mercoledì 31 agosto 2011

Lettera al Partito Democratico - di Filippo Penati

Questa è la lettera che ho inviato al presidente della direzione provinciale del Partito democratico, Ezio Casati e al segretario del Pd metropolitano milanese, Roberto Cornelli chiedendo che venga letta alla direzione di questa sera. Da oggi, dovendo occuparmi della mia vicenda processuale, sospendo temporaneamente la mia pagina di Facebook. Ringrazio tutti coloro che hanno animato il dibattito in questi mesi e gli amici che mi sono stati vicini. A presto.

Milano, 30 agosto 2011

Sono completamente estraneo ai fatti che mi vengono contestati. L’ho già ripetuto tante volte ma anche oggi voglio ripartire da qui. Non ho avuto in passato, e non ho oggi, conti all’estero o tesori nascosti. Non ho preso denaro da imprenditori e non sono mai stato il tramite dei finanziamenti illegali ai partiti a cui sono stato iscritto.
Sono cresciuto, e con la mia famiglia ho vissuto, dove sono nato. Ciò che possiedo è il frutto del lascito di mio padre, morto 12 anni fa, e del mio lavoro.
Sono cresciuto in un contesto sociale popolare, dove i valori e l’etica del lavoro erano e sono fondamentali. Non mi sono mai discostato da quello stile di vita sobrio e concreto e da quel modo di pensare, per cui, prima di ogni altra cosa devi sempre, chiederti se hai fatto fino in fondo il tuo dovere. Questo non l’ho mai dimenticato anche quando incarichi e compiti mi hanno portato altrove.
Non ho mai, in tanti anni di vita amministrativa, compiuto un solo atto che fosse contrario al perseguimento del bene pubblico. Ho dedicato alla politica tanto impegno e passione e, soprattutto, tanto tempo, spesso ...

Marchionne e Cgil: ecco perché ho rotto con Matteo Renzi - di Toni Jop su L'Unità

Pippo Civati
L’ho sempre detto: Matteo è bravissimo a creare situazioni, ha stoffa. E in questo caso io sono diventato unsuo attrezzo di scena, la Leopolda 2 nasce con un colpo di teatro per l'opinione pubblica e, per quanto mi riguarda, con un pacco di telefonate di amici e compagni che mi chiedono: com'è che non sei stato invitato da Renzi alla kermesse?».
Pippo Civati, ex costola fondante del fronte dei «rottamatori», non sembra colpito da quel che è successo. Il divorzio dal sindaco di Firenze, considera senza patemi particolari, era nell’aria, solo che adesso sembra più fragoroso del matrimonio che l'ha preceduto.
Civati, che si può fare per far uscire la vicenda che ti ha coinvolto dal gossip di fine estate?
«Ecco: mi rendo conto in queste ore che si fa fatica a restituire a queste piccole dinamiche il senso politico che pure hanno. Insomma, è vero, è molto facile appiattire tutto sui nomi, sulle sigle, sui bisticci. È lo schema del gossip. Ma non è così, ci sono visioni della politica in gioco, visioni diverse, evidentemente, e la notizia sta qui: in questo caso le differenze vengono liquidate e messe alla porta invece che adottate come risorsa imperdibile. E anche questa è una scelta politica...»
Ma vi siete spiegati?
«Macché, lui ha deciso, io non ho avuto il piacere di parlargli. Si dice che lo avrei accusato di aver cambiato cerchia di amici e invece è vero che lui ha accusato me esattamente di questo. Io che dai principi issati alla stazione Leopolda, quando abbiamo dato forma alle nostre riflessioni sulla politica, non mi sono mai mosso. Quei pensieri e quelle parole sono ancora il mio motore quotidiano, ci credo; ignoro a cosa creda Matteo,

La manovra delle bollicine - di Massimo Giannini su Repubblica

Una volta tanto il presidente del Consiglio è stato di parola. "Ho messo da parte le bottiglie per brindare all'accordo", ha detto durante il vertice di maggioranza ad Arcore. Dopo oltre sette ore l'intesa è arrivata. Ma dall'estenuante braccio di ferro di Villa San Martino è uscito esattamente quello che Berlusconi auspicava: una "manovra-champagne". All'apparenza, spumeggiante e piena di bollicine. Nella sostanza, sempre più inconsistente e piena di buchi.
La partita politica dentro il centrodestra si chiude con un esito chiarissimo. Ora tutti alzano i calici, fingendo di aver portato a casa il risultato. La verità è ben diversa. L'unico vincitore è il Cavaliere, che ha messo in riga Tremonti e Bossi. "Non metto le mani nelle tasche degli italiani", aveva tuonato il premier. In nome di questo slogan da propaganda permanente, ha preteso e ottenuto la cancellazione del contributo di solidarietà sui redditi superiori ai 90 mila euro. Così, almeno in parte, ha evitato quel bagno di sangue perpetrato soprattutto ai danni del ceto medio, che avrebbe avuto un costo elettorale per lui insopportabile. Era l'unico obiettivo che gli stava a cuore. L'unico vessillo, psicologico e quasi ideologico, che voleva issare di fronte ai cittadini-elettori.
C'è riuscito. Ma ai danni dei suoi alleati. E anche ai danni del Paese. La "manovra-champagne" è solo un'altra, clamorosa occasione mancata. È confusa né più né meno di quelle che l'hanno preceduta. È altrettanto povera di senso e di struttura. Soprattutto, è altrettanto ininfluente sul piano del sostegno alla crescita, per la quale non c'è una sola misura di stimolo. E dunque è altrettanto depressiva sul piano dei redditi, dei consumi, degli investimenti, dell'occupazione. D'altra parte, non poteva non essere così. Tre manovre radicalmente diverse, affastellate in un mese e mezzo, sono il segno inequivocabile del caos totale che regna dentro una maggioranza pronta a tutto, pur di galleggiare e di sopravvivere a se stessa.
Berlusconi ha ridicolizzato Tremonti. Il ministro dell'Economia aveva annunciato una prima manovrina ...

Noi giuslavoristi contro l’articolo 8 - su Europa

Intendiamo esprimere sconcerto e contrarietà verso l’articolo 8 del decreto del governo, relativo alla manovra economica , che contiene misure che riguardano la contrattazione e le relazioni industriali.
Lo sconcerto si riferisce al fatto che poco tempo fa sulle stesse materie era stato raggiunto un importante accordo interconfederale, e che le stesse parti sociali avevano chiesto al governo di non intervenire ulteriormente, dedicandosi invece ai nodi dello sviluppo.
Appare dunque sorprendente e grave che il governo, diversamente da quanto sempre accaduto nella storia repubblicana, abbia scelto di non limitarsi rispetto a questi oggetti ad una opzione astensionista, rispettosa dell’autonomia collettiva. Anche nel merito le scelte contenute in quel testo destano molte perplessità e forti rilievi critici. In primo luogo nelle disposizioni sopra richiamate manca qualunque riferimento al contratto nazionale, che ha svolto – e nelle intenzioni delle parti dovrà continuare a svolgere – un ruolo non sostituibile di garanzia e di equità per l’intero sistema contrattuale.
Inoltre viene configurato un contratto di prossimità, di ambito decentrato, con una vasta potestà e latitudine di interventi, ma senza adeguati filtri e contrappesi. Anche noi riteniamo importante potenziare i contratti di ambito decentrato, ma all’interno del solco – riaffermato dalle parti – che attribuisce agli attori sociali il compito di regolare e controllare gli spazi decisionali che vengono gestiti da quel livello.
Altro aspetto da considerare criticamente è la sparizione dall’articolo 8 di ogni riferimento a criteri chiari in relazioni alla misurazione della rappresentatività dei soggetti sindacali e alla validità dei contratti.
Questo elemento preoccupa sia perché le parti sociali avevano raggiunto su questa materia un’importante convergenza dopo molti anni di discussioni, sia perché in questo modo si apre la strada a contratti firmati da

"Serve una linea più netta il Pd sia trasparente ma Pierluigi resta il leader" - di Massimo Vanni su Repubblica

Enrico Rossi
Il Pd sta reagendo bene. E Bersani resta il nostro candidato per le primarie. Il governatore della Toscana Enrico Rossi la pensa così sulla vicenda dell´ex vicepresidente del Consiglio regionale lombardo Filippo Penati.
Penati si è autosospeso: il Pd ha sbagliato a non metterlo fuori prima?
«Penati ha già fatto dei passi indietro, ma quello che sta emergendo dipinge un quadro che impone una presa di distanza più netta. Per primo ho chiesto lasciasse anche il Consiglio regionale».
Si è mossa ora la commissione di garanzia, il "tribunale interno" come dice Bersani.
«Mi pare un atto sufficientemente forte. Per noi è questione di vita, siamo nati per essere un partito della trasparenza, non possiamo avere casi come questo e non prendere le distanze».
Che idea si è fatto di questa vicenda?
«Quella di un rapporto malato tra politica e affari. Nato non a caso su un terreno come quello dell´urbanistica e dell´edilizia. In Italia la rendita è fortissima, ma il profilo riformista è attenuato: si è praticata l´urbanistica contrattata senza pensare ad una programmazione pubblica».
Ma la reazione del Pd l´ha convinta?
«Nel complesso direi di sì. Anche se dobbiamo marcare una posizione ancora più netta, di condanna. Però quando ho letto le parole di Penati...»
Le crepe nell´impianto accusatorio?
«Quelle. Avrebbe fatto meglio a stare zitto».
È un bel rovescio sul Pd.
«Però il Pd sta reagendo bene. Lo stesso Bersani è riuscito ad usare parole forti. A noi ci viene chiesto di più e ricordo che il segretario ha avuto il coraggio di dire che anche nel Pd dobbiamo tenere gli occhi aperti. Una frase importante».
Addio alla diversità etica.
«Quella non ce l´abbiamo, possiamo però adottare comportamenti diversi. Isolare il caso, prendere le distanze. Spetta poi alla magistratura accertare i fatti e spero che lo faccia velocemente. Certo, se la politica

La riforma del lavoro non si fa lanciando il sasso e nascondendo la mano - di Pietro Ichino

Pietro Ichino
La “manovra aggiuntiva” varata dal Governo con il decreto-legge del 13 agosto contiene, all’articolo 8, una norma di rilievo davvero eccezionale. La norma stabilisce che ciascuna azienda, mediante un accordo stipulato con le proprie rappresentanze sindacali, può modificare qualsiasi aspetto della disciplina dei rapporti di lavoro, compresi gli effetti dell’eventuale licenziamento ingiustificato, con la sola eccezione delle sanzioni contro le discriminazioni.
Colpisce il contrasto tra le dichiarazioni minimaliste del ministro del Lavoro (“l’articolo 18 non è stato toccato”) e la portata potenzialmente rivoluzionaria di questa disposizione. È vero: l’articolo 18 non viene formalmente menzionato; ma è evidente come ora qualsiasi contratto aziendale possa letteralmente svuotarlo. E non solo in materia di licenziamento; d’ora in poi un semplicissimo accordo stipulato dall’imprenditore con le rappresentanze sindacali potrebbe eliminare qualsiasi vincolo anche in materia di trasferimento, di mutamento di mansioni, di orario, di malattia. Potrebbe persino – la norma lo dice esplicitamente – esonerare l’impresa committente dalla corresponsabilità con l’appaltatore per i contributi previdenziali e le ritenute fiscali sulle buste-paga dei lavoratori, all’insaputa dell’Inps e dell’Erario.
È probabile che in sede di conversione in legge la maggioranza apporti alcune correzioni e limitazioni alla norma, se non altro per integrarla con un indispensabile criterio di selezione delle rappresentanze sindacali che firmano l’accordo; inoltre per evitare che essa venga immediatamente abrogata dalla Corte costituzionale per contrasto con i vincoli derivanti, in materia di lavoro, dai trattati internazionali, dalle direttive europee e dalla stessa Costituzione. Anche scontando questi probabili perfezionamenti tecnici in corso d’opera, non è comunque esagerato affermare che con una norma di questo genere l’intero diritto del lavoro verrebbe reso derogabile. In teoria. Ma sul piano pratico? Prima che, ritornati dalle vacanze e appresa la novità, i liberisti

Firme, ora si muova il Pd - di Pierluigi Castagnetti su Europa

Pierluigi Castagnetti
I tempi utili per presentare il referendum abrogativo del Porcellum ormai stringono. Personalmente sicuramente lo firmo avendo sempre pensato che la strada della riviviscenza della legge elettorale precedente, il Mattarellum, fosse quella da percorrere. Alcuni di noi si sono fermati dopo la direzione nazionale che ha impegnato tutti i dirigenti a sostenere in sede parlamentare la proposta di riforma del Pd e ha chiesto ai promotori dei due referendum (Passigli e Morrone) di sospendere la loro iniziativa: era evidente la preoccupazione del partito di non trovare nelle proprie feste due banchetti separati a raccogliere firme a sostegno di due referendum che convergevano solo nell’obbiettivo di cancellare la legge Calderoli, ma divergevano profondamente nel contenuto della proposta di riforma. Stefano Passigli, è giusto dargliene atto, ha raccolto l’invito del Pd sospendendo la raccolta di firme per il suo quesito referendario con esito chiaramente proporzionalista. Arturo Parisi, e anche a lui è giusto dare atto di una coerenza e una determinazione che sono note, non ha ritenuto invece di poter rinunciare all’altra iniziativa considerato il rischio concreto che gli italiani siano costretti a tornare a votare con una legge che di fatto li espropria del diritto di scegliere i propri rappresentanti.
A questo punto l’iniziativa è in campo e a me pare che si debba assumere una posizione.
L’orientamento della gran parte dei nostri elettori a me sembra favorevole e lo si coglie con nettezza girando nelle varie feste del partito, al punto che sia nella festa nazionale che nelle feste provinciali di varie regioni è stata autorizzata la raccolta delle firme.
Credo però che il partito debba andare oltre e assumere, come è avvenuto con il referendum dell’acqua, la decisione di assecondare l’orientamento dei propri elettori.
Non sempre questa è la strada giusta, ma in questo caso io penso che lo sia. Nel dibattito politico di questo infuocato mese di agosto, infatti, di tutto si è parlato fuorché della riforma della legge elettorale, a conferma

La cecità della sinistra - di Carlo Galli su Repubblica

Vittorie perdute. Ecco che cosa stanno diventando i successi amministrativi e referendari della primavera, la ventata di opposizione costruttiva, la riscoperta della politica. Allora furono poste questioni – la legalità, i costi della politica (la politica ridotta a costo, senza beneficio per i cittadini), i beni comuni, il rifiuto del degrado civile del Paese – che il Pd intercettò solo indirettamente, e quasi di risulta. Le sue prime scelte, infatti, non erano quelle che vinsero a Milano e a Napoli; e solo tardi e con contrasti interni aderì al movimento referendario. Eppure, il Pd si intestò anche quelle vittorie (oltre a quelle, in buona parte sue, che conseguì in centri medi e piccoli); e si propose come l´interprete della domanda di un rinnovamento radicale della politica, del suo rapporto con la società, delle sue procedure, dei suoi costumi.
Ma nell´aggravarsi della situazione del Paese, davanti alla manovra di Ferragosto assurdamente iniqua e alla ‘indignazione´ che per manifestarsi avrà a breve un´occasione nello sciopero generale, l´azione politica del Pd è parsa incerta, tutta politicista – attorcigliata alle beghe interne, e chiusa negli orizzonti del Palazzo –; incerta e dubbiosa è stata la prospettiva di uscita dalla crisi (ora le elezioni, ora i governi tecnici, ora i governi di emergenza), mentre la responsabilità (una parola che nella politica italiana non sempre ha valore positivo, almeno negli ultimi tempi) resa necessaria dalle tempeste finanziarie d´agosto è stata anche un´occasione per l´inerzia, per derubricare le nuove questioni a temi di dibattito in tavole rotonde. O per mandare segnali sconcertanti e disorientanti come quello del salvataggio del province. O per comportamenti al limite del suicidio, come nel caso Penati.
Che, per quel che ci riguarda, è un caso politico. Sotto il profilo giudiziario farà la sua strada. Ma sotto il profilo politico ha già fatto danni colossali. Prima di tutto per le sue proporzioni e per la sua durata, che lo ...

Fingersi fesso per farci fessi - di Francesco Merlo su Repubblica

Francesco Merlo
Si era fatto grullo per non pagare il conto, ma è finita in Procura la farsa italiana dell´insipienza. Claudio Scajola è indagato a Roma. Il reato è finanziamento illecito e la casa ‘a sua insaputa´ diventa finalmente anche per i giudici un´astuzia di difesa minchioneggiante che mai si era vista nella storia del nostro Paese. Ne avevamo tutti riso perché vi avevamo riconosciuto una variante dell´antropologia alla Alberto Sordi, dell´italiano che preferiva lo scherno al biasimo, non negava di avere le mani nel sacco ma diceva di non essersene accorto. Nel mondo del berlusconismo, tra i Previti, i Verdini, i Romano, i Brancher, i Dell´Utri, i Cosentino, i Papa e i Bisignani, in mezzo insomma a tanti tipi loschi, Scajola si era buttato nel pittoresco che, diceva Croce, «ci condanna e al tempo stesso ci salva da tre secoli». Aveva dunque pronunziato quella piccola frase, veloce e abbagliante, che resterà tra i documenti d´epoca: «Se scopro che qualcuno ha pagato a mia insaputa la mia casa, lo denunzio». È una frase disperatamente comica che inchioderebbe chiunque alle sghignazzate, ma Scajola appunto questo voleva: diventare oggetto di satira e di ironia per evitare il peggio.
Quella di farsi fesso è infatti la lezione che aveva imparato quando, ministro dell´Interno, aveva dato del rompicoglioni al professore Marco Biagi, che era stato appena assassinato dalle Brigate Rosse. Anche allora Scajola fu costretto a lasciare l´incarico e a chiedere scusa: «Non sapevo quello che dicevo». Si era dunque dimesso tra le risate. E proprio quelle risate, quando è stato riammesso, lo avevano come redento. A smascherare questa sua vincente strategia dell´insipienza, del "non sapevo", rimase solo il silenzioso rifiuto di incontralo della vedova Biagi (« parlarle è il mio più grande desiderio») bellissimo esempio di riserbo e di ...

diversità etica - di Michele Serra su Repubblica

Ha ragione Matteo Renzi, quando dice di non credere alla "diversità etica" tra destra e sinistra. Ma dovrebbe spiegarlo alla destra italiana, ai suoi giornali, alla sua classe dirigente, che di quella diversità etica sembrano invece essere i più convinti sostenitori, perché sbarrano gli occhi e si indignano per il caso Penati, ma non battono ciglio di fronte al viluppo di scandali nel quale sprofonda il sistema berlusconiano: il solo giro di assegni del Sire ai suoi beneficiati (difficile distinguere tra amici, mantenuti, spacciatori di sesso e ricattatori) vale almeno quanto il "sistema Sesto" in termini di valuta, ed è ben più disgustoso quanto a etica del potere, stili di vita, vulnerabilità delle istituzioni.
E dunque, si incoraggi infine la destra italiana a smetterla di considerare "diversa" la sinistra, e dunque più scandalosi gli scandali della sinistra. E a smetterla di avere di se stessa, del proprio leader, della propria classe dirigente, un´opinione così infima, e così rassegnata, da considerare ordinaria amministrazione quel troiaio (toscanismo) nel quale ministri, viceministri e lo stesso leader sono invischiati fino al collo. Basta con questa pregiudiziale denigrazione della destra italiana. Basta con i complessi di inferiorità della destra italiana.

martedì 30 agosto 2011

Bersani: ecco i tagli e le tasse del Pd - lettera a Repubblica di Bersani

Caro Direttore, alla vigilia della discussione sulla manovra economica in Senato, siamo preoccupati. La maggioranza è confusa. Non c´è chiarezza sul perché la correzione dei conti pubblici, tra intervento di luglio e ultimo decreto, tocchi i 55 miliardi di euro a regime invece dei 40 indicati nei documenti ufficiali come necessari per raggiungere il pareggio di bilancio. Per di più la manovra contiene una delega che prevede tagli di detrazioni fiscali per l´assistenza che, se fosse realizzata per l´entità prevista, sarebbe insopportabile. L´insieme di confusione e mancanza di chiarezza toglie la credibilità all´azione del governo e non convince i mercati.
Il Pd ha presentato un pacchetto di correzioni. La sommaria definizione dei comunicati può aver creato la genericità richiamata da Tito Boeri. La lettura degli emendamenti renderà più chiari obiettivi, risorse, senso delle controproposte. Ne indico solo alcune. La pubblica amministrazione. I nostri emendamenti partono dal dimezzamento del numero dei parlamentari e prevedono tra l´altro: l´accorpamento degli uffici territoriali del governo; la drastica riduzione delle circa 30.000 stazioni appaltanti; la riorganizzazione dell´amministrazione giudiziaria; l´eliminazione degli organi societari nelle società «in house»; la codificazione, il monitoraggio ed interventi correttivi per tutte le gare d´appalto; l´introduzione di benchmark e di best practices per ogni programma di spesa da mappare e cancellare o ridimensionare attraverso il riavvio ed il sistematico utilizzo di spending review; la chiusura delle società pubbliche di Regioni, Province e Comuni prive di giustificabile ed efficiente missione produttiva (ad esempio, le società di promozione dell´export o dello «sviluppo») e la liberalizzazione, non necessariamente privatizzazione, dei servizi pubblici locali; l´obbligo di gestione associata di tutte le funzioni dei comuni con meno di 5000 abitanti; il ...

«Lasci il consiglio regionale Non credo alla diversità etica» - di Andrea Garibaldi su Corriere della Sera

Matteo Renzi
Matteo Renzi ha 36 anni ed è sindaco di Firenze. Se oggi fosse, invece, il segretario del Pd?
«Lancerei un appello pubblico a Filippo Penati perché rinunci alla prescrizione. Un bel gesto. E mi auguro che possa provare la sua innocenza».
Poi?
«Una proposta sul finanziamento dei partiti. Basta barzellette tipo rimborsi per le legislature finite in anticipo o rimborsi a partiti chiusi come Margherita e Ds. Tagli alla stampa di partito. Trasparenza assoluta sui finanziamenti privati».
Ma lei da sindaco ha mai avuto tentazioni?
«A Firenze ho fatto un piano regolatore a volumi zero e ho dato regole precise all'attività edilizia, fonte principale degli appetiti».
Questa storia di Penati indagato per corruzione è un bel guaio per il Pd...
«La vicenda sembra abnorme. Io sono però sempre garantista. E il garantismo non va esercitato solo per la propria parte».
Finisce qui la diversità etica del centrosinistra?
«Mai creduto nella diversità etica. La differenza è fra chi scappa davanti ai giudici e chi si difende».
Per questo sarebbe meglio la rinuncia alla prescrizione?
«Non possiamo accusare Berlusconi di sfruttare la prescrizione e poi utilizzarla: suona strano».
Penati si è dimesso da vicepresidente del consiglio, si è autosospeso dal partito, ma resta consigliere.
«Ha fatto due passi indietro che a destra neanche sotto tortura... Ma dovrebbe fare anche il terzo. Sennò pare una furbizia e gli italiani non reggono più le furbizie».
Penati era uomo di fiducia di Bersani...
«Non ho motivi per mettere in discussione la buona fede di Bersani. Però c'è molta apprensione nel quartier generale, la questione è umorale oltre che morale. Si aspetta che passi la nottata e non si capisce che c'è

Letta: "Se mettono la fiducia tradiscono l’appello del Colle" - di Carlo Bertini su La Stampa

Enrico Letta
Può sembrare incredibile, ma con i cambiamenti in arrivo stanno riuscendo a peggiorare, e non era facile, la manovra scritta da Tremonti. E non si capisce come faranno a togliere la materia fiscale al ministro delle Finanze, agendo sull’Iva contro il suo parere, senza che lui di conseguenza si dimetta». Enrico Letta sta facendo gli onori di casa della kermesse “VeDrò”, appuntamento di fine estate molto trasversale di politici, economisti, imprenditori e spara a zero contro il metodo che sta usando il governo, «perché se mettono la fiducia al Senato dimostrano una pervicace volontà di tradire l’appello del Capo dello Stato di un confronto costruttivo».
Prima di prendersela con gli avversari, guardiamo un poco in casa vostra. Lei aderirà allo sciopero della Cgil anche se lo ritiene «prematuro» come ha avuto modo di dire?
«Rispondo così: il nostro obiettivo è la convergenza delle parti sociali, ma staremo ovunque vi siano proteste contro questa manovra. Mentre nel merito, spero che il governo modifichi l’articolo 8 sulla disciplina del lavoro, recependo i contenuti dell’accordo del 28 giugno tra le parti. Accordo non a caso firmato senza l’ingerenza dell’esecutivo che, come dimostra la crociata personale di Sacconi che qualcuno dovrebbe fermare, lavora solo per dividere il sindacato».
Certo, le polemiche interne sull’eccesso di «collateralismo» con la Cgil e la tempesta Penati danno l’idea che se il governo ha i suoi guai da risolvere, anche il Pd non se la passi meglio. O no?
«Su Penati dico solo che non accetto il teorema che siamo tutti uguali: di fronte a casi del genere, noi procediamo con le dimissioni e i processi interni, gli chiediamo di farsi processare rinunciando alla prescrizione, mentre loro gli indagati li nominano ministri. Mi sembra un approccio ben diverso».
Comunque sia, se Bossi e Berlusconi si metteranno d’accordo, il governo avrà superato anche questo giro di boa senza il vostro contributo.
«E avranno fatto l’ennesimo errore, perché il modo con cui hanno operato fino ad oggi, con il vecchio rituale della “quadra” bossiana, con la Lega che ha tolto tagli e imposto altre tasse, dimostra che non hanno voluto

Un tracollo ben preparato - di Giovanni Sartori su Corriere della Sera

Giovanni Sartori
Tutti gli economisti, o quasi tutti, sostengono che la salvezza sta nella «crescita». Perché il mondo occidentale non cresce più (in nessun senso della parola). La sola crescita globale è stata, da un secolo a questa parte, quella della popolazione. Oggi siamo 7 miliardi, forse arriveremo a 9 o anche a 10. E di tanto cresce la popolazione, di altrettanto (se non più) crescono i problemi che la crescita economica dovrebbe risolvere. Problemi che oramai sono di «grande depressione». E problemi che le ricette degli economisti non sembrano in grado di risolvere. Forse perché sono ricette che ci hanno fatto sbagliare previsioni e terapie da almeno mezzo secolo a questa parte. Perché da mezzo secolo a questa parte gli economisti ci hanno incoraggiato a spendere più di quanto guadagniamo, creando così un progresso economico fondato sul debito. Il debito pubblico che oggi assilla tutti (anche se alcuni più, alcuni meno) nasce così: dallo Stato che spende e spande, che elargisce più di quanto incassa.
Negli Stati Uniti, per decenni, l'indicatore di una economia che «tira» è stato la consumer confidence , la fiducia del consumatore di poter spendere non sui soldi che si hanno ma sui soldi che verranno. Un altro problema delle società industriali avanzate è che alla fine le macchine «disoccupano». Certo, all'inizio creano occupazione per creare le macchine; ma poi, alla lunga, finisce che sono le macchine che lavorano per l'uomo e che lo sostituiscono. Questo problema è stato oscurato dalla teoria (eminentemente sociologica) che la società post industriale era, e doveva diventare, una «società dei servizi». Certo, in parte sì. Ma in parte la società dei servizi è diventata sovrappopolata e parassitaria perché serve a colmare il buco della disoccupazione crescente. Il nostro Sud è un magnifico esempio di politica che diventa strumento di

Confcommercio, stallo dei consumi 17 regioni sotto il livello del 2000 - su Repubblica.it

"La debolezza dei consumi a livello pro capite, complice il biennio di crisi 2008-2009, lascia prevedere un rallentamento generalizzato dell'uscita dalla crisi tanto che, a fine 2011, ben 17 regioni su 20 rischiano di registrare un livello di consumi inferiore a quello del 2000". Questo il risultato più significativo di un'indagine della Confcommercio da cui emerge che solo Friuli, Molise e Basilicata segnano livelli di consumi superiori a quelli di 11 anni fa. Un dato che fa il paio con quello diffuso oggi dall'Istat sulla fiducia dei consumatori, crollata ad agosto ai minimi dal marzo 2009.
Lo studio di Confcommercio evidenzia tra l'altro i ritardi del Sud: "In una prospettiva di più lungo periodo, nel 2017, il Mezzogiorno avrà acuito il suo ritardo con una continua riduzione della spesa per consumi rispetto al totale nazionale". In particolare, negli ultimi anni si è ridotto il contributo del Sud in termini di consumi rispetto al totale nazionale con una quota che è passata dal 27,2% del 2007 al 26,6% del 2011. Positive, invece, le dinamiche delle regioni settentrionali con quote in costante aumento sia nel Nord-Est (dal 21,8% al 22,2%) che nel Nord-Ovest (dal 30,1% al 30,6%).
Alle deboli performance del Mezzogiorno si associano anche gli effetti del calo demografico registrato in quest'area (la quota della popolazione sul totale nazionale è scesa dal 36,4% del 1995 al 34,4% del 2011) che hanno determinato il protrarsi del calo dei consumi anche nel 2010. A livello di singole regioni, nel 2009 tutte hanno fatto registrare una contrazione dei consumi in termini reali con picchi in Calabria (-4,2%), Puglia (-3,6%), Sicilia (-3,2%) e Campania (-3,0%), mentre nel 2010 solo il Nord-Est ha recuperato i livelli di consumo pre-crisi.
"In ogni caso, al di là delle differenti dinamiche dei consumi che evidenziano una maggiore debolezza delle ...

Penati, l'affondo di Boeri sul Pd "E' un partito che va rigenerato" - di Alessia Gallione su Repubblica

Stefano Boeri
Il caso Penati continua ad agitare il Pd. Monopolizza l’agenda politica di una settimana che si annuncia infuocata e che potrebbe portare l’ex presidente della Provincia all’espulsione dal partito. Domani sera, la discussione arriverà sul tavolo della direzione provinciale del partito. Giovedì, invece, si riunirà per la prima volta il “tribunale interno” dei Democratici, prima della riunione lunedì prossimo della Commissione nazionale di garanzia guidata da Luigi Berlinguer. Soltanto il primo passo di quell’azione di «immediata verifica» voluta da Bersani. Una svolta imposta da quelle accuse sempre più pesanti. «Il pronunciamento del gip sulle indagini in corso — spiega il segretario metropolitano Roberto Cornelli — impone una valutazione politica degli organi preposti del partito. Il buon nome del Pd e dei Democratici che lavorano nelle istituzioni e nelle comunità con spirito di servizio, correttezza, passione e onestà va tutelato innanzitutto».
Per molti Democratici, ancora sotto choc, i «passi indietro» fatti da Penati non bastano. Tra chi gli chiede di rinunciare alla prescrizione e chi al consiglio regionale. Posizioni che irromperanno domani sera in direzione. «I passi indietro — ragiona il coordinatore cittadino Francesco Laforgia — sono un segno di responsabilità. Ma un partito come il nostro, che vuole marcare una diversità, non può affidarsi al buon senso dei singoli ai quali vengono
imputati gravi reati. Chi si trova sotto la lente di ingrandimento dei magistrati deve chiarire in modo dettagliato, per il partito e davanti ai suoi elettori, i fatti che gli vengono attribuiti. E rinunciare a ogni incarico politico e istituzionale fino alla conclusione della vicenda giudiziaria».
L’assessore alla Cultura, Stefano Boeri, chiederà invece, a partire dalla Festa democratica che inizierà giovedì, una «conferenza programmatica che metta al centro della discussione il rapporto tra politica, sviluppo del territorio ed economia». E che serva, entro Natale, a portare a «una sostanziale rigenerazione del gruppo

Il referendum elettorale agita il partito - di A. Cuzzocrea su Repubblica

Romano Prodi firmerà domani in piazza Maggiore a Bologna per il referendum che vuole abrogare la legge elettorale. E nel Pd, la tentazione si fa forte: appoggiare il comitato anti-porcellum significa lottare senza se e senza ma per liberarsi di una norma che ha reso il Parlamento più debole e i partiti più chiusi. I tempi sono stretti, servono 500mila firme entro il 25 settembre per portare il quesito al vaglio della Corte di Cassazione.
Ieri il Professore ha ufficializzato sul suo sito la decisione anticipata da Repubblica: «Se l´adozione di una nuova legge risultasse oggi impraticabile, per abrogare il testo Calderoli ben venga un referendum che, ripristinando il Mattarellum, solleciti il Parlamento a sostituirlo». Il nodo è lì, nel ruolo delle Camere, cui aveva richiamato il segretario Bersani a inizio luglio per mettere fine alle divisioni interne al partito. Allora, Walter Veltroni aveva fatto un passo indietro nel suo appoggio ai nostalgici del mattarellum e Stefano Passigli aveva sospeso le firme per un ritorno al proporzionale puro. Ma Arturo Parisi e gli altri "maggioritari" - comprese l´Idv e Sel - sono andati avanti. E ora, in periodo di feste democratiche, il vento del referendum torna a soffiare.
Lo ha sentito Dario Franceschini: «Non esiste che stiamo fuori - ha detto ai colleghi di Areadem - ora che è rimasto solo il referendum da tutti percepito come la fine del porcellum, dobbiamo appoggiarlo. E fare in fretta». Per questo, il capogruppo pd alla Camera è intenzionato a porre il tema al coordinamento di giovedì. Nei giri di telefonate degli ultimi giorni, Franceschini ha raccontato: «Alle feste democratiche mi

lunedì 29 agosto 2011

Vent'anni fa l'omicidio Grassi. La figlia: "Niente lapidi di marmo" - su Repubblica.it

Libero Grassi
La figlia di Libero Grassi, Alice, ha rinnovato, apponendone uno nuovo su quello vecchio, il manifesto posto sul muro di via Vittorio Alfieri a Palermo dove 20 anni fa, il 29 agosto 1991, il padre, imprenditore tessile, venne assassinato da sicari mafiosi per aver denunciato il sistema delle estorsioni.
"Non vogliamo lapidi di marmo" ha detto Alice stamane. Sul manifesto è scritto: "Il 29 agosto 1991 qui è stato assassinato Libero Grassi, imprenditore, uomo coraggioso, ucciso dalla mafia e dall'omertà dell'associazione industriali, dall'indifferenza dei partiti, dall'assenza dello Stato".
La vedova dell'imprenditore, Pina Maisano, ha detto: "Dobbiamo continuare con la nostra presenza attiva. Non dobbiamo mai dimenticare ma sempre parlare e parlare e ricordarci i tre valori di Libero: lavoro, libertà dignità".
Alice Grassi ha legato un mazzo di fiori rosa accanto al manifesto che ricorda l'assassinio e poi, accanto alla madre e al fratello Davide, ha assistito alla cerimonia istituzionale cui hanno partecipato il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso, il presidente di Confindustria Sicilia Ivan Lo Bello, il presidente onorario della federazione antitracket Tano Grasso, il sindaco di Palermo Diego Cammarata, il sottosegretario all'Interno Alfredo Mantovano, l'assessore regionale Giosuè Marino.
Il prefetto Umberto Postiglione ha consegnato alla signora Grassi tre messaggi del presidente della Repubblica e dei presidenti di Camera e Senato. Una cinquantina di giovani dell'associazione "Addio pizzo" si è stretta attorno alla famiglia Grassi e Pina Maisano ha baciato i ragazzi uno ad uno. Per il resto, pochi i palermitani presenti.
Dopo la commemorazione in via Alfieri, assemblea nazionale della Federazione delle associazioni antiracket nella sede del Comitato Addiopizzo di via Lincoln 131. Alle 21, è in programma alla Tonnara

Il Pd, la Cgil e la contro-manovra quant'è difficile fare opposizione - di Tito Boeri su Repubblica

La CGIL ha indetto uno sciopero generale contro una manovra che non c'è, dato che il decreto di Ferragosto viene ormai sconfessato anche dai ministri che lo hanno approvato. Il Pd da allora si interroga su che posizione prendere, lacerato tra chi sostiene la scelta del maggiore sindacato italiano e chi, invece, ritiene che sia quantomeno intempestiva. Se non è facile governare in condizioni di emergenza, è ancora più difficile essere all'opposizione in questi frangenti. Bisogna salvare il Paese senza coprire le responsabilità di chi ci ha portato sull'orlo dell'abisso. E non è certo agevole spiegare dai banchi dell'opposizione che bisogna accettare ulteriori sacrifici, quanto sia forte il rischio che stiamo correndo e quali scelte ben peggiori dovranno essere fatte se il Paese affonda. Il modo migliore per riuscire in questo intento è dare l'esempio col proprio comportamento responsabile. È un modo al tempo stesso di offrire un contributo fondamentale al salvataggio del Paese. Non è un caso che il presidente della Repubblica Napolitano abbia nelle ultime settimane ripetutamente sollecitato comportamenti di questo tipo. Servono a rassicurare chi sta decidendo se rinnovare o meno i nostri titoli di stato in scadenza. Bisogna convincerli che chi potrebbe essere chiamato a guidare un governo dopo le prossime elezioni farà non solo meglio, ma anche molto meglio di un esecutivo che si è rilevato del tutto inadeguato nel gestire l'emergenza.
Purtroppo il decalogo di proposte presentato da Bersani martedì alla stampa e mercoledì alle parti sociali non ha né i numeri, né i contenuti per riuscire in questo intento. Era stato preannunciato come una vera e propria "contro-manovra". Di "contro" nel decalogo c'è molto.
Di "manovra" molto meno. Più o meno un decimo di quanto sarebbe necessario. Quasi metà del testo consiste in critiche alla manovra del governo. Il resto del documento è un elenco di titoli generici, più che un insieme coerente e articolato di proposte. Ed è un elenco che trascura del tutto il 90 per cento del nostro bilancio pubblico: non una proposta sulla previdenza (40 per cento della spesa corrente primaria), non una sulla sanità (17%), oppure su istruzione ricerca e cultura (13%), difesa e ordine pubblico (8%) agricoltura, trasporti ed ...

E Prodi apre un altro fronte sì al referendum elettorale - di Marco Marozzi su Repubblica

«Bisogna ridare ai cittadini la capacità di contare non soltanto nella vita quotidiana dei partiti, il che è un bene per gli stessi partiti, ma anche nel momento in cui più si esprime la loro forza. Cioè quando si vota. Quando il popolo decide il proprio futuro. Conta come mai in altra occasione. Ed è certo che la massima influenza si esprime con il sistema uninominale di collegio, in cui ognuno sa per chi vota, lo fa in modo diretto e senza mediazioni e obbliga i partiti che non vogliono perdere, a scegliere candidati che aggiungano forza alla loro debolezza».
Romano Prodi torna un´altra vota a schierarsi per un referendum elettorale. E´ un messaggio molto chiaro al suo grande amico Pier Luigi Bersani e alla sua amata Rosy Bindi. Se i vertici del Pd invitano all´azione parlamentare e sono contrari ad iniziative referendarie, il Professore spinge a rompere gli indugi, a scegliere di schierarsi per una riforma elettorale in senso maggioritario. «Che modifichi le cose in fretta e sia comprensibile dalla gente comune che fatica con i tempi della politica».
Martedì Prodi va a firmare per abrogare il Porcellum con cui il governo di centrodestra nel 2006 impose liste bloccate con candidati scelti dai partiti. Appuntamento in Comune, a Bologna, dove il Pd pur senza schierarsi apertamente ha scelto di dare spazi ai referendari. E anche Pietro Fassino, a cui Prodi è legatissimo, farà lo stesso a Torino. «Penso che debba essere assolutamente scongiurato il pericolo che anche il prossimo Parlamento sia di nominati e non di eletti» dice il sindaco che fu segretario del Pd.
«Se non si smuove la situazione si rischia di far passare l´idea di un tacito accordo tra forze politiche unite dal fatto che alla fine questa legge in realtà non dispiace a nessuno» dice il costituzionalista Andrea ...

"Sparito il clima di coesione nazionale non voto una manovra senza riforme" - di Carmelo Lopapa su Repubblica

Il dialogo, mai davvero aperto, rischia di essere già chiuso. La manovra lacrime e sangue è tutto un affare interno alla maggioranza. «È molto triste, ma sono bastati 15 giorni per disperdere quel clima di positività e determinazione che, raccogliendo l´appello del Presidente della Repubblica e sotto la spinta della Bce, aveva portato il governo a intervenire. All´interno del Pdl una rissa continua, il presidente del Consiglio che non si capisce in che misura sia spettatore o artefice di tutta questa canea, Tremonti in uno sdegnoso isolamento, la Lega confusa ma sempre decisiva. Tutti ad attendere l´incontro Berlusconi-Bossi per mettere la parola fine, vanificando qualsiasi ipotesi di collaborazione». Pier Ferdinando Casini assiste deluso al fischio conclusivo di una partita che la maggioranza ha giocato per intero dentro la propria metà campo. «Rischia di essere bocciata dai mercati», prevede il leader centrista che, con tutto il terzo polo, si prepara a questo punto a dar battaglia in aula. «Ma è davvero avvilente constatare come questo Paese continui a farsi del male».
Meno tagli agli enti locali, cresce di un punto l´Iva. La manovra cambia i connotati. Presidente Casini, la voterete?
«Non esiste. Manca qualsiasi riforma strutturale. E i tagli ai costi della politica naufragano nella demagogia. Le Province andavano abolite senza esitazione: invece ha vinto la vecchia politica del rinvio. Ma cosa dovremmo votare?
Chiuso anche il capitolo pensioni, sacrificato sull´altare dell´alleanza Lega-Pdl.
«Anche su quel terreno ha vinto Bossi e il suo conservatorismo. Ma vincono pure le resistenze di una fetta del centrosinistra che non riesce a comprendere come l´alternativa a Berlusconi la si costruisce solo sulla via del riformismo. Finché questa sinistra considererà un tabù il tema delle pensioni, omettendo di vedere il conflitto generazionale, non farà molta strada».
Ad ogni modo, trovata anche sulla manovra la «quadra», come dicono loro, l´alleanza Pdl-Lega prosegue il suo cammino. Altro che governo di emergenza...
«Hanno varato una manovra che a questo punto rischia di essere anche inutile per i mercati, facendoci ...

Come ti riduco il debito - di Francesca Fornario su L'Unità

Alla vigilia del vertice Lega-Pdl, Alfano, Maroni e Calderoli anticipano di aver già trovato un accordo. A causa dei veti leghisti, il Governo si rimangia tutti i tagli di spesa, ma la riduzione del debito sarà comunque raggiunta attraverso una serie di interventi al vaglio della maga di Bossi. Vediamo quali.
1) Patrimoniale contro gli evasori. Inspiegabilmente mai presa in considerazione dai grandi fiscalisti del passato, la misura venuta in mente a Renzo Bossi mentre tentava di imparare la tabellina dello zero punta a fare pagare più tasse a chi evade le tasse. Il provvedimento mira a costringere i grandi evasori ad evadere più tasse generando un aumento dal 3 al 7 per cento nelle mancate entrate dell'Erario, per un corrispettivo pari a zero nel primo anno dall'entrata in vigore del provvedimento e zero per i tre anni successivi. La patrimoniale contro gli evasori, spiega il ministro della semplificazione Calderoli, si inserisce nel solco delle riforme dal forte valore simbolico portate avanti dalla Lega come il respingimento dei barconi affondati proposto da Gentilini e la pena di morte per i kamikaze proposta da Borghezio.
2) Un secondo provvedimento allo studio di una squadra di commercialisti vicentini candidati al Nobel per l'Econimia per essere riusciti a far scaricare a un cliente un colpo di stato come spesa di rappresentanza, punta a ridurre il debito pubblico facendo transitare i passivi attraverso 6 società lussemburghesi che si appoggiano a un trust in un paradiso fiscale su un'isola del Garda.
3) Soppressione delle Provincie Metropolitane. Il provvedimento, inviso ai leghisti, entrerà in vigore soltanto dopo che lo avrà annunciato il ministro dell'economia. Cioè, spiega Calderoli, mai: in quanto per essere correttamente pronunciato da Temonti il titolo del provvedimento contiene troppe erre.

Lo sfogo di Bersani "Non mi capacito" - di Giovanna Casadio su Repubblica

 «Non riesco a capacitarmi». Il segretario del Pd Pier Luigi Bersani abbassa la voce. «Sì, con Filippo c´era un rapporto personale. Ma questa è una roba inaspettata». Quasi mormora, mordicchiando il sigaro. Un boccone amarissimo la vicenda di Penati, l´ex capo della sua segreteria da cui ieri il segretario, per la prima volta in modo netto, prende le distanze. Una storiaccia che piomba in una Festa nazionale del Pd organizzata in grande stile, nel centro storico di Pesaro tra la Rocca Costanza, i cortili, le antiche porte accanto alle quali ci sono persino quattro panchine «parlanti». Uno si siede, e parte la registrazione, guarda il caso, delle Operette morali di Leopardi.
Bersani arriva a Pesaro a tagliare il nastro della Festa, e di tutto avrebbe pensato di parlare, fino a qualche settimana fa, che dell´espulsione dal partito di Filippo Penati. L´autosospensione non basta. Così ieri di buona mattina il segretario ha chiamato Luigi Berlinguer, il presidente della commissione dei garanti. «Il nostro tribunale interno», la definisce Bersani. Berlinguer ha telefonato a Penati e gli ha detto: «Filippo, ora porti tutte le carte dell´inchiesta alla commissione provinciale e il 5 settembre ti presenti a quella nazionale, a Roma». Mentre cammina tra gli applausi, le strette di mano, lo scricchiolìo di centinaia di scarpe sulla ghiaia della Rocca, il segretario ripete più volte: «E´ un caso doloroso certamente. La commissione di garanzia ha il compito di tutelare il partito. Quello che stiamo facendo convocando i garanti va sotto il titolo: garantire l´onorabilità del partito».
L´onorabilità del partito è del resto la cosa che più gli sta a cuore, sin da quando all´inizio di questa storia aveva immaginato una class action dei militanti democratici se si fosse messa in moto «la macchina del fango» contro il Pd. E va all´attacco quindi sulla sua personale onorabilità, Bersani. Poiché è stato chiamato in causa per una telefonata in cui metteva in contatto Penati e l´imprenditore Gavio. E allora si infuria: «Se qualcuno ...

Chi dimentica l'emergenza - di Angelo Panebianco su Corriere della Sera

Due settimane fa eravamo sull'orlo dell'abisso. La drammaticità della situazione spinse il governo a varare una manovra «lacrime e sangue» tesa a rassicurare i mercati. In cambio, la Banca centrale europea accettò di trattenerci per i capelli investendo enormi cifre nell'acquisto dei nostri titoli pubblici.
Sono passate solo due settimane e il senso dell'emergenza e dell'estrema fragilità della nostra situazione sembra svanito dall'orizzonte dei politici. A leggere le cronache e ad ascoltare ciò che dicono i politici che contano sembra che si sia trattato solo di un brutto scherzo. Le pensioni non si toccano e anche i tagli ai Comuni andranno, pare, in cavalleria. Come pure, a quanto sembra, la privatizzazione dei servizi pubblici locali (sempre per il veto della Lega). E si ha anche l'impressione che tutti o quasi gli interessi che si sono mobilitati in queste due settimane per evitare di essere colpiti otterranno in Parlamento una qualche soddisfazione o compensazione.
Con queste premesse, la manovra potrebbe alla fine risolversi, quasi esclusivamente, in un aggravio di tasse. Si dice che la scelta della Cgil di proclamare uno sciopero generale sia irresponsabile ed è vero. Ma non è meno irresponsabile una maggioranza che, fingendo che l'emergenza sia ormai alle nostre spalle, sceglie la linea del galleggiamento, del tirare a campare. Come se non fossimo sotto osservazione permanente, come se non avessimo la gola scoperta, pronta per essere azzannata se le misure che il Parlamento varerà non saranno tali da convincere i mercati che questa volta facciamo sul serio, siamo davvero impegnati in un'opera di risanamento.
Per la verità, la sensazione di non fare troppo sul serio l'avevano già data il giorno stesso in cui venne ...

La neo-Costituzione preventiva - di Stefano Rodota su Repubblica

Stefano Rodotà
Immaginate una legge congegnata nel modo seguente: «Abbiamo una Costituzione. Ma vogliamo modificarla».
«E allora mettiamo da parte la Costituzione vigente e applichiamo subito una Costituzione ipotetica, incerta, giuridicamente inesistente, di cui si ignora se, come e quando verrà approvata».
Un colpo di sole, un effetto della calura agostana? No, questa linea compare nel decreto sull´emergenza economica fin dal suo primo articolo: «In anticipazione della riforma volta ad introdurre nella Costituzione la regola del pareggio di bilancio, si applicano le disposizioni di cui al presente titolo». E più avanti, in maniera ancor più sconcertante, si aggiunge: «In attesa della revisione dell´articolo 41 della Costituzione, Comuni, Province, Regioni e Stato, entro un anno adeguano i rispettivi ordinamenti al principio secondo cui l´iniziativa e l´attività economica privata sono libere ed è permesso tutto ciò che non è espressamente vietato dalla legge».
"In anticipazione", "in attesa"?
Se si rispetta la più elementare grammatica costituzionale, queste sono espressioni insensate, e pericolose. Prima di un cambiamento legislativo, le norme esistenti debbono restare ferme, soprattutto quando si tratta di norme costituzionali - fondamenta del sistema giuridico. Ma quegli articoli del decreto provano il contrario, sono la testimonianza della scomparsa del senso stesso di che cosa sia una Costituzione, manifestano una voglia di liberarsi delle regole costituzionali ignorando la procedura per la loro revisione e imponendo addirittura una radicale e rapidissima (un anno!) riscrittura dell´intero ordine giuridico dell´economia.
La via della "decostituzionalizzazione", già evidente nelle proposte di riforma della giustizia, si fa sempre più scivolosa, può portare ad un vero disordine giuridico. Considerate solo una ipotesi. L´annunciata riforma ...

Zapatero più veloce di noi - di Stefano Ceccanti su Europa

Stefano Ceccanti
Pochi giorni fa Zapatero si è detto favorevole ad inserire nella Costituzione spagnola il pareggio di bilancio. Il leader socialista ci ha messo pochissimo a prendere consapevolezza dell’importanza della questione mentre nel centrosinistra italiano c’è una certa lentezza. Per Zapatero la riforma dovrebbe interessare sia il deficit annuale che il debito accumulato, e potrebbe «rafforzare la fiducia a lungo termine dell’economia spagnola» . In parole molto semplici, il premier spagnolo ha espresso una posizione chiara. A dimostrazione che non si trattta di una parola d’ordine “di destra” come certuni sostengono.
Quando un dibattito su un medesimo tema avviene contestualmente a partire da contesti diversi è facile cadere in cortocircuiti interpretativi. Così sembra accadere al dibattito sul pareggio di bilancio in Costituzione tra Usa ed Europa, quando viene sviluppato da economisti poco attenti a contesti istituzionali che stanno tra loro come il giorno e la notte: in America esiste un governo federale (e non certo da ieri), in Europa no. Partiamo dagli Usa. In quel contesto il dibattito odierno è destra (pro limite in Costituzione) e sinistra (contro rigidità eccessive), anche se l’origine del problema è paradossalmente capovolto. Sono gli anni di Bush ad avere ampliato notevolmente il deficit, peggiorando in modo deciso le condizioni ereditate da Clinton. È come se i Tea party adottassero la nota frase di Giovanni Giolitti: «Le leggi si applicano ai nemici e si interpretano per gli amici». Si vogliono oggi tagliare le unghie ad Obama sia indebolendolo nel presente, sia assicurandosi contro una possibile politica pro-stato sociale in caso di sua vittoria.
In quel contesto come dare torto ai premi Nobel che sostengono margini per la politica di Obama? Il contesto europeo è del tutto diverso. Qui emerge non da oggi, soprattutto a sinistra, la consapevolezza che politiche di crescita, di riduzione delle diseguaglianze in un gioco a somma positiva, si possano fare solo dentro una cornice di rafforzamento politico dell’Europa, oltre che con una cultura politica più poliarchica e ...

I piccoli comuni sono l'Italia più vera - di Carlo Petrini su Repubblica

Spero che la pensata di cancellare i Comuni italiani sotto i mille abitanti alla fine rientri e che quindi possa tranquillamente passare alla storia come una delle proposte più balzane, vuote e grottescamente dannose di questa fase politica, già la più deprimente di tutta la storia repubblicana. Suona come una presa in giro e speriamo resti nelle intenzioni stralunate di chi l´ha formulata: uno degli ultimi sberleffi di una classe dirigente che ha perso il senso della realtà.
L´idea non ha senso: nel bailamme in cui ci troviamo, se c´è una domanda che fanno sempre più spesso i cittadini è quella che pretende più democrazia partecipata, la possibilità di avvicinarsi alle istituzioni e dialogare con esse. I piccoli Comuni sono, da questo punto di vista e nella stragrande maggioranza dei casi, un elemento virtuoso. Sono gli ultimi rari esempi di una politica di servizio vera, tangibile, utile. I politicanti di mestiere se la prendono con i più piccoli, quelli che non hanno voce, coloro che invece andrebbero difesi anche allo strenuo dei bilanci. Indipendentemente dalle loro idee politiche, gli amministratori dei piccoli Comuni sono al servizio delle loro comunità, soprattutto quelle minime e isolate. Sono i presìdi di ciò che rimane dello Stato: non abbandonano gli anziani nelle zone montane, garantiscono i servizi essenziali, sono istituzioni presenti e consapevoli del loro territorio, laddove più c´è bisogno di mantenere la piccola agricoltura e i suoi prodotti, il paesaggio, il tramandare l´arte e la memoria locali, il preservare le persone e la loro cultura.
Questo è un patrimonio che andrebbe profumatamente incentivato piuttosto che cancellato a colpi di burocrazia ignorante. Bisognerebbe investire su di loro, perché scommetto che saranno i modelli di una nuova qualità della vita per il futuro. Se mai ci fosse bisogno di accorpamenti, di condividere i costosi servizi, lascino almeno che siano i cittadini a decidere, luogo per luogo, a seconda delle diverse esigenze e come si sta già ...

Foreste artificiali contro CO2 "Clone degli alberi ci salverà" - di Elena Dusi su Repubblica

Alberi artificiale (ipotesi)

Se il respiro degli alberi non basta a depurare il pianeta, l'uomo prova a intervenire costruendo foreste artificiali. Mimando il meccanismo con cui le piante assorbono anidride carbonica, questi impianti non troppo diversi nell'aspetto da un pannello solare sfruttano una reazione chimica per risucchiare la CO2 dall'aria. Se un castagno con le sue foglie larghe impiega un anno ad assorbire una tonnellata del gas serra, l'albero artificiale è in grado di raggiungere questo obiettivo in un giorno.
Secondo l'Associazione degli ingegneri britannici, gli alberi artificiali rappresentano la strada migliore per arginare il cambiamento climatico. "I governi e le aziende - si legge in una nota del gruppo che raccoglie 35mila professionisti - dovrebbero concentrare i finanziamenti su questa tecnologia, affinché si diffonda rapidamente e raggiunga una scala sufficientemente ampia da dare risultati concreti". Gli alberi artificiali sono studiati attualmente dalla Columbia University e prodotti a livello di prototipo dall'azienda Global Research Technologies di Tucson in Arizona. Per il 24 ottobre Klaus Lackner, il ricercatore della Columbia che più se ne occupa, ha organizzato una dimostrazione pratica del loro funzionamento a Londra nel corso della "Air capture week".
Il rapporto tecnico dell'Associazione degli ingegneri fa notare che questi impianti sono semplici da costruire e possono essere installati ovunque, per esempio ai bordi delle strade o laddove già esistono delle pale eoliche. Sono pannelli di dimensioni variabili, da uno a dieci metri quadri, che contengono idrossido di sodio. Quando questa sostanza entra in contatto con l'anidride carbonica, scatta una reazione chimica che cancella il gas serra e produce carbonato di sodio.
Fin qui il disegno è abbastanza lineare (a eccezione di alcuni dettagli mantenuti riservati per ragioni industriali). Eliminare i prodotti di reazione resta però un problema arduo e l'idea di seppellirli in grotte scavate a grandi profondità fino a oggi si è sempre arenata di fronte a costi e difficoltà tecniche. Per gli stessi alberi sintetici, ...

venerdì 26 agosto 2011

Quei super dirigenti statali pagati con un doppio stipendio - di Milena Gabanelli e Bernardo Iovene su Corriere della Sera

Il governatore Formigoni dice che i cittadini chiedono un segnale: vendere le Poste, la Rai, il patrimonio immobiliare. L'esperienza ha purtroppo insegnato che finora vendere significa svendere, o meglio, profitti privati e perdite pubbliche. Il ministro è sempre lo stesso, quello della cartolarizzazione più grande del mondo, ovvero la vendita degli immobili degli enti previdenziali, attraverso società di diritto lussemburghese, Scip 1, 2 e 3. Un fallimento pagato da noi e che qualcuno ha definito «romanzo criminale». Forse il cittadino avrebbe maggiore fiducia se a vendere fosse una nuova generazione politica. Certo è che il primo segnale che il cittadino, quello che deve continuare a tirarsi il collo, oggi chiede, è di farla finita almeno con privilegi che gridano vendetta e che si continua ad escludere dalla cura dimagrante.
Era l'inizio di dicembre 2010, era appena stata varata una manovra di correzione dei conti pubblici con i soliti tagli lineari, quando invitammo, senza essere degnati di cortese risposta, la presidenza del Consiglio e il ministro Tremonti a provvedere all'eliminazione di una norma che non ci risulta applicata in nessun altro paese civile: l'incasso di uno stipendio per un mestiere che non fai
( www.report.rai.it ). Quando un dipendente pubblico viene chiamato a svolgere un incarico presso un ministero, una commissione parlamentare, un'authority o un organismo internazionale, va in «fuori ruolo». Trattandosi di incarico temporaneo, conserva ovviamente il posto, l'anomalia è che conserva anche lo stipendio, a cui si aggiunge l'indennità per il nuovo incarico. In sostanza due stipendi per un periodo di tempo spesso illimitato. Nel 1994 il Csm lanciava l'allarme, segnalando «il numero crescente dei magistrati collocati fuori ruolo, la durata inaccettabile di alcune situazioni, alcune superano il ventennio, quando non il trentennio...

Sciopero contro il calcio - di Massimo Gramellini su La Stampa

E se invece dei calciatori scioperassimo noi? Se decidessimo di colpo e tutti insieme di diventare adulti, smettendo di delegare il nostro umore a bande di mercenari con procuratori al seguito? Per me è più facile, ho la squadra del cuore in serie B. Ma è come smettere di fumare: con un po’ di sforzo possono farcela tutti. Il baraccone del calcio si regge su un incantesimo collettivo. Per rivivere le emozioni pure dell’infanzia, il tifoso finge di credere che quei ragazzotti con l’amata divisa indosso siano i suoi avatar. Trasferisce le sue rabbie e le sue speranze a giocatori che non le condividono: perché ignorano la storia del club e perché comunque non gliene importa niente. Sono lì per guadagnare. E per vincere. Ma vincere per se stessi e i propri compagni. Mica per noi. Credetemi, li ho conosciuti da vicino quando facevo il giornalista sportivo: nelle interviste ci incensano, ma in cuor loro ci considerano dei pirla. E hanno ragione.
I calciatori sono una casta che ci sfrutta, esattamente come quell’altra. Il parallelo è impressionante: anche in politica deleghiamo a professionisti prezzolati la realizzazione dei nostri desideri, imprestando loro ansie di cambiamento che essi fingono di sottoscrivere nei comizi, per poi irriderle e svilirle nel chiuso degli spogliatoi (pardon, delle aule parlamentari). Mentre noi con la bava alla bocca ci dividiamo fra destra e sinistra, Inter e Milan, i nostri avatar vanno a cena insieme, badando ai loro interessi comuni. Il rimedio? Una cura choc: stadi vuoti, urne vuote. E’ ora di ritirare le deleghe e di diventare tifosi di noi stessi.

Perché è giusto tassare i patrimoni - di Gad Lerner su Repubblica

Non sono riuscito ad afferrare il nesso logico con cui la presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, nell´intervista rilasciata ieri a "Repubblica", respinge l´idea di prelievi fiscali aggiuntivi a carico dei ricchi italiani.
Quando Roberto Mania le chiede se firmerebbe il manifesto dei sedici imprenditori e manager francesi disponibili a «un contributo eccezionale», così risponde la Marcegaglia: «Se fossi in Francia sì, in Italia no. Da noi una tassa di quel tipo servirebbe soltanto a far pagare di più chi le tasse le paga già con un prelievo che complessivamente ormai sfiora il 50 per cento».
Non voglio pensare ad un mero aggiramento dialettico. Posso condividere, vivendolo pure io, un certo fastidio dovuto al fatto che noi fortunati lavoratori ad alto reddito pagheremo salato (com´è doveroso, viste le circostanze); mentre nulla è richiesto agli altrettanto fortunati detentori di patrimoni, che vivono magari di rendita. In Italia se sei ricco e non guadagni, niente tasse. Questa è la vera differenza con la Francia, dove vige l´Imposta di solidarietà sulla fortuna a carico di chi possiede cospicui patrimoni. Dunque paghi in percentuale su quel che hai già, non solo su quanto incassi.
Sarebbe maggiormente apprezzabile la premura della Marcegaglia a favore di chi guadagna 90 mila euro lordi l´anno, e quindi non può considerarsi un ricco da spremere, se lo facesse seguire da un richiamo alle responsabilità eccezionali cui sono chiamati oggi i veri ricchi. Lo ha proposto il suo predecessore al vertice della Confindustria, Luca Cordero di Montezemolo; dispiace non se ne faccia carico lei. Possibile che in Italia trovino così scarsa udienza le voci di Warren Buffett e della borghesia francese? Che non si avverta la necessità di un contributo straordinario su base patrimoniale per un´equa ripartizione dei sacrifici necessari a fronteggiare l´emergenza?
In verità il ricorso a un´imposta patrimoniale straordinaria non spaventa certo quegli imprenditori che hanno fiducia nelle proprie capacità di creare ricchezza; consapevoli peraltro del fatto che tale prelievo non ...

Divisioni che preoccupano - di Cesare Damiano su Europa

La positiva convergenza che si era registrata tra le parti sociali il 28 giugno scorso, con l’accordo interconfederale sui temi del modello contrattuale e della rappresentatività, corre il rischio di essere messa in discussione. Contro la ricostruita prospettiva unitaria, alla quale aveva fatto seguito un documento di imprese e sindacati che spronavano l’esecutivo a recepire chiari interventi per lo sviluppo del paese, si è subito messo alacremente all’opera il ministro del lavoro.
Ancora una volta ha prevalso l’idea di dividere il sindacato, obiettivo che Sacconi persegue con particolare tenacia, una sorta di rivincita personale che non ci siamo ancora completamente spiegati da che cosa tragga origine.
Forse bisogna tornare ai tempi della ormai lontana prima repubblica.
Questa sorta di resa dei conti, che punta a separare il sindacato tra riformisti e antagonisti, ha prodotto e produrrà gravi danni al paese. Viene messa da parte la concertazione derubricata, nel migliore dei casi, a dialogo sociale. In realtà il governo preferisce intervenire per decreto anche sulle materie del lavoro e del welfare. Di questo si è vantato alcuni mesi fa il ministro Tremonti: «Abbiamo riformato le pensioni con una norma». Non capitava dal 1968 che sul tema della previdenza non ci fosse una preventiva consultazione dei sindacati.
Adesso, nella manovra, Sacconi ha deciso di inserire l’articolo 8, paradossalmente denominato “Misure a ...

Colpire l'evasione - di Carlo Castellano su Repubblica

Non sono un esperto in materia tributaria, né di finanza pubblica. Faccio l´imprenditore di un´azienda italiana, in un settore high-tech, presente sui più importanti mercati mondiali che coprono gran parte della nostra attività. E´ quindi per noi normale conoscere le condizioni in cui operiamo. E confrontando le realtà delle diverse economie, balza evidente che il nodo più macroscopico di differenza tra noi e gli altri risieda nella piaga endemica dell´evasione fiscale.
Sono rimasto quindi "sorpreso" per non dire "sconcertato" nel leggere che, sia nella manovra correttiva di luglio, sia nel decreto legge di metà agosto, il gettito previsto dall´evasione fiscale avrà un ruolo marginale. In particolare il decreto, ora in discussione in Parlamento, individua nel triennio un possibile prelievo aggiuntivo di neanche un miliardo di euro dalla lotta all´evasione, a fronte di un gettito stimato per l´intera manovra di 45 miliardi. Viene ripetutamente detto che "l´evasione è una battaglia persa in partenza" e che da decenni si cerca di abbattere il fenomeno ma con modesti risultati e che, comunque, il governo doveva assumere provvedimenti con effetti immediati, mentre la lotta all´evasione non può che manifestare i suoi effetti solo nel medio-lungo termine.
Ma l´enormità del fenomeno italiano (si stima che lo Stato subisca annualmente un mancato gettito tributario di circa 120 miliardi) e la differenza macroscopica, rispetto a quanto avviene, in tema di evasione, negli altri paesi della comunità europea, pongono interrogativi e scelte non più eludibili. È vero, i mercati e gli organismi internazionali tengono conto degli effetti a breve degli interventi volti a contenere il debito pubblico ma soprattutto valutano i provvedimenti strutturali di risanamento e di sviluppo.
Proviamo quindi a leggere alcuni dati prendendo come riferimento e fonte le pubblicazioni della Banca d´Italia. Ad esempio, emerge che in Italia il "numero delle operazioni pro capite con strumenti diversi dal contante" sono risultate pari nel 2010 a 66 contro una media dell´area euro di 176. Non è un caso che ...

Dialogo al bar tra onesti evasori - di Stefano Benni su Repubblica

PRIMO SIGNORE - Ha letto cosa dice il governo sulla nostra economia?
Secondo signore - Ho letto almeno dieci posizioni diverse. Più che una maggioranza sembra un corso di yoga. Però su una cosa tutti concordano, la lotta all´evasione fiscale.
Primo signore - Non me ne parli. Stamattina vado al bar, consumo brioche e caffè e non mi danno lo scontrino. Lo fanno solo a quelli con la faccia sospetta. Lei si immagina quanto può guadagnare un bar del centro?
- Secondo signore - Me lo immagino.
- E fuori dal bar c´erano due ragazzi con la chitarra, e davanti un cappello pieno di monete. Secondo lei, se mettiamo insieme tutti i suonatori di strada, quanti soldi non denunciati ci sono?
- Lei ha ragione.
- Poi vado a prendere la macchina e vedo il mio dentista che scende da una Porsche. Lei sa che un impianto dentario costa diecimila euro con le tasse e cinquemila senza?
- È successo anche a me. Il molare non ha una morale.
- Prendo la macchina parto, e mi sbarrano la strada tre auto blu, dico tre, che accompagnano una parlamentare in un ristorante. Chi paga il bollo delle auto blu e cosa succede al conto del ristorante? Lei conosce tutti i privilegi della casta. Sa che la Polverini usa un Canad Air per farsi lo shampoo?
- Non faccio fatica a crederlo.
- Insomma, dopo sono tanto arrabbiato che sfrego la macchina contro un segnale stradale. Vado dal meccanico e chiedo il preventivo. Lui dice, mille euro senza fattura, duemila con la fattura, tremila se lo dico in giro.
- Tutti uguali, lo so.
- Infine, giacché si era fatto tardi sulla strada vedo un transessuale. Così, per pura curiosità, chiedo ...

Le esecuzioni sommarie dei poster di Gheddafi - di Michele Serra su Repubblica

Da quando la Storia segue il suo corso sotto copertura mediatica, si ha l´impressione che alcune gesta e alcuni gesti (per esempio la distruzione di statue e vestigia di dittatori) siano compiuti con particolare zelo e in favore di telecamere. Cecchini in azione, sparatori di raffiche rituali (costose, tra l´altro), sradicatori di monumenti appaiono spesso in posa, o quasi, anche perché i giovani protagonisti in arme hanno la rara fortuna di veder coincidere il loro quarto d´ora di celebrità con l´apertura dei telegiornali di mezzo mondo. C´è da dire, però, che accanto a queste debolezze spesso irritanti, la mediatizzazione delle guerre e delle rivoluzioni ha l´enorme vantaggio di esporre allo sguardo del mondo almeno una parte degli eventi. E se a Srebrenica, per fare solo l´esempio più orrendo degli ultimi anni, al posto di ogni inutile Casco blu ci fosse stata una telecamera puntata, forse il genocidio sarebbe stato arginato. Non per caso anche gli eserciti delle più illustri democrazie non gradiscono giornalisti e cameramen tra le scatole. Il prezzo che paghiamo ai media è la vanità spicciola e stupida che essi, per contagio, diffondono. Il prezzo che pagheremmo alla loro assenza è però così smisurato che vale la pena sopportare, come effetti collaterali, le esecuzioni sommarie dei poster di Gheddafi.

La lezione di mr. buffett - di Nadia Urbinati su Repubblica

Perché fa tanto scalpore che un super-ricco ritenga di dover pagare più tasse e pensi che i suoi simili debbano fare altrettanto? La proposta del super-ricco Warren Buffett non è nuova: era stata ventilata lo scorso anno da Hillary Clinton la quale ebbe il coraggio di denunciare lo sfacciato privilegio che i ricchi si sono conquistati, anche grazie alla stabilità sociale che la democrazia garantisce. Infatti, se i meno abbienti continuano a stare al gioco e non rovesciano l´ordine sociale, se non bruciano auto e non assaltano negozi (o lo fanno solo sporadicamente), è perché a nessuno è consentito di acquisire un vantaggio così sfacciato da stravincere.
Su questo tacito accordo la disegueglianza economica può convivere con l'eguaglianza politica e non mettere a repentaglio la stabilità sociale. Ora, il Signor Buffett si è rivolto alla Commissione del Congresso che è in procinto di tagliare le tasse per almeno un trilione e mezzo di dollari nei prossimi dieci anni. Ha ricordato ai rappresentanti che a conti fatti, egli paga il 17% per cento di tasse mentre i cittadini medi pagano tra il 33% e il 41%. Ha infine fatto presente che i super-ricchi contribuiscono meno in tutti i sensi ai costi sociali (per esempio non mandando i figli a morire in Afghanistan) mentre sono i più "coccolati" dallo Stato, quasi che "appartenessero a una specie in via di estinzione" che merita protezione - benché siano ben lontani dall´estinguersi visto che hanno agguerriti avvocati difensori nelle commissioni legislative.
Il super-ricco americano ci ha dato un´esemplare lezione di democrazia. Nel nome dell´eguaglianza di considerazione e della libertà che ciascuno gode di ricercare la propria felicità, Buffett ha rivendicato una giusta tassazione che distribuisca sacrifici in proporzione alle possibilità. Prima che l´egemonia reaganiana ...

L’ex rottamatore vuole crescere - di Rudy Francesco Calvo su Europa

Matteo Renzi è pronto a fare il grande salto nella politica nazionale? Il sindaco di Firenze è stanco di vedersi affibbiare l’etichetta di “rottamatore” e vuole dimostrare a tutti di essere anche in grado di costruire qualcosa. Per questo, sta organizzando per fine ottobre una nuova kermesse, nella quale, ha spiegato, «presenteremo cento cose concrete per l’Italia». Non più quella sorta di speakers’ corner che fu la Leopolda dello scorso anno, con l’effetto di sentire tutto e il contrario di tutto, bensì un appuntamento più strutturato, dal quale usciranno appunto cento idee, che somiglieranno tanto a un programma elettorale, ma che nel frattempo potrebbero essere raccolte in un libro.
Ci stanno già lavorando le Officine democratiche, un think tank fiorentino d’ispirazione riformista.
L’iniziativa dei rottamatori dello scorso anno appare già lontanissima.
Tanto che non si sa ancora se sarà la stazione Leopolda la sede del nuovo appuntamento.
Tra Renzi e Civati ormai il clima è gelido. La rottura era in qualche modo inevitabile: non solo perché due galli nel pollaio sono troppi (ed entrambi hanno già dimostrato di avere difficoltà a condividere la scena con qualcun altro), ma anche perché su questioni centrali come lavoro, laicità, organizzazione, rapporti con gli avversari le loro idee sono troppo distanti. Gli attriti sulla visita di Renzi ad Arcore e le accuse rivolte dal sindaco al consigliere lombardo di voler fare dei rottamatori una «corrente Marino in sedicesimo» sono stati solo la punta dell’iceberg.
Adesso l’ex boy scout va per la sua strada. Troverà nuovi compagni, ovviamente, ma non va a caccia di “fedelissimi”: quelli li ha già, pochi fidati collaboratori come il capo della sua segreteria Luca Lotti, il portavoce Bruno Cavini, l’imprenditore Marco Carrai. Per allargare la rete di contatti, punta invece sugli amministratori.
Saranno loro i protagonisti dell’appuntamento del 28-30 ottobre. I nomi che circolano, per il momento sono ...

La tenaglia Cgil-Cisl stringe il Nazareno - di Mariantonietta Colimberti su Europa

Il problema c’è, inutile girarci intorno. La proclamazione dello sciopero generale da parte della sola Cgil contro la manovra del governo, la nuova rottura sindacale in un momento così difficile per il paese, il riproporsi di toni per così dire poco “gentili” tra le confederazioni non possono non avere una risonanza delicata nel Partito democratico. Anche se le cinghie di trasmissione dovrebbero essersi da tempo interrotte o almeno assottigliate, anche se la linea della reciproca autonomia è stata ripetutamente e in più occasioni ribadita, ogni volta che il sindacato si divide, le diverse scelte non sono indifferenti per il principale partito di opposizione.
Così ieri, al grande tavolo del Nazareno dove i vertici del Pd hanno illustrato alle parti sociali la contromanovra che sarà tradotta domani in emendamenti, lo sciopero proclamato per il 6 settembre lo stesso giorno – martedì scorso – in cui Bersani presentava le proposte dem era ben presente nella mente di tutti i partecipanti. E c’è stato anche chi ha interpretato l’assenza di Raffaele Bonanni (al suo posto è andato Giorgio Santini) come il marcare una distanza dal partito da parte del segretario generale della Cisl.
La preoccupazione maggiore, tuttavia, riguarda la rottura tra i sindacati, e questa preoccupazione accomuna tutte le anime del partito.
Un invito esplicito a recuperare l’unità è arrivato da Pierluigi Bersani, nel timore che la convergenza del 28 giugno possa disperdersi. Nessun giudizio sullo sciopero: «Sono strategie sindacali diverse e autonome ...

giovedì 25 agosto 2011

Forse non ci siamo capiti - di Pippo Civati su Il Post

Pippo Civati
C’è un vortice di proposte, intorno alla madre di tutte le manovre. C’è chi dice tolgo di qui, metto di là, chi se la prende con chi deve andare in pensione, chi con i piccoli Comuni, chi con le Province, chi spiega che ci vuole la patrimoniale ma solo un po’ e una tantum, chi che bisogna tassare i soliti, chi che bisogna cercare gli insoliti, ma poi non ci crede più di tanto, che bisogna aumentare l’Iva, prima ancora di preoccuparsi che l’Iva sia pagata tutta.
Quello che manca è un’idea di società e un progetto di Paese. Nessuno sembra voler capire che la patrimoniale non è un’eccezione punitiva, ma può diventare la regola che cambia il paese: dall’immobile al mobile, dalle tasse sul lavoro e sull’impresa a quelle sui patrimoni, appunto. Perché in questo Paese c’è una questione salariale, da affrontare (con numerosi punti di Pil che hanno abbandonato gli stipendi verso i profitti, quando le cose andavano bene). Perché c’è l’economia a cui ridare fiato (dopo anni in cui il tema non ha appassionato nessuno, pare). Perché c’è un sistema da ripensare, a partire dalla formazione, investendo qualche risorsa, però.
Che l’evasione fiscale si può contrastare e che deve essere una priorità, perché tutto il resto sono piccoli, piccolissimi interventi. E l’unica cosa mostruosa come l’evasione, in questo Paese, è, guarda caso, il debito pubblico. Che l’evasione si può affrontare in molti modi, con la tracciabilità, da una parte, e con la deducibilità di alcune voci (soprattutto domestiche, soprattutto quotidiane), dall’altra. In uno sforzo che ci richiami alla partecipazione, da più parti invocata, e al civismo, in alcune parti anche (addirittura!) frequentato.
Che poi i costi della politica si devono ridimensionare, certo, però bisogna farlo, accidenti, perché sta diventando una barzelletta. Che bisogna organizzare diversamente la distribuzione dei poteri e delle funzioni ...

Evasione fiscale, quattro mosse per ridurla davvero - di *Alessandro Santoro su L'Unità

In occasione di ogni manovra finanziaria torna, immancabile, la discussione sulla (cosiddetta) lotta all’evasione. Basta guardare le tabelle riassuntive degli impatti dei decreti 98 e 138 predisposte dalla Ragioneria Generale dello Stato per capire che gli importi attesi dai (modesti) provvedimenti antievasivi sono poco rilevanti. D’altronde, in anni recenti il governo di centro-destra ha attribuito ad altre misure (il redditometro, ad esempio) un notevole di recupero di gettito. Il punto, in effetti, non è quello di «dare i numeri», quanto piuttosto di affrontare razionalmente il problema partendo da alcuni punti fermi, senza i quali la discussione si trasforma in chiacchiericcio.
Primo: esistono pochi confronti internazionali affidabili, ma da quel che sappiamo tutti i Paesi mediterranei, Grecia e Italia in testa, sono caratterizzati da livelli di evasione più elevati rispetto agli altri Paesi Ocse, sebbene nessuno tra essi, neppure i celebrati Stati Uniti, siano esenti dal problema. Secondo: è vero che i livelli di etica fiscale (tax morale, nella letteratura inglese) contribuiscono a spiegare i differenziali di evasione tra i diversi Paesi, ma non è vero che i fattori etico-culturali spieghino tutto, posto che, in una recente ricerca danese, è emerso che poco meno del 40% del reddito dei lavoratori autonomi viene occultato. Terzo (e conseguenze) :è l’opportunità che fa l’evasione, ed è riducendo le opportunità che si riduce l’evasione.
Questo è particolarmente importante per un Paese come l’Italia che è caratterizzato (come la Grecia, e non è un caso) da un’elevata frammentazione produttiva, con 6 milioni di partite Iva di dimensione ridottissima, per i quali l’evasione è un ammortizzatore sociale poco costoso. Quarto: non è affatto vero che l’evasione in Italia è sempre rimasta uguale nel tempo: secondo le stime ufficiali dell’Agenzia delle Entrate rese note nel recente Rapporto Giovannini, l’evasione dell’Iva nel 2007 è diminuita di 3 punti di Pil e nel 2009 si è ridotta di 0,8 punti di Pil, dopo un lieve aumento nel 2008. Il problema vero è che abbiamo solo delle intuizioni su cosa abbia causato questi fenomeni, ed è proprio da qui che bisogna partire per provare a ...

I sovrani della crisi - di Barbara Spinelli su Repubblica

Barbara Spinelli
Il presidente Napolitano ha detto una cosa essenziale, domenica a Rimini, e niente affatto ovvia: che nella crisi che traversiamo il linguaggio di verità è un'arma fondamentale. E che se la politica sta fallendo è perché quest'arma l'ha volontariamente ignorata per anni. Per questo siamo "immersi in un angoscioso presente, nell'ansia del giorno dopo": un popolo tenuto nel buio non vede che buio. A destra la crisi è stata minimizzata, sdrammatizzata, spezzando nell'animo degli italiani la capacità di guardarla in faccia con coraggio e intelligenza. Prioritario era difendere, a ogni costo, l'operato del governo: "anche attraverso semplificazioni propagandistiche e comparazioni consolatorie su scala europea". Ma la sinistra non è meno responsabile: nella battaglia contro Berlusconi non c'era spazio per l'analisi della crisi, delle mutazioni che impone, dei privilegi che mette in questione. L'obiettivo degli uni e degli altri era il potere fine a se stesso. Non importa quel che fai, con il potere: importa solo possederlo, o riconquistarlo. Attaccarsi al potere in questo modo è la via più sicura per perderlo, e perdere la democrazia.
Il linguaggio della verità è la rivoluzione più urgente da fare: esso ci farebbe vedere i pericoli che corriamo, quando accusiamo solo la casta politica e non le mille caste che usano il denaro pubblico a fini privati e hanno un interesse nello status quo. Chi ci tiene all'oscuro lo fa con la nostra complicità, tutti abbiamo accettato di essere consumatori ciechi anziché cittadini vedenti. Se cominciamo a voler guardare e sapere, vedremo quel che accade: a governare le nostre esistenze non c'è oggi la politica, con la sua capacità di dominio intelligente sugli interessi. Non c'è il sovrano eletto, con un mandato a termine. Sovrani sono poteri non eletti, come gli speculatori di borsa o le agenzie di rating che storcono le nostre vite e sono i nuovi tribunali delle democrazie. O sono poteri che potrebbero rappresentarci - l'Unione europea, la sua Banca ...

Domenico Straussi Cani - di Massimo Gramellini su La Stampa

La disavventura giudiziaria di Dominique Strauss Kahn, il banchiere snob dagli impulsi erotici non controllabili (i suoi antenati di Neanderthal vestivano peggio, ma erano più evoluti) è terminata nel pieno rispetto del pronostico. Con i soldi della moglie (sufficientemente viziata e antipatica per essere affascinata da un maschio simile) l’imputato ha foraggiato avvocati formidabili e indagini spregiudicate, così da riuscire nell’impresa di trasformare la cameriera vittima in un’approfittatrice e ottenere un verdetto di archiviazione. Ma quel quarto d’ora di libidine alberghiera ha comunque distrutto la carriera politica di DSK. Il quale avrà anche evitato le conseguenze giuridiche dei suoi atti, ma non quelle sociali: le dimissioni dalla presidenza del Fondo Monetario e la rinuncia alla candidatura socialista per le Presidenziali francesi del 2012.
Cosa sarebbe successo in Italia a un suo ipotetico avatar? Esattamente l’opposto. Intanto si sarebbe cementificato alla poltrona: «Per spirito di servizio», «per senso di responsabilità», «perché me lo chiede l’Europa». Poi avrebbe gridato al complotto dei Poteri Forti contro di lui, si sarebbe presentato alle elezioni e le avrebbe pure vinte, indossando quei panni da perseguitato che portano male ovunque tranne che da noi, dove il lamento del farabutto, purché dotato di charme, fa scattare un moto immediato di solidarietà. In compenso, invece che tre mesi il processo per stupro sarebbe andato avanti vent’anni e avremmo visto l’imputato raggiungere la pace dei sensi in tribunale.