venerdì 29 luglio 2011

Regole più ferree contro le tentazioni - di Vittoria Franco su Europa

Vittoria Franco
Due fenomeni concomitanti da qualche tempo – troppo – si stanno intrecciando con rischi davvero gravi per la tenuta del sistema delle regole democratiche: l’antipolitica che si diffonde e penetra nelle coscienze e l’emergere di gruppi di potere occulti che coltivano legami stretti fra politica e affari con casi eclatanti di corruzione, come le varie P3 e P4. Tutto ciò si intreccia con la crisi economica che ha creato nuove aree di povertà, di paure, di preoccupazione.
La manovra economica del governo, assolutamente inadeguata alla situazione, iniqua, che penalizza i più svantaggiati e crea esasperazione, ha accresciuto la vulnerabilità del paese. Qual è la funzione del Pd in questa situazione, soprattutto dopo che casi critici hanno interessato anche le sue fila? Come reagire per creare antidoti il più possibile efficaci?
Intanto, bisogna rispondere a un’altra domanda: come si è creata questa forte corrente di vera e propria demonizzazione della politica vista esclusivamente come il luogo di usurpazione di potere, strumento di affarismo, di godimento di privilegi? Credo che la ragione principale sia da ricercare nello svuotamento delle funzioni del parlamento che il berlusconismo ha prodotto, nella concezione proprietaria delle istituzioni che questa legge elettorale alimenta a dismisura, nell’ossessione per leggi sulla giustizia che riguardano prioritariamente la salvaguardia degli interessi del premier arrivando perfino a creare meccanismi che favoriscono la corruzione anziché contrastarla; in una parola, nella perdita della dimensione del bene comune e dell’interesse pubblico.
Questo ha dato il senso di un distacco crescente della politica dai cittadini, dai loro problemi quotidiani. Una politica divenuta quanto mai egocentrica. Perché quando a dirigere il paese c’erano figure come Moro, Berlinguer, La Malfa, Tina Anselmi, Nilde Iotti la gente non chiedeva loro conto di privilegi e stipendi troppo alti?
Perché nel bene e nel male la politica affrontava i problemi più urgenti e produceva soluzioni, il parlamento era il luogo della ricerca delle mediazioni possibili fra maggioranza e opposizione. E allora, forse ...

I consigli di AreaDem: non basta difendersi, servono facce nuove - di Rudy Francesco Calvo su Europa

Area democratica, riunita ad Amalfi per il suo primo seminario estivo, avverte su di sé la responsabilità di tenere unito il Pd, soprattutto nelle condizioni in cui si trova il paese e, a maggior ragione, di fronte agli attacchi di cui il partito è vittima.
Da questo punto di vista, la componente guidata da Dario Franceschini condivide l’analisi che ha portato Pier Luigi Bersani a denunciare la “macchina del fango” che si muove contro i dem. I dirigenti di AreaDem, però, sono più prudenti nell’individuare l’origine di questi attacchi e invitano il segretario ad avere più coraggio nel rinnovare la classe dirigente, come reazione e antidoto alla presunta “questione morale” interna.
«Il Pd può contare su segretari regionali e componenti della segreteria nuovi e giovani – afferma ad esempio Francesca Puglisi, responsabile scuola proprio nella segreteria nominata da Bersani – così come sul territorio si sono affermati molti bravi amministratori. È ora che queste persone possano rappresentare anche pubblicamente il partito, che possano partecipare con più centralità alla costruzione dell’alternativa».
D’accordo è anche Tino Iannuzzi, che qui fa gli onori di casa: «Dobbiamo coinvolgere di più chi ha già una propria attività alle spalle – è il suo invito – così potremo favorire il ricambio dei dirigenti ed evitare che diventino dei politici di professione».
AreaDem, insomma, vuole essere da stimolo al Pd affinché trovi al proprio interno la via d’uscita dalla difficile situazione attuale. «La risposta deve essere politica – dice con chiarezza un dirigente dem – non ha molto senso pensare a una class action. Quello strumento, e Bersani lo sa bene perché il merito dell’introduzione in Italia è soprattutto suo, serve a difendere i più deboli dai soprusi dei più forti. Così, invece, rischia di trasformarsi in uno scontro tra poteri, partiti contro giornali».
Piero Fassino arriverà qui solo domani, per un dibattito con Giuliano Pisapia e Luigi de Magistris, ma chi gli era vicino ai tempi degli attacchi montati ad arte su Telekom Serbia ricorda la sua reazione, l’indice puntato ...

Lo spirito del '92 che serve al Paese - di Massimo Giannini su Repubblica

Massimo Giannini
COM'E' già successo nell'Italia del '92, in uno dei tornanti finali della Prima Repubblica, di fronte al collasso del sistema politico tocca alle parti sociali propiziare la "svolta". Oggi la storia si ripete. Di fronte alla crisi irreversibile del berlusconismo, che precipita il Paese nella palude, capitale e lavoro si uniscono e invocano "discontinuità".
Nonostante in Borsa e sui mercati piovano pietre sempre più pesanti, l'irresponsabile propaganda governativa continua a ridimensionare la portata degli attacchi speculativi contro i titoli della nostra piazza finanziaria e del nostro debito sovrano. Di fronte a questa dissennata disinformazione di massa, il comunicato congiunto di tutte le forze della rappresentanza economica e sociale ristabilisce il "principio di verità". C'è un problema europeo di fragilità strutturale dei Paesi periferici. C'è un problema americano legato al rischio-default della nazione guida della produzione e degli scambi. Ma l'Italia, proprio l'Italia, è sotto attacco, e non per caso. La sua economia non cresce, il suo debito non è sostenibile, e soprattutto la sua politica non è all'altezza del compito che la fase gli assegna: innescare un "immediato recupero di credibilità nei confronti degli investitori".
L'iniziativa straordinaria di questo "partito trasversale" dei ceti produttivi ha dunque un doppio significato. Un significato economico: dà la misura della drammatica emergenza che l'Italia sta attraversando. Un significato politico: mette in mora Berlusconi, e di fatto lo "liquida" in nome di un interesse generale che il suo governo non è più in grado di assicurare. Per questo serve una "discontinuità capace di realizzare un progetto di crescita del Paese", che garantisca "la sostenibilità del debito e la creazione di nuova occupazione".
Si potrà discutere a lungo sull'esegesi del termine. Ma evocare una "discontinuità", in questa congiuntura politica, vuol dire invocare la fine di questa disastrosa avventura berlusconiana, che sta scaricando sulla collettività un "costo" ormai proibitivo, tra manovre inique e recessive, differenziale tra Btp e Bund, e quindi ...

«Politica più sobria»: le quattro mosse del Pd - su L'Unità


I gruppi parlamentari del Partito Democratico, d'intesa con il gruppo dirigente del Pd, hanno deciso di lanciare «una forte iniziativa sulla sobrietà e la trasparenza della vita politica». I pilastri di questa sfida, si legge in una nota, sono quattro proposte.
La prima: una drastica riduzione del numero dei parlamentari.
La seconda: una riforma della legge elettorale volta a restituire ai cittadini il potere di scegliere i propri rappresentanti.
La terza: norme più rigorose sull'incompatibilità.
La quarta: una legge sulla disciplina dei partiti, in applicazione del dettato dell'articolo 49 della Costituzione, che vincoli il finanziamento pubblico al rispetto di procedure democratiche interne e alla certificazione e trasparenza dei bilanci.
Queste proposte, viene annunciato dal Pd, saranno al centro di una doppia iniziativa, nel Parlamento e nel paese con una mobilitazione a sostegno delle nostre riforme. Le proposte sono coerenti con le norme contenute nel Codice etico interno al Pd, che è già più severo del percorso previsto dai normali procedimenti giudiziari, ma che intendiamo rendere ancora più rigoroso nei suoi meccanismi di applicazione. Al Codice etico che vale per tutti gli iscritti il Pd ha affiancato uno specifico Codice per gli amministratori, che tutti gli eletti nelle liste del partito stanno man mano sottoscrivendo.
Quest'ultimo prevede tra l'altro l'obbligo di trasparenza su redditi, patrimonio e attività professionale. «Quando parliamo di accrescere il rigore nella vita amministrativa noi non facciamo chiacchiere, ma proposte concrete. Ognuno - puntualizza il segretario Pier Luigi Bersani - può giudicare oggi la differenza tra questi impegni e i comportamenti di una coalizione di maggioranza e di un governo che in queste ore si apprestano a votare la fiducia sull'ennesima legge ad personam».

«La scelta di DeutscheBank? Un suicidio» - di Fabio Savelli su Corriere della Sera

Una decisione-shock? La scelta di affossare definitivamente la moneta unica? O semplicemente la presa di coscienza che il rischio insolvenza per l'Italia si fa concreto e continuare a investire in titoli di stato del nostro Paese (pur garantendo un rendimento sempre maggiore) è una scommessa tipica del gioco del lotto? Al netto delle opinioni la notizia riportata mercoledì dal Financial Times, secondo la quale nei primi sei mesi del 2011 Deutsche Bank avrebbe tagliato l'esposizione verso le obbligazioni italiane dell'88% (per un controvalore di circa 7 miliardi di euro) ha sconvolto Romano Prodi.
IL COMMENTO - L'ex presidente del Consiglio e della Commissione Europea indossa l'abito dell'economista e in un'intervista rilasciata a margine di un evento della regione Emilia Romagna dice la sua: «E' la dimostrazione di una mancanza di solidarietà che porta al suicidio anche per la Germania. Significa la fine di ogni legame di solidarietà e significa obbligare tutti a giocare in difesa. E quando questo viene dalla Germania, un Paese che ha avuto più saggezza nel capire gli altri fino a qualche anno fa, sono assolutamente turbato». Strali (che assumono peso specifico maggiore se commisurati alla sobrietà del personaggio) nei confronti della massima istituzione creditizia tedesca, invitata ad avere maggiore senso di responsabilità e di leadership.
I MERCATI - Sono molti gli osservatori che attribuiscono alla decisione di Deutsche Bank l'aumento del differenziale tra BTp e Bund giovedì schizzato a 336 punti base. Unito anche al maggior rendimento dei credit default swaps collegati alle obbligazioni italiane, di cui sta facendo incetta proprio la banca centrale tedesca per tutelarsi dal rischio insolvenza.

Corsi e ricorsi delle coop rosse - di Gianni Del Vecchio su Europa

Sono passati quasi quattro anni dalla nascita del Partito democratico, ma il Pd potrebbe dover fare i conti con una delle eredità della fusione fra Margherita e Ds: il collateralismo fra la vecchia Quercia e il mondo delle cooperative rosse.
Una cinghia di trasmissione, quella fra Legacoop e Botteghe oscure, che ha funzionato con grande efficienza fino al 2007, scaraventando però più di una volta i vertici diessini sotto i riflettori per diverse inchieste giudiziarie e dando più di un argomento a chi ha sempre attaccato la sinistra evidenziando come la berlingueriana “questione morale” sia più che mai trasversale.
Nell’inchiesta della procura di Monza che ha portato alle doppie dimissioni del dem Filippo Penati, emerge una pista che porta direttamente al coinvolgimento del Ccc di Bologna, il consorzio di cooperative di costruzione nell’orbita Legacoop.
L’imprenditore edile Giuseppe Pasini accusa l’ex sindaco di Sesto San Giovanni di alcuni fatti precisi: nei primi anni Duemila, per ottenere dal comune una deroga al piano regolatore che gli consentisse di costruire più del previsto nell’area ex Falck, sarebbe stato costretto a dare degli appalti per alcuni lavori proprio alla Ccc bolognese.
Inoltre, nello stesso affare, sarebbe stato il vicepresidente del consorzio cooperativo, Omer Degli Esposti, a indicare due società di consulenza per commissioni da due milioni e 400 mila euro, soldi che secondo i pm brianzoli non sarebbero serviti a pagare lavori effettivi ma a finanziare illecitamente i vertici nazionali dei Ds.
Il sospetto dei giudici Mapelli e Macchia deve ovviamente essere ancora dimostrato, e nel frattempo Degli Esposti smentisce ogni passaggio della ricostruzione di Pasini, dicendo di non aver mai imposto a nessuno alcuna consulenza e soprattutto di escludere che quei soldi fossero poi finiti ai Ds. In ogni caso, a prescindere da come finirà la vicenda giudiziaria, dal mondo cooperativo arriva un’altra grana per il ...

Il testo integrale della lettera di Napolitano a Berlusconi sulle sedi decentrate dei ministeri - fonte ANSA

«Mi risulta che il Ministro delle riforme per il federalismo e il Ministro per la semplificazione normativa, con decreti in data 7 giugno 2011 - peraltro non pubblicati sulla Gazzetta Ufficiale - hanno provveduto a istituire proprie "sedi distaccate di rappresentanza operativa"; ho appreso altresì che analoghe iniziative verrebbero assunte a breve anche dal Ministro del turismo e dal Ministro dell'economia e delle finanze (quest'ultimo titolare di un importante Dicastero, anzichè Ministro senza portafoglio come gli altri tre).
Come ho già avuto occasione di sottolineare al Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dott. Letta, la dislocazione di sedi ministeriali in ambiti del territorio diversi dalla città di Roma deve tener conto delle disposizioni contenute nel regio decreto n. 33 del 1871, ancora pienamente vigente, che nell'istituire, all'articolo 1, Roma quale capitale d'Italia ha altresì previsto che in essa abbiano sede il Governo ed i Ministeri. È altresì noto che la scelta di Roma capitale è stata costituzionalizzata con la riforma del titolo V della nostra Carta che, con la nuova formulazione dell'articolo 114, terzo comma, ha da una parte introdotto un bilanciamento con le più ampie funzioni attribuite agli enti territoriali e dall'altra ha posto un vincolo che coinvolge tutti gli organi costituzionali, compresi ovviamente il Governo e la Presidenza del Consiglio: vincolo ribadito dalla legge n. 42 del 2009, che all'art. 24 prevede un primo ordinamento transitorio per Roma capitale diretto 'a garantire il miglior assetto delle funzioni che Roma è chiamata a svolgere quale sede degli Organi Costituzionalì. Infine, recentemente e sia pure in un contesto non univoco, nel corso dell'esame parlamentare del d.l. n. 70 del 2011, sono stati discussi e votati diversi ordini del giorno finalizzati ad escludere ipotesi di delocalizzazione dei Ministeri pur nell'accoglimento, senza voto, di un o.d.g. (Cicchitto ed altri) di contenuto autorizzatorio. Quanto al contenuto dei citati decreti istitutivi devo rilevare che i Ministri emananti, Ministri senza portafoglio, hanno provveduto autonomamente ad istituire sedi distaccate, rispettivamente, di un Dipartimento e di una Struttura di missione, che costituiscono parte dell'ordinamento della Presidenza del Consiglio».
«Poichè ai fini di una eventuale sua elasticità, il decreto legislativo n. 303 del 1999, all'articolo 7, ...

La Somalia in ginocchio chiede aiuto al mondo - di Carlo Ciavoni su Repubblica

Sono quattro i morti accertati durante i conflitti a fuoco tra miliziani islamici e militari dell'Unione Africana (Amison) scoppiati stamattina all'alba a Mogadiscio, subito dopo i primi atterraggi degli aerei provenienti da Nairobi, carichi di aiuti alimentari gestiti dal (Pam 1) Programma Alimentare Mondiale dell'Onu. I colpi di armi automatiche e le esplosioni dei mortai si sono sentite vicino al mercato di Bakara, uno dei fortilizi degli Shabaab, non lontano dallo stadio, nel pieno centro della capitale. Secondo quanto si è potuto apprendere, i caschi verdi dell'Amison (che svolgono funzioni di peacekeeping) hanno superato la linea del fronte imposta dai miliziani in diversi punti. Da cinque mesi a questa parte, i militari sarebbero avanzati e avrebbero respinto i guerriglieri islamici insediati in diversi punti della capitale, fino a costringerli nel mercato di Bakara. I combattimenti di questa mattina si sarebbero svolti lungo l'asse Sud-Nord della zona di Bondhere, mentre si calcola che sarebbero circa 100 mila le persone arrivate a Mogadiscio in cerca di aiuto e in fuga dalle zone del Paese soffocate dalla carestia.
Gli Shabaab fanno quello che vogliono. Nonostante i miliziani islamici continuino a controllare otto delle dieci regioni del Paese, i portavoce del governo di transizione e forze armate ufficiali continuano a sostenere di aver guadagnato terreno nella capitale e che è loro intenzione far ritirare gli Shabaab dalla zona dello stadio di Mogadiscio. Ma l'impressione di molti osservatori è tutt'altra: i gruppi islamici, oltre a controllare la maggior parte della Somalia, tanto da stabilire se, quando e come far arrivare gli aiuti umanitari, sono di fatto nelle condizioni di mettere in atto azioni offensive dove vogliono e nei momenti scelti da loro. Tuttavia, secondo fonti dell'Amison, l'offensiva avrebbe consentito il controllo degli incroci strategici di Florenza, Sinai e Monopoli, nel nord-est di Mogadiscio, oltre che la cattura di 41 Shabaab. E' comunque un fatto che il governo di transizione somalo attualmente controlla solo alcune zone di Mogadiscio, compreso l'aeroporto, oltre al porto e ad alcune aeree nel sud della città, attorno al palazzo presidenziale. Il problema è che ...

giovedì 28 luglio 2011

Bersani risponde al Fatto Quotidiano “Noi gente perbene. Ci metto la faccia” - di P. Bersani sul FQ

Caro Direttore, il Fatto Quotidiano, peraltro in buona compagnia, mi attribuisce la tattica o l’imbarazzo del silenzio sul caso Penati. Per la verità, sono stato il primo a parlarne giovedì scorso alla festa de l’Unità di Roma trasmessa in diretta da Rai News e da YouDem, intervistato da Corradino Mineo davanti a 4000 persone. Qualcuno evidentemente mancava e non ha letto i resoconti delle agenzie di stampa. Quello che ho detto e scritto in questi giorni mostra forse una sottovalutazione del problema? Spero di no.
Noi non possiamo certo dividere il mondo mettendo i cattivi da una parte e i buoni dall’altra. Con ben altri mezzi si provvederà a questo nella valle di Giosafat. A noi tocca inderogabilmente rispettare la magistratura, pretendere che le istituzioni non siano esposte nel disagio e chi è coinvolto faccia un passo indietro, affermare la parità dei cittadini davanti alla legge, applicare la presunzione di innocenza, anche quella di Penati che la rivendica con forza. A noi tocca produrre riforme che tolgano possibilità alla corruzione. A noi tocca allestire nei partiti meccanismi di garanzia e di limitazione del rischio. Sfido qualsiasi altro partito italiano a paragonarsi con gli istituti che il Partito democratico ha allestito e sta allestendo.
Fin dall’inizio il Pd ha sottoposto il proprio bilancio alla certificazione di una società esterna; abbiamo un codice etico giustamente più stringente di un normale percorso giudiziario; chiediamo agli amministratori eletti nelle nostre liste di firmare un codice di responsabilità. Ma su questo ho già detto e non voglio scrivere oltre. Rispondo piuttosto alla domanda di Travaglio, reiterata in questi anni da lui stesso, da Albertini e da qualche testata della destra e che allude a una suggestiva triangolazione Gavio-Bersani-Penati. Ho già detto in altre occasioni ciò che ribadisco qui. Il ministro delle Attività produttive conosce tutti i principali imprenditori italiani. Li conosce, non li sceglie. Gavio, segnalandomi la preoccupazione per un ...

La politica del disgusto - di Stefano Rodotà su Repubblica

Stefano Rodotà
Dobbiamo purtroppo continuare a subire le prepotenze di una maggioranza parlamentare lontana dalla percezione stessa di che cosa significhi rispetto per i diritti civili. È passato appena un giorno dalla severa lezione impartita dalla Corte Costituzionale, che ha dichiarato illegittimo il divieto di sposarsi per gli immigrati senza permesso di soggiorno, perché così veniva negato un diritto fondamentale della persona.
Ed ecco che la Camera dei deputati ha subito voluto smentire questo segnale di civiltà che, per un momento, ci aveva fatto sentire vicini ai Paesi che praticano il buon diritto, quello che ha la sua bussola nel rispetto dell´altro, nell´accettazione della diversità come fondamento dell´eguaglianza. Nell´aula di Montecitorio si è bloccata la possibilità di approvare una norma contro l´omofobia, usando addirittura, in maniera del tutto distorta l´argomento di una sua incostituzionalità. Il mondo capovolto. È il trionfo degli spiriti beceri, dell´alata parola dei ministri che indicano al pubblico disprezzo i "culattoni" e poi trovano alleati in chi continua a praticare un fanatismo ideologico in nome della morale e della "natura". Una volta di più, miseramente, la politica del disgusto ha vinto sulla politica dell´umanità, per usare le parole di Martha Nussbaum, sui cui scritti mi ero permesso di richiamare l´attenzione pochissimi giorni fa. Parole al vento.
Conosciamo le ragioni che avevano indotto a proporre una norma contro l´omofobia. Bisognava reagire a un clima omofobico, non più strisciante, ma dichiarato, grazie al quale alle parole si sono aggiunte le aggressioni fisiche. La regressione culturale che ci circonda, il cui linguaggio ci dà quotidiane testimonianze, è stato l´ottimo terreno di coltura di questi atteggiamenti. In questi casi la norma giuridica, al di là dei suoi aspetti punitivi, ha un elevato valore simbolico. È il segno di una società che non dà cittadinanza a specifici comportamenti, che rifiuta istituzionalmente ogni loro legittimazione.
Nessuno degli argomenti portati a sostegno della pregiudiziale di incostituzionalità è convincente. Alcuni, anzi, sono davvero segno di un´imbarazzante modestia giuridica, per non dire una malafede che si traduce nel peggior cavillare. Proprio per evitare alcune obiezioni, dopo il voto contrario del 2009, si era rinunciato ad introdurre un vero e proprio reato di omofobia, limitandosi a prevedere una semplice ...

Il criceto deputato - di Francesca Fornario su L'Unità

Dialogo tra due deputati che hanno affossato la legge contro l’omofobia. «Sia chiaro: io non ho niente contro i gay». «Figurati io: c’ho tutti i dischi dei Queen. Sono pure andato a sentirli a Parigi nell’82. Con quella che poi è diventata mia moglie». «We are the champions... wee are the chaampiooons...». «No time for looosers...» «'CAUSE WE ARE THE CHAAMPIOOONS... OF THE WOOOOORD!». «Io c’ho pure il trolley di Dolce&Gabbana». «Ma infatti, per quanto mi riguarda, il principio è proprio che non faccio discriminazioni. Se un gay viene picchiato a me non interessa che è gay: sono fatti suoi. Per me è liberissimo di essere gay, musulmano, filippino: fatti suoi, io sono un liberale puro». «Che poi la politica è fatta di coerenza. Io non sopporto certi nostri colleghi bigotti - senza fare nomi - che vogliono riformare la 194 poi però fanno abortire la stagista. Se io voglio divorziare, voto a favore del divorzio». «Sempre per citare la teoria della regolazione spontanea dello scambio e delle attività produttive di Adam Smith, se io voglio costruire sul terrazzo una pista d’atterraggio per l’elicottro voto a favore del condono edilizio». «Soprattutto se l’ho già costruita la pista». «Ma infatti fanno bene i colleghi omosessuali come Paola Concia a presentare la legge contro l’omofobia o le unioni civili: tanto di cappello». «Se sei gay rispondi ai tuoi elettori gay ed è giusto che ti batti per i loro diritti». «Come Mandela». «Mandela era gay?». «Intendevo Mandela che si batteva per i diritti dei negri». «Coerentemente». «Uhm...». «Che c’è?». «Pensavo alla legge contro la vivisezione. Per rimanere nel solco di Adam Smith, bisognerebbe farla presentare a un criceto. Ma te ce lo vedi un criceto deputato?». «Non mi stupirei. Solo che dove li trova gli altri 315 criceti che votano a favore?».

Il guaio è il rapporto tra politica e affari - di Marco Travaglio su FQ

Gentile on. Bersani, grazie per aver raccolto alcuni degli interrogativi che le abbiamo posto sul Fatto Quotidiano. E anche per esser uscito dalle generiche declamazioni di principio, entrando per la prima volta nel merito delle questioni che La riguardano. Credo che gliene siano grati, oltre ai nostri lettori, anche i suoi elettori. La invitiamo fin d’ora a un confronto più diretto nella nostra redazione, magari davanti alle telecamere della nostra nascente web-tv, come abbiamo già fatto con l’on. D’Alema. Infatti non tutte le Sue argomentazioni mi hanno convinto e provo, in estrema sintesi, a spiegarLe perché.
1. È vero che ai politici, oltre a condotte che dovrebbero essere scontate come rispettare la magistratura, fare un passo indietro se indagati o imputati di reati gravi, applicare la presunzione di innocenza e così via, “tocca produrre riforme che tolgano la possibilità alla corruzione”. Le domando, siccome Lei è stato due volte ministro nei sette anni dei governi di centrosinistra, quando mai ne avete prodotta una: io ricordo solo controriforme che hanno agevolato la corruzione e garantito l’impunità per corrotti e corruttori, come la depenalizzazione dell’abuso d’ufficio non patrimoniale, il nuovo 513 Cpp, la legge costituzionale abusivamente detta “giusto processo”, la riforma penale tributaria che prevede amplissime soglie di non punibilità per gli evasori fiscali, l’indulto extralarge del 2006 esteso a corrotti e corruttori.
2. Lei invoca giustamente “meccanismi di garanzia e limitazione del rischio nei partiti”. E rivendica il draconiano “codice etico” del Pd, “più stringente di un normale percorso giudiziario”. Siccome però il Suo partito ha portato in Parlamento due pregiudicati (Carra per falsa testimonianza e Papania per abuso d’ufficio), più vari inquisiti e imputati, ed è riuscito l’anno scorso a candidare a presidente della Regione Campania e poi a sindaco di Salerno un signore imputato per corruzione e concussione, Le domando: quel codice prevede deroghe così generose, o ha maglie così larghe da lasciar passare simili soggetti? E in base a ...  quale codice etico, due anni fa, avete mandato al Senato Alberto Tedesco, il vostro assessore alla Sanità della giunta Vendola che si era appena dimesso perché indagato per corruzione? Senza quel gesto, epico più che etico, Tedesco sarebbe agli arresti, come i suoi coindagati che non hanno avuto la fortuna di rifugiarsi in Parlamento: è questa la “parità dei cittadini davanti alla legge”?
3. Nella “triangolazione Gavio-Bersani-Penati” c’è poco di suggestivo. Se Lei raccomanda Gavio a Penati, Penati coi soldi dei milanesi acquista il 15% delle azioni della Milano-Serravalle a 8,9 euro l’una da Gavio che le aveva appena pagato 2,9 euro, Gavio intasca 176 milioni di plusvalenza e subito dopo ne investe 50 nella scalata di Unipol a Bnl sponsorizzata dal Suo partito, che dobbiamo pensare? A una sfortunata serie di coincidenze?
4. Nel 2004, quando “favorì l’incontro” Gavio-Penati, Lei non era ministro delle Attività produttive, visto che allora governava Berlusconi: Lei era un semplice europarlamentare. A che titolo “favoriva l’incontro” fra un costruttore privato e il presidente della Provincia? E perché l’incontro avvenne in gran segreto? Non c’è nulla di male se un costruttore e il presidente della Provincia, soci in un’autostrada, s’incontrano: purché lo facciano alla luce del sole, negli uffici della Provincia, e al termine diramino un comunicato per informare i cittadini del tema trattato e delle decisioni prese. Nella massima trasparenza. Invece Penati incontrò Gavio in un hotel romano, tra il lusco e il brusco. E se sappiamo di quell’incontro, e del Suo ruolo di facilitatore, è solo grazie alle intercettazioni dei pm di Milano. Le pare normale?
5. Su Pronzato non ho scritto inesattezze, come del resto Lei finisce per ammettere nella sua onesta autocritica. Il signore in questione fu Suo consigliere al ministero, poi il Pd lo indicò nel Cda dell’Enac e contemporaneamente lo nominò responsabile per il trasporto aereo del partito. Non è questione di “doppio incarico inopportuno”, ma di conflitto d’interessi tra incarico pubblico e di partito. Un conflitto d’interessi che gli ha consentito con una mano di favorire l’azienda aeronautica dei Paganelli all’Enac e con l’altra di spartirsi la tangente con Morichini, procacciatore di fondi per la fondazione Italianieuropei di D’Alema.
6. Se davvero Lei vuole “allestire nei partiti meccanismi di garanzia e di limitazione del rischio”, è proprio sicuro che il compito di un politico sia quello di patrocinare scalate e fusioni e acquisizioni bancarie o societarie, anziché scrivere regole severe e poi farle rispettare dagli organi di garanzia, restando fuori dalla mischia? Non ritiene pericoloso che l’arbitro si metta a giocare la partita con una delle squadre?
7. Qui non si tratta di “alludere a combine poco chiare o addirittura a illeciti” da Lei commessi, onorevole Bersani. L’ho scritto e lo penso. Qui si contesta una concezione malata dei rapporti tra affari e politica. La stessa che nel 1999 portò D’Alema e Lei a sponsorizzare i “capitani coraggiosi” che s’ingoiarono la Telecom a debito, coi soldi delle banche, riducendola a un colabrodo. La stessa che nel 2004 portò Lei e Fassino, come rivelò ai magistrati Antonio Fazio mai smentito né querelato, a recarvi dall’allora governatore di Bankitalia per patrocinare la fusione tra Montepaschi e Bnl. La stessa che nell’estate 2005 portò Lei, D’Alema, Latorre e Fassino a sostenere, in pubblico e in privato, l’allegra brigata dei furbetti del quartierino che con metodi illeciti e banditeschi tentavano di saccheggiare un bel pezzo del sistema bancario ed editoriale, e a difendere fino alla fine il loro indifendibile padrino Antonio Fazio. Tutte queste vicende, a mio modesto parere, spiegano come mai la sinistra italiana se n’è sempre bellamente infischiata delconflittod’interessidiBerlusconi. E appaiono pure in lieve contrasto con la Sua fama di “liberalizzatore”: ricordano piuttosto i pianificatori da Gosplan dei piani quinquennali sovietici. Trent’anni fa a domani, Berlinguer rilasciava la celebre intervista a Scalfari sulla questione morale: “I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni… gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai, alcuni grandi giornali…”. Io una ripassatina gliela darei.

Quel che Bersani non ha scritto - di Antonio Polito su Corriere della Sera

Antonio Polito

Il Pd ha questo di buono: della sua questione morale per lo meno ne parla. Bersani ha affrontato il problema con la lettera pubblicata ieri dal Corriere della Sera . Che contiene due elementi apprezzabili. Il primo è l'ammissione che la «diversità genetica» non esiste più. Gli iscritti al Pd non sono vaccinati dalla loro storia o dai loro ideali contro la tentazione di rubare. Bersani dice che il Pd aspira piuttosto a una «diversità politica». Ed elenca molte misure certamente utili per ridurre il rischio che i politici - i suoi e gli altri - rubino. Tra queste una legge, del resto prevista in Costituzione, che regolamenti la vita dei partiti condizionando i generosi finanziamenti dello Stato al rispetto di regole interne di trasparenza. Bisognerebbe anzi prevedere, come nel calcio, la responsabilità oggettiva: chi sgarra perde i soldi pubblici.
Detto questo, Bersani si ferma ben al di qua di ciò che servirebbe per restituire al Pd l'onore politico compromesso dai casi Penati, Pronzato e Tedesco. Nella sua lettera manca infatti ogni accenno autocritico. Che ci vuole ad ammettere, per esempio, che un dirigente del Pd nel consiglio di amministrazione dell'Enac non doveva proprio starci? Non è così che si separa «la politica dalla gestione», come il Pd spesso auspica? Se si dà a un politico il potere di assegnare una tratta aerea gli si regala anche un potere discrezionale che sarà fatalmente tentato di sfruttare. E non sono forse migliaia gli enti e le aziende pubbliche i cui cda esistono al solo scopo di assicurare poltrone e affari ai partiti? Secondo punto. Non si può criticare il Pd perché alcuni suoi senatori si sono rifiutati di avallare il teorema per cui Tedesco, che non fu arrestato quando era un «semplice» assessore di Vendola, meriti ora la privazione della libertà perché da parlamentare può delinquere più facilmente (tesi sostenuta dai magistrati). Ma il Pd ha la colpa di aver portato in parlamento Tedesco proprio perché era inquisito, con la «furbata» di eleggere a Strasburgo chi lo precedeva in lista, ...

La lega e la sindrome norvegese - su Repubblica

Esiste un Paese europeo nel quale l´esponente di un partito al governo - ripeto: di un partito al governo - dichiara pubblicamente: «Il cento per cento delle idee di Breivik sono buone, in qualche caso ottime. Le posizioni di Breivik collimano con quelle dei movimenti che in Europa ormai ovunque vincono le elezioni»
Questo Paese è l´Italia. L´autore della dichiarazione è l´eurodeputato Mario Borghezio. Il partito al governo è la Lega. Naturalmente è sempre possibile nascondere la cenere sotto il tappeto. Cioè confinare parole come quelle di Borghezio in un limbo eccentrico, attribuirle a una patologia marginale e tutto sommato fisiologica in ogni democrazia, quella (generica) dell´estremismo. Solo che, per compiere questa de-classificazione, che è anche una rimozione, è necessario dimenticare che Borghezio non fa parte di una frangia di esaltati che farnetica sul web, roba che può interessare solo la polizia postale e la Digos. Borghezio è eurodeputato di lungo corso delle Camicie Verdi, e le Camicie Verdi, molto spesso in divisa d´ordinanza, governano con piena legittimità il nostro Paese.
Ben vengano, dunque, le parole di Borghezio, se ci aiutano a inquadrare con un minimo di lucidità e coraggio in più la strage norvegese. Trattata da molti commentatori italiani soprattutto come un caso di imprevedibile follia al prezzo di parecchie omissioni, la più evidente delle quali è il peso quasi nullo dato all´obiettivo, molto specifico, della strage: un raduno giovanile del partito laburista, individuato da Breivik come una sentina del "mondialismo" impuro e corruttore. Ora, se qualcuno irrompe in una sinagoga e fa strage di ebrei; se mette una bomba in una moschea e fa strage di musulmani; se spara alla folla e all´oratrice durante un comizio del Partito democratico americano; nessuno potrà levargli la patente del fanatico paranoide, ma nessuno potrà isolare quel gesto (politico nelle intenzioni e nelle conseguenze) dal contesto ideologico, culturale e sociale nel quale è nato, ha potuto nutrirsi, attecchire, infine esplodere.
L´ideologia può essere considerata un pretesto, strumentalmente impugnato dall´assassino per dare sbocco al proprio odio individuale, a patto che non offra, al fanatismo, parole di odio non così pretestuose, ...

Inchieste, il Pd con Bersani. «Ma non fermiamoci qui» - di Andrea Tognotti su Europa

Paolo Gentiloni
Il Pd non volta la testa dall’altra parte. La «diversità» berlingueriana, era archiviata da tempo e comunque, a scanso di equivoci, è lo stesso segretario a dichiarare, nella lettera pubblicata ieri dal Corriere della Sera, che i dem «non rivendicano una diversità genetica», bensì vogliono «dimostrare una diversità politica» sulla gestione dei casi giudiziari.
In che consiste la diversità politica? Nella lettera non compare la parola «complotto», né riferita all’inchiesta di Monza – che coinvolge Filippo Penati, ovvero un suo ex stretto collaboratore – né al caso Tedesco né ad altri. E forse anche nel fatto che i principi che secondo la versione di Bersani ispirano il Pd – fiducia nella magistratura, assoluto rispetto per le istituzioni, presunzione di innocenza secondo il principio costituzionale – creano qualche problema (tranne l’ultimo) nel centrodestra.
Sul piano pratico il segretario proprone una legge sui partiti che garantisca bilanci certificati, meccanismi di partecipazione e codici etici, pena l’inammissibilità di provvidenze pubbliche o alle presentazione di liste elettorali.
Basterà questo per arginare la marea montante nella Rete e che il Fatto Quotidiano rilancia? Del rischio che anche il Pd venga travolto dal clima ostile alla politica – tutta – simile a quello di vent’anni fa aveva parlato giorni fa con una metafora: «Quando piove, piove per tutti». E anche dentro il partito si era levata più di una voce per chiedere che non ci fosse, rispetto a quanto sta accadendo, alcuna autoindulgenza.
Allora come viene accolta l’esternazione bersaniana? Si va da commenti assai cupi, come quello di Arturo Parisi secondo il quale «ormai è tardi» per qualsiasi iniziativa, alla condivisione integrale, compresi «i punti e le virgole», di Massimo D’Alema.
Passando per le sfumature intermedie, come di quella di Paolo Gentiloni: «La lettera di Bersani va bene perché afferma non nasconde il problema e dice con chiarezza che non c’è una diversità genetica. Però non deve restare l’iniziativa di un mattino. Il Pd deve dare un segnale chiaro che assume davvero il problema e non devono ripetersi casi come quelli del Senato dove la vicenda Tedesco è stata gestita in maniera confusa».
Marina Sereni, vicepresidente del Pd e coordinatrice di AreaDem, ritiene che sia «importante» che il il ...

Cento docenti universitari al Colle: «No alla Tav»

«Non vorremmo che, nonostante le attuali conoscenze propongano ancora una volta ragionati dubbi, la scelta intransigente di proseguire ad oltranza la costruzione dell'opera (Torino-Lione, ndr) porti a doversi dolere in futuro di questa leggerezza ingiustificabile. Pertanto chiediamo rispettosamente di rimettere in discussione in modo trasparente ed oggettivo le necessità dell'opera».
A formulare la richiesta oltre un centinaio di docenti e ricercatori universitari italiani che hanno scritto al Capo dello Stato Giorgio Napolitano l'«appello alla trasparenza tecnico scientifica sul progetto Tav in Val Susa».
«Il problema della linea ferroviaria ad alta velocità/alta capacità Torino-Lyon rappresenta per noi, ricercatori e docenti, una questione di metodo sulla quale non è più possibile soprassedere» esordisce così la lettera, firmata da docenti come Nicola Tranfaglia, Salvatore Settis e dal saggista e metereologo Luca Mercalli, per citarne alcuni.
«Il pluridecennale processo decisionale che ha condotto a questa situazione è stato sempre afflitto da una scarsa considerazione del contesto tecnologico, ambientale ed economico tale da giustificare o meno la razionalità della scelta, data sempre per scontata dal mondo politico, imprenditoriale e dell'informazione, come assoluta fonte di giovamento per il Paese» puntualizzano i docenti firmatari dell'appello, che aggiungono che ormai è «nota una consistente e variegata documentazione scientifica che contraddice alcuni assunti fondamentali a supporto dell'opera e ne sconsiglia nettamente la costruzione».
A tale proposito l'appello ricorda che in Italia grandi opere su cui ci si è «ostinati anche allorché i dati oggettivi ne sconsigliavano la prosecuzione», si sono in seguito rivelate foriere di «danni, vittime e ingenti costi economici e ambientali che avrebbero potuto essere evitati», concludendo «qualora la nostra istanza non venisse accolta, e le perplessità in essere si rivelassero fondate in fase di realizzazione ed esercizio dell'opera, la presente resterà a futura memoria».

...non chiamatelo più "primario" - di Michele Sera su Repubblica

Maiali in piazza Affari, ieri mattina a Milano, davanti alla Borsa che mai aveva udito grugnire sotto la sua bella facciata bianca. Colpo d´occhio notevole, una manifestazione di contadini (uomini e bestie) nel luogo dove l´economia si fa meno concreta, più immateriale, e niente valgono le mani, il sudore, il lavoro fisico. Il primario (che vuol dire: il cibo, il nutrimento della vita) spunta guadagni da fame perché dentro quel grande palazzo bianco, e nei suoi omologhi sparsi per il mondo, pochi speculatori giocano sui prezzi dei cereali, dei mangimi, di tutto quanto viene prodotto al mondo dal lavoro umano, e decidono il destino del pane, della carne, del latte e delle persone che quei fondamenti producono, che su quei fondamenti campano. Mai la parola "valore" fu più storpiata, se il risultato è che il valore del cibo, della terra, della natura è niente rispetto all´azzardo e allo strapotere del capitale finanziario.
Più o meno nello stesso momento i pastori sardi protestavano a Cagliari, perché il prezzo del latte è così basso da non coprire neanche le spese. Chi conosce appena un poco l´agricoltura e i suoi problemi ha una richiesta da fare: non chiamatelo più "primario", perché suona come una beffa per un settore che viene ultimo, ignorato e umiliato.

mercoledì 27 luglio 2011

Bersani: «Pd turbato, ora occhi aperti» - di P. Bersani su Corriere della Sera

Caro Direttore, ci si chiede se i recenti fatti giudiziari mettano in discussione qualcosa della natura del Partito democratico. Voglio rispondere con chiarezza. Noi non rivendichiamo una diversità genetica. Noi vogliamo dimostrare una diversità politica. In primo luogo, a proposito dell’inchiesta di Monza così come in ogni altra occasione, noi diciamo: la magistratura faccia serenamente e fino in fondo il suo mestiere. Abbiamo fiducia nella magistratura. Confidiamo che Penati possa vedere presto riconosciuta l’innocenza che rivendica con forza. Intanto, Penati ha fatto con correttezza e responsabilità un passo indietro. Questo è infatti il nostro secondo criterio: in caso di inchieste le istituzioni e il partito, in attesa che le cose si chiariscano, non devono essere messi in imbarazzo e devono poter agire in piena serenità. I nostri principi sono dunque: fiducia nella magistratura, rispetto assoluto delle istituzioni, presunzione di innocenza secondo il principio costituzionale. Teniamo altresì fermo il principio secondo il quale, verificata l’assenza di «fumus persecutionis» un parlamentare è un cittadino come gli altri. Se le leggi vanno cambiate, si cambiano. Finché ci sono esse valgono per tutti, per un immigrato come per un deputato o un senatore. Così ci siamo comportati sia nel caso Papa sia in quello Tedesco, per il quale abbiamo indicato l’opportunità di un passo indietro. Chiediamo una legge sui partiti che garantisca bilanci certificati, meccanismi di partecipazione e codici etici, pena l’inammissibilità a provvidenze pubbliche o alla presentazione di liste elettorali. A differenza di altri, noi abbiamo già fatto molto per predisporci autonomamente a quella prospettiva. Abbiamo in vigore un codice etico più restrittivo rispetto alle garanzie del percorso giudiziario. Abbiamo recentemente approvato un codice da sottoscrivere da parte dei nostri amministratori per garantire trasparenza dei loro redditi e nelle procedure di appalto e di gestione del personale. Abbiamo applicato per i candidati alle recenti elezioni il codice suggerito dalla commissione Antimafia. Unico fra tutti i partiti italiani, fin dalla sua nascita il Partito democratico sottopone il proprio bilancio ad una primaria società indipendente di certificazione. Il Partito democratico (e non solo perché nella vicenda principale non esisteva ancora!) è totalmente estraneo ai fatti oggetto di indagine a ...

Senza parole - di Mila Spicola su L'Unità

Senza parole.
Per motivi lontani, o vicini, o vicinissimi.
Per la tragedia norvegese. Senza parole.
Per la dignità e la civiltà di quel paese. Senza parole.
Per l’unità, la solidarietà, la compattezza di quel popolo e per l’invidia che comincia a crescermi dentro. Di non essere più un popolo ma un volgo disperso che nome non ha. Senza parole.
Per la notizia che tagliano una classe per ogni scuola di Palermo. Senza parole.
Per gli accorpamenti impossibili. A Brancaccio, come altrove. Impossibili. Senza parole.
Per le finte e imbrogliate immissioni in ruolo nella scuola. In Sicilia 125, in Lombardia più di 7.000. La dove serve. Qua, a Palermo, non serve. Senza parole.
Per l’immondizia a cumuli nelle strade di Palermo. A luglio, d’estate. Puntuale come gli incendi. Zittita dal fetore. Senza parole.
Per un importante deputato del PD siciliano che ha urlato a una precaria della scuola che chiedeva chiarimenti sul perché noi solo 125 e lassù 7.000, “Siete dei privilegiati, avete due mesi di vacanze, la scuola è in malora per colpa vostra, siete troppi”. Senza parole.
“In cosa siete diversi allora?” mi ha chiesto la precaria nel raccontarmelo? E io:basita. Senza parole.
Per la voce zittita di Amy Winehouse e al suo ultimo disco mai finito. Senza parole.
Per l’ennesimo affossamento della legge anti-omofobia. Altrove troppo civili, qua intorno sempre più incivili. Senza parole.
Perché il vero problema, la madre di tutti i problemi, in queste ore, da non crederci, è il trasferimento di due ministeri al nord. Senza parole.
E’ vero..era da un po’ che non scrivevo su questo blog. Ma a volte la rabbia ti lascia senza parole.
Per quei ragazzi norvegesi, per i nostri senza classi, per i miei con le classi sempre più piene, per la fame che comincio a riconoscere in giro, mi tocca, ci tocca ritrovarle in fretta. Le parole.

La lezione del 1992 - di Tito Boeri su Repubblica

Se qualcuno si era illuso che l´accordo trovato in extremis a Bruxelles giovedì scorso ci avrebbe posto fuori pericolo, ieri avrà avuto modo di ricredersi. C´è stato un nuovo pesante allargamento dello spread fra i nostri titoli di Stato e quelli tedeschi, tornato vicino ai 300 punti base. Ai tassi di interesse e di crescita attuali, sono livelli destinati, nell´arco di due anni, a diventare insostenibili. Se dovessero protrarsi nei prossimi dieci mesi, farebbero aumentare di circa un punto e mezzo di Pil la spesa per il servizio del debito.
E in tal modo vanificherebbero più di metà della manovra entrata in vigore la scorsa settimana. Non è colpa del debito statunitense: le difficoltà di Obama non ci possono offrire alcuna consolazione anche perché sono di natura diametralmente opposta alle nostre. L´Europa ci ha già dato una mano ed è bene non contare troppo su ulteriori aiuti. Dobbiamo contare sulle nostre forze sapendo che non ci sono concesse distrazioni di sorta. Vediamo perché cominciando dagli Stati Uniti e per arrivare all´Europa e, infine, a noi.
Il problema affrontato in queste ore da Obama è esattamente l´opposto di quello che stiamo vivendo sulla nostra pelle. Negli Stati Uniti non è legalmente consentito al governo federale indebitarsi al di sopra di una soglia massima, stupidamente fissata in termini assoluti anziché in percentuale al reddito generato negli Stati Uniti. Se entro il 2 agosto non si dovesse trovare un accordo nel Congresso, il governo federale non potrà più emettere buoni del tesoro con cui finanziarsi. Non ci saranno, in altre parole, venditori di nuovi Treasury bills. Mentre continueranno ad esserci moltissimi compratori: i rendimenti che il governo federale deve offrire a chi compra i propri titoli di debito sono rimasti molto bassi nonostante l´avvicinarsi di questa scadenza, a riprova del fatto che non ci sono timori sulla sostenibilità del debito pubblico americano. Nelle ultime settimane noi abbiamo invece vissuto una crisi molto più seria e di segno opposto: il mercato dei nostri titoli di Stato è diventato un mercato con pochi compratori e questo ha fatto schizzare all´insù gli interessi sui nostri Btp. Insomma, mentre da noi manca chi compra, negli Stati Uniti potrebbe mancare, dal 2 agosto in

Lacrime e sangue la manovra ingiusta - di Nadia Urbinati su Repubblica

Nadia Urbinati
Quante manovre ancora e per giungere dove? Qual è la direzione delle politiche economiche delle democrazie occidentali più o meno consolidate? I livelli di riflessione che queste domande suggeriscono sono due, uno relativo ai caratteri delle specifiche scelte nazionali e uno relativo alla dimensione globale o, se si vuole, sovrannazionale. A proposito del primo livello, osserviamo che le manovre si ripetono a scansione regolare perdendo il carattere di eccezionalità con il quale sono proposte, giustificate e approvate. Inoltre, si assomigliano un po´ tutte. Se si va a rileggere quanto scrivevano quotidiani e riviste specialistiche nel giugno 2010 a commento della manovra economica del governo per i successivi due anni e mezzo, ci si accorge che anche allora si usava l´espressione "lacrime e sangue".
Come allora, anche in questi giorni in occasione della nuova manovra "lacrime e sangue", si è assistito a un dualismo altrettanto e forse più radicale con un "gioco" che ha certamente agevolato la velocità della decisione. Come allora, anche questa volta, la manovra ha dosato sacrifici in proporzione alla forza politica dei settori sociali interessati: colpire genericamente tutti significa colpire chi è già più debole e, inoltre, senza lobby protettive. Come allora, anche in questa occasione la manovra è depressiva e non tonica rispetto alle potenzialità di crescita della società, le quali sono affidate alla speranza in una provvidenziale congiuntura favorevole dell´economia internazionale e alle libere forze del mercato – si "spera" che queste ultime non scaglino la loro maledizione inappellabile come divinità dell´Olimpo. Oggetto di una fede che rassomiglia più a un talismano psicologico che a una previsione ragionevolmente realistica.
In sostanza i governi, il nostro tra questi, si stanno da diversi anni allenando a fare manovre economiche e a mettere in campo le strategie giustificative più sicure con lo scopo di scongiurare l´ira funesta di potenze senza volto. La differenza consiste essenzialmente nella decisione di chi far più pagare, quanto e come. I governi italiani di questi ultimi anni si sono specializzati a sacrificare il futuro, forse perché non ha ...

Stop a legge contro omofobia "Incostituzionale la norma sui gay" - su Repubblica.it

Paola Concia
Per la seconda volta la Camera ha fermato la legge contro l'omofobia. L'aula della Camera ha accolto le pregiudiziali di costituzionalità sul ddl contro l'omofobia, affossando così la proposta. La pregiudiziale presentata da Udc, Pdl e Lega è passata con 293 sì, 250 no e 21 astenuti. L'approvazione 'affossa' il disegno di legge che mirava a introdurre l'aggravante di omofobia nei reati penali, sostenuto con forza da Anna Paola Concia (Pd). Con Pdl, Lega ed ex Responsabili ha votato l'Udc, che aveva presentato una delle pregiudiziali. Mentre hanno votato contro gli altri partiti di opposizione (Pd, Idv, Fli e Api).
"Oggi la maggior parte del Parlamento - ha denunciato Concia prendendo la parola in aula subito dopo la proclamazione del risultato - ha scelto di stare dalla parte dei violenti e non delle vittime delle violenze e delle discriminazioni....". Ma l'intervento della leader del movimento omosessuale è stato interrotto per questioni formali dal presidente della Camera Gianfranco Fini: "Capisco il suo stato d'animo e lo spirito del suo interevnto - ha detto, ricordandole che la parola era stata da lei chiesta sull'ordine dei lavori essendosi la Camera già espressa sul merito con il voto - ma sono costretto a interromperla...".
"Se fossi stato un semplice deputato che può votare e non il presidente, avrei votato convintamente contro le pregiudiziali" di costituzionalità sulla legge contro l'omofobia, ha detto al termine Gianfranco Fini. "D'altro canto avete visto con quanti voti è passata", ha aggiunto. Per Fabrizio Cicchitto, capogruppo Pdl della Camera: "Noi non abbiamo nessun atteggiamento omofobo e la nostra posizione di fondo è quella di considerare i gay come dei cittadini uguali agli altri e proprio per questo contestiamo ogni trattamento giuridico specifico e differenziato che come tale ammetterebbe e accentuerebbe una diversità, sostanzialmente ...

Politica allo stato puro - di Michele Serra su Repubblica

Il brigatista rosso che spara alla nuca è un folle o un criminale politico? L´attentatore fascista che mette una bomba su un treno è un folle o un criminale politico? I jihadisti che hanno abbattuto le Due Torri sono folli o criminali politici? Nessuno ha mai avuto dubbi in proposito: si tratta di crimini politici, con movente politico e scopo politico. E dunque non si capisce proprio, leggendo molti dei commenti alla strage norvegese, perché mai la mattanza di quasi cento ragazzi di sinistra per mano di uno schifoso fanatico di destra non debba essere inquadrato nella sua piena, ovvia natura di delitto politico, maturato nella cultura razzista del suprematismo bianco, delle "radici cristiane" brandite come arma letale, dell´odio furente contro l´Europa della tolleranza, dell´integrazione, della democrazia.
Se non capiamo questo, e trattiamo l´orrido Breivik come un paranoico "a caso", un incidente psichiatrico dalle conseguenze inaudite, allora non capiamo la profondità e la gravità della rottura culturale, politica, umana tra la destra estrema e la società aperta, che cerca un faticoso ordine amministrando il disordine vitale dell´immigrazione e della globalizzazione. Hitler era un pazzo? Certo, era anche un pazzo. Ma la pazzia che arriva al governo, e scatena la guerra globale e organizza lo sterminio, è politica allo stato puro. E si combatte con la politica.

Parliamoci chiaro, Casini - di Franco Monaco su Europa

Franco Monaco
Bontà sua, Casini concede che per allestire un’alternativa non si può prescindere dal Pd. Salvo poi dettare, con tono sentenzioso, le sue condizioni: il Pd rinunci agli Ulivi e al bipolarismo, opti per il riformismo e rinunci all’antagonismo (?), sostenga senza troppe storie un governo di unità nazionale.
Verrebbe da dire: si dia una calmata, abbassi le arie.
Vorrei sgombrare subito il campo da un possibile fraintendimento.
Essendo anch’io convinto che la lunga stagione berlusconiana abbia prodotto guasti profondi e cumuli di macerie la cui rimozione comporterà un’opera di bonifica e di ricostruzione di lunga lena, penso che il Partito democratico faccia bene a seguire la strategia disegnata da Bersani. Ossia la costruzione di una sorta di nuovo Ulivo con le forze dichiaratamente di centrosinistra per poi avanzare alle formazioni moderate e centriste la proposta di un’alleanza mirata a una legislatura (ri)costituente, che fronteggi l’emergenza economico-sociale, rimetta sui suoi storici, tradizionali binari una politica estera vittima di un deragliamento, riscriva le regole della competizione politica, ripristini garanzie e prassi conformi alla Costituzione.
Per poi, ristabilita la normalità democratica, se del caso, dividersi e competere lungo la discriminante destra-sinistra, senza più l’esasperazione e gli strappi generati dalla oggettiva anomalia berlusconiana.
Dunque, benvenuto Casini che, con la sua Udc, presidia l’area moderata centrista. Ma le basi di un’auspicabile intesa devono essere chiare. Come usa dire, patti chiari amicizia lunga. Le parole d’ordine non possono che essere due: discontinuità e alternativa al berlusconismo. Qui Casini a sua volta deve comprendere noi e gli elettori del Pd che, come risulta da tutte le rilevazioni, non sono esattamente entusiasti dell’alleanza con lui. E dunque, per esempio, non digerirebbero una sua premiership.
In politica (democratica) la bussola è l’etica della responsabilità, cioè il dovere di dare conto ai cittadini. Casini, sotto questo profilo, qualche problema ce l’ha. Esemplifico. Egli oggi è approdato a un giudizio non meno severo del nostro su Berlusconi, la sua politica, il suo stile di vita e di governo. Ciononostante, spesso, contraddittoriamente, teorizza che noi e loro pari siamo. Governa con il Pdl in talune regioni, compresa la Campania di Cosentino. Quando gli si fa osservare che, con Berlusconi, egli ha ...

Lega, se non ora quando? In senato la bomba Mills - di Francesco Lo Sardo su Europa

Sulle missioni militari da rifinanziare la Lega non farà scherzi. Non li ha fatti finora, non li farà nelle prossime ore, quando il decreto per garantire la prosecuzione delle operazioni all’estero approderà a palazzo Madama. Non è certo lì il rovello di Silvio Berlusconi. Viceversa ciò di cui il premier ha paura è l’escalation dalle conseguenze imprevedibile delle crescenti tensioni all’interno del Carroccio: cioè dei contrasti nel gruppo dirigente di via Bellerio e della marea del malcontento che sale dalla base leghista e che trova un saldo punto di riferimento nelle posizioni di Roberto Maroni nella cui scia s’è rapidamente riposizionato anche l’ex fratello-coltello Roberto Calderoli. Dopo lo sganassone sul “caso Papa”, con la Lega schierata a favore dell’arresto dell’ex magistrato e deputato del Pdl, le rassicurazioni formali date da Umberto Bossi al Cavaliere lasciano il tempo che trovano.
Berlusconi tace, ma gli uomini a lui più vicini non nascondono la preoccupazione per le prossime gravi falle che rischiano di aprirsi nella maggioranza: una su tutte, l’approvazione in senato dell’atto 2567. In quel testo, dietro il titolo ingannatore “Inapplicabilità del giudizio abbreviato ai delitti puniti con la pena dell’ergastolo” presentato a suo tempo – ironia della sorte – dalla leghista Carolina Lussana, sapienti mani berlusconiane hanno inserito norme ad hoc per allungare a dismisura con tecniche dilatorie i tempi del processo e per impedire l’utilizzo di una sentenza definitiva in un diverso processo. É il cosiddetto “processo lungo”: l’ultimo degli ordigni ad personam per risolvere le grane giudiziarie di Berlusconi costruiti, si dice, dalla filiera Ghedini, Alfano, ufficio legislativo del ministero della giustizia e che poi si materializzano in parlamento sotto forma di emendamenti firmati da deputati e senatori. L’effetto concreto del “processo lungo”, che approda all’esame dell’aula del senato tra oggi e domani è quello, nel caso Ruby, di eliminare ogni limite per le liste dei testimoni a difesa portando il giudizio alle calende greche; nel caso Mills si punta a impedire che nella sentenza che è attesa in autunno (tra ottobre e novembre) del processo a Berlusconi accusato di corruzione, i giudici possano tener conto di quella precedente del processo che ha visto l’avvocato inglese Mills ...

«Ipocrisia sulla Tav chi si oppone è reazionario» - di Massimiliano Amato su L'Unità

«Mettiamoci d’accordo su una cosa: questa distinzione tra movimenti pacifici e frange violente sta diventando sempre più capziosa».
Come, scusi?
«C’è un velo di ipocrisia che avvolge tutta la vicenda delle proteste contro la Torino - Lione. Se vogliono evitare la deriva violenta, organizzino le loro manifestazioni nella bassa Val di Susa, dove sarebbe più semplice isolare i black bloc. Andare a protestare davanti al cantiere aspettando quelli che vengono da Genova significa voler provocare l’incidente a tutti i costi».
Sergio Chiamparino, ex sindaco di Torino, è in ferie: «Tecnicamente sarei un pensionato: l’Inps mi ha inviato il cedolino, e mi sono anche iscritto allo Spi-Cgil». Ma nel suo buenretiro arriva, tutt’altro che attutita, l’eco delle proteste di Chiomonte. «Attenzione: io non sono contro chi manifesta pacificamente. Sono altre le cose che mi lasciano molto perplesso».
Per esempio?
«Sono stupito di come nella sinistra italiana ci sia ancora qualcuno con ambizioni da leader, e ogni riferimento a Vendola non è per niente casuale, che pensa di connotare la propria esperienza politica con l’opposizione preconcetta a un’infrastruttura di importanza vitale per la crescita dell’intero continente».
È il Chiamparino di sempre, quello che non le manda a dire... «Esprimo una posizione politica. Da Obama al Giappone, dalla Spagna di Zapatero alla Spagna socialiberale si fa così. Il modello di crescita è tracciato. I trasporti del ventunesimo secolo poggiano su due assi: i nodi metropolitani e l’alta velocità per le medie e lunghe distanze».
E chi si oppone?
«Esprime una visione imperniata sull’ideologia della decrescita, contro la quale la sinistra deve combattere con tutte le sue forze, perché delinea un modello reazionario secondo il quale continua ad arricchirsi solo chi è già ricco. D’altronde...».
D’altronde?
«Non c’è nemmeno bisogno di scendere in piazza per affermare questa visione. Basta starsene fermi, ...

Chiamparino: diamo presto segnali forti va abolita l´autorizzazione all´arresto - di G. de Marchis

Sergio Chiamparino applaude «il passo indietro» di Filippo Penati: «È il minimo che si possa fare. Per rispetto di chi indaga e per essere più libero di difendersi». Ma il problema non è certo Penati, o non solo lui.
«La politica è debole. Quando è così diventa subalterna agli interessi del mondo economico e a quelli dei magistrati».
Per uscire da questa tenaglia la strada che suggerisce al suo partito è una strategia anti-Casta. «Senza retorica ma anche senza proposte fumose. Il primo atto potrebbe essere l´abolizione dell´autorizzazione all´arresto».
L´amministratore locale non può fare a meno di "sporcarsi le mani"?
«Faccio un ragionamento che prescinde dalla posizione di Penati. Anzi, per come lo conosco penso che Filippo uscirà assolutamente pulito. Ho amministrato dieci anni Torino e ogni giorno ho avuto a che fare con un insieme di interessi. Non è detto che debbano prevalere. Noi, tra Olimpiadi, metropolitana e passante ferroviario, abbiamo gestito 5 miliardi di investimenti. La procura ci ha passato al setaccio. Non è venuto fuori niente. Come abbiamo fatto? Con una politica forte. Quando gli interessi si trovano davanti un interlocutore solido si adeguano e ridimensionano le loro aspettative».
E una politica forte dovrebbe anche ristabilire un equilibrio con la magistratura?
«Il pericolo di una subalternità rispetto ai giudici esiste. La riforma della giustizia è un tema vero ma gli interessi privati di Berlusconi hanno impedito che fosse affrontato se con il suo metodo ad personam. Io vedo davvero un parallelo con il ´92 quando una classe dirigente cadde non sotto i colpi dei magistrati ma perché non seppe reagire ai mutamenti del mondo. Oggi osservo la stessa debolezza davanti alle questioni mondiali. E una politica debole finisce sotto il tacco dei poteri economici e delle procure. È la legge dei vasi comunicanti. Non è colpa dei magistrati se il vaso della politica non sa affrontare i nodi».
È giusto mettere vicini la questione morale e il Pd?
«Se chiamiamo questione morale le inchieste che coinvolgono il Pdl dobbiamo usare lo stesso nome per gli indagati del Pd. Che da una parte siano cento e dall´altra dieci non è una sfumatura, ma non assolve i ...

Il sorriso del mostro - di Francesco Merlo su Repubblica

Francesco Merlo
Concede al fotografo il suo sorriso giocondo, un sorriso insinuante, ammiccante, compiaciuto, ed è la prova che non bisogna credere alle facce, che i mostri non sono mostruosi.
Certo, sono infinite le vie della follia, ma la strada che ha scelto Breivik è quella della giocondità, della semplicità. I suoi libri cult per esempio, Kafka e Orwell e Machiavelli e ovviamente la Bibbia, sono anche i nostri, e noi che li abbiamo letti sappiamo bene che li possono leggere anche i cretini che Lombroso aveva torto e che la fisiognomica non è una scienza. Visto così, dal finestrino dell´auto che lo porta in tribunale, Breivik è l´uomo più contento del mondo, soddisfatto di sé, non ha nulla di torvo o di arrabbiato, non ha la tenebrosità del diavolo né quegli occhi di ghiaccio che molti gli hanno attribuito senza neppure guardarlo in faccia.
È felice di star lì, di essere diventato famoso, pensa di avere agito bene, di meritarsi finalmente gli occhi del mondo. Ed è moderno, Breivik, perché è l´apoteosi di Andy Warhol, del favoloso criminale che si è scolpito nel marmo il suo quarto d´ora di popolarità, ha trasformato i suoi quindici minuti in un´eternità. E dunque sorride perché sa che la sua faccia e il suo sorriso resteranno indelebili nella storia e cancelleranno la faccia dell´uomo che ha ammazzato Kennedy, la faccia dell´attentatore del Papa e del killer di Versace, il norvegese è sicuro di non avere rivali, non ci sarà una faccia più studiata e ricordata della sua. Ecco perché più che sorridere Breivik è un uomo in posa: con l´aria beata e fiera si offre agli artisti che riprodurranno la sua espressione al museo delle cere.
Certo, sono infinite le vie della follia, ma la strada che ha scelto Breivik è quella della giocondità, della semplicità. I suoi libri cult per esempio, Kafka e Orwell e Machiavelli e ovviamente la Bibbia, sono anche i nostri, e noi che li abbiano letti sappiamo bene che li possono leggere anche i cretini, che sono pensieri che in mano ai cretini possono degenerare. Il killer disegnato da Tarantino citava il profeta Ezechiele, quello di John ...

Pd, partito maggioritario - di Rudy Francesco Calvo su Europa

Una sola scheda, attraverso la quale l’elettore sceglie il candidato al collegio uninominale e, automaticamente, la lista collegata per il proporzionale.
Se il candidato più votato ottiene almeno il 50 per cento più uno dei voti è eletto al primo turno, altrimenti la partita si riapre al secondo turno, al quale accedono tutti coloro i quali hanno superato la soglia del 10 per cento degli elettori iscritti nel relativo collegio (non dei soli votanti).
Così vengono eletti 433 deputati (il 70 per cento del totale), mentre altri 173 (il 28 per cento) sono scelti con metodo proporzionale sulla base di liste bloccate, ma in circoscrizioni più piccole delle attuali, e sbarramento circoscrizionale al 5 per cento.
Infine, i rimanenti 24 seggi sono riservati al diritto di tribuna, per quelle liste che resterebbero fuori dalla camera, presentandosi in almeno cinque circoscrizioni.
È la proposta di riforma elettorale varata ieri dall’assemblea dei parlamentari del Pd, che sarà presentata nei prossimi giorni al senato, dove Anna Finocchiaro chiederà la calendarizzazione entro la fine di settembre. Nel merito, il testo elaborato da Luciano Violante e Gianclaudio Bressa ha ricevuto un consenso praticamente unanime all’interno del partito, anche se alcuni esponenti del fronte referendario pro-Mattarellum (da Parisi a Gentiloni e altri di MoDem) non hanno partecipato al voto e tre si sono astenuti (tra questi Ichino e Morando).
D’Alema parla di un «impianto positivo », dal quale si originerebbe «un bipolarismo davvero efficace ». Sul fronte opposto, il senatore e costituzionalista veltroniano Stefano Ceccanti festeggia la «tenuta complessiva del bipolarismo » e il fatto che con questa legge «le elezioni produrrebbero un risultato con un vincitore chiaro».
Rispetto alla bozza iniziale, che era stata oggetto di discussione nella riunione della direzione della ...

martedì 26 luglio 2011

Penati lascia tutte le cariche nel Pd «Innocente, faccio due passi indietro» - su Corriere.it

Filippo Penati, ex responsabile della segreteria politica di Pierluigi Bersani, indagato nell'inchiesta sulle tangenti per le aree Falck di Sesto San Giovanni, ha scritto una lettera al segretario del Pd nella quale annuncia la sua autosospensione da tutte le cariche di partito (tra le quali quelle in Direzione nazionale, regionale e nell'assemblea nazionale) e l'intenzione di trasformare l'autosospensione dalla carica di vicepresidente del consiglio regionale della Lombardia in dimissioni.«Ribadisco la mia totale estraneità ai fatti - ha affermato Penati -, ma faccio due passi indietro perché la mia vicenda non crei ulteriori problemi al partito».
«CHI MI ACCUSA E' INQUISITO» - «Rilevo che non cessano le ricostruzioni parziali, contraddittorie e false indotte da altre persone coinvolte nella vicenda», ha dichiarato Penati. «Sono accusato - ha proseguito - con una montagna di calunnie da due imprenditori inquisiti in altre vicende giudiziarie che cercano così di coprire i loro guai con la giustizia. Non ho mai preso soldi da imprenditori e non sono mai stato tramite di finanziamenti illeciti ai partiti a cui sono stato iscritto. Ora il mio primo obiettivo è quello di recuperare la mia onorabilità, di restituire serenità alla mia famiglia e non voglio che la mia vicenda e la conseguente martellante campagna mediatica creino ulteriori problemi al mio partito». «Per questo - ha aggiunto - ho comunicato oggi al segretario Pierluigi Bersani la decisione di autosospendermi da tutte le cariche che attualmente ricopro nel Partito democratico. Sono convinto che riuscirò a chiarire tutto e confido di poterlo fare nel più breve tempo possibile forte della consapevolezza di non aver commesso alcun reato».
LASCIA IL CONSIGLIO REGIONALE - Penati ha anche precisato la sua posizione per quanto riguarda l'autosospensione dalla carica di vicepresidente del consiglio regionale della Lombardia: «Subito dopo aver ricevuto l'avviso di garanzia mi sono autosospeso dalla vice presidenza del consiglio regionale. Ho fin da allora considerato l'autosospensione un fatto transitorio e di breve periodo confidando in un rapido chiarimento della mia posizione. Oggi di fronte all'enorme risalto è improbabile pensare ancora ad una rapida chiusura dell'intera vicenda. Il prevedibile allungarsi dei tempi mi impone quindi di fronte alla necessità di non privare i gruppi consiliari di minoranza del vice presidente in loro rappresentanza». «Pertanto - ha concluso - è mia intenzione trasformare la mia autosospensione in dimissioni. Comunicherò la mia decisione e ne spiegherò le ragioni al gruppo Pd e agli altri gruppi di minoranza».

Errani: «Noi e loro, ecco in cosa siamo diversi» - di Simone Collini su L'Unità

Vasco Errani
E ̀in atto un attacco contro la politica, in generale, senza distinzioni», dice Vasco Errani paventando gli effetti negativi di un’operazione che «favorisce inevitabilmente la destra» e mette a rischio la «qualità della democrazia».
Per il presidente della Regione Emilia Romagna, gli esponenti della maggioranza che citano i casi riguardanti Alberto Tedesco e Filippo Penati per denunciare una questione morale nei confronti del Pd hanno l’obiettivo di «nascondere la grave questione sociale di cui è responsabile il governo».
Ma c’è o no una questione morale nel Pd, presidente Errani?
«Non c’è. Ci sono singoli casi».
Che pongono o no un problema?
«Il punto fondamentale è che la nostra diversità non ha un carattere genetico. La diversità si definisce nei comportamenti. La nostra differenza rispetto alla destra è che il Pd, sia sul caso Tedesco che nell’inchiesta riguardante Penati, ha detto che non c’è fumus persecutionis e che la magistratura deve svolgere il suo lavoro. E su questa linea ha poi tenuto comportamenti coerenti».
Dice che è stato un comportamento coerente anche non votare a favore della soppressione delle Province, mentre si fa un gran parlare di costi della politica?
«Guardi, è giusto che la politica, a tutti i livelli, affronti con chiarezza questo tema e dia un segnale coe- rente di sobrietà. Noi come Emilia Romagna lo abbiamo fatto, eliminando i vitalizi per i consiglieri regionali, ed è stata una scelta giusta. Sulla questione delle Province il Pd ha avanzato proposte chiare proponendo una riforma istituzionale organica, che punta a ridurre i costi ma anche a garantire un efficace esercizio dei poteri istituzionali. La demagogia, l’attacco alla politica, senza distinzioni, la delegittimazione generale, hanno come unico esito quello di favorire la destra. Una destra, del resto, che sta facendo di tutto per nascondere la grave questione sociale di cui è responsabile il governo».
Perché sostiene che l’antipolitica giova alla destra?
«Perché una politica totalmente delegittimata dà spazio a un modello populista e proprietario delle istituzioni. E così facendo colpisce la qualità della democrazia. Il Pd su questo deve condurre una energica battaglia ...

Guccini: «Sì, i partiti devono stare al ritmo dei movimenti» - di Toni Jop su L'Unità

Sì sì, ho letto di D'Alema che chiede attenzione nei confronti dei movimenti. Concordo perfettamente, mi fa piacere che oggi sia d'accordo anche lui. Perché non sembrava lo fosse quando i girotondi scendevano civilmente in piazza, per esempio. Comunque tutto bene: altro? ». Prendete Guccini in un momento qualsiasi di una sua giornata estiva appesantita dal caldo e provate a chiedergli di staccarsi dai suoi pensieri. Fatto. In fondo, e neppure tanto in fondo, serve invece sapere cosa ne pensa del rapporto tra politica, partiti e movimenti uno come lui, che da sempre scambia nobile politica col suo pubblico.
Certo che c'è altro. Non è nuovo questo richiamo, anzi è un messaggio ciclico come le comete. Vuol dire che il movimento di piazza ha una fisionomia e un potere indiscutibili. Il Pci a suo tempo si pose il problema...
«Non c'è antagonismo tra partiti della sinistra e movimenti. Sono momenti strutturalmente diversi della politica che si attua, hanno funzioni diverse, soprattutto tempi diversi. È questo aspetto che di tanto in tanto li fa confliggere. Se poi questo o quel partito si irrigidisce, difende sé e l'esistente chiudendo alle richieste che salgono dai movimenti, allora si arriva ad una resa dei conti.Mail conflitto è positivo, vitale, oltre che inevitabile: i movimenti sentono e operano in poco tempo, i partiti hanno altre scalette...».
Vuol dire che i partiti sono roba vecchia perché non hanno unritmo furente di vita nel cuore?
«No. Mi sembra che la vita di un partito di sinistra sia legato proprio, in parte, a quel conflitto che deve saper cogliere con intelligenza e lealtà. Allora accetta di modificare i suoi punti di vista e magari si produce una accelerazione dei suoi ritmi. Accettare significa disporsi verso un cambiamento di natura, così come funziona nelle relazioni tra gli individui. Ma...»
Perplesso? Dubbioso? Insoddisfatto? Restituisca la merce, prego.
«Perplesso, sì. So che la politica deve recuperare terreno perduto,ma vedo i partiti facilmente preda dei riti della politica e questo mina il recupero...».
Un esempio.
«Cos'ha capito la gente di quel che è accaduto a proposito della proposta di soppressione delle Province? Ha capito che anche il Pd parla ma poi al momento opportuno si tira indietro. Avrà capito bene? Non lo so,ma è ciò che ha capito e non per stupidità o malizia. Qualcuno vorrà porsi il problema? Lo so che è difficile, più di

Quando la follia è aiutata dalle armi - di B. Severgnini su Corriere della Sera

Beppe Severgnini
Domanda: perché un uomo che invocava «l'uso del terrorismo come mezzo per risvegliare le masse» teneva in casa, legalmente, una mitraglietta Ruger Mini 14 semi-automatica?
Perché lo psicopatico che sognava di diventare «il più grande mostro dopo la Seconda guerra mondiale» - il suo diario pubblicato su Internet - ha potuto usare l'arma per condurre il suo sconvolgente safari umano?
In Norvegia ci sono 439.000 cacciatori - uno ogni dieci abitanti - ed esistono leggi severe sulle armi da fuoco: evidentemente, non bastano. Anders Behring Breivik ha confessato nel suo farneticante memoriale: «Invidio i nostri fratelli Americani perché le leggi sulle armi in Europa fanno schifo in confronto. Sulla domanda ho scritto: "...per la caccia al cervo". Sarei stato tentato di dire la verità: "...per giustiziare marxisti culturali/traditori multiculturali categoria A e B. Giusto per vedere la reazione"».
Simboli celtici e giallisti scandinavi, templari dilettanti e angoli bui nell'anima nordica: si discute di tutto, in queste ore, nel tentativo di spiegare l'inspiegabile. Di armi, però, si parla poco. Quasi fosse inevitabile che un cittadino si procuri una mitraglietta. Un prezzo da pagare alla modernità, uno dei tanti. E invece, se non ci fosse stata quell'arma, l'isoletta di Utoya - latitudine incerta, nome vagamente platonico - sarebbe rimasta un esotico indirizzo locale. I pazzi criminali ci sono sempre stati. Ma uno psicopatico con un coltello ammazza una persona, un fanatico con un fucile ne uccide due o tre. Un folle con una mitraglietta può sterminare dozzine di ragazzini, come se fossero leprotti in un recinto: ora lo sappiamo, purtroppo.
Il mantra dei cittadini armati è noto: «Non sono le armi che uccidono, sono gli uomini». D'accordo: ma gli uomini, senza armi, uccidono meno. O non uccidono proprio. Non è semplicismo: è semplice buon senso per tempi cattivi, anzi pessimi. Qualcuno dirà: un criminale riesce comunque a procurarsi ciò che vuole. Forse è così. Ma la ricerca lascerà tracce, e le tracce destano sospetti. Il placido acquisto di una semi-automatica è una tragedia che aspetta di accadere.
Molti americani, si sa, rifiutano questo discorso. Il diritto di portare armi è scritto nella Costituzione, viene da una storia dura e da una geografia difficile. Resta un fatto: quasi tutte le stragi degli ultimi anni sono avvenute perché lo psicopatico di turno aveva a disposizione un'arma sulla quale non avrebbe dovuto mettere le mani:

L'inquietudine del mondo cattolico - di E. G. della Loggia su Corriere della Sera

Ernesto Galli della Loggia
Nel disfacimento politico in atto era inevitabile che acquistasse spazio l'ipotesi della ricostituzione di un polo politico cattolico grande abbastanza (e quindi tendenzialmente unitario?) da svolgere un ruolo di rilievo. Inevitabile perché la storia non è acqua, e se i cattolici - e la Chiesa - non furono certo tra i soci fondatori del Regno d'Italia, invece lo sono stati senz'altro della Repubblica italiana. Insieme ai comunisti, com'è noto. Con la differenza però che la scomparsa dalla scena degli uni e degli altri non ha avuto certo il medesimo senso e la medesima portata. Mentre i comunisti, infatti, sono stati travolti da una smentita storica che li ha privati della legittimità della loro stessa nascita, gli altri hanno semplicemente visto il proprio partito, la Democrazia cristiana, messo in crisi da un logoramento complessivo, da fenomeni di malgoverno, da una serie di disavventure giudiziarie: tutte cose gravi sì, che però assai più che specificamente della Dc, erano comuni ad un intero sistema e ad un'intera cultura (o incultura) civica (tanto è vero che sono tuttora vitalissime).
In prospettiva, di contro, appaiono sempre più chiari a tutti i meriti storici del cattolicesimo politico italiano: la sua forte capacità inclusiva (sociale e ideologica), la conoscenza e comprensione del Paese, la sua costante volontà d'interlocuzione e di dialogo, la moderazione dei gesti e delle parole unita però a un fondo di valori forti. Non avrebbe forse di tutto ciò l'Italia un gran bisogno ancora oggi? Sicuramente sì. Ma l'ipotesi di ricostituzione di un grande polo politico cattolico implica, mi pare, che si chiariscano preliminarmente almeno due problemi decisivi.
Il primo è un problema per così dire posizionale, che sottintende però formidabili questioni di sostanza. Così come dopo il 1989 al Partito comunista non riuscì di diventare un partito socialdemocratico (cioè la sola cosa che poteva diventare), egualmente alla Dc non riuscì dopo il '93 di abbandonare la sua collocazione centrista e di occupare il solo posto libero nello schieramento politico italiano: quello di destra.
Il problema si pone ancora oggi nei medesimi termini, come mostra il fatto che non esiste sistema politico al mondo che veda la presenza di un partito di sinistra democratica (come accade finalmente anche ...

Il male che si nasconde dentro di noi - di Ilvo Diamanti su Repubblica

Ilvo Diamanti
E' difficile descrivere il senso di vertigine che assale di fronte alla carneficina di Oslo. Di fronte al massacro avvenuto nell'isolotto di Utoya. Le scene dei ragazzi, sparsi lungo le spiagge, morti oppure agonizzanti. A decine. In fuga dalla violenza cieca. Generano un senso di vuoto. Disorientamento. Al di là delle misure della tragedia. Al di là dell'orrore. Per almeno due ragioni ulteriori.
La prima ragione è dettata dal profilo delle vittime. Giovani e giovanissimi. Impegnati in politica. Deve avere un significato tutto ciò, per l'assassino. Per il fanatico artefice di questa esecuzione di massa. Giovane anch'egli. Pochi anni più delle vittime. Al di là di altre spiegazioni - di episodi peraltro inesplicabili. Al di là del colore politico. La chiave di lettura del romanzo di orrore scritto con il sangue da questo fanatico è riconducibile all'età delle sue vittime. Giovani. Quasi che si volesse estirpare il seme della passione politica dalla società. Soprattutto là dove cresce, ancora incorrotta, animata di valori. Là, tra i giovani, che hanno scoperto la politica, e la praticano, in quest'epoca senza politica. In quest'epoca pervasa dall'antipolitica e dalla violenza. I giovani. Protagonisti della protesta e delle mobilitazioni: nel Nord Africa e in Medio Oriente, in Spagna e in Gran Bretagna. In Francia e in Italia. I giovani disposti a partecipare a una scuola di impegno e formazione "politica", in Norvegia. E' come se il "giovane" Anders Behring Breivik avesse voluto sopprimere tutto questo. Agendo da braccio armato - e malato - di una volontà oscura, che anela ad annullare il futuro. A riportarci indietro, ad ancorarci al passato orrendo - e all'orrore del passato - che non passa mai. Ma ritorna di continuo.
L'altra ragione che rende più tragica e dolorosa questa tragedia è l'irragionevole. Perché questo episodio orrendo contraddice e sovverte le "nostre" ragioni. Anzitutto, il luogo dove è avvenuto. Il contesto, tratteggiato con dolente cura da Adriano Sofri 1. La Norvegia. Che rispetta la natura e non fa affari con i dittatori. Dove i poliziotti girano disarmati. Un Paese mite. Nel quale nessuno potrebbe immaginare, "ragionevolmente", un'esplosione di violenza tanto cieca, covata al proprio interno. Già: al "proprio interno". Perché è difficile rassegnarsi a questa evidenza. Visto che il "riflesso condizionato" degli osservatori e dei commentatori, di fronte a tanto orrore, ha reagito, dapprima e a lungo, cercando una spiegazione coerente - e in fondo rassicurante - con le proprie ragioni, i propri giudizi - e pregiudizi... Richiamando il fantasma delle cellule Qaediste, la Jiad. In altri termini: il Terrore Islamico che aizza lo Scontro di Civiltà. Il Nemico evocato, subito, sulle cronache delle edizioni on-line (talora, anche cartacee) dei giornali. Alcuni, in particolare, particolarmente riluttanti - e renitenti - a rassegnarsi, anche di fronte all'evidenza. Invece no. L'assassino, il Mostro, è un giovane norvegese. Biondo, cristiano fondamentalista, anti-islamico.
E' difficile sopportare il disagio e la vertigine prodotti da questa vicenda. Troppo incoerente e irragionevole di fronte alle nostre ragioni - e alla nostra ragione. Noi: costretti ad ammettere che l'Odio può esplodere dove si coltiva il bene comune. In modo più violento che altrove. E si può esprimere, in modo in-descrivibile, nel "nostro" mondo, per mano dei "nostri". Non dell'Altro: il "nemico" islamico e terrorista.
Il Male che si nasconde - e cresce - dentro di noi. Non sopporta il futuro. Né il bene comune. Soffre i giovani che si impegnano per gli altri. Talora esplode, deflagra. Una furia cieca e sanguinaria. Contro di loro. Il bene comune, i giovani, il futuro.

L'infinita idiozia del Male - di Claudio Magris su Corriere della Sera

Claudio Magris
Finché non emergeranno inoppugnabili - per ora altamente improbabili - prove di una cospirazione terroristica, l'inaudito massacro norvegese va considerato un fatto di cronaca nera, ancorché di immani proporzioni. Esistono certo nel mondo tante e antitetiche associazioni terroristiche capaci di qualsiasi efferatezza, ma esiste anche il crimine - ancor più misterioso e più inquietante proprio perché spesso apparentemente immotivato - che nasce,
si organizza e si consuma nella mente di un solo individuo, all'infuori di ogni pur delirante progetto politico.
Come ha scritto sul Corriere Pierluigi Battista, cercare sempre il complotto (a suo modo razionale pur nella sua perversità), la spiegazione politica e sociologica, un preciso disegno collettivo, è un modo inconsapevole di rassicurarsi, identificando un ordine pur abbietto; un modo di abbandonarsi a fantasticherie su trame enigmatiche, fondamentalmente paurose ma anche involontariamente gratificanti, come è spesso gratificante soffermarsi sulle vaghe immagini dell'incubo, dell'orrore e della paura. Interpretare o cercare di interpretare dà sempre conforto, quando non addirittura supponente compiacimento; dinnanzi a tanti delitti ancora insoluti i pareri sulle loro più o meno nascoste motivazioni sembrano più importanti (e occupano più spazio nei giornali) delle indagini, che invece sono in quel momento la prima e forse l'unica cosa che conti.
Certamente, come diceva uno strombazzato e spesso pappagallesco ma veritiero slogan sessantottesco, «tutto è politico». Nessun individuo arriva dalla luna. Ognuno è intessuto del mondo in cui vive, sia egli un solitario misantropo o il più socievole degli uomini; vive nel mondo e almeno in parte lo assorbe, mescola al proprio dna ciò che penetra consapevolmente o inconsapevolmente in lui dalla realtà esterna. Non c'è idea, passione, abitudine, desiderio, paura, comportamento che sia unicamente nostro; è vero che, come dicevano i filosofi Scolastici, l'individuo è ineffabile o almeno che c'è in ognuno qualcosa di ineffabile, ma anche questa imprendibile e mobile ombra del nostro cuore è intessuta di socialità.
Detto questo, resta una netta differenza tra il gesto individuale di una persona e un progetto, collettivo anche se messo in atto individualmente, di un'organizzazione. L'omicida norvegese sembra assimilabile, con