in un estenuato tramonto di un governo non in grado di tirare la palla avanti» mentre invece «è meglio andare al voto per stimolare il Paese con una scossa mettendolo di fronte a scelte nuove e a una fase diversa». Bersani è poi tornato sull'idea di Pier Ferdinando Casini di un governo di responsabilità. «Credo che il problema si ponga in altri termini», ha detto, «il suo è un percorso irrealistico perché mi pare che Berlusconi abbia intenzione di fare un passo indietro». Tuttavia «se abbiamo tempo da perdere, possiamo pure aprire i dibattiti sui periodi ipotetici del terzo tipo», ha concluso.
«Voglio ricordare -aggiunge il segretario del Pd Pier Luigi Bersani alla Camera- che a quell'impegno con l'Europa ci sono arrivati loro a seguito, lo ripeto, di una totale assenza di riforme e di stimoli alla crescita. Quindi impostando un pareggio di bilancio fatto solo di tagli. Adesso evidentemente si spaventano di quello che loro stessi hanno costruito, provocato e buttano l'amaro calice in un miracoloso 2013-2014 che dovrebbe essere un anno magico e risolvere i problemi ventennali. Sì, è una drammatica farsa...».
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La Casta s'è desta - di Massimo Gramellini su La Stampa
Anche la Casta ha il suo «indignato», disposto a scendere in piazza contro il governo che vorrebbe dare una timida sforbiciata a stipendi, pensioni e autoblù degli onorevoli. È Gianfranco Rotondi, ministro per l’Attuazione del programma, che ha spiegato a «Libero» il programma che intende attuare: la difesa dei propri privilegi. Questo il succo del pensiero rotondeggiante. Quale bel risultato si otterrebbe se passasse l’idea infausta di Tremonti, che intende ridurre la pacchia per gli eletti del popolo? Uno solo: innervosire gli eletti, i quali per ripicca affosserebbero il governo poltronicida e ne edificherebbero subito un altro, più disponibile a tutelare l’unico vero patrimonio di interesse nazionale: il loro. Quanto al popolo, ci detesta a tal punto che continuerebbe a detestarci anche se adeguassimo la nostra paga a quella di un operatore di call center. E allora, insulti per insulti, tanto vale prenderseli avendo la borsa piena. Col piglio del leader, Rotondi passa dall’analisi alla strategia: «Teniamoci buoni i mille parlamentari. Non possiamo dargli l’aumento (e qui par di sentire la voce del ministro incresparsi in un fremito di dispiacere) ma almeno coccoliamoli, rassicuriamoli, non rompiamogli le palle se vogliamo arrivare alla fine della legislatura. E nel frattempo cerchiamo di farci dimenticare».
È l’unica falla del ragionamento. Perché noi ci dimenticheremmo di loro anche volentieri. Sono le cose che dicono ogni giorno al telefono e nelle interviste a renderli, purtroppo, indimenticabili.
È l’unica falla del ragionamento. Perché noi ci dimenticheremmo di loro anche volentieri. Sono le cose che dicono ogni giorno al telefono e nelle interviste a renderli, purtroppo, indimenticabili.
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Auguri e un dottorato ad Oxford per il presidente Giorgio Napolitano - su L'Unita.it
"Caro Presidente, in occasione della felice ricorrenza del Suo compleanno desidero farLe pervenire i più sinceri auguri, a nome mio personale e dell'intero Senato". Così il Presidente del Senato, Renato Schifani, nel messaggio di auguri inviato al Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che oggi compie 86 anni.
"Nel giorno del Suo compleanno, sono lieto di farLe giungere, illustre Presidente, le più fervide espressioni augurali, mie personali e dell'intera Camera dei deputati". Così il Presidente della Camera dei deputati, Gianfranco Fini, nel messaggio inviato al Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. "In questa delicata fase - scrive Fini - che vede il nostro Paese impegnato a superare nuove e difficili sfide, la Sua costante e rigorosa opera al servizio delle Istituzioni democratiche rappresenta per tutti gli italiani un punto di riferimento essenziale per consolidare una forte coesione nazionale e un più profondo sentimento di fiducia in un futuro di crescita e di benessere, sociale ed economico, nell'ambito di una stabile compagine istituzionale. Voglia gradire, caro Presidente, i sensi della mia più alta stima e considerazione".
Ma, oltre alle alte cariche dello Stato, tutto il mondo politico e non solo ha voluto in queste ore festeggiare Giorgio Napolitano. Messaggi di auguri finanche dalla Lega Nord.
Il Presidente intanto si gode la sua trasferta inglese: prima un incontro con la Regina Elisabetta, a Buckingham Palace, poi la visita ad Oxford per incontrare gli italianisti della famosa università inglese per ragionare di economia, società, istituzioni da consolidare, delle "sfide difficili" che l'Italia ha davanti e che non pretende di nascondere.
Giorgio Napolitano parla in forbito inglese ad un uditorio di italianisti dell'ateneo di Oxford al Pembroke College. "L'Italia ce la farà, l'Italia merita la fiducia degli amici e degli alleati europei per la sua lunga storia", dice il presidente della Repubblica. Ricorda che il 150/o dell'Unità d'Italia ha dato l'occasione per ricordare pagine del nostro passato che incoraggiano ad avere fiducia nelle capacità dell'Italia stessa, nella capacità di ...
"Nel giorno del Suo compleanno, sono lieto di farLe giungere, illustre Presidente, le più fervide espressioni augurali, mie personali e dell'intera Camera dei deputati". Così il Presidente della Camera dei deputati, Gianfranco Fini, nel messaggio inviato al Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. "In questa delicata fase - scrive Fini - che vede il nostro Paese impegnato a superare nuove e difficili sfide, la Sua costante e rigorosa opera al servizio delle Istituzioni democratiche rappresenta per tutti gli italiani un punto di riferimento essenziale per consolidare una forte coesione nazionale e un più profondo sentimento di fiducia in un futuro di crescita e di benessere, sociale ed economico, nell'ambito di una stabile compagine istituzionale. Voglia gradire, caro Presidente, i sensi della mia più alta stima e considerazione".
Ma, oltre alle alte cariche dello Stato, tutto il mondo politico e non solo ha voluto in queste ore festeggiare Giorgio Napolitano. Messaggi di auguri finanche dalla Lega Nord.
Il Presidente intanto si gode la sua trasferta inglese: prima un incontro con la Regina Elisabetta, a Buckingham Palace, poi la visita ad Oxford per incontrare gli italianisti della famosa università inglese per ragionare di economia, società, istituzioni da consolidare, delle "sfide difficili" che l'Italia ha davanti e che non pretende di nascondere.
Giorgio Napolitano parla in forbito inglese ad un uditorio di italianisti dell'ateneo di Oxford al Pembroke College. "L'Italia ce la farà, l'Italia merita la fiducia degli amici e degli alleati europei per la sua lunga storia", dice il presidente della Repubblica. Ricorda che il 150/o dell'Unità d'Italia ha dato l'occasione per ricordare pagine del nostro passato che incoraggiano ad avere fiducia nelle capacità dell'Italia stessa, nella capacità di ...
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mercoledì 29 giugno 2011
Bersani: "Dialogo? Non credo al premier" - di A. Custodero su Repubblica
Pier Luigi Bersani, segretario del Pd, «non crede» al dialogo con Berlusconi sulle riforme. Boccia la proposta del centrista Casini di «un governo di emergenza». E, piuttosto che «perdere tempo», dice di preferire il voto. Sulla stessa linea di «un governo di svolta» anche il leader di Sel, Nichi Vendola, che bolla l´altra soluzione di emergenza come «un´ipotesi pericolosa».
Bersani ha dunque declinato l´invito a collaborare rivoltogli dal premier («Avanti con le riforme, tanto vale andare d´accordo», aveva detto il Cavaliere). Il segretario pd, con una battuta, ha preferito stroncare il dialogo sul nascere: «Dovrei essere io - ha dichiarato - uno dei pochi italiani che gli crede?». «Dialogo - ha aggiunto - è una parola fumosa. C´è un posto che si chiama Parlamento, lì siamo pronti a discutere». Esempi di mancato dialogo fra opposizione e maggioranza, del resto, non mancano, come ad esempio gli «inascoltati» progetti del Pd per risolvere l´emergenza di Napoli. «La settimana scorsa - ha spiegato Bersani - abbiamo presentato un articolato sulla questione rifiuti da trasformare in decreto. Se vogliono il dialogo in Parlamento ci siamo. Ma finora siamo stati sempre inascoltati, altrimenti non ci troveremmo davanti a questa manovra economica che stanno per presentare».
A proposito della proposta di Pier Ferdinando Casini di un governo di emergenza in alternativa al voto, il leader pd s´è detto contrario. «Se stessimo parlando di Berlusconi che fa un passo indietro - sostiene - allora il mio partito direbbe "vediamo". Ma siccome siamo in un periodo ipotetico del terzo tipo, mi chiedo se non sia meglio andare a votare, piuttosto che perdere un sacco di tempo inutilmente. Almeno l'appuntamento elettorale può consentirci di fare il punto e ri-programmare la ri-partenza necessaria al Paese». Viceversa, per Bersani «un tramonto del Berlusconismo così estenuante può essere pericoloso: lo dice lo ...
Bersani ha dunque declinato l´invito a collaborare rivoltogli dal premier («Avanti con le riforme, tanto vale andare d´accordo», aveva detto il Cavaliere). Il segretario pd, con una battuta, ha preferito stroncare il dialogo sul nascere: «Dovrei essere io - ha dichiarato - uno dei pochi italiani che gli crede?». «Dialogo - ha aggiunto - è una parola fumosa. C´è un posto che si chiama Parlamento, lì siamo pronti a discutere». Esempi di mancato dialogo fra opposizione e maggioranza, del resto, non mancano, come ad esempio gli «inascoltati» progetti del Pd per risolvere l´emergenza di Napoli. «La settimana scorsa - ha spiegato Bersani - abbiamo presentato un articolato sulla questione rifiuti da trasformare in decreto. Se vogliono il dialogo in Parlamento ci siamo. Ma finora siamo stati sempre inascoltati, altrimenti non ci troveremmo davanti a questa manovra economica che stanno per presentare».
A proposito della proposta di Pier Ferdinando Casini di un governo di emergenza in alternativa al voto, il leader pd s´è detto contrario. «Se stessimo parlando di Berlusconi che fa un passo indietro - sostiene - allora il mio partito direbbe "vediamo". Ma siccome siamo in un periodo ipotetico del terzo tipo, mi chiedo se non sia meglio andare a votare, piuttosto che perdere un sacco di tempo inutilmente. Almeno l'appuntamento elettorale può consentirci di fare il punto e ri-programmare la ri-partenza necessaria al Paese». Viceversa, per Bersani «un tramonto del Berlusconismo così estenuante può essere pericoloso: lo dice lo ...
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Lo Stato a strati - di Massimo Gramellini su La Stampa
Trentun anni da Ustica e come ogni anno ritornano le rivelazioni, gli appelli, i riassunti delle puntate precedenti di uno strazio infinito, parte dell'intricato feuilleton che era l'Italia di quei tempi certo non migliori di questi. Prima, durante e dopo il DC-9 inabissatosi in mare (i pinocchi di Stato parlarono di «cedimento strutturale») ci furono la bomba alla stazione di Bologna, la lista P2, la morte di Calvi, il rapimento di Emanuela Orlandi, i delitti Ambrosoli, Pecorelli e Dalla Chiesa, in un turbinio di gangster, doppiogiochisti, terroristi interni e internazionali, agenti «in sonno» e altri fin troppo svegli. Migliaia di pagine d'inchiesta non sono bastate a suturare nemmeno una di queste ferite della memoria collettiva. Su Ustica, fra un baciamano e l'altro, fra un bombardamento e l'altro, si sarebbe potuto almeno chiedere qualche delucidazione a Gheddafi, che la sera del 27 giugno 1980 pare volasse da quelle parti. Invece muri di gomma e facce di bronzo.
Intendiamoci. Ogni nazione ha i suoi misteri insoluti: in America ancora si discute sui mandanti dell'assassinio di Kennedy e sui presunti alieni caduti nel New Mexico. Anche lì si pensa che il Potere tenga nascosti pezzi di verità. Ma nelle nazioni più serie il Potere coincide con lo Stato: istituzioni politiche e forze armate. Invece da noi a reggere i fili del mistero sembrano esserci delle cricche perennemente in lotta o in combutta fra loro. Mafie, consorterie, piccoli Stati cresciuti dentro lo Stato fino a corroderlo e a trasformarlo nell'esile fondale di una recita che si svolge dietro le quinte e proietta sul palco soltanto le ombre.
Intendiamoci. Ogni nazione ha i suoi misteri insoluti: in America ancora si discute sui mandanti dell'assassinio di Kennedy e sui presunti alieni caduti nel New Mexico. Anche lì si pensa che il Potere tenga nascosti pezzi di verità. Ma nelle nazioni più serie il Potere coincide con lo Stato: istituzioni politiche e forze armate. Invece da noi a reggere i fili del mistero sembrano esserci delle cricche perennemente in lotta o in combutta fra loro. Mafie, consorterie, piccoli Stati cresciuti dentro lo Stato fino a corroderlo e a trasformarlo nell'esile fondale di una recita che si svolge dietro le quinte e proietta sul palco soltanto le ombre.
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I referendum inammissibili - di Stefano Ceccanti su Europa
Il Pd è nettamente contrario alla legge elettorale vigente ed è favorevole a un sistema di collegi maggioritari a doppio turno. Per arrivarvi può decidere di impegnarsi, oltre che sul piano parlamentare, anche su quello referendario purché i quesiti migliorino il bipolarismo e ricostruiscano un rapporto eletti-elettori.
Per questo vale seriamente la pena di lavorare su quesiti che ripristinino la legge Mattarella. Nel frattempo, però, non si può evitare in alcun modo un giudizio preciso e motivato sull’iniziativa già in campo, i Passigli-Ferrara-Villone, che meritano il più netto dissenso. Ecco perché. Il primo sembra inammissibile (comunque l’unico che abbia qualche chance) perché si prefigge ben tre obiettivi: la cancellazione del premio di maggioranza per tornare alla proporzionale pura, l’innalzamento dello sbarramento dal 2 al 4% e l’eliminazione dell’indicazione del capo della forza politica o coalizione con la quale i partiti si vincolano a presentare al presidente della repubblica il nominativo da loro proposto per formare il governo.
Ora un elettore potrebbe essere d’accordo con uno o con due di questi obiettivi, mentre il quesito lo obbliga a condividerli o a rigettarli tutti e tre contemporaneamente. Difficile ricondurli a una matrice unitaria per ammetterlo.
Ammesso e non concesso che ciò avvenga, l’abrogazione più importante, quella del premio, senza poter introdurre un altro criterio bipolarizzante come il collegio uninominale maggioritario o collegi plurinominali ristretti, sarebbe regressivo, togliendo anche il diritto di decidere sui governi senza poter ripristinare quello relativo ai rappresentanti, come si vedrà tra breve.
Il secondo è sicuramente inammissibile perché eterogeneo (candidature multiple e liste bloccate), ma soprattutto perché crea un vuoto (abrogate le liste bloccate non rinascono le preferenze). Qui i fortissimi ...
Per questo vale seriamente la pena di lavorare su quesiti che ripristinino la legge Mattarella. Nel frattempo, però, non si può evitare in alcun modo un giudizio preciso e motivato sull’iniziativa già in campo, i Passigli-Ferrara-Villone, che meritano il più netto dissenso. Ecco perché. Il primo sembra inammissibile (comunque l’unico che abbia qualche chance) perché si prefigge ben tre obiettivi: la cancellazione del premio di maggioranza per tornare alla proporzionale pura, l’innalzamento dello sbarramento dal 2 al 4% e l’eliminazione dell’indicazione del capo della forza politica o coalizione con la quale i partiti si vincolano a presentare al presidente della repubblica il nominativo da loro proposto per formare il governo.
Ora un elettore potrebbe essere d’accordo con uno o con due di questi obiettivi, mentre il quesito lo obbliga a condividerli o a rigettarli tutti e tre contemporaneamente. Difficile ricondurli a una matrice unitaria per ammetterlo.
Ammesso e non concesso che ciò avvenga, l’abrogazione più importante, quella del premio, senza poter introdurre un altro criterio bipolarizzante come il collegio uninominale maggioritario o collegi plurinominali ristretti, sarebbe regressivo, togliendo anche il diritto di decidere sui governi senza poter ripristinare quello relativo ai rappresentanti, come si vedrà tra breve.
Il secondo è sicuramente inammissibile perché eterogeneo (candidature multiple e liste bloccate), ma soprattutto perché crea un vuoto (abrogate le liste bloccate non rinascono le preferenze). Qui i fortissimi ...
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Referendum Elettorale
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«Siamo come i galli contro i romani» - di Michele Serra su Repubblica
«Siamo come i galli contro i romani», dicono i no-Tav. Duole ricordare loro che i romani stravinsero, e usando una potenza soverchiante al cui confronto le legioni di Maroni sono una delegazione amichevole. Giocava, in favore dei romani, un salto tecnologico (e politico, scientifico, amministrativo, culturale, burocratico) di qualche secolo. Chi vince soggiogando popoli e paesaggi non è mai simpatico, ma spesso incarna un´idea di mondo più funzionale e dinamica, che sta in piedi perché (e fino a che) favorisce molte più persone di quante ne danneggia. La lotta dei no-Tav ha molte buone ragioni, e a parte i fanatici che usano quel luogo e quella situazione come una palestra (una vale l´altra), un sacco di gente brava, ragionevole e informata è contro quel buco nella montagna. Ma a favore di quel buco c´è l´Europa, e per quanto arbitraria e discussa sia, l´istituzione transnazionale che chiamiamo Europa è la sola speranza che abbiamo di un futuro pensato su larga scala, e condiviso con altri popoli. Un futuro che ci salvi dalla dannazione delle Piccole Patrie, che sono la sentina di ogni grettezza reazionaria, di ogni chiusura di orizzonte. Non possiamo invocarla quando ci fa comodo, l´Europa, e maledirla quando mette il naso nel nostro cortile. O la malediciamo sempre, come fa con qualche coerenza Borghezio, o ne accettiamo lo scomodo ma autorevole patrocinio.
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Riecco le donne di "Se non ora quando" "A Siena per cambiare il Paese" - di Silvia Fumarola su Repubblica
Le donne sono abituate a non arrendersi; se cominciamo qualcosa, difficilmente mollano a metà strada. Ma perché la condizione femminile cambi veramente bisogna impegnarsi a fondo, far sentire la propria voce, senza dare niente per scontato, senza incertezze: per questo, dopo aver portato un milione di persone in piazza, le donne di "Se non ora quando?" organizzano la grande manifestazione a Siena del 9 e 10 luglio, perché «l´Italia diventi davvero un paese per donne». Indietro non si torna ma dopo il 13 febbraio, e la conferma che c´era una grande voglia - dapprima silenziosa - di cambiare, non si sono fatti grandi passi avanti.
Adesso gli oltre 120 comitati locali, nati in quell´occasione, si incontreranno nella città toscana, nel complesso di Santa Maria della Scala per una sorta di Stati generali della condizione femminile, un momento di confronto con le donne di tutta Italia, sui temi fondamentali: la vita quotidiana, il lavoro, l´immagine femminile, il ruolo nella società, la difficoltà enorme di conciliare famiglia e professione. Quante sono le donne nelle stanze dei bottoni? Ancora troppo poche. Linda Laura Sabbadini dell´Istat fornirà dati sconfortanti e l´economista Tindara Addabbo spiegherà come le donne siano ancora discriminate: lavorano come gli uomini, ma guadagnano meno.
«Vogliamo che la rete resti in piedi» chiarisce la regista Cristina Comencini «e si allarghi il più possibile; se siamo riuscite a portare tanta gente in piazza è stato grazie al web, al confronto continuo con tante donne diverse, in tutto il Paese. È fondamentale mettere insieme le esperienze e confrontarci, c´è stato un risveglio lo scorso inverno che è prezioso, le energie non vanno disperse. Partendo dalla difesa del corpo delle donne adesso vogliamo andare avanti, mettere al centro il lavoro. I dati parlano chiaro: le 800mila italiane costrette a lasciare il loro impiego dopo una gravidanza, l´esercito di precarie e disoccupate - eppure, è appurato, le donne sono le più efficienti e preparate - sono la dimostrazione che questo non è un Paese per donne. Il campo non lo lasciamo, anche se ci rendiamo conto che il nostro progetto di cambiamento è molto ...
Adesso gli oltre 120 comitati locali, nati in quell´occasione, si incontreranno nella città toscana, nel complesso di Santa Maria della Scala per una sorta di Stati generali della condizione femminile, un momento di confronto con le donne di tutta Italia, sui temi fondamentali: la vita quotidiana, il lavoro, l´immagine femminile, il ruolo nella società, la difficoltà enorme di conciliare famiglia e professione. Quante sono le donne nelle stanze dei bottoni? Ancora troppo poche. Linda Laura Sabbadini dell´Istat fornirà dati sconfortanti e l´economista Tindara Addabbo spiegherà come le donne siano ancora discriminate: lavorano come gli uomini, ma guadagnano meno.
«Vogliamo che la rete resti in piedi» chiarisce la regista Cristina Comencini «e si allarghi il più possibile; se siamo riuscite a portare tanta gente in piazza è stato grazie al web, al confronto continuo con tante donne diverse, in tutto il Paese. È fondamentale mettere insieme le esperienze e confrontarci, c´è stato un risveglio lo scorso inverno che è prezioso, le energie non vanno disperse. Partendo dalla difesa del corpo delle donne adesso vogliamo andare avanti, mettere al centro il lavoro. I dati parlano chiaro: le 800mila italiane costrette a lasciare il loro impiego dopo una gravidanza, l´esercito di precarie e disoccupate - eppure, è appurato, le donne sono le più efficienti e preparate - sono la dimostrazione che questo non è un Paese per donne. Il campo non lo lasciamo, anche se ci rendiamo conto che il nostro progetto di cambiamento è molto ...
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Ilaria Alpi e i doveri dell´informazione - di Roberto Saviano su Repubblica
Il significato che attribuisco a questo Premio è non solo motivato dalla fine tragica di Ilaria Alpi, che ha pagato con la vita la ricerca per la verità. Ma anche dalla vita stessa di Ilaria Alpi che conta molto di più della sua morte.
Quando si cade, quando di muore per il proprio lavoro, la morte, la tragedia, assolutizzano tutto, e spesso è solo quell´evento tragico a rendere nota la persona scomparsa. Nel caso di Ilaria Alpi, mi piace ricordare che a far paura è stato il suo talento di giornalista, di ricercatrice, di comunicatrice, da viva. Ilaria Alpi era giornalista televisiva. E il suo ricordo in questi mesi difficili per il giornalismo del paese, diviene ancora più necessario.
Ecco perché l´esistenza di questo premio, e poterlo ricevere, mi fa star bene. Perché non è soltanto memoria - cosa peraltro fondamentale - ma è un´indicazione. È intraprendere una strada per scardinare certi meccanismi di potere. Il talento di Ilaria Alpi è quello che mi piace ricordare ed è quello che credo possa essere, come per Giovanni Falcone, il suo vero lascito. Falcone non è stato solo un giudice di coraggio e di schiena dritta, ma è stato un genio del diritto, ed è stato ucciso come Ilaria Alpi, per la sua bravura. Ricordarlo, significa dirci che abbiamo il dovere di essere bravi. Certo dobbiamo indignarci, ne abbiamo il diritto. E´ necessario protestare, ma dobbiamo anche e soprattutto fare bene il nostro lavoro. L´unica speranza che vedo per il nostro Paese è proprio questa: contare sulla nostra bravura. L´Italia è piena di talenti, bisogna ripartire da lì. Ricevere questo premio è come ricevere un ordine: sii sempre migliore. In queste ore difficili per il giornalismo italiano ci si trova dinanzi alla difficoltà di dover difendere la qualità del racconto. Di difendere le parole. Di non farle divenire estorsione, ricatto, meccanismo in mano ai faccendieri. La credibilità del giornalismo si perde quando non approfondisce, quando non rispetta, quando non ...
Quando si cade, quando di muore per il proprio lavoro, la morte, la tragedia, assolutizzano tutto, e spesso è solo quell´evento tragico a rendere nota la persona scomparsa. Nel caso di Ilaria Alpi, mi piace ricordare che a far paura è stato il suo talento di giornalista, di ricercatrice, di comunicatrice, da viva. Ilaria Alpi era giornalista televisiva. E il suo ricordo in questi mesi difficili per il giornalismo del paese, diviene ancora più necessario.
Ecco perché l´esistenza di questo premio, e poterlo ricevere, mi fa star bene. Perché non è soltanto memoria - cosa peraltro fondamentale - ma è un´indicazione. È intraprendere una strada per scardinare certi meccanismi di potere. Il talento di Ilaria Alpi è quello che mi piace ricordare ed è quello che credo possa essere, come per Giovanni Falcone, il suo vero lascito. Falcone non è stato solo un giudice di coraggio e di schiena dritta, ma è stato un genio del diritto, ed è stato ucciso come Ilaria Alpi, per la sua bravura. Ricordarlo, significa dirci che abbiamo il dovere di essere bravi. Certo dobbiamo indignarci, ne abbiamo il diritto. E´ necessario protestare, ma dobbiamo anche e soprattutto fare bene il nostro lavoro. L´unica speranza che vedo per il nostro Paese è proprio questa: contare sulla nostra bravura. L´Italia è piena di talenti, bisogna ripartire da lì. Ricevere questo premio è come ricevere un ordine: sii sempre migliore. In queste ore difficili per il giornalismo italiano ci si trova dinanzi alla difficoltà di dover difendere la qualità del racconto. Di difendere le parole. Di non farle divenire estorsione, ricatto, meccanismo in mano ai faccendieri. La credibilità del giornalismo si perde quando non approfondisce, quando non rispetta, quando non ...
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In Italia tante "altre Rosarno" a rischio scontri 15 province - di V. Polchi su Repubblica
Polveriere pronte a saltare. Sono le altre Rosarno d'Italia: quindici province "a rischio di conflittualità sociale". Dove sono? Tre in Campania, tre in Puglia, due in Calabria e ben sette in Sicilia. Incubatrici di tensioni economiche e sociali, che potrebbero esplodere in rivolte e scontri tra immigrati e italiani. Come a Rosarno nel gennaio 2010 1. In testa alla "black list" c'è Caserta e la sua provincia.
La mappa del rischio. A tracciare la mappa del rischio è una lunga ricerca sul territorio - 175 pagine - condotta dall'Ires (Istituto ricerche economiche e sociali), che la Cgil presenterà il prossimo 1° luglio a Roma. "Le nuove Rosarno - scrivono i ricercatori - si possono riscontrare in diversi territori del nostro Paese: il combinato disposto di sfruttamento, mancato sviluppo e corruzione della piana di Gioia Tauro e di Rosarno costituiscono una sorta di paradigma di quello che potrebbe accadere in molte altre realtà. Quanto è emerso dopo la rivolta dei lavoratori africani ha posto l'attenzione sia sulle gravi forme di sfruttamento lavorativo e degrado sociale in cui versa una considerevole parte di lavoratori in questo Paese - e si tratta soprattutto di immigrati - sia sull'assenza di adeguate politiche locali e nazionali in materia di accoglienza, lavoro e sviluppo, che porterebbero a ridurre, almeno in parte, i rischi potenziali di conflitto sociale".
LE MAPPE DEL RISCHIO
Le 15 nuove Rosarno. L'Italia che emerge dalla ricerca Ires è una coperta d'Arlecchino: tanti colori, quante sono le province a rischio rivolte. Dal bianco e giallo del Nord (basso e medio rischio), al marrone del Centro e della Sardegna (alto rischio di conflittualità), fino ad arrivare al rosso del Sud (rischio molto alto). Le quindici province italiane "a maggior propensione rischio di conflittualità sociale" sono nell'ordine: Caserta, Crotone, Napoli, Siracusa, Ragusa, Caltanissetta, Reggio Calabria, Salerno, Catania, Trapani, Foggia, Taranto, Palermo, Agrigento e Lecce. Ma quali sono gli ingredienti della conflittualità?
Gli ingredienti del conflitto. La mappa del rischio incrocia quattro indici, quali fattori anticipatori dei conflitti. Il primo è l'indice di sviluppo occupazionale che esprime la capacità del mercato di offrire lavoro, garantirne la sicurezza e, limitatamente ai settori agricolo e delle costruzioni, rispettare le regole contrattuali (in questo caso è Crotone la provincia peggiore). Segue l'indice di sviluppo economico che misura la ricchezza ...
La mappa del rischio. A tracciare la mappa del rischio è una lunga ricerca sul territorio - 175 pagine - condotta dall'Ires (Istituto ricerche economiche e sociali), che la Cgil presenterà il prossimo 1° luglio a Roma. "Le nuove Rosarno - scrivono i ricercatori - si possono riscontrare in diversi territori del nostro Paese: il combinato disposto di sfruttamento, mancato sviluppo e corruzione della piana di Gioia Tauro e di Rosarno costituiscono una sorta di paradigma di quello che potrebbe accadere in molte altre realtà. Quanto è emerso dopo la rivolta dei lavoratori africani ha posto l'attenzione sia sulle gravi forme di sfruttamento lavorativo e degrado sociale in cui versa una considerevole parte di lavoratori in questo Paese - e si tratta soprattutto di immigrati - sia sull'assenza di adeguate politiche locali e nazionali in materia di accoglienza, lavoro e sviluppo, che porterebbero a ridurre, almeno in parte, i rischi potenziali di conflitto sociale".
LE MAPPE DEL RISCHIO
Le 15 nuove Rosarno. L'Italia che emerge dalla ricerca Ires è una coperta d'Arlecchino: tanti colori, quante sono le province a rischio rivolte. Dal bianco e giallo del Nord (basso e medio rischio), al marrone del Centro e della Sardegna (alto rischio di conflittualità), fino ad arrivare al rosso del Sud (rischio molto alto). Le quindici province italiane "a maggior propensione rischio di conflittualità sociale" sono nell'ordine: Caserta, Crotone, Napoli, Siracusa, Ragusa, Caltanissetta, Reggio Calabria, Salerno, Catania, Trapani, Foggia, Taranto, Palermo, Agrigento e Lecce. Ma quali sono gli ingredienti della conflittualità?
Gli ingredienti del conflitto. La mappa del rischio incrocia quattro indici, quali fattori anticipatori dei conflitti. Il primo è l'indice di sviluppo occupazionale che esprime la capacità del mercato di offrire lavoro, garantirne la sicurezza e, limitatamente ai settori agricolo e delle costruzioni, rispettare le regole contrattuali (in questo caso è Crotone la provincia peggiore). Segue l'indice di sviluppo economico che misura la ricchezza ...
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La Camusso tiene, Fiom nell’angolo - di Gianni Del Vecchio su Europa
Un altro piccolo grande passo verso l’accordo fra industriali e sindacati sui contratti aziendali e la rappresentanza è stato compiuto ieri sera. Susanna Camusso, leader della Cgil, ha incassato dal direttivo della sua organizzazione il mandato a proseguire le trattative per firmare l’intesa.
Un mandato non all’unanimità ma a maggioranza, visto che la sinistra interna, rappresentata dal trio Landini-Rinaldini-Cremaschi si è espressa contro la relazione della segreteria. In ogni caso, si tratta di una piena e legittima investitura che le permetterebbe in teoria di poter firmare già oggi l’accordo con gli altri sindacati e Confindustria.
Tuttavia sembra probabile che serva un ulteriore incontro, visto che testi scritti ancora non sono circolati. La riunione del “parlamentino” della Cgil è stata anticipata a ieri proprio perché nel primo incontro di venerdì scorso la Camusso si è resa conto di poter arrivare a un’intesa con le controparti su due punti cardine delle relazioni industriali, l’esigibilità dei contratti aziendali e la rappresentanza.
Il segretario ha illustrato ai membri del direttivo i principi generali che dovrebbe dar vita al nuovo patto. Sul primo punto, si dovrebbe cancellare l’opzione deroghe al contratto nazionale e individuare piuttosto dei criteri di adattabilità dei contratti aziendali, secondo una griglia prestabilita da concordare e inserire a livello nazionale.
In altri termini, il contratto nazionale sarà sempre una forte cornice, all’interno della quale si possono delegare alcuni aspetti alle singole aziende. Per quel che riguarda la rappresentanza, invece, si dovrebbe procedere lungo le linee individuate con l’accordo unitario tra Cgil, Cisl e Uil del 2008, secondo cui il peso di ciascun sindacato sarà dato dal mix tra iscritti, certificati dall’Inps, e i voti delle Rsu. Così, per validare un accordo, sarà sufficiente che le Rsu firmatarie rappresentino il 50 per cento più uno dei lavoratori, senza la necessità di alcun passaggio referendario.
Consultazione referendaria che invece sarà obbligatoria nel caso che a stipulare un accordo siano le sole Rsa, che non sono elette da tutti i lavoratori ma nominate dai sindacati. Anche in questo caso è necessario la ...
Un mandato non all’unanimità ma a maggioranza, visto che la sinistra interna, rappresentata dal trio Landini-Rinaldini-Cremaschi si è espressa contro la relazione della segreteria. In ogni caso, si tratta di una piena e legittima investitura che le permetterebbe in teoria di poter firmare già oggi l’accordo con gli altri sindacati e Confindustria.
Tuttavia sembra probabile che serva un ulteriore incontro, visto che testi scritti ancora non sono circolati. La riunione del “parlamentino” della Cgil è stata anticipata a ieri proprio perché nel primo incontro di venerdì scorso la Camusso si è resa conto di poter arrivare a un’intesa con le controparti su due punti cardine delle relazioni industriali, l’esigibilità dei contratti aziendali e la rappresentanza.
Il segretario ha illustrato ai membri del direttivo i principi generali che dovrebbe dar vita al nuovo patto. Sul primo punto, si dovrebbe cancellare l’opzione deroghe al contratto nazionale e individuare piuttosto dei criteri di adattabilità dei contratti aziendali, secondo una griglia prestabilita da concordare e inserire a livello nazionale.
In altri termini, il contratto nazionale sarà sempre una forte cornice, all’interno della quale si possono delegare alcuni aspetti alle singole aziende. Per quel che riguarda la rappresentanza, invece, si dovrebbe procedere lungo le linee individuate con l’accordo unitario tra Cgil, Cisl e Uil del 2008, secondo cui il peso di ciascun sindacato sarà dato dal mix tra iscritti, certificati dall’Inps, e i voti delle Rsu. Così, per validare un accordo, sarà sufficiente che le Rsu firmatarie rappresentino il 50 per cento più uno dei lavoratori, senza la necessità di alcun passaggio referendario.
Consultazione referendaria che invece sarà obbligatoria nel caso che a stipulare un accordo siano le sole Rsa, che non sono elette da tutti i lavoratori ma nominate dai sindacati. Anche in questo caso è necessario la ...
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Il paese dell’assurdo. O del ridicolo? - di Arnaldo Sciarelli su Europa
Dopo il referendum, la sagra paesana anti-italiana di Pontida e il discorso del Cavaliere improvviso ammiratore del presidente della repubblica, lo scenario per i berlusconiani è tragicomico. Pisapia e de Magistris, pur con piglio e tattiche diverse, e i referendum, attraverso il voto della vera maggioranza degli italiani votanti, dimostrano che il berlusconismo, autentico e pluriennale stallo inutile per il paese, sta consumandosi.
Al di là dell’immondizia di Napoli che è un problema globale, al di là del bunga bunga e delle sue diversificazioni, del triste colloquio telefonico Briatore-Santanchè e dei commenti feroci della stampa straniera.
Con buona pace di Ferrara, Berlusconi è stato un elisir d’acqua colorata che ha prodotto solo mal di pancia al paese. E mandare in televisione, a commentare a caldo il referendum Scajola – che non ha ancora capito perché la cricca gli ha regalato una parte importante di appartamento – La Russa – che pensava sul Corsera che il fallimento referendario avrebbe sconfitto il centrosinistra mentre il suo successo non avrebbe posto problemi alla destra – e Ferrara, intelligente ed ironico, ma amico, cosa culturalmente incomprensibile, di Berlusconi, è stato un suicidio mediatico.
Al di là della vicenda Bisignani e dell’universo romano a lui collegato, fatto già noto a molti che potrebbe saldarsi con le problematiche della cricca.
Un buon Travaglio, nonostante i soliti ed inopportuni riferimenti craxiani, un Di Pietro eccezionalmente moderato e concreto nonostante inopportuni giudizi enfatici su Mani pulite, una Bindi “pasionaria” che ha dribblato Casini definendo il Terzo polo alleato imprescindibile, un Rutelli che ha sinteticamente e chiaramente spiegato il senso politico del referendum, hanno maciullato gli esponenti berlusconiani.
La sintesi rutelliana è solo da condividere: la legge non può che essere uguale per tutti, la sensibilità sull’interesse generale e sul bene comune è stata evidente, vedi acqua e nucleare; Giorgio Napolitano, al di là delle cafonate del Giornale e di Libero e di altre insinuazioni berlusconiane, è il vero ed unico rappresentate ...
Al di là dell’immondizia di Napoli che è un problema globale, al di là del bunga bunga e delle sue diversificazioni, del triste colloquio telefonico Briatore-Santanchè e dei commenti feroci della stampa straniera.
Con buona pace di Ferrara, Berlusconi è stato un elisir d’acqua colorata che ha prodotto solo mal di pancia al paese. E mandare in televisione, a commentare a caldo il referendum Scajola – che non ha ancora capito perché la cricca gli ha regalato una parte importante di appartamento – La Russa – che pensava sul Corsera che il fallimento referendario avrebbe sconfitto il centrosinistra mentre il suo successo non avrebbe posto problemi alla destra – e Ferrara, intelligente ed ironico, ma amico, cosa culturalmente incomprensibile, di Berlusconi, è stato un suicidio mediatico.
Al di là della vicenda Bisignani e dell’universo romano a lui collegato, fatto già noto a molti che potrebbe saldarsi con le problematiche della cricca.
Un buon Travaglio, nonostante i soliti ed inopportuni riferimenti craxiani, un Di Pietro eccezionalmente moderato e concreto nonostante inopportuni giudizi enfatici su Mani pulite, una Bindi “pasionaria” che ha dribblato Casini definendo il Terzo polo alleato imprescindibile, un Rutelli che ha sinteticamente e chiaramente spiegato il senso politico del referendum, hanno maciullato gli esponenti berlusconiani.
La sintesi rutelliana è solo da condividere: la legge non può che essere uguale per tutti, la sensibilità sull’interesse generale e sul bene comune è stata evidente, vedi acqua e nucleare; Giorgio Napolitano, al di là delle cafonate del Giornale e di Libero e di altre insinuazioni berlusconiane, è il vero ed unico rappresentate ...
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martedì 28 giugno 2011
Il movimento che rende visibile il cambiamento del Paese - di Ilvo Diamanti su Repubblica
GRANDE è il disordine sotto il nostro cielo. Due mesi di consultazioni - elezioni amministrative e referendum - hanno rivelato un cambiamento profondo nel clima d'opinione. Ma non è ancora chiaro come e perché sia avvenuto. I dati dell'Atlante Politico, raccolti da Demos nel sondaggio condotto nei giorni scorsi, offrono al proposito molte indicazioni. Utili a decifrare i motori della svolta elettorale - e politica - di questa fase.
1. La prima causa è la delusione. Nei confronti del governo, di Berlusconi, ma anche della Lega. Il giudizio sul governo non è mai stato così negativo, da quando è in carica. Come, d'altronde, quello su Berlusconi. Apprezzato dal 26% degli elettori. Quasi 10 punti in meno rispetto a sei mesi fa. Perfino Bossi lo supera, seppur di poco. Tuttavia, i suoi elettori sono insoddisfatti. Tanto che, tra i motivi della partecipazione al referendum, i leghisti indicano la volontà di "punire il (loro) governo" in misura maggiore rispetto a tutti gli altri elettorati (43%; 10 punti in più della media generale). D'altronde, non è un caso che il leader più apprezzato sia Tremonti. Cioè: l'alternativa a Berlusconi.
2. La "delusione" verso il governo si riflette negli orientamenti elettorali. Il Pdl, infatti, è superato dal Pd. In generale, peraltro, il vantaggio dei partiti di centrosinistra su quelli della maggioranza supera ormai i 7 punti. D'altronde,
Bossi l'ha detto chiaramente, a Pontida. Se si votasse oggi, la sinistra vincerebbe. Per cui conviene "resistere". Asserragliati nel Palazzo.
3. Tuttavia, il cambiamento del clima d'opinione ha altre ragioni, oltre la delusione. Anzitutto, la voglia di partecipazione, che ha spinto quasi il 60% degli elettori a votare, in occasione del referendum. Nonostante l'indifferenza o l'ostilità dei partiti di maggioranza. Nonostante il silenzio di MediaRai. O forse proprio per questo. D'altra parte, ha votato oltre un quarto degli elettori del Pdl, ma quasi metà (il 42%, per la precisione) di quelli della Lega. Un orientamento favorito dall'emergere di nuove domande e nuovi valori. Il quesito relativo al "legittimo impedimento" risulta, infatti, il meno importante, secondo l'opinione degli elettori. Scelto dal 13% dei votanti (intervistati da Demos). Molto più larga la componente di quanti attribuiscono maggiore significato ai quesiti sul "nucleare" e sulla "privatizzazione dell'acqua". Segno che la mobilitazione ha intercettato sentimenti che vanno ben oltre l'antiberlusconismo. C'era nell'aria una domanda di valori (e anche "timori") diversi da quelli propagati dal "pensiero unico" del nostro tempo. Il referendum ha fornito loro ...
1. La prima causa è la delusione. Nei confronti del governo, di Berlusconi, ma anche della Lega. Il giudizio sul governo non è mai stato così negativo, da quando è in carica. Come, d'altronde, quello su Berlusconi. Apprezzato dal 26% degli elettori. Quasi 10 punti in meno rispetto a sei mesi fa. Perfino Bossi lo supera, seppur di poco. Tuttavia, i suoi elettori sono insoddisfatti. Tanto che, tra i motivi della partecipazione al referendum, i leghisti indicano la volontà di "punire il (loro) governo" in misura maggiore rispetto a tutti gli altri elettorati (43%; 10 punti in più della media generale). D'altronde, non è un caso che il leader più apprezzato sia Tremonti. Cioè: l'alternativa a Berlusconi.
2. La "delusione" verso il governo si riflette negli orientamenti elettorali. Il Pdl, infatti, è superato dal Pd. In generale, peraltro, il vantaggio dei partiti di centrosinistra su quelli della maggioranza supera ormai i 7 punti. D'altronde,
Bossi l'ha detto chiaramente, a Pontida. Se si votasse oggi, la sinistra vincerebbe. Per cui conviene "resistere". Asserragliati nel Palazzo.
3. Tuttavia, il cambiamento del clima d'opinione ha altre ragioni, oltre la delusione. Anzitutto, la voglia di partecipazione, che ha spinto quasi il 60% degli elettori a votare, in occasione del referendum. Nonostante l'indifferenza o l'ostilità dei partiti di maggioranza. Nonostante il silenzio di MediaRai. O forse proprio per questo. D'altra parte, ha votato oltre un quarto degli elettori del Pdl, ma quasi metà (il 42%, per la precisione) di quelli della Lega. Un orientamento favorito dall'emergere di nuove domande e nuovi valori. Il quesito relativo al "legittimo impedimento" risulta, infatti, il meno importante, secondo l'opinione degli elettori. Scelto dal 13% dei votanti (intervistati da Demos). Molto più larga la componente di quanti attribuiscono maggiore significato ai quesiti sul "nucleare" e sulla "privatizzazione dell'acqua". Segno che la mobilitazione ha intercettato sentimenti che vanno ben oltre l'antiberlusconismo. C'era nell'aria una domanda di valori (e anche "timori") diversi da quelli propagati dal "pensiero unico" del nostro tempo. Il referendum ha fornito loro ...
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Dialogo con l´opposizione? Vada via, lasci Palazzo Chigi. - di Umberto Rosso su Repubblica
«Dialogo con l´opposizione? Vada via, lasci Palazzo Chigi. L´anomalia è proprio lui, è lui che blocca il sistema italiano. Senza Silvio Berlusconi in campo, tutto diventerebbe politicamente possibile...».
Le dimissioni del premier, onorevole Franceschini, per il Pd che scenari aprirebbero?
«La strada maestra per noi resta il voto: alle urne, con una nuova legge elettorale. Ma se non fosse possibile, una volta uscito di scena Berlusconi anche altre opzioni potrebbero maturare. Un governo di transizione, di cui si è già parlato, col compito principale appunto di cambiare la legge elettorale. Ma anche l´ipotesi di un nuovo governo di centrodestra, guidato da una diversa personalità di questo schieramento, e con cui il centrosinistra potrebbe provare a riprendere il confronto. Un rapporto finalmente normale, fra maggioranza e opposizione».
Una via percorribile?
«Ogni cosa è meglio di Berlusconi. Ma, certo, di difficile realizzazione. Quasi un´ipotesi accademica, di scuola. Finchè nel centrodestra quelli che si lamentano in privato, poi in pubblico non escono allo scoperto. Sono impauriti perché hanno visto che alle prime critiche Fini è stato cacciato».
Ma dovesse mai prendere corpo un altro governo di centrodestra, che spazio potrebbe aprirsi per il Pd?
«Quello di un confronto costruttivo tra maggioranza e opposizione nella parte finale di questa legislatura».
Le sirene del dialogo che il premier rilancia possono far breccia in qualche altro settore del centrosinistra, per esempio Di Pietro?
«Confesso di essere rimasto senza parole di fronte all´intervento pronunciato in aula da Di Pietro, nel dibattito sulla verifica, e dal suo attacco al Pd anziché al governo. Il compito che abbiamo di fronte è prima di tutto chiudere con la stagione del berlusconismo, e poi ricostruire sulle macerie che purtroppo ci lascerà in eredità. Nessun espediente tattico, di riposizionamento, e nessun trabocchetto, devono distrarci da questo obiettivo. E non si tratta di essere ossessionati, accecati dal "nemico" Berlusconi: si tratta di una necessità storica».
Il Cavaliere annuncia una svolta nel Pdl, con l´arrivo al vertice di Angelino Alfano.
«Non cambierà proprio nulla, sarà sempre Berlusconi a dettare legge. Alfano ha ubbidito ai suoi ordini da ...
Le dimissioni del premier, onorevole Franceschini, per il Pd che scenari aprirebbero?
«La strada maestra per noi resta il voto: alle urne, con una nuova legge elettorale. Ma se non fosse possibile, una volta uscito di scena Berlusconi anche altre opzioni potrebbero maturare. Un governo di transizione, di cui si è già parlato, col compito principale appunto di cambiare la legge elettorale. Ma anche l´ipotesi di un nuovo governo di centrodestra, guidato da una diversa personalità di questo schieramento, e con cui il centrosinistra potrebbe provare a riprendere il confronto. Un rapporto finalmente normale, fra maggioranza e opposizione».
Una via percorribile?
«Ogni cosa è meglio di Berlusconi. Ma, certo, di difficile realizzazione. Quasi un´ipotesi accademica, di scuola. Finchè nel centrodestra quelli che si lamentano in privato, poi in pubblico non escono allo scoperto. Sono impauriti perché hanno visto che alle prime critiche Fini è stato cacciato».
Ma dovesse mai prendere corpo un altro governo di centrodestra, che spazio potrebbe aprirsi per il Pd?
«Quello di un confronto costruttivo tra maggioranza e opposizione nella parte finale di questa legislatura».
Le sirene del dialogo che il premier rilancia possono far breccia in qualche altro settore del centrosinistra, per esempio Di Pietro?
«Confesso di essere rimasto senza parole di fronte all´intervento pronunciato in aula da Di Pietro, nel dibattito sulla verifica, e dal suo attacco al Pd anziché al governo. Il compito che abbiamo di fronte è prima di tutto chiudere con la stagione del berlusconismo, e poi ricostruire sulle macerie che purtroppo ci lascerà in eredità. Nessun espediente tattico, di riposizionamento, e nessun trabocchetto, devono distrarci da questo obiettivo. E non si tratta di essere ossessionati, accecati dal "nemico" Berlusconi: si tratta di una necessità storica».
Il Cavaliere annuncia una svolta nel Pdl, con l´arrivo al vertice di Angelino Alfano.
«Non cambierà proprio nulla, sarà sempre Berlusconi a dettare legge. Alfano ha ubbidito ai suoi ordini da ...
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Un clic e la strada si aggiusta così la democrazia adesso viaggia sulla Rete - di Cinzia Sasso su Repubblica
IL MESSAGGIO che arriva dai cittadini di Udine è preciso: «Sarebbe opportuno rendere più visibile l´attraversamento pedonale posto alla fine di via Leonardo da Vinci». Ed è anche argomentato: «Essendo distaccato dal semaforo spesso viene ignorato dalle auto in transito che vanno di fretta». Propositivo: «Una soluzione potrebbe essere quella di rendere le strisce a sfondo rosso ruvido, che sono più visibili e meno scivolose anche in presenza di pioggia». Detto - anzi, scritto sulla tastiera del pc - e fatto. La segnalazione del disservizio partita sul web arriva in tempo reale all´attenzione dell´ufficio competente; viene valutata e approvata; nel giro di pochi giorni una squadra interviene sul campo e risolve il problema. E tutto, dal giorno della segnalazione, fino al momento della soluzione, viene segnalato sul sito.
Il Comune di Udine, pioniere in Italia, ha deciso di mettere il web 2.0 a servizio dei cittadini e i risultati sono eccellenti. Dopo otto mesi di sperimentazione, la prima rilevazione sul grado di soddisfazione del servizio ha dato un risultato bulgaro: il 77 per cento degli abitanti promuove a pieni voti ePart, il sistema informatico che la città friulana ha implementato. Solo il 2 per cento resta attaccato al passato e dice che continuerà a segnalare i problemi al telefono.
È una piccola rivoluzione copernicana, che ha un obiettivo ambizioso: quello di mettere il cittadino al centro e di fargli ruotare intorno tutti i servizi. Dice Furio Honsell, già rettore dell´Università, da tre anni sindaco della città: «Dietro questa scelta ci sono ragioni tecniche e politiche. Abbiamo pensato che l´era digitale andasse sfruttata e che i social network potessero aiutarci a dare una risposta al sempre più diffuso bisogno di partecipazione». Individuato il tema, Paolo Coppola, 37 anni, professore di informatica e assessore all´innovazione, si è assunto il compito di trovare delle risposte: «Tenere sotto controllo una città è difficile, e non basta mandare in giro i nostri vigili sui 350 chilometri di strade. La soluzione è spingere verso un modello ...
Il Comune di Udine, pioniere in Italia, ha deciso di mettere il web 2.0 a servizio dei cittadini e i risultati sono eccellenti. Dopo otto mesi di sperimentazione, la prima rilevazione sul grado di soddisfazione del servizio ha dato un risultato bulgaro: il 77 per cento degli abitanti promuove a pieni voti ePart, il sistema informatico che la città friulana ha implementato. Solo il 2 per cento resta attaccato al passato e dice che continuerà a segnalare i problemi al telefono.
È una piccola rivoluzione copernicana, che ha un obiettivo ambizioso: quello di mettere il cittadino al centro e di fargli ruotare intorno tutti i servizi. Dice Furio Honsell, già rettore dell´Università, da tre anni sindaco della città: «Dietro questa scelta ci sono ragioni tecniche e politiche. Abbiamo pensato che l´era digitale andasse sfruttata e che i social network potessero aiutarci a dare una risposta al sempre più diffuso bisogno di partecipazione». Individuato il tema, Paolo Coppola, 37 anni, professore di informatica e assessore all´innovazione, si è assunto il compito di trovare delle risposte: «Tenere sotto controllo una città è difficile, e non basta mandare in giro i nostri vigili sui 350 chilometri di strade. La soluzione è spingere verso un modello ...
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Calabresi: "C'è anche un'altra Italia" - di Stefano Corradino su Articolo 21
Cosa trapela dalle recenti conversazioni telefoniche pubblicate dai giornali? "Un decadimento di costumi, un livello imbarazzante di ingerenze, di degrado". Perchè il governo vuole bloccare le intercettazioni? "Perchè è in difficoltà". La Rai fuori dal controllo dei partiti? "Una chimera". Mario Calabresi, 41 anni, direttore de "la Stampa" e scrittore parla a tutto campo con Articolo21 di politica, società, informazione. E di televisione, della sua "Hotel Patria" in onda su Raitre il lunedì in prima serata, un programma che racconta storie di gente normale, "ma sono proprio quelle che possono far ripartire il Paese".
Bisignani, Masi, Santoro, Saviano, Gabanelli... Intercettazioni che coinvolgono esponenti massonici, dirigenti aziendali e le tante strategie di controllo dei conduttori e delle trasmissioni televisive. Hai scelto un momento caldo per l'esordio in Rai...
Non c'è che dire. E' per questo che pensando alla redazione e al gruppo di lavoro del mio programma mi sembra di stare su Marte. Nessuna interferenza, neanche una telefonata di suggerimenti. Ho incontrato solo all'inizio il direttore di Raitre Paolo Ruffini. Ma dalla prima puntata non ho dovuto parlare con nessuno degli ospiti e dei temi che affrontavo. Ho avuto una libertà assoluta e questo dimostra che dentro la Rai, nonostante tutto, ci sono anche ampi spazi di lavoro, professionalità notevoli che bisogna preservare e salvaguardare.
Per quanto mi riguarda ci sono due mondi completamente diversi. Quello in cui mi sono trovato io a lavorare e quello delle tante risse, condizionamenti e sotterfugi che ci sono altrove.
Fuori i partiti dal controllo della Rai, è una chimera?
Lo si dice praticamente da sempre: si deve ripensare la Rai nel suo ruolo di servizio pubblico che significa "al servizio dei cittadini" e non dei partiti. Purtroppo una riforma in tal senso non è stata mai fatta né dal centro sinistra nè dal centro destra. Sia nella prima che nella seconda repubblica la politica ha sempre voluto controllare la Rai.
Cosa rivelano le conversazioni telefoniche pubblicate?
Un decadimento di costumi, un livello imbarazzante di ingerenze, di degrado.
Berlusconi vorrebbe una stretta sulle intercettazioni. Una legge che le limiti, fino a proibirne la pubblicazione.
Mi sembra sia la reazione di un governo in difficoltà che, per rimettere le cose a posto pensa di mettere un ...
Bisignani, Masi, Santoro, Saviano, Gabanelli... Intercettazioni che coinvolgono esponenti massonici, dirigenti aziendali e le tante strategie di controllo dei conduttori e delle trasmissioni televisive. Hai scelto un momento caldo per l'esordio in Rai...
Non c'è che dire. E' per questo che pensando alla redazione e al gruppo di lavoro del mio programma mi sembra di stare su Marte. Nessuna interferenza, neanche una telefonata di suggerimenti. Ho incontrato solo all'inizio il direttore di Raitre Paolo Ruffini. Ma dalla prima puntata non ho dovuto parlare con nessuno degli ospiti e dei temi che affrontavo. Ho avuto una libertà assoluta e questo dimostra che dentro la Rai, nonostante tutto, ci sono anche ampi spazi di lavoro, professionalità notevoli che bisogna preservare e salvaguardare.
Per quanto mi riguarda ci sono due mondi completamente diversi. Quello in cui mi sono trovato io a lavorare e quello delle tante risse, condizionamenti e sotterfugi che ci sono altrove.
Fuori i partiti dal controllo della Rai, è una chimera?
Lo si dice praticamente da sempre: si deve ripensare la Rai nel suo ruolo di servizio pubblico che significa "al servizio dei cittadini" e non dei partiti. Purtroppo una riforma in tal senso non è stata mai fatta né dal centro sinistra nè dal centro destra. Sia nella prima che nella seconda repubblica la politica ha sempre voluto controllare la Rai.
Cosa rivelano le conversazioni telefoniche pubblicate?
Un decadimento di costumi, un livello imbarazzante di ingerenze, di degrado.
Berlusconi vorrebbe una stretta sulle intercettazioni. Una legge che le limiti, fino a proibirne la pubblicazione.
Mi sembra sia la reazione di un governo in difficoltà che, per rimettere le cose a posto pensa di mettere un ...
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Ozono: Italia maglia nera in Europa - di Margherita Fronte su Corriere.it
Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, l’inquinamento da ozono causa in Europa 14 mila ricoveri per malattie respiratorie all’anno e 21 mila decessi prematuri, soprattutto fra gli anziani. E, complice il bel tempo, i mesi estivi sono quelli in cui questo inquinante è più presente nell’aria che respiriamo. Stando infatti ai dati diffusi dall’Agenzia europea per l’ambiente (Aea), lo scorso anno il periodo compreso fra il 24 giugno e il 22 luglio è stato quello che ha fatto registrare il maggior numero di sforamenti dei livelli di guardia previsti dalla direttiva comunitaria in materia. Nessuno degli Stati membri è riuscito a rispettare i limiti fissati al fine di proteggere la popolazione dagli effetti nocivi a lungo termine di questo gas (che corrispondono a una media giornaliera di 120 microgrammi di ozono per metro cubo di aria, da non superare per più di 25 giorni all’anno). Ma i Paesi che affacciano sul Mediterraneo e, in misura minore, quelli centro-settentrionali, sono le aree in cui si sono registrati i problemi maggiori. Nell’Europa del nord, «le concentrazioni di ozono potrebbero essere influenzate da attività economiche poco regolate, come il trasporto aereo e navale internazionali» scrive il rapporto.
CALDO E INQUINAMENTO - Nelle aree più calde del continente, invece, l’ozono si forma soprattutto per via della combinazione fra l’inquinamento – dovuto soprattutto al traffico e alle centrali per la produzione di energia elettrica – le temperature elevate e l’assenza di vento, che crea il ristagno di aria e impedisce al gas di disperdersi. Il rapporto dell’Agenzia europea per l’ambiente assegna la maglia nera proprio all’Italia, seguita da Spagna, Portogallo, Grecia e Francia. Il nostro Paese, infatti, è il solo in cui i livelli fissati per proteggere la salute delle persone anche nel breve periodo sono stati superati per più di 50 giorni: 54, per la precisione. Ed è italiana anche la centralina che ha fatto registrare i valori peggiori di tutto il continente: a ...
CALDO E INQUINAMENTO - Nelle aree più calde del continente, invece, l’ozono si forma soprattutto per via della combinazione fra l’inquinamento – dovuto soprattutto al traffico e alle centrali per la produzione di energia elettrica – le temperature elevate e l’assenza di vento, che crea il ristagno di aria e impedisce al gas di disperdersi. Il rapporto dell’Agenzia europea per l’ambiente assegna la maglia nera proprio all’Italia, seguita da Spagna, Portogallo, Grecia e Francia. Il nostro Paese, infatti, è il solo in cui i livelli fissati per proteggere la salute delle persone anche nel breve periodo sono stati superati per più di 50 giorni: 54, per la precisione. Ed è italiana anche la centralina che ha fatto registrare i valori peggiori di tutto il continente: a ...
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Per salvare il paese la politica deve ricostruire un consenso essenziale di fondo bi-partisan - di Mario Deaglio su La Stampa
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| Mario Deaglio |
Negli Usa aumenta la disoccupazione, in Italia il Centro Studi di Confindustria prevede un tasso di crescita dimezzato, al ridicolo, quasi inesistente livello dello 0,6 per cento, del tutto insufficiente a qualsiasi discorso di rilancio.
Sempre negli Stati Uniti la vendita delle abitazioni nuove fa registrare l’ennesimo segno negativo, in Italia dal mondo del commercio arriva l’ennesimo allarme sulle serrande dei negozi che chiudono per sempre.
La presidente della Confindustria invoca riforme immediate, il presidente della Fed, la banca centrale americana, riflette in maniera malinconica sui possibili effetti della crisi greca. E l’elenco potrebbe continuare a lungo, basti pensare che persino in Germania, il Paesecampione del recente recupero, illusoriamente scambiato per crescita, il più noto indice congiunturale registra un’inattesa e grave caduta. La stessa Cina non sembra esser più un Eldorado senza crisi, visto che, pur con ripetuti rialzi dei tassi di interesse e altre misure finanziarie restrittive, non riesce a tenere a freno l’inflazione.
E’ ormai chiaro che nell’ambiziosa manovra di rilancio dell’economia mondiale basata sull’iniezione di nuova liquidità da parte degli Stati unici – in pratica, la stampa di nuovi dollari – qualcosa è andato storto e il mondo si trova sprovvisto di un «piano B», un piano di riserva per far ripartire il motore bloccato o troppo lento. Dalla politica non viene nessun barlume di soluzione e il mondo politico italiano spicca per la sua capacità di dimenticare i grandi problemi per dettagli come la polemica nascosta tra Bossi e Maroni, mentre molti mezzi di informazione dedicano più spazio alle difficoltà dell’Inter a trovare un nuovo allenatore che alle difficoltà dei giovani a trovare un lavoro.
E’ tempo di uscire da questo circolo vizioso, di provare a immaginarsi strade di crescita, di iniziare il discorso, troppo a lungo interrotto, sul nuovo sviluppo. Limitandosi all’Italia, lo si può fare domandandosi come potrebbe questo Paese riprendere, sia pure molto modestamente, un cammino di espansione della sua economia. Che cosa ci vorrebbe per passare dal misero 0,6 per cento del 2011 di cui – purtroppo ...
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Operai Thyssen: disoccupati e discriminati - di Giuseppe Vespo su L'Unità
Quel nome sul curriculum sembra un marchio che discrimina: «Le agenzie di lavoro interinale ci hanno consigliato di cancellarlo», racconta Ghermai, 35 anni. «Quando leggono tra le precedenti esperienze “operaio Thyssenkrupp” si spaventano, sembra che preferiscano non avere niente a che fare con noi».
Non che ce ne siano tante di aziende disposte a valutare il loro passato professionale. Negli ultimi due anni Ghermai ha fatto un solo colloquio di lavoro, e tra i suoi ex colleghi c’è chi non ha avuto neanche quella possibilità. Sono sedici persone. Sono quello che resta a Torino della multinazionale tedesca dell’acciaio. Il 13 giugno l’azienda gli ha fatto sapere che con la fine del mese sarebbe cessato anche il loro rapporto di lavoro, che da due anni si alimenta solo di cassa integrazione: «Le comunichiamo che dal 30 giugno sarà collocato nelle liste di mobilità», scrive su carta intestata la Thyssen.
Per questo oggi Ghermai, Mirco, Peter, Luca, Sandro, Marco, Giuseppe, Antonio, e gli altri, tutti tra i 35 e i 55 anni, si ritroveranno di nuovo davanti alla sede della Regione Piemonte. «Anche se è umiliante continuare a manifestare quando è chiaro che nessuno vuole occuparsi di noi», riprende un po’ sfiduciato il 35enne di origine eritrea. Venerdì questi lavoratori hanno scritto una lettera al presidente Napolitano, qualche giorno prima avevano cercato il neosindaco di Torino, Piero Fassino, che però era all’estero per il Comune. Aspettano una risposta. Chiedono un lavoro. Un aiuto a trovare una occupazione, così come è stato fatto per moltissimi dei loro colleghi. Dei 400 in forze alle acciaierie, quando prima della strage del 2007 la multinazionale comunicava la volontà di chiudere il sito torinese, in cinquanta sono andati in pensione; trenta sono stati assunti all’Amiat, la municipalizzata dei rifiuti. Molti altri sono finiti all’Alenia, c’è chi è entrato all’Enel o in altre aziende private. Aiutati dalla stessa Thyssen o dalle istituzioni, quasi tutti hanno trovato ...
Non che ce ne siano tante di aziende disposte a valutare il loro passato professionale. Negli ultimi due anni Ghermai ha fatto un solo colloquio di lavoro, e tra i suoi ex colleghi c’è chi non ha avuto neanche quella possibilità. Sono sedici persone. Sono quello che resta a Torino della multinazionale tedesca dell’acciaio. Il 13 giugno l’azienda gli ha fatto sapere che con la fine del mese sarebbe cessato anche il loro rapporto di lavoro, che da due anni si alimenta solo di cassa integrazione: «Le comunichiamo che dal 30 giugno sarà collocato nelle liste di mobilità», scrive su carta intestata la Thyssen.
Per questo oggi Ghermai, Mirco, Peter, Luca, Sandro, Marco, Giuseppe, Antonio, e gli altri, tutti tra i 35 e i 55 anni, si ritroveranno di nuovo davanti alla sede della Regione Piemonte. «Anche se è umiliante continuare a manifestare quando è chiaro che nessuno vuole occuparsi di noi», riprende un po’ sfiduciato il 35enne di origine eritrea. Venerdì questi lavoratori hanno scritto una lettera al presidente Napolitano, qualche giorno prima avevano cercato il neosindaco di Torino, Piero Fassino, che però era all’estero per il Comune. Aspettano una risposta. Chiedono un lavoro. Un aiuto a trovare una occupazione, così come è stato fatto per moltissimi dei loro colleghi. Dei 400 in forze alle acciaierie, quando prima della strage del 2007 la multinazionale comunicava la volontà di chiudere il sito torinese, in cinquanta sono andati in pensione; trenta sono stati assunti all’Amiat, la municipalizzata dei rifiuti. Molti altri sono finiti all’Alenia, c’è chi è entrato all’Enel o in altre aziende private. Aiutati dalla stessa Thyssen o dalle istituzioni, quasi tutti hanno trovato ...
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Priorità urgente: attirare più investimenti stranieri - di Pietro Ichino su Corriere della Sera
L’Italia è penultima in Europa per capacità di attirare gli investimenti stranieri. Se il nostro Paese fosse capace di allinearsi con un Paese europeo come l’Olanda, che si colloca nella zona mediana della graduatoria, avremmo un maggior flusso di investimenti in entrata pari circa a circa 58 miliardi di euro ogni anno. È l’equivalente di 29 volte l’investimento annuo che Sergio Marchionne ci propone nel prossimo decennio con i due miliardi all’anno del suo piano “Fabbrica Italia”. Forse, più e prima che discutere delle condizioni che ci pone l’Amministratore delegato della Fiat per quell’investimento, chi ha a cuore il miglioramento delle condizioni di lavoro in Italia dovrebbe chiedersi che cosa tiene fuori dal nostro Paese quegli altri 29 Marchionne: i loro investimenti varrebbero molto di più di qualsiasi legge o contratto collettivo per la tutela della libertà, sicurezza e retribuzione dei lavoratori italiani. E anche per la loro forza contrattuale al tavolo negoziale con la Fiat.
Fra le cause di questa pessima performance del nostro Paese nel mercato globale dei capitali vanno annoverati il malfunzionamento delle amministrazioni pubbliche ‑ prima fra tutte quella della giustizia ‑, l’eccesso di burocrazia, la complicatezza e invadenza degli adempimenti fiscali, il costo troppo alto dei servizi alle imprese e dell’energia, i difetti delle grandi infrastrutture di trasporto e comunicazione, il basso livello di senso civico diffuso. Ma tra quelle cause vanno annoverati anche una legislazione del lavoro complicatissima, intraducibile in inglese, per molti aspetti disallineata rispetto agli standard europei, e un mercato del lavoro opaco, nel quale le imprese attingono gran parte della flessibilità necessaria al processo produttivo da pratiche di evasione o elusione degli standard posti dal diritto del lavoro largamente tollerate al punto da divenire normali. Il difetto del know how necessario per operare nell’area dell’illegalità o della semilegalità, di cui dispongono più facilmente gli imprenditori indigeni, costituisce un ostacolo rilevante all’insediamento nel nostro territorio di imprese straniere. Una ulteriore difficoltà è, infine, costituita dai gravi difetti di funzionalità del nostro sistema delle relazioni industriali, che ‑ per mancanza delle regole necessarie a dirimere i contrasti tra le rappresentanze dei lavoratori ‑ appare vischioso e inconcludente in tutti i casi in cui i sindacati maggiori si presentano divisi al tavolo del negoziato su di un piano industriale innovativo. Occorre voltar pagina in fretta.
Fra le cause di questa pessima performance del nostro Paese nel mercato globale dei capitali vanno annoverati il malfunzionamento delle amministrazioni pubbliche ‑ prima fra tutte quella della giustizia ‑, l’eccesso di burocrazia, la complicatezza e invadenza degli adempimenti fiscali, il costo troppo alto dei servizi alle imprese e dell’energia, i difetti delle grandi infrastrutture di trasporto e comunicazione, il basso livello di senso civico diffuso. Ma tra quelle cause vanno annoverati anche una legislazione del lavoro complicatissima, intraducibile in inglese, per molti aspetti disallineata rispetto agli standard europei, e un mercato del lavoro opaco, nel quale le imprese attingono gran parte della flessibilità necessaria al processo produttivo da pratiche di evasione o elusione degli standard posti dal diritto del lavoro largamente tollerate al punto da divenire normali. Il difetto del know how necessario per operare nell’area dell’illegalità o della semilegalità, di cui dispongono più facilmente gli imprenditori indigeni, costituisce un ostacolo rilevante all’insediamento nel nostro territorio di imprese straniere. Una ulteriore difficoltà è, infine, costituita dai gravi difetti di funzionalità del nostro sistema delle relazioni industriali, che ‑ per mancanza delle regole necessarie a dirimere i contrasti tra le rappresentanze dei lavoratori ‑ appare vischioso e inconcludente in tutti i casi in cui i sindacati maggiori si presentano divisi al tavolo del negoziato su di un piano industriale innovativo. Occorre voltar pagina in fretta.
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lunedì 27 giugno 2011
Un pezzo di riforma fiscale per incentivare il lavoro - di Tito Boeri e Francesco Figari su Lavoce.info
La riforma fiscale prossima ventura deve riuscire a rilanciare la crescita senza ridurre le entrate dello Stato. Ecco una piccola riforma che ha queste caratteristiche. Si tratta di abolire la detrazione fiscale per coniuge e altri familiari a carico, figli esclusi, con la contestuale introduzione di un credito di imposta per le retribuzioni più basse. L'obiettivo è sostenere il reddito delle famiglie incentivando la partecipazione al mercato del lavoro, delle donne in particolare. Ridurrebbe la povertà soprattutto fra le madri sole.
Non sappiamo ancora nulla della riforma fiscale che dovrebbe vedere la luce entro fine giugno. Sappiamo però che deve riuscire a rilanciare la crescita senza ridurre le entrate dello Stato. Ecco una piccola riforma che ha queste caratteristiche. Si tratta di abolire la detrazione fiscale per coniuge e altri familiari a carico (con esclusione dei figli) con la contestuale introduzione in Italia di un credito di imposta per le retribuzioni più basse (come incentivo condizionato all’impiego) che potrebbe essere strutturato a livello familiare o individuale. L’obiettivo di questa riforma è sostenere il reddito delle famiglie incentivando la partecipazione al mercato del lavoro, soprattutto delle donne. Dovrebbe essere il primo passo di una riforma organica delle misure di supporto alle famiglie con figli a carico che richiederà anche una razionalizzazione del complesso sistema di assegni al nucleo familiare. Secondo stime basate su un modello di microsimulazione fiscale questa riforma porterebbe a un significativo incremento dell’offerta di lavoro femminile e ridurrebbe la povertà, soprattutto tra le madri sole.
LA SITUAZIONE ATTUALE
Le detrazioni fiscali per familiari a carico sono pari a 800 euro per il coniuge e 750 euro per altri familiari. Ne hanno diritto i contribuenti che vivono con familiari il cui reddito annuale non supera i 2.840 euro e che pertanto sono ritenuti fiscalmente a carico. Nel momento in cui un familiare inizia a lavorare, il superamento del limite reddituale fa perdere al contribuente il diritto alla detrazione, determinando una tassa implicita al lavoro della seconda fonte di reddito famigliare, nel nostro paese soprattutto le donne. Al tempo stesso, non si tratta di detrazioni volte a favorire le famiglie povere, dato che le detrazioni si azzerano solo per redditi ...
Non sappiamo ancora nulla della riforma fiscale che dovrebbe vedere la luce entro fine giugno. Sappiamo però che deve riuscire a rilanciare la crescita senza ridurre le entrate dello Stato. Ecco una piccola riforma che ha queste caratteristiche. Si tratta di abolire la detrazione fiscale per coniuge e altri familiari a carico (con esclusione dei figli) con la contestuale introduzione in Italia di un credito di imposta per le retribuzioni più basse (come incentivo condizionato all’impiego) che potrebbe essere strutturato a livello familiare o individuale. L’obiettivo di questa riforma è sostenere il reddito delle famiglie incentivando la partecipazione al mercato del lavoro, soprattutto delle donne. Dovrebbe essere il primo passo di una riforma organica delle misure di supporto alle famiglie con figli a carico che richiederà anche una razionalizzazione del complesso sistema di assegni al nucleo familiare. Secondo stime basate su un modello di microsimulazione fiscale questa riforma porterebbe a un significativo incremento dell’offerta di lavoro femminile e ridurrebbe la povertà, soprattutto tra le madri sole.
LA SITUAZIONE ATTUALE
Le detrazioni fiscali per familiari a carico sono pari a 800 euro per il coniuge e 750 euro per altri familiari. Ne hanno diritto i contribuenti che vivono con familiari il cui reddito annuale non supera i 2.840 euro e che pertanto sono ritenuti fiscalmente a carico. Nel momento in cui un familiare inizia a lavorare, il superamento del limite reddituale fa perdere al contribuente il diritto alla detrazione, determinando una tassa implicita al lavoro della seconda fonte di reddito famigliare, nel nostro paese soprattutto le donne. Al tempo stesso, non si tratta di detrazioni volte a favorire le famiglie povere, dato che le detrazioni si azzerano solo per redditi ...
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Camusso: non si fa cassa con le pensioni e colpendo le donne - di Roberto Mania su Repubblica
«Cosa penso della manovra di Tremonti? Che come si sta configurando ammazzerà il Paese. Ci metterà in ginocchio», dice Susanna Camusso, segretario generale della Cgil. «Perché - aggiunge - un´operazione di quel tipo non si può reggere sul piano sociale».
Vuol dire che finiremo come la Grecia con gli scontri in piazza?
«Voglio dire che con il blocco dei contratti pubblici, con la perdita progressiva del potere d´acquisto delle pensioni, con i tagli agli enti locali costretti a ridurre la qualità e la quantità dei servizi, con la prospettiva dei giovani che è tra disoccupazione e precarietà, non metti di certo al riparo la condizione sociale del paese. Ci vorrebbe una politica di crescita e invece si continua a tagliare e a far pagare a una parte del paese. Ma l´Italia che non cresce è figlia anche di una politica economica depressiva. Perché il problema non è solo quello che ha fatto e fa questo governo; il problema è anche quello non ha fatto e che non fa».
Nella manovra di Tremonti dovrebbe esserci anche un pacchetto di misure pro-crescita: liberalizzazioni e semplificazioni. Troppo poco?
«Guardi, spero che non ripropongano per l´ennesima volta anche il piano per il Sud. Ormai viene da piangere ogni volta che lo fanno. La verità è che mancano gli investimenti. L´ha capito anche la Lega quando chiede di allentare il patto di stabilità interno per recuperare un po´ di risorse».
Lei cosa propone?
«Si può fare un´operazione vera sull´evasione coinvolgendo i Comuni e le Regioni. Una parte di ciò che si recupera dall´evasione fiscale può servire ad allentare il patto di stabilità interno».
Intanto bisogna farla la lotta all´evasione fiscale.
«La Cgil propone di introdurre la tracciabilità a partire da 500 euro. Ma anche di approvare misure stringenti sugli appalti e il caporalato. Il lavoro nero è un pezzo dell´evasione fiscale. Anche se, è evidente, quello che è stato deciso su Equitalia nel cosiddetto "decreto sviluppo" va esattamente nella direzione opposta».
Il Tesoro punta ad anticipare di due anni, al 2013, l´adeguamento dell´età pensionabile alle aspettative di vita. In discussione c´è anche l´innalzamento a 65 anni dell´età pensionabile delle donne dipendenti del settore privato. Tutti i sindacati, non solo voi, hanno detto di no. Potreste decidere anche uno sciopero?
«Ci sono due gravi questioni: la prima è che si vuole fare cassa con le pensioni; la seconda è che si scarica sulle donne una situazione complessa. Sì, ho letto le dichiarazioni contrarie di Cisl e Uil. Mi pare un fatto ...
Vuol dire che finiremo come la Grecia con gli scontri in piazza?
«Voglio dire che con il blocco dei contratti pubblici, con la perdita progressiva del potere d´acquisto delle pensioni, con i tagli agli enti locali costretti a ridurre la qualità e la quantità dei servizi, con la prospettiva dei giovani che è tra disoccupazione e precarietà, non metti di certo al riparo la condizione sociale del paese. Ci vorrebbe una politica di crescita e invece si continua a tagliare e a far pagare a una parte del paese. Ma l´Italia che non cresce è figlia anche di una politica economica depressiva. Perché il problema non è solo quello che ha fatto e fa questo governo; il problema è anche quello non ha fatto e che non fa».
Nella manovra di Tremonti dovrebbe esserci anche un pacchetto di misure pro-crescita: liberalizzazioni e semplificazioni. Troppo poco?
«Guardi, spero che non ripropongano per l´ennesima volta anche il piano per il Sud. Ormai viene da piangere ogni volta che lo fanno. La verità è che mancano gli investimenti. L´ha capito anche la Lega quando chiede di allentare il patto di stabilità interno per recuperare un po´ di risorse».
Lei cosa propone?
«Si può fare un´operazione vera sull´evasione coinvolgendo i Comuni e le Regioni. Una parte di ciò che si recupera dall´evasione fiscale può servire ad allentare il patto di stabilità interno».
Intanto bisogna farla la lotta all´evasione fiscale.
«La Cgil propone di introdurre la tracciabilità a partire da 500 euro. Ma anche di approvare misure stringenti sugli appalti e il caporalato. Il lavoro nero è un pezzo dell´evasione fiscale. Anche se, è evidente, quello che è stato deciso su Equitalia nel cosiddetto "decreto sviluppo" va esattamente nella direzione opposta».
Il Tesoro punta ad anticipare di due anni, al 2013, l´adeguamento dell´età pensionabile alle aspettative di vita. In discussione c´è anche l´innalzamento a 65 anni dell´età pensionabile delle donne dipendenti del settore privato. Tutti i sindacati, non solo voi, hanno detto di no. Potreste decidere anche uno sciopero?
«Ci sono due gravi questioni: la prima è che si vuole fare cassa con le pensioni; la seconda è che si scarica sulle donne una situazione complessa. Sì, ho letto le dichiarazioni contrarie di Cisl e Uil. Mi pare un fatto ...
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Di Pietro ha chiuso la pagina delle illusioni - di Michele Serra su Repubblica
Non è sempre facile capire che cosa vuole dire esattamente Tonino Di Pietro. Tentando la traduzione dall´italiano all´italiano, diciamo che è toccato a lui, dopo la felice parentesi del voto amministrativo e del referendum, riportarci alla realtà di sempre. E la realtà di sempre è che la politica la fanno i politici, disponendo dei nostri voti come gli pare più opportuno, usandoli per litigare o per riaffermare una leadership o per ammonire un rivale (Vendola) anche quando nemmeno uno di quei voti gli era stato dato per quei fini.
È durata poco l´illusione che un elettorato vasto e unito, molto poco interessato alle beghe di partito, fosse davvero riuscito a "dettare l´agenda" al centrosinistra, e dunque, in primo luogo, a mettere in guardia i suoi leader sull´insopportabile propensione alle meschinità di bottega. Di Pietro ha chiuso la pagina delle illusioni e riaperto quelle delle certezze. Litigheranno, così come hanno sempre litigato. Dimenticheranno di avere vinto i referendum per merito quasi esclusivo dei comitati per l´acqua pubblica (oscuri, valorosi cittadini). Dimenticheranno di avere vinto le amministrative perché (quasi per puro caso) le loro liti sono state messe in second´ordine da candidati di valore e da un vero e proprio moto popolare. Di Pietro ha il merito di averci evitato un´illusione troppo duratura.
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«Quanto pesano 2mila tonnellate... - di Francesca Fornario
Nel quartier generale della Lega: "A quante tonnellate di rifiuti siamo arrivati?". "Duemila tonnellate. Voglio vedere come le spostano!". "Perché, quanto pesano?". "Renzo, vai a giocare che abbiamo da fare". "Vi sono piaciuto quando ho detto che se provano a rifilarci la spazzatura dei napoletani vado in consiglio dei ministri e faccio volare le sedie?". "Sei stato così convincente che i Responsabili hanno chiesto a Berlusconi se dovevano aspettare che atterrassero o potevano sedercisi mentre erano in volo". "Ma voi dite che questa storia dei napoletani ci basta?". "Macché, tocca che ci inventiamo qualcos'altro. Hai visto a Pontida? Il deserto. Sembrava un raduno di spettatori del Tg1". "Prendiamocela con i gay". "Ma là c'è Giovanardi, è inutile che ci mettiamo a fare concorrenza a uno che controlla il settore da anni e ha il doppio dell'esperienza". "Giovanardi ha talmente tanto il monopolio delle battaglie contro i gay che la sua omofobia ha un ingrediente segreto". "Quelli della Destra hanno studiato la ricetta per anni ma non l'hanno mica trovato. Alla fine hanno ripiegato sugli extracomunitari". "Ed è là che ci hanno rubato quote di mercato, che prima noi sui negri andavamo fortissimo". "E se tornassimo a prendercela con quelli di Roma Ladrona?" "Siamo noi. E poi anche questa battaglia contro gli sprechi della politica la fanno un po' tutti, mentre i Napoletani ti garantiscono un ritorno maggiore perché è una roba che abbiamo solo noi, è genuina". "Ho trovato! Gli svizzeri. Sono neutrali, no? Nessuno fino a oggi ha osato prendersela con gli svizzeri! Arriviamo primi!". "Blocchiamo l'importazione di Groviera. Te lo immagini? Due tonnellate di Groviera che marciscono a Lugano!" "Pesano più due tonnellate di Groviera o due tonnellate di rifiuti?". "Renzo, vai a giocare ti ho detto".
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Bene, Tremonti ci copia - di Pier Paolo Baretta su Europa
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| Pier Paolo Baretta |
La problematicità della manovra economica, dunque, costringe perfino Tremonti ad agire oltre le convenzioni e gli equilibri consolidati e viaggiare in mare aperto E, non credo sia un caso che quando incombe la necessità di grandi scelte strategiche si ricorra a proposte messe in campo dal riformismo democratico.
Si pensi alla tracciabilità, prima cancellata, poi recuperata, si pensi alla armonizzazione dei contributi previdenziali, si pensi alla riduzione della prima aliquota ed ora anche alle rendite finanziarie.
Non è un caso perché la dimensione drammatica del problema Italia è tale che non se ne esce con una navigazione sotto costa, quale quella effettuata finora dal ministro Tremonti con la fallita linea dei tagli lineari. I 40 miliardi necessari ad avviare il risanamento della finanza pubblica sono tanti e va chiesto, dunque uno sforzo generale a tutti.
Ma, come i tagli lineari non risolvono il problema, anche le tasse “lineari” sono sbagliate. Servono interventi selettivi, direi... di scopo. L’intervento sulle rendite finanziarie ha proprio questo di specifico, che riguarda una tipologia di reddito che, come dice la parola stessa, è rendita, non produzione. Nessuna demonizzazione, sia chiaro, ma nemmeno privilegi. Finora, invece, le modalità attuali di tassazione, che hanno reso la situazione italiana una specie di mini paradiso fiscale, sono state pervicacemente difese e osteggiato l’allineamento ai tassi europei, perché di questo, in fin dei conti, si tratta. Peraltro, con i tassi di crescita attuali e, purtroppo confermati anche per il 2012, rischiamo di non raggiungere il pareggio di bilancio richiesto nei tempi stabiliti.
Dunque, bisognerà a maggior ragione agire contestualmente su risanamento e crescita. E la crescita è per ...
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Massimo Balliana
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De Magistris: «Di Pietro va verso il centro ma sbaglia» - su L'Unità
Di Pietro vira verso il centro? Passi finché lo dice Vendola, già criticato dal leader dell'Idv, ma quando chi vede una “svolta centrista” e la giudica negativamente è un esponente del medesimo partito dipietrista come Luigi De Magistris la faccenda si complica per il leader. «Credo che Di Pietro stia tentando una svolta centrista. Non ha senso, perché il centro è già fin troppo ingolfato, e soprattutto non è lì che vogliono andare i nostri sostenitori», dice il sindaco di Napoli a Repubblica. Che non critica il faccia a faccia in parlamento con Berlusconi, quanto la direzione a suo giudizio presa dal leader: Di Pietro «non sta andando nella direzione giusta, e soprattutto non ha capito che la prospettiva da cui si muove è superata».
Per il sindaco ex pm il partito è e deve restare di sinistra, anzi non può trasformarsi da sua ala sinistra alla sua ala destra e deve invece mantenere rapporti forti con SeL e con «quella parte del Pd in sintonia con le nostre riflessioni. Questa storia del centro che va tranquillizzato diventando moderati - aggiunge - è una sciocchezza». De Magistris lancia quindi un appello a Vendola, Bersani e Di Pietro: «Smettiamola di toglierci i sassolini dalle scarpe, ragioniamo come squadra, mostriamoci più uniti nel costruire un'alternativa sociale e culturale al berlusconismo».
Per il sindaco ex pm il partito è e deve restare di sinistra, anzi non può trasformarsi da sua ala sinistra alla sua ala destra e deve invece mantenere rapporti forti con SeL e con «quella parte del Pd in sintonia con le nostre riflessioni. Questa storia del centro che va tranquillizzato diventando moderati - aggiunge - è una sciocchezza». De Magistris lancia quindi un appello a Vendola, Bersani e Di Pietro: «Smettiamola di toglierci i sassolini dalle scarpe, ragioniamo come squadra, mostriamoci più uniti nel costruire un'alternativa sociale e culturale al berlusconismo».
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Massimo Balliana
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Ma il Sud chi l’ha visto? - di Guelfo Fiore su Europa
I lùmbard, litigiosi e in rotta (meglio: litigiosi perché in rotta) hanno un futuro incerto. Ma di trent’anni di vita, di cui una decina trascorsi nei Palazzi del potere romano, possono menar vanto. Perché sono riusciti nella missione che s’erano dati: cancellare il Mezzogiorno dall’agenda delle priorità nazionali.
Oggi, almeno, è così. Il Mezzogiorno, per il governo, è una citazione obbligata. Un’incombenza inevitabile, e fastidiosa. «Daremo inoltre attuazione concreta al Piano per il Sud che sono impegnato a seguire personalmente e lo faremo in base a una precisa e serrata tabella di marcia»: così Berlusconi, martedì al senato. Il castigato resoconto stenografico d’aula recita a questo punto: commenti ironici dai banchi delle opposizioni. Che ne hanno motivo.
Nel luglio 2009 lo stesso Berlusconi garantiva: «Dopo la pausa estiva l’Italia avrà un grande piano per il Sud». Abbiamo già due estati alle spalle. Nel frattempo, però, s’è dato da fare con un piano “contro” il Sud prendendo i soldi dal Fondo per le aree sottoutilizzate per destinarli altrove, tanto per fare un esempio.
Ma nemmeno questo è il vero problema. Ciò che assegna alla Lega lo scudetto è l’essere riuscita ad imporre, nel governo ma anche nel dibattito pubblico nazionale, l’idea che il Mezzogiorno è fardello, palla al piede, terra senza speranza, materia per convegni di nostalgici, patria di inefficienza strutturale, zona off limits per la legalità e la modernità. Basta prestare un minimo di attenzione. Non si ricorda, di recente, un’assise di questa o quella organizzazione o associazione dedicata al Mezzogiorno. E nemmeno dibattiti sui grandi mezzi di informazione.
O incrociare di lame di studiosi e intellettuali. Con una sola eccezione. Non insignificante ma allarmante sì, nella sua unicità. Nel febbraio dell’anno scorso la Cei ha dato alle stampe un documento di grande respiro pastorale e sociale “Per un paese solidale. Chiesa italiana e Mezzogiorno”. Documento denso e coraggioso perché nient’affatto reticente anche su quanto essa stessa poteva fare e non ha fatto nei venti anni che la ...
Oggi, almeno, è così. Il Mezzogiorno, per il governo, è una citazione obbligata. Un’incombenza inevitabile, e fastidiosa. «Daremo inoltre attuazione concreta al Piano per il Sud che sono impegnato a seguire personalmente e lo faremo in base a una precisa e serrata tabella di marcia»: così Berlusconi, martedì al senato. Il castigato resoconto stenografico d’aula recita a questo punto: commenti ironici dai banchi delle opposizioni. Che ne hanno motivo.
Nel luglio 2009 lo stesso Berlusconi garantiva: «Dopo la pausa estiva l’Italia avrà un grande piano per il Sud». Abbiamo già due estati alle spalle. Nel frattempo, però, s’è dato da fare con un piano “contro” il Sud prendendo i soldi dal Fondo per le aree sottoutilizzate per destinarli altrove, tanto per fare un esempio.
Ma nemmeno questo è il vero problema. Ciò che assegna alla Lega lo scudetto è l’essere riuscita ad imporre, nel governo ma anche nel dibattito pubblico nazionale, l’idea che il Mezzogiorno è fardello, palla al piede, terra senza speranza, materia per convegni di nostalgici, patria di inefficienza strutturale, zona off limits per la legalità e la modernità. Basta prestare un minimo di attenzione. Non si ricorda, di recente, un’assise di questa o quella organizzazione o associazione dedicata al Mezzogiorno. E nemmeno dibattiti sui grandi mezzi di informazione.
O incrociare di lame di studiosi e intellettuali. Con una sola eccezione. Non insignificante ma allarmante sì, nella sua unicità. Nel febbraio dell’anno scorso la Cei ha dato alle stampe un documento di grande respiro pastorale e sociale “Per un paese solidale. Chiesa italiana e Mezzogiorno”. Documento denso e coraggioso perché nient’affatto reticente anche su quanto essa stessa poteva fare e non ha fatto nei venti anni che la ...
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